Le fanfic di X-Files

LOVE HUNTERS - Cacciatori d'amore

Mulder e Scully sono stati scelti per portare a termine un'operazione delicata... La recita che dovranno sostenere, per assicurare alla giustizia una coppia di sadici serial killer, li porterà a confrontarsi con i più oscuri meandri della psiche umana, in un crescendo di tensione e orrore al quale nemmeno un agente dell'FBI viene preparato.
Autore: GiorgiaXPhile
Pubblicata il: 30/09/2009
Rating: PG-13, vietata ai minori di 13 anni
Genere: UST
Sommario: Mulder e Scully sono stati scelti per portare a termine un'operazione delicata... La recita che dovranno sostenere, per assicurare alla giustizia una coppia di sadici serial killer, li porterà a confrontarsi con i più oscuri meandri della psiche umana, in un crescendo di tensione e orrore al quale nemmeno un agente dell'FBI viene preparato.
Note sulla fanfic: Ho scritto questa fanfiction sulla base di un'idea che mi è venuta mentre cercavo di prendere sonno. Si colloca nella sesta stagione, poco dopo che Mulder e Scully vengono riassegnati agli X Files. Avverto il lettore che alcuni capitoli potrebbero risultare abbastanza violenti. Avverto anche che il mio animo shipper mi ha imposto di cercare di ricreare l'atmosfera di tensione sessuale che permea ogni episodio di X Files. E forse ci sarà un punto in cui non riconoscerete Diana Fowley, ma è solo un attimo... proseguendo con la serie torna ad essere se stessa!

Archiviazione: Do il permesso di pubblicare la mia fanfiction su altri siti, ma vi sarei grata se prima me lo comunicaste, grazie.
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Capitolo Primo

FBI Headquarters
Mercoledì, ore 8.35 a.m.

I passi dell’agente speciale Fox Mulder  risuonarono svelti tra le pareti ingombre di schedari polverosi, e scatoloni dimenticati da secoli, del seminterrato dove si trovava la sezione denominata X Files.

Fuori, era una giornata insolitamente calda e afosa per essere aprile e la posizione al di sotto del livello della strada dell’ufficio, con poche finestre che non permettevano al calore di entrare, rappresentava un sollievo per chi vi accedeva.

Mulder varcò la porta aperta, degnando appena di uno sguardo la targhetta con inciso il suo nome, si allentò la cravatta e gettò il soprabito sullo schienale di una sedia.

“Buongiorno!”. La voce della sua collega, l’agente speciale Dana Scully, lo raggiunse dalla stanza adiacente.

Era appoggiata al bancone della piccola cucina, e stava sorseggiando una bevanda fumante da una tazza con inciso il disegno di un alieno verdognolo, con grandi e felini occhi gialli, che sorseggiava una birra.

L’aveva comprata l’agente Mulder poche settimane prima. Dopo l’incendio che era scoppiato nell’ufficio alcuni mesi prima, stava cercando di far ritornare l’ambiente come l’aveva concepito agli inizi. La parete dietro la scrivania era desolatamente menomata senza il suo caro e vecchio poster con la foto di un UFO e la scritta “I WANT TO BELIEVE”. Non avendo ancora avuto tempo di recarsi in M Street per ricomprarlo -non era nemmeno più sicuro che il negozietto di cianfrusaglie ci fosse ancora- intanto, aveva ripiegato con la tazza e varie foto di UFO, più o meno fasulle, appese qua e là.

“Caffè?” gli chiese Scully, posando la sua tazza e indicando la caraffa contenente un liquido scuro “L’ho appena fatto”.

“Grazie” rispose Mulder dirigendosi verso di lei e prendendo dalle sue mani una tazza anonima e fumante.

“Wow!” esclamò dopo averne ingerito una sorsata, portandosi la mano alle labbra, “E’ bollente! Effettivamente, ci voleva proprio vista la temperatura glaciale che c’è qui dentro!” alludendo ironicamente alla differenza di temperatura con l’esterno.

Scully sorrise alla battuta e si diresse alla scrivania, dove prese in mano una cartella medica.

“Ho i risultati dell’autopsia sul cadavere di quella signora del Delaware…” iniziò, sventolando i fogli in direzione di Mulder.

Lui la raggiunse, ma quando Scully aprì la bocca per iniziare a spiegare cos’aveva scoperto, l’acuto squillo del telefono la interruppe.

Mulder si allungò oltre la collega e alzò la cornetta.

“Mulder” disse in tono professionale.

Scully lo osservò mentre ascoltava attentamente e annuiva distrattamente alle parole dell’interlocutore all’altro capo del telefono.

“Si. Arriviamo” aggiunse prima di chiudere la comunicazione.

“Chi era?” chiese Scully, appoggiando la cartella medica sulla scrivania.

“Skinner. Ci vuole nel suo ufficio tra cinque minuti”.

“Ha detto perché?” chiese seria seguendolo fuori dall’ufficio, ma poi aggiunse in tono ironico, “Cos’hai combinato stavolta?”.

Lui si voltò verso di lei sorridendole, “Purtroppo niente! Non so cosa voglia di preciso Ha accennato ad un caso della Crimini Violenti”.

Incuriosita, suo malgrado, Scully salì in ascensore e si incamminò a fianco del collega verso l’ufficio del vice direttore Skinner.

La segretaria, appena li vide, li invitò ad entrare, “Prego, il vicedirettore vi aspetta”.

Skinner era in piedi, all’estremità del tavolo utilizzato per le riunioni, al suo fianco si trovavano l’agente Diana Fowley e altri due uomini, dall’aria rigida e formale, che, Mulder e Scully, dedussero essere altri agenti dell’FBI, anche se non li conoscevano.

Stavano consultando alcune carte, ma quando li sentirono entrare alzarono la testa.

Skinner fece loro segno di accomodarsi.

Scully notò che l’agente Fowley fece un cenno di saluto rivolto solamente a Mulder.

Non le era mai piaciuta, l’aveva sempre trovata una persona estremamente ambigua e più di una volta aveva avuto ragione a diffidare di lei. Eppure non era mai riuscita a far capire a Mulder che non meritava la loro fiducia. Evidentemente, la loro precedente relazione, giocava un ruolo fondamentale nella scelta di credere che fosse dalla loro parte.

Soffocò un moto di stizza nei suoi confronti e si accomodò. Al tavolo erano già seduti altri quattro agenti, due uomini e due donne, che Mulder e Scully conoscevano di vista. Si scambiarono alcuni educati cenni di saluto.

“Bene” esordì Skinner, guardando gli astanti per assicurasi di avere la loro attenzione, “ora che siete arrivati tutti possiamo cominciare”.

La curiosità si leggeva chiaramente nei volti dei presenti,  il silenzio regnava nell’ufficio, e l’aria era densa di curiosità e aspettativa.

“Siete stati convocati qui su richiesta della CV del distaccamento di New York. Stanno seguendo un caso da diversi anni, che coinvolge svariati stati degli USA, e, finalmente, sembra arrivato il momento di una svolta nell’indagine, che potrebbe portare all’arresto di due serial killer”. Skinner buttò sul tavolo alcune fotografie, che gli agenti seduti si affrettarono ad osservare.

Mulder avvicinò due foto a sé, in modo che le vedesse anche Scully.

Una foto ritraeva un uomo. Dimostrava circa 40 anni, aveva i capelli radi e brizzolati, la carnagione olivastra e gli occhi grigi. Il naso era adunco e leggermente storto, difetto causato probabilmente da numerose fratture, e la bocca era sottile e tesa in una linea diritta. Era un uomo dai tratti comuni e dall’espressione pacifica, che avrebbe potuto passare facilmente inosservato.

L’altra foto, invece ritraeva una ragazza di circa 30 anni, o poco più, di una bellezza ipnotica. Una cascata di capelli biodo platino incorniciava un viso a forma di cuore. La pelle, perfettamente liscia e senza imperfezioni, era piuttosto chiara, gli occhi erano grandi e molto espressivi, di un intrigante azzurro ghiaccio e le labbra erano rosse e carnose.

Mulder e Scully si guardarono. Tra loro intercorse una breve e silenziosa conversazione riguardante le foto che avevano appena osservato. 

Lavoravano assieme da sei anni e per loro era naturale interrogarsi su un caso senza porre troppe domande, senza esporre troppi dubbi, riuscivano a capirsi anche attraverso un’occhiata.

“Sono Ronald Fresty, 39 anni, e sua moglie Annebeth, 32 anni, cognome da nubile Stroth” proseguì Skinner, “Si sono conosciuti e sposati a Las Vegas 5 anni fa e, dopo poco più di un anno, hanno iniziato ad uccidere”. Fece una pausa ad effetto.

“Sono due individui estremamente pericolosi, in quanto psicologicamente instabili. Il loro aspetto , comune nel caso di lui, e molto attraente nel caso di lei, può trarre in inganno e li aiuta ad adescare le ignare vittime della loro follia.

Ronald Fresty è nato e cresciuto a Ulysses, nel Kansas. I suoi genitori erano due persone poco responsabili, per usare un eufemismo, che non si sono occupati molto dei 4 figli. Fresty ha iniziato ad avere problemi con la giustizia all’età di 14 anni, quando ha massacro con una mazza da baseball il cane del vicino di casa, per divertimento. Dopodiché ha passato l’adolescenza dentro e fuori dai riformatori, che hanno peggiorato la sua già instabile e violenta psiche. Negli anni successivi ha commesso una serie di furti da poco, e aggressioni senza troppi danni alle vittime, cosicché non è mai rimasto in carcere per più di tre o quattro mesi, grazie anche alle perizie psichiatriche che attestavano la sua scarsa capacità di intendere e volere.

Annebeth è nata a Winston, ma è cresciuta a Salem, entrambe cittadine dello stato di Washington. E’ stata cresciuta dalla madre, il padre non l’ha mai conosciuto. Il suo aspetto gradevole l’ha resa celebre tra i maschi, con i quali ha cominciato a frequentarsi all’età di 15 o 16 anni. Le sue storie duravano poco, perché i suoi compagni si lamentavano del suo sadismo e della sua violenza nelle situazioni intime”.

“Mmm! Una da conoscere insomma!” esclamò Mulder, con grande disappunto di Skinner, che gli scoccò un’occhiataccia, e di Scully che gli rifilò una gomitata sulle costole. Gli altri agenti seduti al tavolo si limitarono ad osservarsi con sguardi rassegnati, che sottintendeva frasi tipo: cosa ti potevi aspettare dallo Spettrale Mulder?

Scully notò che l’agente Fowley, invece, aveva abbassato il capo per nascondere le labbra tese in un sorriso. Questo gesto la infastidì molto, ma non comprese perché, così distolse lo sguardo e riprese ad ascoltare la spiegazione.

“A 24 anni” proseguì Skinner “finì in manicomio, dopo aver dato di matto in un supermercato solo perché era stata urtata dal carrello di una signora, mentre era in fila alla cassa. Rimase in cura per due anni, poi fu riabilitata con il parere favorevole dei medici che l’avevano in cura.”

Skinner si interruppe e rovistò tra alcune carte.

“L’agente Finnigan e l’agente McErny” e indicò con un gesto della mano i due uomini accanto a lui, “mi hanno sottoposto il caso, chiedendo un aiuto per riuscire ad incastrarli. Prego” disse poi ai due agenti, invitandoli a prendere la parola.

Quello che si chiamava Finnigan, un uomo alto e allampanato, con la pelle delle guance scavata e butterata,  ringraziò il vicedirettore e iniziò a sparpagliare per il tavolo una serie di fotografie e di documenti.

Mulder si sporse per vedere che cosa mostravano le istantanee. Alcune gocce di sudore freddo gli scivolarono lungo la schiena appena lo vide.

I soggetti degli scatti erano cadaveri.

Le vittime dei coniugi Fresty.

Allungò una mano verso il cumulo di fotografie e ne avvicinò una manciata a sé e alla collega.

La conoscenza in campo medico dell’agente Scully, la portò ad esaminare i corpi macabramente immortalati con competenza scientifica ed un certo distacco professionale.

Alcune foto ritraevano donne legate ad un letto, non si capiva bene se erano nude o se indossavano una veste strappata, perché erano completamente  ricoperte di sangue. Ad alcune mancavano parti del corpo, tipo braccia e gambe, asportate, dedusse Scully, in maniera sommaria e senza alcun metodo. Ad altre erano stati strappati quasi tutti i capelli e, dalla concentrazione di sangue rappreso nella zona intima, Scully comprese che l’assassino si era focalizzato nello straziarle i genitali. La quantità di sangue che le ricopriva  poteva essere causata, oltre che dalle ferite più evidenti, da altre lacerazioni interne e/o esterne.

Altre foto ritraevano uomini nudi, legati per le braccia ad una corda che pendeva da una trave del soffitto, evirati o sfregiati in volto in modo da essere quasi senza faccia. In alcuni si notava uno spazio vuoto e buio nelle cavità oculari. Anche loro erano coperti da laghi di sangue.

Altre foto ancora, mostravano i pezzi staccati dai corpi -braccia, gambe, occhi, capelli- buttati casualmente sul pavimento. Accanto ai macabri resti c’era sempre un talloncino bianco, recante un numero di identificazione, nonché alcuni segni bianchi fatti col  gesso.

Scully allontanò le foto da sé, in modo da permettere anche agli altri agenti seduti al tavolo di osservarle con attenzione, e prese le cartelle mediche delle autopsie.

Diede loro una rapida occhiata, voltando svelta le pagine e soffermandosi a leggere più attentamente alcuni passaggi. Come aveva già dedotto dall’esame delle fotografie, i corpi portavano segni di lesioni interne, come ossa e costole rotte, polmoni perforati, milze spappolate, e, nel caso di alcune donne, uteri e cervici dilaniate, e di ulteriori ferite esterne, come tagli ed ecchimosi causate da violente percosse.

Mulder, che stava esaminando i risultati delle autopsie da sopra la spalla della collega, si abbandonò sullo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto e dando, involontariamente, un’altra rapida occhiata alle raccapriccianti fotografie.

Scully si girò a guardarlo. Erano senza ombra di dubbio davanti a due pazzi assassini, crudeli e disumani, che amavano torturare le loro vittime con estremo sadismo e con una certa predilezione per infliggere tormenti a sfondo sessuale.

Mulder lesse negli occhi della collega il tipico distacco professionale, indispensabile per affrontare, con competenza e obbiettività, i casi ai quali venivano assegnati. Ma sapeva perfettamente che, dietro l’apparente freddezza, si celava l’inquietudine dovuta all’inaccettabile idea che al mondo esistessero persone capaci di tali atrocità. Si celavano, inoltre, l’amarezza derivante dalla consapevolezza di non poter impedire a quelle barbarie di compiersi, e il disgusto verso se stessi, perché appartenevano alla stessa specie alla quale appartenevano quei mostri, la specie umana.

Mulder sapeva cosa Scully stava provando, perché la conosceva bene, i suoi occhi non lo potevano ingannare, e perché anche lui avvertiva lo stesso angosciante disagio.

Scully si voltò verso l’agente Finnigan, quando sentì la sua voce squillante risuonare nell’ufficio, e ascoltò attentamente quello che stava per dire.

“Come avete avuto modo di vedere dalle fotografie e dagli esami autoptici, ci troviamo di fronte a due bestie senza cuore, ma estremamente furbe e organizzate.

Nelle scene del delitto vengono sempre ritrovati due corpi, solitamente di un uomo e di una donna, in un caso sono state ritrovate due donne”. Finnigan trasse a sé due foto e le tenne ferme con due dita.

“Kathleen Gud e Patrick Herk, sposati da 3 anni”. Indicò altre due foto, “Gerald Street e Coleen Joph, sposati da 7 anni” e proseguì, indicando man mano coppie di fotografie delle vittime, che risultavano tutte legate da rapporti di tipo amoroso: sposate, fidanzate o, come nel caso della coppia lesbica, formata da Jane Dawson e Mary Colletto, conviventi.

“Sappiamo per certo che gli assassini sono i coniugi Fresty” proseguì l’agente Finnigan, “perché due volte abbiamo avuto la fortuna, se così la vogliamo chiamare, di trovare le vittime ancora in vita.

Si tratta del signor O’Donnell, la cui moglie è stata barbaramente torturata e uccisa davanti ai suoi occhi” e mentre lo diceva indicò una delle fotografie sul tavolo “ e della signora Rafferty che ha invece dovuto assistere alle pene del marito” e indicò un’altra foto.

“Grazie alle loro testimonianze abbiamo potuto ricavare l’identikit dei due assassini, che ci è stato estremamente utile per individuare la sadica coppia di coniugi, e del loro modus operandi, anche se, visti gli spettacoli raccapriccianti che ci attendevano su ogni scena del delitto, non avevamo dubbi sulla brutalità dei loro metodi, ma ci hanno fornito interessanti indizi sul loro profilo psicologico.

Secondo O’Donnell e Rafferty, i Fresty amano obbligare una delle due vittime ad assistere alla lenta e insopportabile crudeltà inflitta all’altro, e, visto che le vittime sono tutte legati da rapporti amorosi, oltre che dalla  tortura fisica, notiamo come siano anche attratti dalla tortura psicologica.

Purtroppo, i due testimoni sono morti, in ospedale, pochi giorni dopo, per complicazioni dovute alle troppe ferite riportate.

Ovviamente, dopo le loro testimonianze, è scattata la caccia all’uomo, ma i Flerty, come vi accennavo prima, non sono degli sprovveduti. Si spostano spesso lungo tutto il territorio degli Stati Uniti, e quando abbiamo la fortuna di individuare un loro probabile nascondiglio, potete star certi che l’hanno già abbandonato da un pezzo.

L’altra complicazione riguarda il fatto che, nei luoghi dei delitti e sulle vittime, non è mai stato ritrovato nessun indizio che indichi la loro presenza. Né un capello, né un’impronta, né alcun tipo di residuo organico, sudore o quant’altro, che provi che loro erano lì con le vittime. Se ne può dedurre che indossano tute e guanti protettivi.

 Se anche riuscissimo a catturarli, verrebbero scagionati e rilasciati poco dopo per mancanza di prove”.

Mulder fece una smorfia e si poggiò con i gomiti al tavolo.

“Mi scusi,” disse cortesemente l’agente seduta di fronte a lui “Dove vengono ritrovate le vittime?”.

“Lei è l’agente…?” chiese Finnigan.

“Agente speciale Smidth, signore” rispose lei.

“Agente Smidth. I corpi delle vittime vengono sempre ritrovati in vecchi edifici abbandonati, talvolta pericolanti e in procinto di essere abbattuti, che si trovano nelle città che prendono di mira. Spesso i cadaveri sono stati ritrovati proprio grazie ad alcuni operai, giunti sul luogo per fare rilievi, in vista delle demolizioni, altre volte sono stati segnalati da alcuni ragazzi che usavano i fabbricati per fumare erba, lontano da occhi indiscreti.

Ah, dimenticavo”, aggiunse poi rivolgendosi a tutti, “la frequenza degli omicidi è piuttosto irregolare e dipende molto dalla loro possibilità di spostarsi da un luogo ad un altro. Sono molto attenti a non ripetere mai gli omicidi nella stessa città”.

Scully si mosse sulla sedia, e Mulder intuì che aveva una domanda da porre.

Infatti alzò leggermente la mano, come per chiedere il permesso di prendere la parola.

“Scusi agente Finnigan, avete scoperto, se c’è, qual è il movente di questi omicidi?”.

“Ottima domanda agente Scully… lei è l’agente Scully, vero?”, Scully fece un rapido cenno d’assenso con la testa, perplessa.

“Mi ricordo di lei all’accademia di Quantico”, rispose l’agente Finnigan con un sorriso, che lo fece apparire ancora più emaciato.

“Per rispondere alla sua domanda… sì, abbiamo scoperto perché lo fanno, a parte per un loro divertimento personale. Grazie alle testimonianze di O’Donnell e Rafferty, siamo arrivati alla conclusione che i coniugi Fresty hanno sviluppato la malata convinzione di essere l’unica coppia al mondo ad amarsi. Catturano coppie sposate, fidanzate o conviventi per sottoporle ad un sadico test per accertarne la sincerità dei sentimenti… fino ad oggi, evidentemente, non si sono ancora imbattuti in coppie che si amino abbastanza. Almeno per i loro standard…”.

Nell’ufficio del vicedirettore Skinner calò il silenzio.

La notizia della motivazione che spingeva i Fresty a commettere i barbari omicidi si stava sedimentando, anche se a fatica, nelle menti analitiche degli agenti, mandando brividi di repulsione lungo le loro spine dorsali.

L’agente Finnigan radunò le foto e le cartelle mediche delle autopsie, poi riprese a parlare guardandoli.

“Due giorni fa, la telecamera di sicurezza di una banca di New York , ha ripreso i coniugi Fresty mentre passeggiavano lungo la strada”.

L’attenzione introno al tavolo si fece quasi palpabile. Scully notò che l’agente Fowley continuava a fissare, senza nessun apparente motivo, Mulder, che, però, era troppo concentrato sulle parole dell’agente Finnigan per accorgersene.

“Ci si presenta una situazione perfetta per tendere loro una trappola… ed è qui che entrate in scena voi” e mentre lo diceva, fece un ampio gesto con la mano, che comprendeva tutti gli astanti.

Poi si fece da parte e prese la parola l’agente McErny. Era un uomo molto muscoloso, con barba e folti baffi che gli conferivano un aspetto sinistro, Gli occhi erano piccoli e neri e osservavano tutti con la massima attenzione.  La sua voce risuonò bassa e profonda, con un accento leggermente cantilenante.

“In queste cartelline”, e prese a distribuire tre cartelline giallo sbiadito ad ogni coppia di colleghi seduta al tavolo, “troverete quanto vi occorrerà per infiltrarvi nell’operazione che abbiamo studiato per arrestare i Fresty. Perché è questo quello che vi chiediamo di fare. Infiltrarvi”.

Mulder prese la cartellina e se la rigirò tra le mani. Scully lo guardò e tra di loro passò un’altra muta conversazione.

“Sappiamo per certo”, proseguì McErny, “che i Fresty amano adescare le loro vittime in luoghi pubblici, dove possono destare meno sospetto se intrattengono conversazioni con altre coppie. In particolar modo prediligono le feste di beneficenza, dove è facile infiltrarsi anche senza avere inviti scritti.

Abbiamo fatto in modo di organizzare un party di beneficenza per questo sabato, all’hotel Waldorf Astoria di New York.

Sarà un ricevimento in grande stile, pieno di invitati. Daremo l’impressione che ci siano ospiti di un elevato livello sociale, in modo da avvalorare la finzione che si stiano raccogliendo soldi per aiutare i bambini dell’Africa, rimasti orfani per colpa dell’AIDS.

Stiamo facendo in modo che la festa sia estremamente pubblicizzata, in modo da attirare l’attenzione dei Fresty. Contiamo sul fatto che -visto che sono alcuni mesi che non uccidono- vengano attratti dalla prospettiva di incontrare nuove coppie da sottoporre al loro sadico test.

Per questo abbiamo convocato voi”, e si interruppe lanciando uno sguardo eloquente verso gli agenti che lo stavano ascoltando con estremo interesse, “perché voi lavorate insieme da un bel po’ di anni, di conseguenza avete il giusto grado di intesa per poter interpretare la parte della coppia di innamorati”.

Ogni agente si voltò verso il proprio partner, scoccandogli un sorrisetto ironico.

Scully non rispose al tentativo di sdrammatizzare di Mulder, era troppo concentrata a capire i particolari di quello che veniva loro chiesto di fare per perdersi in stupide allusioni sull’intensità del loro rapporto di lavoro.

“Dovrete fare in modo di attirare la loro attenzione, lasciarvi avvicinare, parlare con loro. Se l’operazione andrà a buon fine, vi farete rapire e portare nel luogo scelto per le torture, dove noi arriveremo e li coglieremo in flagranza di reato. In questo modo li assicureremo alla giustizia fino alla fine dei loro giorni”.

Notando una certa agitazione al tavolo, e deducendo che i presenti volessero altri dettagli sull’operazione, alzò le mani davanti al petto e fece loro segno di calmarsi.

“Tra due giorni ci ritroveremo di nuovo qui e vi metteremo al corrente di ogni dettaglio dell’operazione e per coordinare i nostri movimenti. Nel frattempo, vi prego di studiare attentamente il materiale che si trova dentro le vostre buste. Ci sono i documenti della vostra falsa identità, le fedi nuziali, e quant’altro vi possa servire… compreso un dettagliato riassunto della vostra storia d’amore…” concluse con un sorriso ironico.

Una risatina attraversò il tavolo.

Il vicedirettore Skinner disse che potevano andare e ricordò loro la riunione fissata per due giorni dopo.

Ci fu un grattare di sedie che vennero spostate e un chiacchiericcio sommesso.

“Mi raccomando” aggiunse l’agente Finnigan, “dovrete essere convincenti se vorrete attirare l’attenzione dei Fresty!”.

“Non si preoccupi” disse Mulder, ormai sulla soglia dell’ufficio di Skinner, mettendo un braccio attorno alle spalle di Scully, “siamo abituati ad essere sposati. Vero, cara?” aggiunse rivolto a lei, riferendosi a quel recente caso che avevano seguito nella comunità di Arcadia.

Lei si tolse il braccio dalle spalle e lo guardò con aria esasperata e ammonitrice, ma gongolando silenziosamente per l’espressione stupita e un po’ infastidita che aveva visto aleggiare sulla faccia dell’agente Fowley, alle parole di Mulder.

Mentre si incamminavano lungo il corridoio, lui aprì la busta ed estrasse i documenti.

“Dunque” disse, mentre seguiva Scully dentro l’ascensore, “Ci chiamiamo Peter Clabert e…”, aprì l’altro documento, “Janette Bades… potevano fare di meglio… ma non mi dispiace il nome Peter. Mi ricorda il tipo scemo dei Ghostbusters!”.

Scully sorrise leggermente mentre spingeva il pulsante per scendere nel seminterrato.

“E queste”, continuò Mulder, rovistando ancora nella busta, “sono le fedi nuziali”. Aprì la scatolina che rivelò una coppia di anelli in oro bianco, semplici e sottili.

Scully non le degnò di uno sguardo.

Quando le porte si aprirono al piano degli X Files, fece per uscire e dirigersi verso l’ufficio, ma Mulder la bloccò posandole una mano sul braccio.

“Aspetta!” esclamò, facendola girare verso di sé.

“Cosa c’è?” chiese Scully non capendo perché l’aveva fatta fermare con un piede dentro l’ascensore e l’altro nel corridoio.

Mulder non rispose, ma le afferrò la mano sinistra, con un sorrisetto ironico e malizioso stampato sulle labbra, e le infilò l’anello al dito, canticchiando la marcia nuziale.

Scully lo guardò con un’espressione in viso a metà tra il divertito e l’esasperato.

“Dì la verità”, gli disse dopo che le ebbe lasciato andare la mano, “quanto ti stai divertendo?”.

“Abbastanza mogliettina mia!” rispose Mulder, osservandola divertito, indugiando con lo sguardo sul dito con l’anello.

Lei scosse la testa, ma non poté impedirsi di sorridere a sua volta, mentre si sfilava l’anello.

Rigirandoselo tra le dita si voltò e si incamminò lungo il corridoio.

“Da quanto ti sopporto?” chiese Mulder estraendo altri fogli dalla busta, mentre entravano nell’ufficio.

Scorse rapidamente alcune pagine fitte di scritte, Scully attendeva appoggiata alla scrivania.

“Ecco qua!” esclamò dopo qualche secondo, “Stiamo insieme da quasi 3 anni, e siamo convolati a nozze circa 6 mesi fa… esattamente il… “, continuò a leggere velocemente il foglio, “Si… esattamente il 9 settembre dell’anno scorso” concluse alzando la testa per guardarla.

Lei lo stava fissando con un’espressione divertita.

“C’è dell’altro?”

“Oh si!” rispose subito Mulder “ci sono pagine e pagine di aneddoti piccanti e/o divertenti sulla nostra storia d’amore che dovremmo imparare a memoria!”.

Lesse per qualche altro istante, sorridendo di quando in quando.

“Sai”, disse alla fine piegando i fogli, “potrei anche abituarmi a farmi lavare le mutande!”.

Scully alzò gli occhi al cielo e si sedette alla scrivania.

“Avanti! Dammi qua! Che ci mettiamo a studiare il caso… seriamente!” e lo ammonì con lo sguardo.

Mulder si sedette dall’altra parte della scrivania, le braccia incrociate dietro la nuca.

“Io sono sempre serio!”.

Capitolo Secondo

FBI Headquarters
Venerdì, 3.38 p.m.

La porta dell’ufficio del vicedirettore Walter Skinner si aprì e Mulder e Scully, assieme agli altri quattro agenti assegnati all’operazione, ne uscirono con alcune carte in mano.

La seconda riunione era durata un paio d’ore abbondanti, ma erano servite per apprendere fino in fondo i dettagli dell’intera azione.

I sei agenti che si sarebbero infiltrati alla festa, nelle vesti di coppie innamorate, avrebbero alloggiato direttamente al Waldorf Astoria Hotel, in camere matrimoniali –indispensabili per avvalorare la finzione- dotate di salottino, comprensivo di divano letto, in modo che i due partner non fossero costretti a condividere il letto.

Si sarebbero recati all’hotel in tre diversi orari, durante la mattinata e il primo pomeriggio, del giorno seguente.

Finnigan e McErny si raccomandarono di trascorrere il tempo rimanente prima della festa, restando in camera a ripassare il caso, o, se proprio volevano uscire, di iniziare fin da subito a recitare la parte della coppia sposata, per non destare sospetti in caso i Fresty fossero stati nei paraggi, a studiare la situazione.

Verso le 8.30/9.00 di sera si sarebbero recati, vestiti in modo formale, al sesto piano dell’hotel, dove un’enorme sala, dotata di balcone panoramico, sarebbe stata decorata a festa. Un servizio di camerieri e maitre, sarebbe stato al servizio degli ospiti, e il buffet e il bar avrebbero offerto leccornie degne di un party d’alto livello.

La sala sarebbe stata costellata di telecamere a circuito chiuso, mimetizzate nell’ambiente, collegate ad alcuni monitor, situati in una stanza adiacente, dove l’agente Skinner e l’agente Fowley avrebbero coordinato, assieme agli altri agenti preposti al caso, le azioni delle coppie infiltrate. Le telecamere avrebbero coperto l’intera superficie della sala e della balconata, in modo da avere la situazione costantemente sotto controllo.

Gli infiltrati avrebbero indossato sofisticati micro microfoni, con i  quali avrebbero ascoltato le direttive di Skinner.

Sperando che i Fresty cadessero nella trappola, la parte più pericolosa sarebbe toccata agli agenti adescati, che avrebbero dovuto accettare di avere altri incontri con loro e si sarebbero lasciati rapire. Purtroppo, il distaccamento di New York non era in possesso di prove sufficienti per preparare gli infiltrati al rapimento, perché non conosceva per certo il metodo utilizzato dai criminali, ma l’agente donna avrebbe indossato un paio d’orecchini in cui sarebbe stato incastrato un rilevatore satellitare, in modo che i responsabili del caso, assieme a Skinner, Fowley e alle altre due coppie non adescate, fossero stati in grado di seguire i loro spostamenti.

Mulder aveva ascoltato tutto con estrema attenzione, lanciando di quando in quando occhiate a Scully, che stava seguendo la riunione con la medesima concentrazione.

Mano a mano che l’agente McErny aveva proseguito nella spiegazione dell’operazione, si era sentito sempre più elettrizzato alla prospettiva di fare qualcosa di concreto per assicurare alla giustizia quei due criminali, ma allo stesso tempo aveva avvertito una strana inquietudine ogni volta che aveva posato gli occhi su Scully. Un vago presagio di tragedia si era insinuato in tutto il suo essere ogni qual volta gli occhi della collega erano guizzati verso i suoi. La sensazione, ad un certo punto, si era fatta talmente soffocante che aveva avuto la tentazione di tirarsi fuori dall’operazione, obbligando lei a fare altrettanto, visto che, almeno in questo caso, erano utili solo se insieme.

Prima di scattare in piedi e rovesciare la sedia nell’impeto della sua follia, col rischio di far sbattere fuori sia lui che Scully, aveva smesso di guardarla, e pian piano l’opprimente angoscia era svanita.

Alla fine della riunione, si erano diretti verso il loro ufficio nel seminterrato, in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri.

Scully continuava a sfogliare le pagine con tutti i dettagli di cui avevano parlato nell’assemblea, sembrava quasi che stesse ripassando prima di dare un esame orale all’università, mentre Mulder si guardava i piedi, le mani piantate nelle tasche dei pantaloni, interrogandosi distrattamente sulla strana ansia che l’aveva colpito prima e che ora sembrava sparita, come se non fosse mai arrivata ad attanagliarli il cuore.

Quando arrivarono in ufficio, Mulder posò i suoi fogli sulla scrivania e si girò verso di lei, aspettandosi che iniziasse a fare il punto della situazione, invece si stupì di vederla indossare il cappotto.

Perplesso le chiese dove stava andando.

Lei gli rivolse un sorriso ammiccante. “Vado a comprarmi un vestito per domani!” rispose, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. E detto questo imboccò la porta facendogli un segno di saluto con la mano.

“Ci vediamo domani!” gli urlò quand’era già nel corridoio.

Mulder, ancora un po’ scioccato dal repentino congedo di Scully, si sedette alla scrivania, dondolando pericolosamente con la sedia. Dopo aver rischiato di cadere di schiena almeno un paio di volte, si mise composto e dette un’occhiata all’orologio.

Sbuffò.

Non gli andava di starsene in ufficio a studiare l’operazione da solo. Almeno, se Scully fosse stata lì, avrebbero potuto confrontarsi, decidere insieme alcune strategie, ridere degli aneddoti sulla loro storia.

Gli piaceva quando Scully rideva, aveva una risata cristallina che lo ipnotizzava.

Quando ebbe compreso che non aveva senso stare in ufficio a rigirarsi i pollici senza combinare nulla, e voglia di prendere in mano qualche X Files in quel momento non ne aveva - era troppo concentrato sul caso dei coniugi Fresty - decise di andarsene a casa. Avrebbe potuto ripassare i dettagli dell’operazione anche seduto sul divano.

Stava giusto per alzarsi per andare a prendere il soprabito, quando l’agente Fowley bussò alla porta, ed entrò senza aspettare nessun cenno di consenso.

“Ciao Fox…” disse con il suo solito tono di voce strascicato.

“Ciao Diana!” rispose allegramente Mulder, senza alzarsi, “Cosa ti porta nei sotterranei? Nostalgia?” la canzonò.

Diana Fowley si avvicinò alla sedia su cui era ancora seduto e si appoggiò alla scrivania, incrociando le braccia sul petto.

“Pronto per l’operazione dei prossimi giorni?”.

Mulder la osservò attentamente. “Sei venuta veramente qui solo per chiedermi se sono pronto a fare il mio lavoro?”, fece una smorfia scettica mentre lo diceva.

“Sei solo?” gli chiese Fowley. Lui fece un rapido cenno affermativo con la testa.

“E’ che sono un po’ preoccupata” esordì lei, dopo un momento di silenzio, in cui abbassò la testa evitando di guardarlo, “Prima, in riunione, mi sei sembrato teso, nervoso… e mi sono interrogata se la scelta del vicedirettore Skinner sia giusta…”, si interruppe guardandolo.

Mulder aggrottò le sopracciglia. “Non capisco cosa vuoi dire”, ammise.

Fowley fece un respiro profondo. “Voglio dire…” proseguì guardandolo negli occhi, “… che ho l’impressione che nemmeno tu sia molto convinto che l’idea di affidare il ruolo dell’infiltrata al tuo fianco a Scully sia adeguata. Ho visto come la guardavi prima, sembrava quasi che avessi paura…”.

Mulder sbarrò gli occhi, sorpreso e un tantino infastidito. Alzò la mano per bloccare il flusso di parole di Fowley.

“Ferma, ferma, ferma! Vorresti insinuare che Scully non è all’altezza del compito che le è stato assegnato? E che io la penserei così?”. Dalle labbra gli uscì uno strano suono, come una risata amara appena accennata. “Credimi…”, aggiunse, con una nota dura nella voce, “… sei completamente fuori strada”.

Diana si era accorta, evidentemente del suo strano stato d’animo di prima, ma era arrivata ad una conclusione completamente sbagliata. Scully era l’unica persona di cui si fidava così ciecamente da affidarle la sua vita. Non si sarebbe sentito così al sicuro con nessun altro, non si era sentito così protetto nemmeno quando stava con Diana.

Fowley lo osservò per qualche istante.

“Non mi permetterei mai di giudicare il lavoro di una collega” disse infine, con un tono di voce dolce e mieloso, sporgendosi provocatoriamente verso di lui, “pensavo solo che sarebbe stato meglio se la parte dell’infiltrata l’avessi fatta io… in fondo… la parte della coppia di amanti dovrebbe venirci naturale” e concluse con una risata leziosa.

Mulder la fissò immobile, un’espressione indefinita stampata sul viso.

Il sorriso aleggiò sulle labbra di Fowley per qualche altro istante, ma, quando comprese che lui non si sarebbe mosso, né avrebbe commentato l’allusiva proposta che gli aveva appena fatto, si spense e le sue labbra si imbronciarono leggermente. Si riappoggiò alla scrivania e incrociò nuovamente le braccia sul petto, in un gesto insolente.

Mulder si alzò e prese a camminare per l’ufficio.

“Diana…” iniziò, fermandosi al centro della stanza. Lei non si mosse e continuò a dargli le spalle.

“Onestamente, io non ti capisco. E’ vero, abbiamo scoperto gli X Files assieme, in coppia abbiamo anche lavorato bene, abbiamo avuto una relazione, ma… è stato anni fa, Diana! Ne è passata di acqua sotto i ponti! Non capisco perché tu continui a tirare in ballo il passato così di frequente”.

Vedendo che lei rimaneva immobile, non accennando a rispondere, Mulder proseguì.

“Pensavo di conoscerti, e invece non ti riconosco più. A volte ho l’impressione che il tuo unico scopo sia quello di mettermi i bastoni tra le ruote nel mio lavoro, altre volte, invece, sei collaborativa e disponibile… onestamente non riesco a seguirti!”.

Diana Fowley non rispose, ma si staccò dalla scrivania e si diresse verso la porta, passandogli accanto senza guardarlo. “Buona fortuna per domani”, disse semplicemente, prima di sparire al di là della porta.

Mulder abbassò la testa, fino a sfiorarsi il petto con il mento e si passò, stancamente, una mano sugli occhi.

Sbuffò sonoramente, sentendosi vagamente in colpa.

Forse era stato troppo duro con lei, in fondo erano ancora amici.

Forse non avrebbe dovuto essere così sgarbato… ma quello che le aveva detto corrispondeva al vero.

Scully aveva cercato innumerevoli volte di metterlo in guardia nei confronti di Diana, ma lui non l’aveva mai voluta ascoltare fino in fondo, rifiutandosi ostinatamente di credere che una persona che era stata così importante nella sua vita, potesse fargli del male deliberatamente.

Ma, in fondo al suo cervello, dove la ragione è libera dai condizionamenti del cuore, lui sapeva che le paranoie di Scully avevano un fondo di verità. Fowley era ambigua.

Sembrava che fosse sempre alla ricerca di riallacciare un qualche tipo di rapporto extra lavorativo con lui, seppure non era più innamorata di lui, e di questo Mulder era certo, com’era certo che nemmeno lui provava più sentimenti di tipo appassionato nei suoi confronti.

Eppure non perdeva occasione per fare allusioni al loro vecchio rapporto, nonché per fargli delle avances più o meno esplicite.

A volte aveva la netta impressione che tra lei e Scully corresse una sorta di rivalità, di gelosia, che però non comprendeva. Sarebbe stata quanto meno ovvia se lui e Scully fossero stati amanti, ma visto che così non era, non capiva quella tensione palpabile che permeava le stanze dove erano costrette a sostare insieme per più di due minuti.

Mulder rimase immobile al centro della stanza per qualche altro istante, poi scosse la testa, come per scrollarsi di dosso i pensieri, prese il soprabito e uscì.

 

Da qualche parte a Washington

Venerdì, ore 5.26 p.m.

 

“Grazie e arrivederci”, ringraziò Scully, prendendo il suo sacchetto e rivolgendo un sorriso alla commessa.

Uscì dal negozio, soddisfatta del suo acquisto, godendosi il sole pomeridiano. Anche quel giorno la temperatura era mite, infatti il cappotto rimase piegato sul suo braccio.

Stava incamminandosi verso la metropolitana, quando il suo cellulare squillò nella borsetta.

Spostando cappotto e sacchetto, tutto su di un braccio, estrasse il telefonino e rispose.

“Scully”, disse cercando di sovrastare il rumore delle auto che passavano.

“Ti serve un consiglio per il vestito?”, chiese la voce, leggermente metallica, di Mulder dall’altro capo.

Scully sorrise leggermente. “No, grazie. L’ho appena comprato” e mentre lo diceva, alzò inconsciamente il sacchetto, come per mostrarlo a qualcuno.

“Peccato!” disse lui con voce delusa, “Volevo darti qualche consiglio da intenditore”. Scully fece una smorfia poco convinta.

“Però…”, proseguì Mulder, “… potresti venire con me e consigliarmi tu un vestito. Mi sono appena accorto che il mio vecchio smoking è tutto tarlato!”.

Scully ridacchiò. “Mi trovo sulla 14esima strada. Ti aspetto al bar all’angolo”.

E chiuse la comunicazione.

 

Waldorf Astoria Hotel

Sabato, ore 1.12 p.m.

 

Mulder spense il motore dell’auto, una Ford Taurus grigio metallizzato, data in dotazione dall’FBI, nel parcheggio sotterraneo dell’hotel.

Uscì dall’abitacolo e aprì il bagagliaio per prendere le loro valige. Per un momento, osservò accigliato quella di Scully.

Mentre si assicurava d’aver chiuso le portiere, le rivolse uno sguardo accusatorio.

“Non è corretto, però!”, le disse, “Tu hai visto il mio vestito!”.

Scully sorrise. “Non te l’ho mica chiesto io!”, ribatté astutamente, mentre lo precedeva verso la porta di servizio, che nascondeva le scale che conducevano alla hall dell’albergo.

Gli tenne aperta la porta, permettendogli di passare anche se aveva le mani occupate dai bagagli.

Mentre le passava accanto, le sussurrò un “rompiscatole” vicino all’orecchio.

Scully ridacchiò divertita. “Ovvio!”, gli rispose, mentre lo seguiva lungo la scalinata, “Sono tua moglie!”.

Mulder si voltò a lanciarle un’occhiata di traverso, e inciampò sull’ultimo gradino, facendo cadere una delle valige. Scully lo oltrepassò mentre la raccoglieva, trattenendo una risata di scherno.

“Bè, almeno non è caduta la mia, altrimenti avrei pensato che l’avevi fatto apposta!”.

Dopo aver ultimato tutte le formalità alla reception, Mulder e Scully salirono al dodicesimo piano, quello della loro stanza, assieme al fattorino con le loro valige.

Il corridoio era estremamente elegante, la moquette era morbida e pulita, di un tenue azzurro rilassante, le pareti erano di un bianco candido, con battiscopa neri e lucidi.

Mulder si guardò intorno, mentre il fattorino apriva loro la porta della stanza numero 462, notando come le piante, che costeggiavano tutto il corridoio, fossero rigogliose e vitali, e si chiese distrattamente come mai lui non era mai riuscito a farne sopravvivere una per più di qualche giorno.

Quando il fattorino ebbe posato le valige all’interno, gli dette una mancia e lo ringraziò, congedandolo.

“Niente male, eh!”, disse avanzando verso Scully, che era ferma al centro della stanza e si guardava intorno con aria estasiata.

“Decisamente tutto un altro mondo rispetto ai motel a cui siamo abituati”, concordò con un sorriso.

La porta d’entrata dava sul salottino, che era arredato in modo elegante, ma sobrio. Un tappeto dall’aria indiana era posato sotto un tavolino in legno, dalle tonalità scure, e due poltrone e un divano dall’aria estremamente comoda, lo circondavano su tre lati. Il tutto era corredato da immense finestre, protette da tende di una leggera tonalità rossa, che infondevano all’ambiente un tangibile senso di comodità e riservatezza.

Mulder provò ad armeggiare con le leve del divano, per vedere quanto grande era l’estensione che lo avrebbe fatto diventare il suo giaciglio per la notte, mentre Scully si dirigeva nell’altra stanza, quella dove si trovava il letto matrimoniale.

Un sorriso di soddisfazione le attraversò il viso quando vide che si trattava di un’alcova a baldacchino, con nuvole di tende bianche raccolte in fondo alla testiera del letto. Morbide e candide lenzuola, sovrastate da un bellissimo copriletto con motivo floreale, nascondevano un materasso molto comodo, o almeno così parve a Scully, quando ci premette sopra una mano. Sotto i piedi la moquette beige era calda e morbida e le finestre, che guardavano su un suggestivo panorama di New York, lasciavano entrare la luce del sole, rendendo l’ambiente luminoso e allegro.

Il bagno, al quale si accedeva solamente attraverso la stanza da letto, era spazioso e pulito, le superfici in ceramica risplendevano e nell’aria aleggiava un buon profumo di lavanda.

Mulder arrivò alle spalle di Scully, guardandosi attorno soddisfatto.

“Il divano-letto sembra comodo, ma dopo aver visto questo…” e lanciò un’occhiata al baldacchino, “… mi sa che a metà notte ti verrò a svegliare per avere il cambio!”.

Scully non replicò, pensando, tra sé e sé, che non avrebbe rinunciato a passare una notte su quel letto nemmeno se glielo avesse chiesto Albert Einstein in persona!

“Che dici se andiamo a pranzo?” chiese per cambiare argomento.

Come previsto, Mulder non se lo fece ripetere due volte e scesero nel ristorante, dove si trovava un’altra delle due coppie di agenti infiltrati. Ovviamente, fecero finta di non conoscerli e si accomodarono ad un tavolo lontano da loro. La sala era abbastanza piena, e un allegro chiacchiericcio la riempiva di voci e risate.

Mulder e Scully pranzarono con calma, assaporando le pietanze che venivano loro portate da solerti camerieri, e chiacchierando, per lo più del caso, ma anche di argomenti frivoli e personali.

Passarono il pomeriggio a passeggio per le strade di New York. La giornata era troppo bella per sprecarla chiusi in camera, e comunque avevano passato la notte a ripassare ogni dettaglio dell’operazione, perciò non stavano nemmeno scansando il loro dovere.

Furono molto attenti a dare l’impressione di essere la tipica coppia a passeggio per le strade di una nuova città.

Mulder fu molto bravo ad interpretare la parte del marito esasperato da una moglie che si sofferma su ogni vetrina di scarpe  e vestiti, con lo sguardo brillante e acceso di eccitazione, mentre lei dovette fare uno sforzo per interpretare quel tipo di donna, perché, seppure non disprezzava una giornata d’acquisti ogni tanto, non era una persona ossessionata dallo shopping.

Mentre passeggiavano, guardando le imponenti costruzioni che si innalzavano, come immobili giganti, intorno a loro, di tanto in tanto si prendevano per mano, e, quando si fermavano, Mulder accarezzava spesso la base della schiena di Scully, in un semplice gesto che esprimeva, però, una certa possessività. L’agente Finnigan si era raccomandato di utilizzare quei piccoli e innocenti gesti anche al di fuori dell’hotel, ma per Mulder non fu affatto una costrizione.

Si rese conto che era piacevole passeggiare tenendo tra le dita la piccola e morbida mano di Scully, e gli piaceva anche passare il palmo sull’incavo della sua schiena, perché ne percepiva l’inebriante calore attraverso il maglioncino. Scully, dal canto suo, non si lamentò delle sue carezze, le trovava rilassanti e gradevoli, e, almeno un paio di volte, le provocarono un insolito brivido lungo la schiena, che le fece venire la pelle d’oca sulle braccia.

Imputando, con poca convinzione, il fenomeno all’abbassamento della temperatura mano a mano che il pomeriggio lasciava il posto alla sera, propose di tornare in albergo a prepararsi.

Così si incamminarono, nuovamente mano nella mano, verso l’hotel, avvertendo i primi sintomi dell’inevitabile agitazione che precede un’operazione piuttosto delicata.

Capitolo Terzo

Waldorf Astoria Hotel,
Ore 6.11 p.m.

Quando rientrarono in hotel, il cielo si era fatto buio e le stelle brillavano intensamente in quella nottata limpida. La luna era uno spicchio che emanava i suoi deboli raggi su di una New York in attesa di vivere il sabato sera.
Fuori dell’albergo avevano notato alcuni furgoni della società di catering, e nella hall un certo trambusto di camerieri e facchini che andavano e venivano. La preparazione per il finto party di beneficenza doveva essere in pieno svolgimento.
Appena rientrati in camera, Mulder dette un’occhiata al divano-letto e poi fece una risatina.
“Che cosa c’è?” gli chiese Scully incuriosita, mentre appoggiava la borsa su una poltrona.
“Niente. E’ che stavo riflettendo su di una cosa… Giù alla reception non sanno che siamo agenti sotto copertura, giusto? Pensano che siamo veramente una coppia sposata…” lasciò in sospeso la frase, passandosi una mano sul mento, e accarezzandolo distrattamente.
“Si…” rispose Scully con cautela, non sapendo dove il collega volesse andare a parare.
“Secondo te, che cosa penseranno domani mattina, quando verranno a rassettare la stanza e vedranno che ho usato il divano?”, e sorrise maliziosamente, il viso rivolto verso di lei.
Scully si mise a ridere. “Immagino penseranno che abbiamo litigato”, concluse con un ampio sorriso
“Precisamente…” disse Mulder con un ghigno.
“Molto probabilmente…”,aggiunse, mentre lei stava per andare nell’altra stanza, “… durante la festa, un’affascinante signora, deve avermi fatto gli occhi dolci. Per cortesia, le ho rivolto un cenno di saluto e uno smagliante sorriso… e tu mi hai fatto una scenata di gelosia che si è protratta fino a notte fonda. Si… deve essere andata così…” aggiunse con tono di voce più basso, come se parlasse solo a sé stesso.
Scully gli lanciò un’occhiata, nello sguardo un’espressione di sfida.
“Quasi certamente, invece, sono stata io che ho accettato un bicchiere di vino, da un galante e distinto signore, che, con cavalleresca cortesia, si è avvicinato a me e mi ha sfiorato la mano con le labbra, dicendomi che ero la creatura più affascinante presente nella sala. Se mio marito” e sottolineò con la voce le parole mio marito, “mi facesse più spesso complimenti, l’avrei snobbato, ma siccome è arido di gentilezze…” e lasciò la frase teatralmente in sospeso.
Mulder sorrise, mentre si sedeva sul divano per slacciarsi le scarpe.
“Me ne ricorderò…” disse in un sussurrò, senza farsi sentire da Scully.
 
Due ore dopo
 

Scully si passò l’ultimo strato di rossetto, poi serrò per qualche istante le labbra, per renderlo uniforme.

Osservò il risultato finale allo specchio, esprimendo la sua soddisfazione con un secco gesto d’assenso del capo.
Si diresse verso la stanza da letto, si infilò un paio di sandali argentati, con il tacco alto, tempestati di lucenti gemme rosse a forma di roselline, e si osservò davanti allo specchio dell’armadio.
I capelli le ricadevano in morbide ciocche ondulate che le conferivano un’aria elegante e sbarazzina allo stesso tempo, i grandi occhi blu erano truccati finemente e le labbra risultavano ancora più piene grazie alla sfumatura creata dal brillante colore del rossetto.
Indossava un vestito in raso rosso fuoco, lungo fino alle caviglie, con un profondo spacco lungo la gamba destra. L’abito era annodato in soffici asole sopra le spalle e la scollatura ricadeva morbida sul petto, mettendo in evidenza il suo seducente decolté in modo provocante , ma non volgare. La liscia stoffa seguiva la linea morbida del ventre, mettendo in risalto il seno generoso.
Fece un mezzo giro su sé stessa, per osservarsi anche dietro, scoprendo una profonda scollatura, che le arrivava fin quasi alla curva del fondoschiena, e che le evidenziava la perlacea e liscia pelle della schiena, punteggiata qua e là da intriganti nei e pallide lentiggini.
Soddisfatta del suo aspetto, sorrise allo specchio, poi prese da una scatolina un paio d’orecchini a forma di rose rosse, abbinati al motivo dei sandali, e li puntò al lobo delle orecchie. Sorridendo al ricordo del pomeriggio di tre giorni prima, indossò la sua fede nuziale.
Poi prese dalla borsetta un’altra scatoletta. Quando la aprì, un minuscolo oggetto metallico le si offrì alla vista. Lo prese con cautela e se lo posizionò attentamente dentro l’orecchio, in modo che fosse invisibile ad occhi esterni. Per il momento, non dava segni di essere in funzione. Guardò l’orologio al polso e vide che era ancora troppo presto. Skinner aveva detto loro che i microfoni sarebbero entrati in funzione verso le 9.00 di sera, quando tutti gli infiltrati si fossero trovati alla festa.
Stava per prendere lo scialle color argento dal fondo del letto, quando Mulder bussò.
“Sei pronta?” le chiese, la voce smorzata dal legno della porta chiusa.
“Si” rispose lei a voce alta, “entra pure!”.
Mulder aprì la porta, buttando l’occhio dalla parte opposta a quella in cui si trovava Scully.
“Hai finito il resta…” si interruppe non appena il suo sguardo si spostò su di lei.
Non poté impedirsi di schiudere leggermente le labbra in un’espressione di puro stupore. Gli occhi erano fissi su di lei; non potevano credere di aver lavorato fianco a fianco con lei per sei anni e non aver mai potuto ammirarla in quel modo.
Scully represse un sorriso lusingato e si drappeggiò lo scialle sulle spalle.
“Qualcosa non va?” gli chiese, in un tono falsamente allarmato.
Mulder scosse la testa, deglutendo.
“No… mi stavo solo chiedendo se mi vuoi morto…” lasciò un attimo la frase in sospeso, facendo scorrere gli occhi lungo tutta la lunghezza del corpo di Scully, “Ho rischiato un infarto quando ti ho vista…”.
Scully gli passò accanto per uscire dalla camera. “Devo prenderlo come un complimento?”, chiese perplessa.
Mulder la seguì, indugiando, senza essere visto, sui sinuosi movimenti del fondoschiena e sulla provocante scollatura del vestito.
“Sei bellissima…” le disse, inaspettatamente, con voce stranamente seria.
Scully si fermò al centro del salottino, e si girò verso di lui, un leggero rossore le aveva imporporato le guance.

Si aspettava una delle sue solite battute, che nascondevano velati complimenti, non un’affermazione così diretta e, dedusse, guardandolo in viso, così sincera.
“Grazie” gli rispose, ancora un po’ spiazzata.
Lasciarono la stanza senza dire nient’altro, si incamminarono lungo il corridoio e salirono sull’ascensore.
Scully lo guardò.

Anche lui faceva la sua figura, fasciato da uno smoking nero, molto elegante, che si adattava perfettamente alla sua figura alta e scolpita. La camicia candida era chiusa sul collo da un papillon di raso nero, abbinato ai risvolti lucenti della giacca. La stoffa in panno della giacca e del pantalone era perfettamente stirata e liscia e gli conferiva un’aria estremamente affascinante.
Mulder abbassò la testa per osservarla e le sorrise.
“Allora? Pronta per entrare in scena?” le chiese offrendole la mano, mentre l’ascensore si fermava sei piani più sotto.
“Pronta!” assentì con un’espressione determinata, poggiando le dita sulla mano di Mulder, che le strinse leggermente, intrecciandole alle sue.

Le porte dell’ascensore si aprirono e il brusio indistinto di voci provenienti da un punto indeterminato in fondo al corridoio, arrivò alle loro orecchie.

Un cartellone, poggiato su di un piedistallo in legno, indicava, con una grossa freccia, che la festa di beneficienza si svolgeva in fondo al corridoio, girando a destra.

Mulder e Scully, mano nella mano, si diressero verso un’enorme porta, davanti alla quale c’erano due uomini - probabilmente dipendenti dell’hotel - vestiti elegantemente, che aprivano l’entrata agli ospiti che arrivavano.

Prima di Mulder e Scully, entrarono due signori, dall’aria particolarmente annoiata, che parlottavano tra loro a voce molto bassa, ma, dalle loro espressioni, si capiva perfettamente che avrebbero voluto essere da tutt’altra parte.

Quando i due agenti si avvicinarono agli uscieri, questi sorrisero cordialmente e li fecero accomodare augurando loro una lieta serata.

Scully fece loro un cenno di ringraziamento, impreziosito da un radioso sorriso e si fece condurre da Mulder dentro la sala.

L’ambiente era decisamente spazioso. In un angolo, alla loro destra, c’era un grande bancone dove alcuni barman stavano miscelando colorati cocktail dall’aria invitante. Poco spostata sulla sinistra, rispetto al bar, c’era un’enorme tavola su cui erano disposti svariati piatti dall’aspetto delizioso. Non appena qualche prelibatezza terminava, arrivava subito un cameriere a rifornire il buffet, con il medesimo piatto, o con specialità differenti.  Sulla parete in fondo, invece, c’era un grande palco, dove una soul band stava eseguendo alcuni brani che Scully non riconobbe.

La stanza era calda, tanto che lei si tolse lo scialle dalle spalle e lo piegò dentro la borsetta.

Mulder si guardò intorno, leggermente a disagio –non era abituato a partecipare a feste così sontuose- e notò che la sala era già abbastanza piena, per essere appena le 8.35, ma era sicuro che, nel giro di mezzora, si sarebbe riempita completamente.

Adocchiò con desiderio la balconata che si apriva alla loro sinistra, sperando di poterci passare la maggior parte della serata.

Circondò con un braccio la schiena di Scully, percependo il suo calore attraverso la stoffa della giacca, e la avvicinò leggermente a sé, abbassando il capo per sussurrarle all’orecchio.

“Mi domando come avrà fatto Skinner a riuscire a convincere tanta gente a venire fin qui…”.

Scully scosse leggermente il capo, come a dire che non ne aveva idea, e che la cosa, al momento, non le importava molto.

Avanzarono di qualche passo verso il centro della sala, urtando un’anziana signora che stava amabilmente conversando con un giovanotto dall’aria annoiata.

“Bè” disse dopo un po’ Mulder, togliendole il braccio da dietro la schiena, “Fin che aspettiamo, io direi di mangiare qualcosa”. Scully acconsentì, anche perché i piatti avevano un aspetto veramente invitante, e il suo stomaco la ringraziò quando assaggiò un vol-au-vent ai gamberetti decisamente squisito.

Verso le 9.00 i loro microfoni cominciarono a gracchiare, ma, per un po’ di tempo, non ricevettero nessuna notizia interessante, erano solo comunicazioni di prova. Un paio di volte fu detto a Mulder e Scully di spostarsi, insieme o separatamente, in diversi punti della sala.

Nel frattempo, come previsto, la stanza si riempì di gente elegantemente vestita che conversava, ballava, ma soprattutto, si abbuffava.

Ci fu un momento in cui Mulder pensò che i due assassini non sarebbero caduti nella trappola della festa, e che tutto quello spiegamento di forze si sarebbe rivelato inutile.

Ma, verso le 10.00 meno un quarto, arrivò la prima notizia interessante: i coniugi Fresty erano stati ripresi mentre entravano al party.

Scully sorrise leggermente, sentendo in sottofondo i festeggiamenti degli agenti di New York che si complimentavano per la riuscita dell’idea della festa.

Seguì un’altra ora in cui nessuna delle coppie infiltrate riuscì ad avere contatti diretti con i Fresty, o meglio, la coppia formata dagli agenti Thompson e Hirsh, ebbe un’occasione, ma i Fresty non rimasero molto colpiti da loro e si intrattennero giusto il tempo di non apparire scortesi.

Scully, che cominciava ad essere piuttosto stanca di quell’andirivieni di gente, di quelle false speranze alimentate dalle voci metalliche che le arrivavano nelle orecchie e di quella tensione che cresceva di minuto in minuto, visto che l’operazione sembrava arenata in un punto morto, si allontanò verso la balconata, mettendosi lo scialle sulle spalle - anche se una serie di stufette posizionate strategicamente rendevano la temperatura mite anche all’esterno - per prendere un po’ d’aria, mentre Mulder andava a prendere due cocktail, tanto per passare il tempo.

Si appoggiò con le braccia alla balaustra di ferro battuto e osservò una New York ancora perfettamente sveglia e attiva sotto di sé.

“Le posso offrire da bere?”, chiese una voce di uomo, leggermente rauca, alle sue spalle.

Scully si voltò, trovandosi di fronte l’ennesimo scocciatore della serata.

“No, grazie”, rispose cortese, ma con una punta d’irritazione nel tono, “Ci ha già pensato mio marito”.

L’uomo le rivolse un sorriso rammaricato e si allontanò.

Scully si girò nuovamente verso il parapetto, sbuffando leggermente tra sé e sé. Era tutta la sera che uomini, più o meno giovani, le lanciavano occhiate lussuriose, o le offrivano da bere indifferenti del fatto che avesse un accompagnatore.

C’era da dire, che Mulder la tirava fuori d’imbarazzo in maniera impeccabile, mettendo bene in chiaro, senza essere scortese o offensivo, ma con una certa determinazione, che lei era sua, e che non gradiva che le venissero rivolti certi complimenti per nulla disinteressati.

L’aria fresca che le soffiava sul viso era un rigenerante piuttosto gradito. All’interno della sala l’atmosfera era diventata irrespirabile, c’erano veramente troppe persone. Forse, nell’impeto della loro idea, McErny e Finnigan aveva esagerato con la pubblicità.

Sentì un fruscio alle sue spalle, poi vide un bicchiere pieno di un liquido arancione, con un ombrellino colorato come ornamento, comparire davanti ai suoi occhi.

“Madame!”, le disse Mulder, mentre lei si girava verso di lui, prendendo il bicchiere che le offriva.

“Grazie”, disse Scully, prima di sfilare il cappellino e di prendere una sorsata di quel cocktail analcolico alla frutta.  Mulder aveva la stessa bevanda, ma non la sorseggiava. Guardava fisso l’uomo che prima aveva tentato di adescare Scully.

Mulder lo indicò con un gesto del viso. “Quel tipo ti guarda e poi sussurra qualcosa ai suoi compagni, ridacchiando…”, lo disse con una nota infastidita nella voce.

Scully annuì, distrattamente. “Si… è venuto a offrirmi da bere… probabilmente starà prendendo in giro mio marito con quel branco di idioti… aspetta!”, lo bloccò con una mano sul braccio, perché si era mosso nella loro direzione con un cipiglio che non prometteva nulla di buono.

“Lascia perdere, non ne vale la pena”, cercò di  tranquillizzarlo Scully.

Mulder non parve molto convinto, ma le dette ascolto e li lasciò alle loro irritanti risatine.

“Però…”, aggiunse dopo un po’, guardandola con uno sguardo intenso, negli occhi una scintilla maliziosa, “…non posso dare ai tuoi spasimanti di stasera tutti i torti. Sei la donna più bella in sala. E sono serissimo”, aggiunse, vedendo che lei sollevava leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione scettica.

Si guardarono negli occhi per qualche istante.

Scully era troppo lusingata e felice del bel complimento che le aveva rivolto per la seconda volta durante la serata, per riuscire ad articolare qualche frase che non risultasse banale o petulante.

Mulder, dal canto suo, era completamente ammaliato da lei. Non era una novità che la sua collega fosse una bella donna, ma vederla, quella sera, così elegante, così sensuale, così sé stessa, come forse non si era mai permessa di essere, l’aveva spiazzato. E l’averla sotto gli occhi, abbracciarla e toccarla, erano diventate delle necessità fisiche così potenti, che ad un certo punto aveva avuto la perversa idea di portarla via da quella farsa, di trascinarla in camera e fare l’amore con lei fino a quando il fiato glielo avesse permesso.

Fortunatamente, o sfortunatamente, a seconda del punto di vista dal quale si guardava, c’era sempre la voce di Skinner, o di Fowley, o di qualche altro agente, ad urlargli nelle orecchie che erano lì per cercare di assicurare alla giustizia due pazzi psicopatici.

Mentre erano immersi in uno dei loro tipici silenzi, con i quali comunicavano meglio che con le parole, la musica cessò e il leader del gruppo annunciò l’arrivo di una canzone lenta per permettere alle coppie di ballare guancia a guancia.

Mulder alzò un sopracciglio, sfilò dalle mani di Scully il cocktail e lo posò, assieme al suo, su di un tavolino poco lontano, poi tornò da lei, con le braccia tese.

“Permetti?”, le chiese galante.

Lei fece una risatina imbarazzata, scuotendo leggermente la testa. Posò una mano sulle sue forti spalle, e l’altra tra le dita calde di Mulder. Lui le mise un braccio attorno ai fianchi e la avvicinò di più a sé.

Cominciò a dondolare sul posto, facendola ruotare lentamente, e guardandola negli occhi.

I loro movimenti erano lenti e insicuri, ma a loro non importava, erano troppo immersi nell’inaspettato benessere, derivante da quel ballo così impacciato, per curarsi della forma estetica dei loro ondeggiamenti.

Bravissimi!”. La voce di Skinner li fece quasi sobbalzare.

Qualsiasi cosa stiate facendo, continuate! Anzi, intensificate i gesti d’affetto! I Fresty sono poco lontano da voi e vi stanno fissando con attenzione!”.

Mulder strinse più forte Scully, facendo aderire completamente il suo esile corpo contro il suo. Abbassò la testa, in modo da trovarsi guancia a guancia con lei.

Chiuse gli occhi, gustandosi l’inebriante profumo di lei, e la morbidezza delle sue curve premute contro il petto.

Non lo fece perché glielo aveva detto Skinner. L’avrebbe fatto in ogni caso. Non si perse nemmeno a chiedersi il perché dei suoi desideri, si lasciò solo andare alle sensazioni che gli dava il poter stringere Scully tra le braccia.

Lei, sentendo il calore della sua guancia sulla pelle, si strinse più forte alle sue spalle e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare tra le sue braccia forti e rassicuranti, dimenticando perché erano lì, e perché dovevano fare in modo di attirare due perfetti sconosciuti nella loro rete.

Perfetto! Si stanno avvicinando a voi!”, gracchiò di nuovo la voce di Skinner nelle loro orecchie.

Mulder ebbe l’impulso di togliersi il microfono e gettarlo in strada, ma la parte razionale di lui, fortunatamente, ebbe il sopravvento.

Si staccò lentamente da lei, girando la testa per guardarla negli occhi.

Scully lo fissò di rimando, senza staccare le braccia dal suo corpo. I suoi occhi blu erano brillanti, vivi… splendidi, e Mulder vi annegò, mentre la musica terminava e le coppie intorno a loro si staccavano per applaudire la band.

Con la coda dell’occhio, Scully vide i Fresty a pochi passi da loro, che li osservavano con curiosità, come un predatore osserva con perizia e pazienza la sua preda.

Li avete visti?”, risuonò per l’ennesima volta la voce di Skinner, “Fate in modo di attirarli da voi, che so… baciatevi!”.

Mulder e Scully furono bravi a non sobbalzare sentendo l’ultima parola pronunciata dal vicedirettore.

E non perché reputassero l’ordine eccessivo, o perché non se lo aspettavano,ma perché era esattamente quello che stava passando imperioso nei loro pensieri, anche se non lo avrebbero ma ammesso, nemmeno sotto tortura.

Il loro visi erano ancora molto vicini, perciò a Mulder bastò muovere leggermente la testa verso di lei, per arrivare a sfiorare le sue labbra.

L’idea, da parte di entrambi, era quella di darsi un bacio leggero e veloce, ma qualcosa cambiò nel momento in cui le loro bocche si incontrarono.

Una scintilla di fuoco esplose nei loro petti e le braccia strinsero con più forza il corpo dell’altro. Le labbra iniziarono a muoversi, quasi senza volontà, le une sulle altre, in un gioco appassionato che le travolse in un vortice di desiderio. Fu inevitabile che le loro lingue cominciassero a duellare, ad accarezzare, ad esplorare.

Scully avvertì il sapore del cocktail sulla lingua di Mulder, insieme ad un altro sapore più intenso, mascolino e inebriante che le faceva girare la testa.

I microfoni nelle loro orecchie emisero un fastidioso ronzio che li riportò bruscamente alla realtà.

Dandole un ultimo, leggero, bacio a fior di labbra, Mulder si staccò da lei.

La guardò con occhi pieni di pensieri inespressi. Aveva le guance arrossate, e le labbra erano schiuse, congelate in quell’ultimo, tenero contatto. I grandi occhi blu erano brillanti e confusi, e Mulder pensò che non avrebbe mai più visto niente di più bello in tutta la sua vita.

In quel momento così particolare, si sentì urtare violentemente la spalla da qualcosa.

Riluttante, si separò da Scully per capire cosa l’avesse colpito e si ritrovò di fronte l’insignificante volto di Ronald Fresty.

Capitolo Quarto

“Mi perdoni!”, disse quest’ultimo con voce rammaricata, “Sono inciampato e le sono venuto addosso. Mi dispiace!”.

Mulder tornò padrone di sé stesso e sfoggiò un sorriso cordiale.

“Non si preoccupi! Si è fatto male?”, chiese, assumendo un tono preoccupato.

“Oh, no, no! Lei ha attutito il colpo!” e Ronald Fresty se ne uscì con una risata allegra e accattivante.

Mulder rise con lui, mentre Scully seguiva la scena con un sorriso stampato in faccia.

“Che succede?”, la bellissima moglie di Ronald fece la sua comparsa al fianco del marito, poggiandogli una mano su una spalla e guardando tutti con un’aria perplessa.

Sanno recitare, non c’e che dire! Pensò Scully tra sé e sé.

“Niente cara”, rispose Fresty, guardando Mulder sorridendo,”Sono scivolato, non so neanche io bene come, e sono finito addosso a questo signore. L’ho pure interrotto in un momento d’intimità!” rise di nuovo. “Per farmi perdonare… posso offrirvi da bere?”.

Mulder  aveva già visto che i loro bicchieri erano spariti dal tavolo, probabilmente li avevano tolti loro due, mentre ballavano, ma fece finta di non essersene accorto.

“Grazie, ma abbiamo già i nostri…” e si voltò verso il tavolino, dove, però, non c’era nessun bicchiere.

“Accidenti!” esclamò allora Mulder, fingendosi stupito, “I camerieri in questo posto sono veramente solerti!”.

Ronald Fresty rise di nuovo, e si offrì di andare a prendere da bere per tutti e quattro.

Mulder, questa volta, non rifiutò.

Mentre Ronald si allontanava verso il bancone del bar, Annebeth si scusò con loro.

“Portate pazienza! Lui è fatto così! Quando si mette in testa una cosa insiste, insiste, fino a quando non convince anche gli altri!”.

“Non si preoccupi”, le rispose Scully con un sorriso, “non è affatto un disturbo. Fa piacere incontrare persone nuove ogni tanto”.

“Sono d’accordo!”, disse con enfasi Annebeth, “Vi va se ci sediamo a quel tavolo là?” e indicò un tavolino con quattro sedie in vimini, poco lontano, alla loro destra. “Questi tacchi mi stanno uccidendo!”, esclamò con una smorfia in viso e guardando verso le sue scarpe.

Scully le rivolse un sorriso comprensivo e si diressero verso il tavolo, proprio mentre Ronald tornava con quattro cocktail dal colorito verdastro, il bordo dei bicchieri ornato con foglioline di menta e una fetta di ananas.

Dopo che tutti ebbero bevuto il primo sorso, anticipato da un brindisi cordiale, Mulder pensò che era arrivato il momento di farsi dire il loro nome.

“Bè” esordì quindi, in tono allegro, “a questo punto potremmo anche presentarci! Io mi chiamo Peter, e lei…”,  passò un braccio attorno alle spalle di Scully, “… è mia moglie Janette”, e la avvicinò a sé, per darle un leggero bacio sulla fronte. Ma poi non la lasciò andare, la tenne stretta contro il suo petto, a favore della finzione certo, ma soprattutto perché, seduto davanti a quei due assassini, stava nuovamente percependo quello stato d’ansia che lo rendeva estremamente protettivo e preoccupato nei confronti di Scully.

“Molto piacere!” disse Ronald sorridente, “Invece, io sono Ronald”, e si batté una mano sul petto per sottolineare la sua frase, “e lei è Annebeth”, e le poggiò una mano sulla spalla.

Annebeth piegò leggermente il capo in segno di saluto.

“Siete di New York?”, chiese poi la sposa assassina, sorseggiando un altro po’ di bibita.

“No”, rispose prontamente Scully, scostandosi dal petto di Mulder, ma senza interrompere il contatto col suo braccio attorno alle spalle, “Siamo di Little Falls, circa a 4 ore di auto da qui”.

Mulder fece una smorfia.

Scully lo osservò e si mise a ridere.

“Lui non è molto felice di essere venuto qui!”, e rise di nuovo.

Mulder la guardò storto, ma le sorrise in modo complice.

“Come mai?”, chiese, incuriosito Ronald.

Mulder fece spallucce. “Diciamo che non amo molto le occasioni mondane, preferisco la tranquillità di casa nostra”.

“Ma è per una buona causa!”, obbiettò Scully, una nota divertita nella voce.

“Infatti sono qui!”, ribatté Mulder, “Anche se..” aggiunse abbassando il tono di voce e sporgendosi verso i Fresty, come se dovesse confidare loro qualche importante segreto, “… mi ha puntato una pistola alla tempia!”.

Scully rise, dandogli un buffetto affettuoso sulla spalla.

Ronald e Annebeth risero sinceramente.

“Come avete saputo della festa di beneficenza?”, chiese Annebeth, arrotolandosi una ciocca di capelli sul dito.

E da lì il dialogo proseguì per gran parte della nottata, seguendo varie direzioni negli argomenti di conversazione.

Parlarono dei loro rispettivi lavori, delle loro passioni, di viaggi, di fatti divertenti accaduti quand’erano fidanzati e al loro matrimonio, e di politica, anche se per poco.

Mentre parlavano Scully ebbe modo di studiare attentamente l’aspetto e l’atteggiamento dei Fresty.

Ronald era più basso rispetto a Mulder, probabilmente era pochi centimetri più alto di lei e indossava un semplice completo grigio, con una camicia azzurra e la cravatta nera. I capelli brizzolati gli conferivano un’aria saggia e rassicurante, e mentre parlava, con una voce calda e morbida, dava l’impressione di essere una persona molto affabile e disponibile.

Annebeth era alta circa come lui, con i tacchi almeno, ed era veramente bella. Il viso aveva qualcosa di angelico che ipnotizzava. Quando parlava, con una voce dolce e leggermente acuta, le labbra si muovevano in modo sensuale e quando sorrideva le spuntavano due allettanti fossette ai lati della bocca. Indossava un vestito verde acido, che le segnava le forme e metteva in risalto il biondo caramello dei suoi capelli, che aveva raccolto in una coda di cavallo, fermata alla base da un fiocco di un verde più scuro rispetto all’abito.

Pur essendo innegabilmente bella, il suo atteggiamento non era affatto provocante, anzi, sembrava non essere affatto interessata a ciò che la gente pensava del suo aspetto.

Scully rifletté che, se non avesse saputo chi in realtà erano, avrebbe concesso loro massima fiducia e non avrebbe avuto problemi ad approcciarsi a loro anche al di fuori della festa, perché sprizzavano disponibilità e simpatia da tutti i pori.

Mulder, che mentre parlava, rideva e scherzava con loro, stava studiandoli con la stessa attenzione della collega, si ritrovò a pensare che, seppure l’aspetto di Annebeth era decisamente attraente, non si avvicinava nemmeno alla bellezza e alla classe di Scully. E soffocò un sorriso soddisfatto quando si rese conto che probabilmente era stato l’uomo più invidiato di tutta la sala.

Senza rendersene conto, avevano parlato con i Fresty per almeno due ore, infatti l’orologio segnava l’una meno qualche minuto.

Scully rabbrividì leggermente e Mulder si girò a guardarla, accarezzandole il braccio ritmicamente.

“Hai la pelle d’oca”, disse con voce leggermente preoccupata, “Hai freddo?”.

“Un po’”, rispose Scully, non riuscendo a reprimere un altro brivido.

Mulder si sfilò la giacca e gliela posò sulle spalle.

Lei gli rivolse un tenero sorriso di ringraziamento, un sorriso che non era rivolto a “Peter”, ma era rivolto a Mulder.

Ronald guardò l’orologio.

“Mio Dio!”, esclamò. “E’ già l’una!”

Tutti guardarono automaticamente il proprio orologio da polso.

Annebeth si rivolse a suo marito. “Che ne dici se torniamo a casa?” chiese con voce stanca, soffocando uno sbadiglio.

Ronald assentì, poi, mentre tutti si stavano alzando dal tavolo, assunse un’espressione raggiante, come se avesse appena avuto un’idea geniale.

“Quanto avete detto che vi fermate a New York?”, chiese, rivolto a Mulder e Scully.

“Ripartiamo lunedì mattina”, gli rispose Mulder, mentre sistemava meglio la giacca sulle spalle della sua compagna, per ripararla dal freddo notturno.

“Bè, ma allora?”, propose Ronald, “Perché non ci vediamo domani sera per un aperitivo!”, il tono di voce elettrizzato.

“Si!”, esclamò, allora, Annebeth, “E’ una splendida idea!”.

Mulder e Scully si irrigidirono senza darlo a vedere. Ecco, alla fine c’erano arrivati. I Fresty avevano lanciato l’amo.

Inizialmente Mulder esitò, per cortesia, adducendo la scusa che non volevano disturbarli.

“Nessun disturbo! Ci siamo trasferiti da poco, non conosciamo ancora molte persone,  e ci fa piacere avere un po’ di compagnia!”.

“Avanti!”, aggiunse Annebeth, “Non fatevi pregare!”.

Scully alzò il viso ad osservare Mulder, con un sorriso.

Mulder le sorrise di rimando. “Bè… se la mettete così… d’accordo!”.

“Perfetto!”, concluse Ronald, battendo le mani. “Ci troviamo verso le 7.30 di sera, sulla 54esima strada, c’è un lounge bar che si chiama Millenium, offre degli ottimi stuzzichini assieme agli aperitivi. Volete che vi disegni una piantina?”.

Passarono altri cinque minuti ad accordarsi, dopodiché si salutarono e Mulder e Scully proseguirono verso l’ascensore.

Quando furono al piano della loro stanza da letto la voce di Fowley riecheggiò nelle loro orecchie.

“Mi congratulo con voi agenti”, anche se dal tono si poteva dedurre che fosse piuttosto irritata, e non contenta per la riuscita dell’imboscata, “Domani, nel corso della giornata, riceverete il kit con il trasmettitore satellitare ed eventuali nuove direttive. Vi auguro una buona nottata”, e chiuse la comunicazione con un crepitio, che fece capire ai due agenti che i loro microfoni erano stati disattivati.

“Mmm” commentò Mulder, “Non mi sembrava precisamente soddisfatta… anzi… sembrava piuttosto seccata…”.

Scully era d’accordo con lui, ma non lo disse, anche perché aveva una mezza idea del motivo per cui Fowley aveva usato un tono così risentito.

Il bacio che si erano scambiati poche ore prima poteva essere definito in svariati modi, ma di sicuro non era stato una finta. Forse Skinner poteva non essersi accorto che erano stati trasportati in quel bacio, come se fossero stati  veramente due innamorati, forse non se n’erano accorti neanche gli altri agenti di New York, ma Fowley era una donna, e una donna certe cose le percepisce.

Sicuramente si era accorta che il loro bacio era stato qualcosa di reale e travolgente, di profondo, e la cosa l’aveva probabilmente disturbata parecchio.

Scully si dette della stupida, ma l’idea di averla fatta ingelosire, la rendeva infantilmente euforica e fiera di sé stessa.

Osservò Mulder inserire la chiave nella toppa e aprire la porta.

Appena furono dentro si tolse dalle spalle la giacca dello smoking e la posò delicatamente, per non sgualcirla, sullo schienale di una poltrona.

“Scully”, le disse Mulder mentre si levava dall’orecchio il microfono, “Ti dispiace se uso il bagno per primo?”.

“Fai pure”, gli rispose, accompagnando le parole con un gesto che indicava la porta della camera da letto.

Mentre sentiva l’acqua della doccia al di là della parete, Scully si tolse il vestito e indossò un comodo pigiama di seta blu e un paio di ciabatte di spugna. Prese dalla valigia alcuni batuffoli di cotone e del latte detergente e si posizionò davanti allo specchio dell’armadio per struccarsi.

Quando Mulder uscì, con addosso una maglietta a maniche corte e i pantaloni della tuta, la trovò seduta sul bordo del letto, intenta a risistemare il microfono nella sua scatoletta.

“Tutto tuo!”, le disse, rivolgendole un sorriso.

“Grazie”, rispose Scully alzando il capo e riponendo la scatola dentro la valigia.

Prima che lei sparisse dietro la porta del bagno, le chiese se le andava di fare il punto della situazione.

“Rimandiamo a domani, ti spiace? Sono stanca…”.

“Nessun problema, sono stanco anch’io… Buona notte, Scully”, aggiunse, una mano sulla maniglia della porta.

“Buona notte, Mulder”.

Ma per quanto fossero stanchi, entrambi rimasero svegli a fissare il soffitto per un bel pezzo.

Il ricordo di quel bacio tormentava i loro pensieri e non permetteva loro di rilassarsi.

Scully si tirò le coperte fino al collo e sospirò, seccata da quel dolce tarlo che non le dava tregua.

Altre volte, guardando parlare il suo collega, aveva desiderato baciare quelle labbra piene e sensuali, ma mai si sarebbe aspettata di provare emozioni così intense. Appena le loro bocche si erano sfiorate,  qualcosa di primitivo e potente l’aveva travolta, annullando ogni pensiero coerente e razionale, e trasportandola su dolci onde fatte di sensazioni e di desideri. Era stato un bacio gentile, eppure profondo. Lui era stato incredibilmente tenero, ma allo stesso tempo aveva percepito tutta la sua passione scorrerle nelle vene, nei muscoli, sotto i pori della pelle. Non aveva mai provato un trasporto così totale verso un uomo, mai.

Accaldata - non capì bene se per il ricordo di quel bacio, o se per l’irritazione di non riuscire a prendere sonno - arrotolò il copriletto ai suoi piedi, e si coprì solo con il lenzuolo. Si girò su un fianco, portandosi le ginocchia fino al petto, in posizione fetale, e chiuse gli occhi, sperando di riuscire a dormire un po’.

 

Mulder si girò irrequieto su un fianco.

Era innegabile che avesse desiderato Scully per tutta la sera, e, volendo essere onesto fino in fondo con sé stesso, non era nemmeno la prima volta. Erano anni che la sete di lei lo tormentava durante le ore lavorative assieme, e durante le sue notti solitarie, steso su quel logoro divano. Ma le sensazioni che aveva provato quella sera, quando aveva toccato quelle morbide e accoglienti labbra, non le aveva previste. Andavano al di là del desiderio fisico. Era stato qualcosa di più intimo, quasi spirituale, che li aveva travolti e cullati mentre le loro bocche si fondevano in quell’intimo gesto. Un pensiero cominciò a picchiettare fastidiosamente dentro la sua testa, un pensiero così vero, così sincero e semplice, che lo spaventava a morte. Scosse la testa per scacciarlo, ma ormai una piccola radice aveva attecchito ed estirparla, d’ora in avanti, sarebbe risultato estremamente complicato. Si girò sull’altro fianco, provando a riflettere sul caso.

Dopo un po’ si ritrovò in un'altra stanza, che riconobbe immediatamente  come la sua camera da letto, anche se non si era guardato attorno.

Dalle tapparelle abbassate filtrava la luce del tramonto.

Era steso sul letto, completamente nudo.

Al suo fianco c’era qualcuno.

Una donna.

Una donna nuda che gli premeva le morbide curve contro il fianco, e gli mordicchiava maliziosamente l’orecchio, mentre con una mano gli arrotolava i peli del petto.

Dalle sue labbra uscì un gemito e si girò verso di lei per baciarla.

Non si stupì vedendo che si trattava di Scully.

Iniziò a fare l’amore con lei, con lentezza e dolcezza, assaporando ogni centimetro della sua pelle vellutata, lasciandosi accarezzare eroticamente dalle sue mani e dalle sue labbra. Era bellissima, sembrava emanare un alone di luce, come fosse un angelo. E in effetti lo era. Lei era il suo angelo personale.

Nel momento di massimo piacere, quando i corpi di entrambi si tesero, pronti a lasciarsi travolgere dalla marea dell’estasi, la scena cambiò.

Si ritrovò in una stanza buia, illuminata sommariamente da una piccola lampadina appesa al soffitto. Le pareti erano vecchie, l’intonaco scrostato e nell’aria aleggiava un potente odore di muffa.

Si guardò attorno, spaesato, cercando di abituare gli occhi a quell’improvvisa oscurità.

Nell’angolo di destra scorse qualcosa, sembrava la sagoma di una persona, ma non riusciva a capire in che posizione fosse.

Si avvicinò con cautela, stupendosi, non si sa perché, di riuscire a camminare.

Quando fu a pochi passi dalla sagoma, vide che si trattava di una donna, seduta su di una sedia, le braccia legate dietro lo schienale.

La veste bianca era sporca e strappata. Dall’interno delle cosce, alcuni rivoli di sangue scendevano a formare una pozza rosso scuro sotto i piedi nudi.

Rabbrividì d’orrore.

Si avvicinò ancora di più, notando che la donna aveva un profondo taglio sopra il seno sinistro. La testa era reclinata all’indietro.

Si sporse ancora un po’ e quello che vide gli gelò il sangue nelle vene.

Il volto di Scully, quasi irriconoscibile, era orrendamente tumefatto e ferito.

Gli occhi erano sbarrati e vitrei.

Era morta.

NOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!”.

Mulder si svegliò ansimante e sudato nella stanza d’hotel. Nelle orecchie aveva ancora l’eco lontana del suo urlo disperato.

Si mise a sedere, passandosi una mano sulla fronte imperlata di sudore, cercando di calmarsi, di rallentare i battiti frenetici del cuore.

Girò la testa verso la finestra, e vide che le prime luci dell’alba cominciavano a fare capolino attraverso le imposte abbassate.

Prese alcuni respiri profondi e si impose di tranquillizzarsi.

Era stato solo un sogno. Un terribile, maledettissimo incubo.

Ma quella strana ansia che aveva già provato due volte da quando aveva accettato di prendere parte a quel caso, ritornò prepotente a mozzargli il respiro.

Lentamente, cercando di non fare rumore, si avviò verso la porta che lo separava da lei.

Sentì il freddo pavimento sotto i piedi nudi, ma non gli importò. Aveva bisogno di vederla, di assicurarsi che stesse bene…

Abbassò lentamente la maniglia e aprì il battente.

La stanza era illuminata da una lieve penombra, e il corpo di Scully era rannicchiato sopra il materasso e gli dava le spalle.

Girò attorno al baldacchino, perché la voleva vedere in viso. L’ansia che lo attanagliava non se ne stava andando, anzi, si stava stratificando all’interno della sua coscienza.

Molto lentamente, salì sul letto, e si sdraiò al fianco della collega, il viso rivolto verso d lei.

Dormiva profondamente, una mano sotto il cuscino, l’altra piegata davanti al petto. Il lenzuolo la copriva solo fino ai fianchi, e le sue spalle si alzavano e abbassavano al ritmo del suo respiro profondo.

Sembrava una bambina. Un’innocente creatura che, ancora, non conosceva l’orribile natura umana, e che ancora era immune dalle sue malvagie azioni.

Mulder le scostò delicatamente una ciocca di capelli dalla fronte, dove poi posò un lieve bacio. Ebbe la tentazione di sfiorarle anche le labbra, ma aveva paura di svegliarla, e non era sicuro di volerle spiegare perché si trovava lì, e quale angosciante sensazione gli stava opprimendo il petto.

Scully si mosse leggermente, ma non si destò. Schiuse solamente un po’ le labbra, traendo un profondo respiro.

Mulder rimase immobile a fissarla per un tempo indefinito, la luce dell’alba si faceva sempre più nitida sulle pareti colo crema della camera, e, all’esterno, i rumori di una città che si svegliava cominciarono ad arrivare attutiti al suo orecchio. Piano, piano, il peso sul petto si allentò e Mulder scivolò nel sonno.

 

Scully cominciò a prendere coscienza della realtà lentamente. Stiracchiò piano le gambe e aprì gli occhi.

Trattenne a stento un urlo di spavento, quando vide la sagoma addormentata  di fronte a lei.

In pochi istanti il suo cervello registrò il viso di Mulder e Scully si tranquillizzò, anche se il cuore ancora batteva forte nel petto e non riusciva a capire perché lui fosse lì.

Aggrottò le sopracciglia, allungando una mano verso di lui. Appena sfiorò il suo braccio nudo, si accorse che era freddo. Rimase per un attimo a riflettere se svegliarlo o meno, poi si allungò verso il fondo del letto, srotolò la coperta e lo coprì con cautela, per cercare di riscaldarlo.

Rimase a fissarlo per un po’.

Una strana sensazione la prese alla bocca dello stomaco, una specie di euforia, mista ad agitazione. Le parve quasi di essere ritornata un’adolescente insicura al suo primo appuntamento.

Scosse la testa, dandosi della stupida, poi scese dal letto e andò in bagno.

Capitolo Quinto

Waldorf Astoria Hotel, stanza 462
Ore 9.58 a.m.

Scully sorseggiava il suo caffè bollente, seduta su una poltrona, mentre leggeva le istruzioni sul caso che erano state recapitate da un fattorino mezzora prima, assieme agli orecchini. Erano due semplici pendenti placcati oro. Il segnalatore era incastrato in quello che andava al lobo sinistro, ma erano perfettamente uguali, nessuno avrebbe potuto sospettare che in realtà nascondevano un dispositivo di rilevamento.

Mulder aprì la porta tra le due camere e si appoggiò allo stipite con un braccio, i capelli scompigliati, lo sguardo assonnato.

“Ciao..” le disse, la voce leggermente rauca.

Scully alzò lo sguardo su di lui e gli rivolse un sorriso.

“Allora non scherzavi ieri!”.

Mulder la osservò perplesso, gli occhi due sottili fessure ancora addormentate.

“Scusa?”, le chiese, scuotendo la testa.

Scully ridacchiò. “Ieri, dopo aver visto il letto, avevi detto che saresti venuto a farti dare il cambio a metà notte… bè, almeno hai avuto la cortesia di non svegliarmi!”, aggiunse sorridendo.

“Ah!”, fece Mulder tendendo appena le labbra. Si sedette di fronte a lei e prese di buon grado la tazza di caffè che gli offriva. Era ancora piuttosto stordito.

Sorseggiò la sua bevanda, temporeggiando.

“Scusami… non so neanche come spiegarti…”. Continuò a rigirarsi la tazza tra le mani, guardando il liquido scuro sbattere contro la ceramica.

Scully non si aspettava di vederlo così esitante. Lei l’aveva buttata sull’ironico, anche se, comunque, non capiva perché fosse andato da lei e si fosse messo a dormire al suo fianco.

“Ho fatto un incubo…”, confidò Mulder dopo un po’, “… mi sono svegliato che ero terrorizzato… avevo l’impressione che ti fosse successo qualcosa di brutto, così sono venuto a controllare”.

Alzò gli occhi sul viso di Scully, che aveva un’espressione indecifrabile.

“Devo essermi addormentato mentre ti guardavo… scusa”.

Scully rimase in silenzio ad osservare i segni della stanchezza sul viso di Mulder. C’era qualcosa che non andava.

Sembrava tormentato, quasi spaventato, e capì che non voleva continuare a ricordare quello che gli era capitato durante la notte. Non insistette, gliene avrebbe parlato lui quando si fosse sentito pronto.

“Bè…”, cercò allora di sdrammatizzare, “… che ti sembra? Era comodo il letto, no?!”.

Mulder fece una breve risata, tenendo la testa bassa, lo sguardo ancora assorto a guardare il caffè nella tazzina.

“Si… era comodo… Ma, toglimi una curiosità”, disse poi, animandosi e alzando il viso per guardarla, negli occhi un lampo divertito, “Come mai non avevi sulla faccia quel cerone verde che ti eri messa ad Arcadia?”.

Scully inarcò un sopracciglio. “Se te lo dico poi… dovrei ucciderti!”. E sorrise divertita.

 

Passarono la mattinata chini sul pacco di fogli che erano stati recapitati in camera, soffermandosi sui passaggi che indicavano come si sarebbe svolta l’operazione di arresto da parte di Skinner, Fowley, McErny e circa un’altra decina di agenti; come avevano intenzione di irrompere sulla scena del crimine e di come presumevano si sarebbe svolto il rapimento.

Nelle istruzioni, gli agenti preposti, si raccomandavano di recarsi all’appuntamento utilizzando i mezzi pubblici e non l’auto, sia per evitare che i Fresty si insospettissero vedendo la targa di Washington, sia per agevolare il sequestro di Peter e Janette Clabert.

Secondo le poche informazioni di cui erano in possesso,infatti, erano stati invitati in quel lounge bar per avere l’opportunità di far ingerire loro qualche tipo di droga, o sonnifero, ad effetto ritardato. Successivamente, avrebbero proposto di andare a mangiare in qualche ristorante lontano dal bar, offrendosi di dar loro un passaggio visto che erano senza auto.

Durante il tragitto, il sonnifero avrebbe fatto effetto e, incoscienti, sarebbero stati portati nel luogo dove avevano intenzione compiere il sadico test.

Gli agenti avrebbero seguito il segnale del rilevatore dal quartier generale dell’FBI di New York, avrebbero atteso che i Fresty raggiungessero il luogo adibito a scena del crimine, poi sarebbero intervenuti, giusto in tempo per evitare danni agli agenti infiltrati, ma cogliendo gli assassini in flagranza di reato.

Sarebbero entrati a pistole spianate, li avrebbero ammanettati e portati in centrale. Da lì in poi sarebbe stato compito della magistratura assicurare alla giustizia quei pazzi criminali, e il lavoro di Mulder e Scully sarebbe finito.

Letta così, l’operazione sembrava estremamente semplice e per nulla rischiosa, ma quello strano senso di pericolo accompagnò Mulder per tutto il giorno, e una morsa gli serrava il petto ogni volta che guardava Scully.

Più di una volta il volto tumefatto e privo di vita del suo sogno andò a sovrapporsi al viso rosato e sorridente che lei aveva nella realtà. Scuoteva la testa per liberarsi della falsa immagine, ma l’ansia che provava non voleva saperne di abbandonarlo.

Quando, verso le 6.30 di sera, lasciarono la camera per recarsi all’appuntamento, Mulder cominciò ad essere sinceramente preoccupato. Era abituato a fidarsi dei propri istinti e delle proprie sensazioni, e l’angoscia che lo pervadeva da tre giorni doveva essere un segnale d’allarme che lo metteva in guardia da un imminente pericolo. Il fatto che la sensazione si intensificava ogni volta che pensava, guardava o toccava Scully, lo spaventava ancora di più, perché significava che quella ad essere in maggior pericolo era lei.

E lui non riusciva a pensare a che cosa avrebbe fatto se le fosse successo qualcosa, se non fosse stato in grado di proteggerla…

Gli tornò in mente quel caso a cui lei partecipò assieme a quel novellino, circa un anno prima, quando erano ancora fuori dagli X-Files. Ancora adesso, quando ripensava al pericolo mortale che aveva corso Scully, quando ricordava che se ci fosse stato lui al suo fianco non l’avrebbe mai lasciata sola, le avrebbe coperto le spalle sempre e ovunque, provava un sentimento di rabbia cieca nei confronti di quell’agente. Fortunatamente non avevano molte occasioni di incontrarsi, perché, tutte le volte che lo vedeva, Mulder provava il pressante bisogno di mettergli le mani addosso.

Per questo non sopportava l’idea di non riuscire a proteggerla. Lei era diventata la sua ancora di salvezza, la sua connessione con il mondo. La vita senza di lei sarebbe stata vuota e senza significato.

Per questo, mentre attendevano l’arrivo dei Fresty in quel freddo angolo di una New York in piena attività domenicale, le passò un braccio attorno ai fianchi e la attirò a sé, stringendola leggermente.

La osservò, mentre lei si guardava intorno, cercando un segno dei Fresty, anche se erano arrivati con circa un quarto d’ora d’anticipo.

Quella sera aveva optato per un paio di jeans dal taglio a sigaretta, un maglioncino color nocciola a collo alto e un cappotto nero che le arrivava sotto i fianchi.

Era bellissima anche vestita in maniera così semplice.

Il tempo, durante il pomeriggio, era cambiato. Nuvole sempre più fitte avevano oscurato il cielo terso, il calore del sole aveva lasciato il posto ad un’aria gelida e umida che penetrava nelle ossa e in quel momento, mentre il crepuscolo stava lentamente  volgendo verso la sera, pesanti nuvole nere minacciavano pioggia.

“Che cosa c’è Mulder?”, gli chiese Scully, sorprendendolo.

Il suo tormento era dunque visibile? O solo lei riusciva a percepirlo, perché lo conosceva così bene?

Decise che era giusto metterla al corrente dei suoi dubbi.

“Scusami se non te l’ho detto prima, è che…”, trasse un profondo respiro, “… pensavo fosse una cosa passeggera, ma più si avvicina il momento dell’incontro con i psicopatici, più questa sensazione mi opprime”.

Scully si spostò per mettersi di fronte a lui, scostandosi dal calore del suo corpo, ma Mulder non la lasciò andare. Mise anche l’altra mano attorno ai suoi fianchi e la riavvicinò a sé, poggiando la fronte sulla sua.

“Mulder…”, sussurrò Scully, preoccupata suo malgrado. L’aveva visto stare così male solo quando si imbattevano in casi che avevano a che fare, in qualche modo, con la sorella scomparsa. Non riusciva a capire cosa fosse che lo tormentava in quel modo.

Ad occhi estranei, Mulder sarebbe parso tranquillo e sereno, come sempre, ma per lei era come un libro aperto, e aveva capito fin dal mattino che qualcosa in lui non andava.

Aveva la mascella contratta, gli occhi guardinghi e cercava il contatto con lei in modo quasi morboso.

“E’ da venerdì, durante la riunione…”, iniziò a spiegarle Mulder, ad occhi chiusi, la fronte ancora poggiata a quella di Scully, “… che ogni tanto mi prende una specie di ansia, di paura… che ha a che fare con te”, e aprì gli occhi per guardarla.

“Stanotte ti ho sognata morta, eri ridotta in uno stato…”, chiuse di nuovo gli occhi e un brivido gelato gli attraversò la schiena, “… e oggi questa angoscia è insopportabile. Continuo a vederti morta!”, la strinse di più a sé.

“Ho la sensazione che qualcosa andrà storto, che ti succederà qualcosa di terribile… e la sola idea mi manda letteralmente in panico”.

Non riaprì gli occhi, si limitò a serrare le labbra, come per trattenere un urlo.

Scully gli posò le mani ai lati del viso.

“E’ stato solo un sogno Mulder”, gli disse con voce deliberatamente bassa e dolce, “E’ normale che tu sia preoccupato, lo sono anch’io. Ma siamo protetti! Vedrai che non ci succederà nulla di male, e che riusciremo ad assicurare alla giustizia due criminali”.

Staccò la fronte dalla sua e appoggiò la guancia contro il viso di Mulder, circondandogli le spalle con le braccia e stringendolo a sé.

Mulder non fu per nulla rassicurato dalle sue parole. Se lei avesse potuto percepire quello che lui sentiva in quel momento, non si sarebbe sognata di dire che non sarebbe successo nulla di male.

Aprendo gli occhi, si accorse che i Fresty stavano arrivando dall’altro lato della strada.

“Stanno arrivando”, sussurrò all’orecchio di Scully, dandole un bacio sulla guancia, anche a favore della recita.

Scully si separò dal corpo del collega, gli dette un’ultima occhiata rassicurante e si preparò all’incontro.

 

Dopo mezzora erano ancora seduti ad un elegante tavolino in vetro all’interno del bar, e stavano amabilmente conversando tra loro, davanti agli occhi il secondo aperitivo della serata.

Scully lo portò alla bocca, annusando senza farsi vedere, e le parve di sentire un leggero odore di medicinale, ma poteva essere solo suggestione.

Quel secondo giro era stato offerto dai Fresty, che si volevano sdebitare dei primi aperitivi, offerti da Mulder.

Era stato Ronald ad andare al bancone a prenderli, ed era plausibile che, durante il tragitto al tavolo, agevolato dalla folla che chiacchierava, avesse aggiunto i sonniferi alle bibite.

“E così le dico che era proprio un bel pigiama! Lei mi ha fulminato con lo sguardo… mettendomi al corrente del fatto che era un vestito da sera!!!”, concluse il suo divertente aneddoto Ronald.

Mulder e Scully scoppiarono a ridere. C’era da ammettere che le risate con erano mai troppo forzate, Ronald sapeva essere un ottimo intrattenitore.

Quella sera i Fresty apparivano piuttosto stanchi. Entrambi avevano profonde occhiaie e gli occhi erano arrossati, come se avessero passato la notte in bianco. Ma allo stesso tempo nel loro sguardo brillava una scintilla di eccitazione.

Mulder trangugiò l’ultimo sorso del suo aperitivo, dopo aver preso una tartina dal piatto di spuntini e si appoggiò allo schienale della sedia, allungando un braccio sulle spalle di Scully.

Cominciava a sentirsi più rilassato rispetto a prima e si chiese se l’effetto fosse dovuto alla mano della collega poggiata sul suo ginocchio, o se era merito di qualche tranquillizzante che aveva ingerito assieme all’aperitivo.

“Che ne pensate di andare a mangiare qualcosa?”, propose Annebeth, con sguardo acceso.

Mulder e Scully si guardarono, trasmettendosi con lo sguardo parole completamente diverse da quelle che invece pronunciarono le loro bocche.

Ovviamente accettarono l’invito, e non si stupirono quando i Fresty dissero loro che sarebbero andati, con la loro auto, una vecchia Volkswagen verde bottiglia, probabilmente rubata, in un ristorantino dall’altra parte della città.

Mulder e Scully salirono nei sedili posteriori, ascoltando altre chiacchiere dei due coniugi.

Dopo un po’ sentirono la testa pesante, i rumori arrivavano alle loro orecchie ovattati e distorti.

L’ultima immagine che gli occhi di Mulder videro furono le luci della città scorrere velocemente al di là del finestrino.

Allungò una mano verso le dita di Scully.

Poi ci fu il buio.

Capitolo Sesto

Da qualche parte a New York
Ore 9.48 p.m.

Mulder dovette sbattere le palpebre alcune volte, prima di riuscire a tenere gli occhi aperti.

Si sentiva la testa molto pesante e la sua percezione della realtà era sfuocata e distorta.

Lentamente, i contorni dell’ambiente che lo circondava cominciarono a delinearsi e iniziò a percepire un nauseante odore di chiuso e stantio, misto a un acre fetore di urina stagnante.

Strizzando gli occhi nella penombra della stanza, si rese conto di trovarsi in un ambiente quadrato, piuttosto ampio, ma molto vecchio e decadente. Quattro deboli torce, posizionate strategicamente ai quattro angoli della camera, illuminavano sommariamente le pareti sporche e scrostate.

Alzò gli occhi e si accorse di essere legato, per i polsi, ad una corda che pendeva da una trave dal soffitto. I suoi sensi e le sue percezioni erano ancora rallentate dalla droga che gli era corsa nelle vene e solo nel momento in cui vide la sua scomoda posizione, si rese conto del dolore bruciante, dove la corda stringeva e segnava la pelle. I piedi toccavano a malapena un pavimento sporco e ricoperto di terriccio.

A parte i boxer, era completamente nudo. L’aria nella stanza era fredda e umida e il gelo gli penetrava nelle ossa, rendendo la sua situazione ancora più spiacevole.

Girò di scatto la testa non appena sentì un rumore provenire dalla sua destra.

Quell’angolo non era illuminato dalle torce e dovette strizzare gli occhi per riuscire a vedere nell’oscurità una sagoma umana che si muoveva.

Quando le pupille si abituarono al buio, si rese conto che si trattava di Scully.

Era seduta su di una sedia, di legno gli sembrava, e aveva le braccia immobilizzate dietro lo schienale.

Indossava una lunga camicia da notte bianca, con le spalline sottili, i piedi erano nudi.

Il suo viso era voltato dalla parte opposta rispetto alla sua posizione e, per quel che riusciva a capire, stava cercando di liberarsi dalle corde che le stringevano i polsi.

Reprimendo un brivido di terrore, perché la scena che gli si parava davanti agli occhi era tragicamente simile al suo incubo della sera prima, stette in silenzio ad ascoltare se arrivavano altri rumori, sia dall’interno, che dall’esterno.

Quando si fu accertato che erano soli, la chiamò a bassa voce.

Scully si voltò di scatto verso di lui.

“Mulder!”, disse con il sollievo nella voce, “Finalmente ti sei svegliato! Stavo cominciando a preoccuparmi”.

“Da quanto siamo qui?”, le chiese in tono cupo.

“Io mi sono svegliata circa 20 minuti fa, ma presumo che ci abbiano portati qui almeno un’ora fa… ho i piedi congelati… ”.

“Stai bene? Sei ferita?”, le chiese.

“No, sono solo legata a questa maledetta sedia, e… non… riesco ad… allentare… le corde!”, sputò le parole a labbra serrate, i denti stretti, mentre cercava di liberare i polsi.

“Da quando sono sveglia non ho ancora avuto il piacere di vedere i Fresty…” aggiunse, “… e nemmeno i nostri…”.

Mulder lasciò che le parole di Scully si depositassero nel suo cervello.

Stava bene, e questa era la cosa più importante, ma non era affatto tranquillo all’idea che quelli dell’FBI non si fossero ancora fatti vivi.

Se era vero che erano stati seguiti passo passo attraverso il rilevatore, non capiva perché non li avessero già liberati. Forse stavano aspettando il ritorno dei Fresty, per prenderli nel momento esatto in cui avrebbero compiuto il crimine… ma questa spiegazione non lo soddisfaceva per nulla.

La terribile sensazione di imminente pericolo esplose con un’intensità tale nel suo petto, da fargli quasi male. Cominciò a sudare freddo e la terribile vista del volto senza vita di Scully tornò a sovrapporsi alle immagini reali.

C’era qualcosa che non andava, qualcosa non funzionava… e lui era legato come un salame e non poteva far nulla per impedire alla tragedia di avverarsi.

“Ho ancora i miei orecchini?”, chiese Scully dal suo angolo buio.

Mulder si sforzò di guardare, ma tutto ciò che vedeva era il colore chiaro della sua veste e i suoi movimenti per tentare i liberarsi. I lineamenti del viso erano confusi, c’era troppa oscurità, tutto appariva incerto e senza netti contorni.

“Prova a voltare la testa verso la luce di una torcia, se ci riesci”, le suggerì rendendosi conto che non sarebbe mai stato in grado di distinguere un dettaglio piccolo come un orecchino senza una fonte, seppur minima, di luce.

Scully mosse lentamente la testa a destra e a sinistra, tentando, nel contempo, di spostarsi con la sedia un po’ più avanti.

Ad un certo punto, Mulder vide un piccolo riflesso di luce brillare sul lobo dell’orecchio destro di Scully e capì che si trattava del finto gioiello. Ma non riusciva a capire se quello di sinistra era ancora al suo posto. Non vide alcun bagliore, ma non significava per forza che non ci fosse, l’oscurità era impenetrabile.

“Ho visto quello sull’orecchio destro, l’altro non riesco a capire…”.

Scully pregò che ci fosse, perché era proprio il sinistro che conteneva il trasmettitore...

All’esterno scoppiò improvvisamente un fragore assordante.

Un tuono. Seguito subito dopo da una pioggia battente e da altri tuoni.

Scully si immobilizzò e guardò verso il volto di Mulder, con uno sguardo tra il preoccupato e l’infastidito.

“Che cosa facciamo se…”, ma le parole di Scully furono interrotte da un suono di voci provenienti dall’esterno.

Anche Mulder le percepì e  suoi nervi si tesero, in allerta.

Ascoltarono in un silenzio teso il suono di passi che scendevano delle scale.

Mulder voltò la testa verso la provenienza del rumore e sul suo volto si dipinse un’espressione di puro odio quando vide comparire Ronald Fresty, seguito dalla moglie.

Entrambi erano vestiti con delle tute intere, di quelle bianche di carta, usate soprattutto dagli imbianchini, con il cappuccio alzato a coprire i capelli. Due sacchetti di plastica azzurri coprivano le scarpe, ed erano legati alle caviglie con del nastro isolante, mentre alle mani avevano guanti da chirurgo. Anche la mascherina che portavano sulla bocca era del tipo utilizzato negli ospedali.

I grandi e glaciali occhi di Annebeth erano sbarrati e luccicavano di eccitazione, mentre quelli di Ronald erano beffardi.

“Come stanno i nostri gentili ospiti?”, chiese ironico, spostandosi la mascherina sotto il mento. Poi si accorse dello sguardo assassino che gli stava rivolgendo Mulder e scoppiò a ridere.

“Che c’è Peter? Non ti è piaciuta la cena?”. La risata riecheggiò minacciosa tra le pareti scrostate e un topolino, spaventato dal sinistro rumore, sgattaiolò veloce all’interno di un provvidenziale buco nel battiscopa.

“Che diavolo vuoi da noi?”, ruggì Mulder, guardando Ronald negli occhi, mentre si metteva di fronte a lui.

“Nulla di grave, non temere. Vogliamo solo capire se avete il diritto di possedere l’amore”.

Mulder sbarrò gli occhi. “Cosa?!”.

Annebeth fece una risatina alle spalle del marito.

Ronald la prese per i fianchi e la avvicinò a sé.

“Vedi…”, disse in tono lento, come se fosse un professore alle prese con una lezione particolarmente importante e difficile da capire, “… al mondo esistono tante persone che dicono di amarsi, di essere innamorate della loro dolce metà, di appartenere l’uno all’altra… ma quanti di loro dicono la verità? Quanti possono affermare, senza ombra di dubbio, di possedere un amore incondizionato, puro e sincero? Quanti di loro sarebbero disposti a dare tutto quello che possiedono per quell’amore? E sai qual è la risposta?”.

Mulder non rispose, continuò a fissarlo con gli occhi sbarrati, come se non credesse a ciò che stava ascoltando.

“Ti ho fatto una domanda!”, sottolineò con tono adirato Ronald, mollandogli un ceffone in piena mascella.

Mulder lo guardò di nuovo con odio, poi rispose che non lo sapeva.

“Pochi! Molto pochi! Per non dire praticamente nessuno!”, e mentre pronunciava le ultime due parole, la voce si fece più acuta, frustrata.

“Nemmeno voi?”, chiese allora Mulder in tono beffardo.

Ronald piegò gli angoli della bocca in un sorriso sprezzante.

Fece un cenno ad Annebeth, che accese una grande lampada portatile e la fissò ad un gancio arrugginito che pendeva dal centro del soffitto.

Subito una luce più intensa si sparse per la stanza, anche se non riusciva ad illuminare proprio tutti i suoi decrepiti dettagli.

Scully, che fino a quel momento, approfittando della distrazione dei Fresty, aveva continuato a torcere i polsi, strizzando gli occhi per la luce improvvisa, si accorse di un punto della camera che prima non aveva notato, perché era situato nell’angolo più buio.

Appena lo vide, prese a contorcere i polsi con più foga, riuscendo in minima parte ad allentare le corde, anche se la rabbiosa frizione le stava segando la pelle, procurandole fitte di un bruciante dolore.

Mulder, come lei si accorse, di quell’angolo.

Un rigurgito acido gli salì in gola e lo stomaco si contrasse, preda del terrore.

Un tavolino di legno, con le gambe mezze marce, si trovava nell’angolo di destra, rispetto a Mulder. Ma non era il tavolino in sé a spaventare, bensì quello che vi era poggiato sopra.

Una serie di strumenti di tortura facevano bella mostra di sé, brillando minacciosi alla luce della lampada. C’erano coltelli di varie misure, due seghe, forbici, pinze e cesoie, uno strano oggetto che dava l’impressione di essere una siringa di metallo, che Mulder riconobbe come un antico strumento usato durante l’inquisizione per dilaniare i genitali alle presunte streghe, stracci di varie misure e lacci emostatici.

“Voi siete pazzi…” disse Mulder a voce bassa, come se l’orrore gli impedisse anche di parlare.

“Ed è proprio qui che vi sbagliate! Perché nessuno si sforza di capire?”, disse Ronald, in tono leggermente frustrato.

“Capire?!” chiese Scully. “Che cosa non capiamo? Che con quei coltelli ci farete solo il solletico?”. Stava urlando, ma un tuono più forte degli altri sovrastò la sua voce.

Ronald e Annebeth si guardarono con uno sguardo complice e particolarmente ammirato.

“Avete del fegato”, disse rivolto a Scully, “A quest’ora gli altri avevano già iniziato a supplicare e piangere… patetici!”, sputò, chiudendo gli occhi e scuotendo il capo.

“Forse siamo sulla strada giusta stavolta…” aggiunse cauta Annebeth.

“Forse…” concesse con un sorrisetto Ronald. “Quello che nessuno capisce è che la nostra è una missione!”, si accalorò poi, “Noi non ci divertiamo a torturare e uccidere le persone, anzi! Ogni volta è una sofferenza rendersi conto che tutti i nostri tentativi sono stati vani, che abbiamo incontrato solo persone ipocrite ed egoiste che credevano di possedere l’amore e invece possedevano solo una mera illusione. Noi saremmo i primi ad essere felici di poter asserire che due persone si amano, che due persone meritano di vivere!”, fece una pausa, leggermente ansimante per l’enfasi che aveva messo nel suo monologo, “Sarebbe splendido se la gente riuscisse a superare la prova a cui viene sottoposta e dimostrasse la forza del proprio amore! Se ci fossero più persone che si amano sinceramente, il mondo sarebbe un posto migliore…”, concluse con voce stanca.

Ci fu un momento di silenzio in cui Scully notò che Annebeth aveva le lacrime agli occhi e assentiva debolmente, come a sottolineare la profondità delle parole del marito.

La situazione si prospettava terribilmente tragica. Come avrebbero potuto uscire di lì illesi se non fossero arrivati quelli dell’FBI? Come potevano sperare di riuscire ad ingannarli?

“Il mondo sarebbe un posto migliore, se non esistessero persone come voi!”, li provocò Mulder.

All’esterno un tuono squarciò il silenzio teso e Ronald assunse un’espressione terrificante.

“Direi che possiamo cominciare”, disse con voce glaciale, rimettendosi la mascherina sulla bocca.

Sia lui che la moglie si diressero al tavolo con gli inquietanti strumenti, e Ronald prese un coltello, mentre Annebeth gli accarezzava un braccio e  gli sussurrava qualcosa all’orecchio.

Quando si voltò, guardò Mulder dritto negli occhi.

“Visto che sei così indisponente, comincerò con la tua dorata mogliettina”, la voce di Ronald, attutita dalla mascherina, risultava terribilmente minacciosa.

“NO!”, gridò Mulder, allora.

Il suo incubo cominciava a diventare sempre più reale. Non poteva credere di essere stato lui a mandare quel pazzo assassino da Scully… sarebbe stata colpa sua…

Non lo poteva permettere!

“Non ci provare! NON LA TOCCARE! O GIURO CHE TI FACCIO PENTIRE D’ESSERE NATO!”, la voce si fece più acuta ad ogni parola.

“Ah sì?!”, replicò in tono di scherno Ronald, mentre si posizionava dietro Scully. “E come intendi farlo?”, e scoppiò a ridere.

Scully non si mosse, per timore che si accorgesse che le corde erano leggermente allentate, ma fissò intensamente Mulder. Lo conosceva bene, sapeva che per proteggerla si sarebbe fatto ammazzare seduta sante, che avrebbe sopportato le pene dell’inferno, purché fossero risparmiate a lei. Ma per lei era lo stesso, non sopportava l’idea di vederlo soffrire, perciò, seppur terrorizzata, era masochisticamente sollevata all’idea che, almeno per il momento, lui non provato dolore.

“Non mi interessa come e quando lo farò, figlio di puttana, ma giuro che dovrai implorarmi di ucciderti!”. La rabbia di Mulder sembrava uscire a ondate dal suo corpo, ma la cosa non scalfì la fredda determinazione dei Fresty a sottoporli al loro test.

“Se hai finito di far prendere aria alla bocca, io inizierei”, disse sprezzante Ronald.

Annebeth si infilò un guanto di pelle, con le nocche rinforzate, e si avvicinò a Mulder.

Era paralizzato dal terrore, gelide gocce di sudore gli colavano dalla fronte e il cuore gli batteva all’impazzata. Non vedeva via di scampo. Se non fosse arrivato qualcuno non sarebbe finita affatto bene.

Davanti agli occhi continuava ad esplodergli l’immagine di Scully morta, e questo non lo aiutava affatto a concentrarsi.

Nel suo cuore si sentiva già rassegnato. E colpevole.

Lui lo sapeva. Sapeva che sarebbe successo qualcosa di tragico, era stato avvertito, aveva avuto delle visioni, eppure non aveva mosso un dito per evitare di cadere in questa situazione.

Ronald giocò un po’ con il coltello affilato davanti agli occhi di Scully, poi lo posò sopra il suo seno sinistro.

“Che ne diresti…”, chiese a Mulder, lo sguardo rivolto alla lama, “… se le tagliassi questi splendidi e floridi seni?” e fece penetrare la punta del coltello sulla bianca pelle, facendone fuoriuscire una minima quantità di sangue, che scese a macchiare la veste.

Scully chiuse gli occhi e trattenne un urlo di dolore, terrorizzata.

Mulder serrò i denti, pronto a vomitare addosso a quel bastardo tutte le offese che conosceva, ma il pugno chiuso di Annebeth si infranse sulla sua mascella. Sentì chiaramente la carne della bocca tagliarsi a contatto con i denti, e il caldo sangue inondargli la lingua.

Sputò per terra, guardando Annebeth e ignorando il dolore alla guancia.

Ma si voltò di scatto verso Scully, quando la sentì sussultare.

Ronald aveva abbassato la mano che impugnava il coltello, ma aveva infilato l’altra nella scollatura della camicia da notte.

Con un luccichio perfido negli occhi, disse a Mulder che aveva cambiato idea, e che sarebbe stato un delitto sprecare tutto quel ben di Dio, e che, magari, prima avrebbe potuto divertirsi con la sua compagna.

Dalle labbra di Mulder esplose un ruggito rabbioso.

“NON LA TOCCARE, LURIDO BASTARDO!”. Un altro pugno si infranse sulla sua mascella e sputò altro sangue sul pavimento.

Ma stavolta tentò anche di assestare un calcio alla moglie di Fresty, che, però, fu svelta e si scansò, con un’espressione esterrefatta negli occhi, così Mulder la colpì di striscio e senza forza alla coscia.

Si girò a guardare Ronald e provò un perverso piacere nel vedere che si era immobilizzato, troppo sconvolto e arrabbiato per riuscire a muoversi.

Lo vide prendere un profondo respiro, mentre toglieva la mano dal seno di Scully.

“Non siamo noi ad essere sotto esame, Peter”, disse con voce calma, ma terribilmente minacciosa, “quindi non provare più a fare del male a mia moglie!”. Camminò fino a trovarsi di fronte a Scully e le assestò tre pugni, uno di seguito all’altro, sulla guancia sinistra.

Quando si spostò, Mulder vide che le aveva rotto un labbro, che perdeva copiosamente sangue lungo il mento.

Respirò affannosamente, cercando di restare lucido per poter ragionare.

Ma la vista di Scully col volto ferito gli mandava il cervello in tilt, l’unica cosa che sentiva era un odio cieco e una paura soffocante.

“Ti prego, ti prego”, disse allora, provando a cambiare tattica, in tono supplichevole, “lasciala stare. Non farle più del male. Prenditela con me. Fammi quello che vuoi, ma non farle più del male, ti prego”.

Vide Ronald scambiare uno sguardo strano con Annebeth, e vide gli occhi di Scully sbarrarsi terrorizzati.

Scosse la testa velocemente, a dirgli di no, di non farlo, ma lui le rispose con uno sguardo duro e risoluto.

Ormai aveva deciso.

Preferiva di gran lunga morire, piuttosto che sapere di averla persa.

Lei continuò a supplicarlo con lo sguardo, gli occhi le si riempirono di lacrime disperate che le scivolarono sulle guance e andarono a mescolarsi al sangue che le usciva dalla bocca.

“No, non farlo!”, gli disse infine, la voce resa rauca e debole dal taglio al labbro e dai singhiozzi trattenuti. “Maledizione!!! Non sacrificarti per me!”, urlò disperata.

Mulder distolse lo sguardo, risoluto a farsi uccidere, era l’unico modo che aveva per sperare che, nel frattempo, qualcuno capisse dove erano e le fosse risparmiata la vita.

Ronald e Annebeth erano ancora intenti ad osservarsi, muti, ma Mulder era sicuro che stessero comunicando,proprio come facevano lui e Scully, senza parlare.

Nei loro sguardi lesse dell’incredulità, nonché della speranza, ma non era sicuro di aver interpretato correttamente l’espressione del loro viso, era ancora troppo sconvolto per pensare lucidamente.

Scully, intanto, aveva ricominciato a muovere le mani, con rabbia, spinta dal terrore cieco di vederlo morire davanti agli occhi, tra atroci sofferenze.

Non si fermò a riflettere sul perché le sembrava impossibile riuscire a vivere senza di lui, continuò a torcere i polsi, pregando silenziosamente che arrivassero i soccorsi.

Ronald, dopo aver dato un bacio a fior di labbra alla moglie, si rimise la mascherina e andò al tavolo, dove posò il coltello e prese le pinze.

Si fermò davanti a Mulder, negli occhi un luccichio eccitato.

Mulder sostenne il suo sguardo penetrante.

“Saresti davvero disposto a soffrire, a morire, per lei?”, chiese Ronald, mentre Annebeth si avvicinava con una forbice.

“Si!”, rispose Mulder risoluto.

“Ne sei sicuro?”, disse Ronald, prendendogli il mignolo della mano sinistra e schiacciandoglielo con le pinze.

Mulder trattenne un urlo, stringendo i denti, fino a sentirli scricchiolare. Fece un respiro spezzato, poi rispose nuovamente di sì.

“Sicuro?”, ripeté Ronald assestandogli un violento calcio alle parti basse.

Mulder gridò, mentre un dolore pulsante, che partiva dai testicoli, gli attraversava lo stomaco, i polmoni, il petto e gli esplodeva nel cervello.

Aprì la bocca, per cercare di riprendere il fiato che gli era mancato durante il colpo, e riaprì gli occhi, tremante.

“Si…”, sibilò con voce stanca.

“Anche se te lo tagliassi?”, la perfidia nello sguardo dell’assassino. La beffa nella voce.

E dicendolo gli diede un'altra potente ginocchiata.

Mulder gridò di nuovo, il dolore raddoppiato rispetto a prima.

Gli occhi gli si riempirono di lacrime, i polmoni si rifiutarono di ricevere aria e sentiva il suo basso ventre come fosse avvolto da fiamme vive.

Ma si sforzò di parlare.

“Senza… di lei… non… me ne… farei… niente…”, riuscì infine a dire, la voce rauca e spezzata.

Anche se aveva gli occhi velati di lacrime, gli parve di notare una scintilla di entusiasmo negli occhi dei Fresty, ma non ebbe tempo di soffermarsi su di loro, perché un movimento alla sua destra lo distrasse. 

Scully era riuscita a liberarsi.

Le urla di dolore di Mulder l’avevano colpita nel profondo, facendola sussultare e piangere di disperazione, ma l’avevano anche resa determinata. Si era messa a tirare senza sosta, slogandosi un polso, ma non gli importò. Quando sentì la corda cedere del tutto sotto le dita, provò un sollievo immediato. Almeno avrebbe potuto provare ad ucciderne uno.

Lentamente, si arrotolò le estremità ai polsi, poi, senza fare rumore, mosse qualche passo verso gli assassini e passò la corda sul collo di Ronald. Iniziò a tirare più forte che poteva, ignorando il dolore lancinante alla mano.

Annebeth rimase per un attimo interdetta, e Mulder ne approfittò. Raccolse tutte le sue forze, anche se non fu semplice muovere la gamba, e le assestò un violento calcio in pieno stomaco.

Annebeth cadde a terra, ansimante, lasciando cadere la forbice e portandosi le mani al ventre.

Scully continuava a tirare, mentre Ronald cercava di liberarsi di lei, divincolandosi e prendendole i polsi.

Ad un certo punto buttò indietro la testa con rabbia, ma Scully fu svelta ad abbassarsi, perdendo, però, la presa salda sul suo collo.

Mulder osservava la scena inerme, il dolore alle parti basse, se possibile, era aumentato, ma quello non sarebbe stato un problema. Non aveva la possibilità di aiutarla legato com’era!

Poi successe tutto in fretta.

Ronald si accasciò a terra, cercando di riprendere fiato, mentre Annebeth si rialzava e afferrava una lunga sbarra di ferro, nascosta sotto il tavolino. Scully era piegata sul marito, nel tentativo di strozzarlo di nuovo e non la vide arrivare.

NOOOOOOOOOOOO!!!”, gridò Mulder.

Scully alzò lo sguardo appena in tempo per vedere la spranga incombere su di lei.

Si scostò un poco, ma Mulder vide ugualmente la sbarra infrangersi sulla sua tempia destra, dalla quale cominciò a sgorgare una notevole quantità di sangue.

NOOOOOOOOOOO!!! SCULLYYYYY!!!”, gridò di nuovo, la disperazione e il terrore avevano preso possesso di tutto il suo essere, mentre guardava Scully cadere a terra, priva di sensi, come fosse al rallentatore.

 

Trambusto

 

Voci concitate

 

Passi veloce sulle scale

 

“FBI! MANI IN ALTO!!!”.

Capitolo Settimo

Mulder registrò solo in parte quello che gli accadeva intorno.

Annebeth che lasciava cadere la sbarra di ferro e si portava le mani alla nuca, Ronald che veniva ammanettato, mentre tentava ancora di respirare normalmente, le pistole spianate, le urla degli agenti, le sirene delle volanti all’esterno …

I suoi occhi continuavano ad essere fissi sul corpo di Scully, immobile, steso sul freddo e sporco pavimento, il sangue che le sgorgava dalla ferita alla tempia stava formando una piccola pozza sotto la testa e le stava imbrattando i capelli e il volto. Dal labbro tumefatto continuava ad uscire altro liquido scuro e denso, e l’immagine era così crudele da dilaniargli il cuore.

“Fox!”, la voce preoccupata di Fowley gli arrivò alle orecchie acuta come un fastidioso fischio.

Poi il suo viso, con le sopracciglia contratte e lo sguardo allarmato, gli si parò davanti al viso, costringendolo a tornare al presente, ad ascoltare quello che gli succedeva attorno e a vedere il trambusto che si stava  compiendo nella stanza.

“Fox! Stai bene?”, la voce di Fowley non faceva nulla per nascondere la pena che provava.

Mulder la guardò risoluto, “Liberami!”, le disse duramente, in preda ad un ansia sempre più pressante.

Era morta? Era ancora viva?

Perché nessuno degli agenti che le stavano attorno diceva nulla?

Fowley e un altro agente di cui non ricordava il nome, presero un paio di forbici dal tavolo delle torture e tagliarono di netto la corda che lo teneva legato.

I polsi lanciarono un muto grido di dolore quando vennero liberati e il sangue ricominciò a scorrergli nelle vene impetuoso, provocandogli un fastidioso formicolio lungo le braccia.

Fece per correre da Scully, ma il dolore all’inguine si fece sentire con tutta la sua violenza e le gambe gli cedettero, facendolo finire carponi sul pavimento.

“Fox!”, Fowley cercò di afferrargli un braccio per aiutarlo a rialzarsi, ma lui se la scrollò di dosso e avanzò a quattro zampe verso il corpo della partner, sbucciandosi le ginocchia e graffiandosi i palmi delle mani.

Ma non gli importava nulla del dolore, l’unica cosa importante era lei.

Lei. La salvezza della sua vita.

Lei. Il suo angelo custode.

Lei. Che lui non era riuscito a proteggere.

Calde lacrime colme di rabbia e dolore si riversarono sulle sue guance, mentre una mano si posava sulla guancia gonfia di Scully e la accarezzava dolcemente, sporcandosi di sangue.

“Scully…” disse piano, “Scully, rispondimi ti prego!”.

Si avvicinò ancora di più al suo corpo esanime. Gli agenti che erano accorsi al suo capezzale si scostarono, rispettosi del suo dolore.

“Scully!!!”, disse a voce più alta. “Scully!!!”, continuò ad urlare senza sosta, la voce rauca e spezzata, la disperazione che lasciava il suo corpo attraverso le lacrime.

Ormai non ragionava più.

Non seppe dire perché - non si era nemmeno accertato che respirasse ancora - ma dette per scontato che il suo sogno fosse stato premonitore e che Scully fosse morta.

“SCULLY!!!”, urlò per l’ennesima volta, negli occhi uno sguardo allucinato, preda di un dolore troppo grande da sopportare.

“Fox, calmati!”, provò a tranquillizzarlo Fowley, ma lui non le dette ascolto.

“Mulder!”, tuonò allora la voce imponente di Skinner, mentre si avvicinava a lui. “Si calmi! E’ ancora viva!!! L’ambulanza sarà qui a momenti!”.

Le parole di Skinner si insinuarono a fatica nella nebbia dei suoi pensieri colmi di disperazione.

Mulder piegò la testa verso il naso di Scully e avvertì un lievissimo e appena percettibile respiro.

Era viva.

Era viva!

ERA VIVA!!!

Ma il momentaneo sollievo provocato dalla notizia, fu scalzato da una rabbia sorda.

“No che non mi calmo!”, urlò rivolto verso Skinner, che torreggiava sopra di lui. “Dove diavolo eravate finiti? Poteva morire!!!”. Il respiro si fece affannoso nell’impeto dell’accusa.

Skinner assunse un’espressione quasi colpevole, aprì la bocca per rispondere, ma un flebile gemito interruppe la spiegazione.

Mulder si voltò di scatto verso Scully e vide che muoveva debolmente le labbra, nel tentativo di parlare, e che gli occhi sotto le palpebre ancora chiuse roteavano velocemente.

“… hhh… ul… er…”.

Mulder, il cuore che gli scoppiava di mille emozioni contrastanti - dalla felicità per vederla reagire, alla rabbia verso l’FBI - gli poggiò di nuovo una mano sulla guancia, stando attento a non farle male, e portò il viso a pochi centimetri dal suo.

“Sono qui, sono qui. Shhh, non ti sforzare di parlare”, aggiunse vedendo che lei tentava di dire qualcosa, “Tra poco ti porteranno in ospedale. E’ tutto finito, tutto finito…”.

Scully riuscì ad aprire leggermente le palpebre.

La sua vista era terribilmente sfuocata, ma riuscì comunque a vedere il volto di Mulder, che le sorrideva rassicurante.

Poi perse nuovamente i sensi.

“Scully!”, Mulder abbassò la testa, rughe di preoccupazione gli segnavano la fronte. “Resisti, ti prego, resisti”.

“Agente Mulder”, una voce di donna lo chiamò esitante.

Mulder si voltò e vide l’agente Thompson china su di lui.

“Ronald Fresty vorrebbe dirle una cosa…”, le guance le si tinsero di rosso, come se si vergognasse.

Mulder si voltò verso l’uomo ammanettato, in fianco all’agente McErny, e gli rivolse uno sguardo carico d’odio.

“Agente Mulder”, disse allora Fresty, con un tono di voce secco e sincero, “mi dispiace che la sua compagna stia male… se non mi si fosse avventata contro non sarebbe andata così”. Smise un attimo di parlare per rivolgergli un sorriso, “Sarebbe stata la prima volta che avremmo lasciato vivere due persone… voi lo meritavate. Forse più di quanto lo meritiamo io e mia moglie… le chiedo perdono”. E con questo abbassò il capo e si lasciò portare fuori dall’agente McErny.

Mulder rimase per qualche istante immobile, concentrato a tentare di capire le parole di Fresty, ma in lontananza si sentirono arrivare le sirene dell’ambulanza, e Fowley gli posò una mano sul braccio, stringendo leggermente.

Lui si voltò a guardarla, stanco.

“Fox…”, si rivolse a lui con voce bassa e dolce, “… dovresti farti curare anche tu. Hai un taglio sulla guancia e il mignolo completamente nero… Lei starà bene”, aggiunse vedendo che aveva di nuovo abbassato la testa sul viso di Scully.

Mulder guardò di nuovo Fowley, e annuì distrattamente.

 

New York Hospital

Ore 11.26 p.m.

 

Mulder si incamminò con passo incerto e dolorante lungo la corsia della terapia intensiva.

Gli avevano fasciato il mignolo e i polsi e suturato un taglio poco fondo alla guancia, dove ora c’era una garza bianca a proteggerla dai batteri esterni.

Il dolore all’inguine cominciava lentamente a diminuire, ma lo percepiva ancora vivo e pulsante.

Era stato sottoposto ad una accurata visita urologica e il medico gli aveva assicurato che il dolore era dovuto solo alla violenza dei colpi subiti e che non c’erano lesioni.

“Almeno una buona notizia…”, aveva commentato in tono disinteressato Mulder, facendo ridere il dottore.

Quando girò l’angolo di sinistra, vide circa a metà corridoio, la lucida pelata di Skinner.

Si avvicinò a lui lentamente.

“Agente Mulder”, lo salutò il vicedirettore, “Come sta?”.

“Io bene, grazie. Lei?”, chiese voltando lo sguardo verso la vetrata dalla quale si vedeva la stanza dov’era ricoverata Scully. In quel momento un dottore e un infermiera stavano attorno al letto e controllavano alcuni monitor e la cartella medica. “Le hanno detto qualcosa?”.

Skinner scosse la testa. “Non molto, a dire il vero. Hanno detto che ha una commozione cerebrale, ma che non è grave e che potrebbe svegliarsi presto, ma dipende da come reagisce il suo corpo. La mascella è a posto, però le verrà un gran livido, ed è facile che per qualche giorno non riesca ad aprire l’occhio sinistro, e faccia fatica a parlare. Il taglio, fortunatamente, era pulito e non si è infettato. Dobbiamo solo aspettare che trovi la forza di svegliarsi…”.

Mulder non replicò, rimase fermo ad osservare la sagoma immobile di Scully, riparata dalle deprimenti coperte bianche dell’ospedale.

“Si può entrare?”, chiese dopo un po’.

“Immagino di si, ma è meglio chiedere al dottore”.

Mulder fece un cenno d’assenso. Sperava che lo lasciassero stare con lei per tutta la notte. Non se la sentiva di lasciarla sola… o forse era lui che non voleva restare solo, senza di lei.

“Ho chiamato la sua famiglia”, disse Skinner. “Saranno qui domani”.

Mulder annuì.

“Mi dice ora, per favore, cos’è andato storto qualche ora fa? Perché siamo ricoverati in questo ospedale, vivi per miracolo?”.

Skinner trasse un profondo respiro.

“Un intoppo… Un maledetto intoppo!”. Si girò a guardare Scully al di là del vetro. “Abbiamo capito che eravate saliti in macchina quando il segnale ha cominciato a spostarsi velocemente per le vie di New York. Abbiamo fatto fatica a capire dove volevano portarvi, perché hanno girato in tondo per un bel pezzo, forse volevano essere certi che foste addormentati. Ad un certo punto il segnale si è fermato alla periferia della città, abbiamo controllato il luogo esatto e, quando abbiamo visto che corrispondeva ad una zona isolata e abbandonata siamo saliti immediatamente sulle volanti”, si voltò di nuovo verso Mulder, che lo osservava con espressione concentrata.

“Ma quando eravamo già a metà strada, dall’FBI hanno chiamato comunicando che il segnale si era rimesso in movimento. Un po’ spiazzati, ci siamo comunque recati nel luogo dove prima vi eravate fermati, ma non abbiamo trovato nulla, nemmeno dentro gli edifici fatiscenti. Così siamo rimasti in contatto col quartier generale, che, a seconda delle svolte del segnale, ci indicava le strade che dovevamo percorrere

Abbiamo girato a vuoto per un bel pezzo, prima che ci venisse comunicato che i Fresty si erano fermati. Siamo corsi sul luogo indicato, e abbiamo trovato l’auto”, abbassò un attimo il capo, passandosi una mano sulla testa calva.

“Nell’auto abbiamo trovato i vostri vestiti… l’orecchino col segnalatore era rimasto impigliato nel maglione di Scully. Ci trovavamo in una zona disabitata, c’erano due edifici abbandonati, ma risultarono vuoti”.

Alzò di nuovo il viso su Mulder. “Mi creda, ero sconvolto. Ero terrorizzato all’idea di lasciarvi soli nelle mani di quei due pazzi, ma non sapevamo dove foste! Non avevamo nemmeno idea di cosa i Fresty avessero fatto. Dove eravate? Quando vi avevano tirati fuori dall’auto? Chi aveva portato l’auto in quel punto? Mille domande senza risposta”.

Mulder si passò la lingua sulle labbra secche.

“Abbiamo brancolato nel buio non so nemmeno io per quanto. L’agente Fowley continuava a fare congetture, a cercare di capire dove poteste essere, ma tutte le idee si rivelavano infruttuose. Ad un certo punto hanno chiamato dall’FBI, dicendoci che avevano ricevuto una chiamata anonima, nella quale si diceva che dall’altra parte della città, in un edificio fatiscente, avevano sentito qualcuno gridare.

Poteva essere qualunque cosa, due drogati, due barboni che litigavano, qualunque cosa, ma pensammo che valeva comunque la pena andare a dare un’occhiata… e abbiamo avuto fortuna… se così si può dire… Ci siamo resi conto di essere sulla strada giusta quando abbiamo visto un’auto che risultava rubata davanti ad una palazzina. Voi eravate nella cantina.”

Skinner appariva stanco e provato e Mulder lo fissò per qualche istante, prima di posargli una mano sulla spalla, in segno di comprensione.

“Non me la sento di dirle che non fa niente, ma non si prenda colpe che non ha. Nessuno poteva prevedere che tutto sarebbe andato a monte per un imprevisto così stupido”.

Interruppero la loro conversazione, perché l’infermiera e il dottore uscirono dalla stanza.

“Dottore!”, lo bloccò Mulder, “Come sta?”.

“Le sue condizioni sono stabili, il che, per la brutta ferita riportata, è un buon segno. I valori del sangue sono nella norma e Dana mi sembra una donna forte, vedrà che si sveglierà presto”, aggiunse con un sorriso rassicurante.

“Posso rimanere con lei?”, chiese con fare remissivo, quasi volesse implorarlo di dargli il permesso.

Il dottore lo osservò per un attimo, soffermandosi sulle varie bende che gli fasciavano il corpo.

“Sto bene”, disse Mulder, anticipando la domanda del medico.

“Penso che non ci siano problemi. Ma mi raccomando”, e sottolineò le parole on sguardo severo, “Mi chiami se nota qualcosa di strano in Dana, e se lei si sente stanco vada a riposare. E’ in buone mani!”.

Mulder annuì secco. Si congedò in fretta da Skinner, che declinò l’invito ad entrare, asserendo che doveva andare al dipartimento per l’interrogatorio ai Fresty.

Mulder varcò la porta, lasciandosi alle spalle il corridoio asettico e silenzioso.

Prese una sedia e si sedette vicino al letto, prendendo le dita di Scully tra le sue.

I polsi erano bendati, uno era stretto in una fascia elastica, e Mulder li accarezzò dolcemente con il pollice.

La guardò in viso e si sforzò di sorriderle, anche se lei non poteva vederlo.

La guancia sinistra,già gonfia, aveva cominciato ad assumere un colorito violaceo. L’occhio era già piuttosto nero e il labbro aveva un brutto taglio rimarginato che la faceva apparire imbronciata.

Attorno alla testa le girava una benda bianca, un’ombra più scura si stava allargando nel punto dell’impatto con la spranga. Mulder rabbrividì leggermente al ricordo del suo corpo che cadeva…

Mosse l’altra mano ad accarezzarle i capelli umidi, evidentemente avevano ripulito il sangue rappreso con una pezza bagnata.

Non le parlò, non serviva. A lui bastava soltanto stare accanto a lei, farle sentire la sua presenza, sperando di vederla riaprire gli splendidi occhi blu al più presto.

 

New York Hospital

Ore 1.36 a.m.

 

Mulder voltò il viso verso la finestra della stanza, quando sentì due piccoli colpi di nocca contro il vetro.

Fowley gli fece cenno di uscire.

Seppur riluttante, Mulder lasciò la mano di Scully e andò nel corridoio, camminando con le gambe leggermente aperte.

“Come stai?”, gli chiese Fowley a bassa voce.

“Meglio, grazie. Cosa ci fai qui, a quest’ora?”, le chiese incuriosito.

“Sono stata fino a poco fa al dipartimento ad interrogare i Fresty, ma ero in pensiero per te, così appena mi sono liberata, sono venuta qui”. Lo osservò attentamente, nell’espressione una dolcezza che non ricordava di averle visto in viso da molto tempo. “Sembri stanco”, aggiunse passandogli una mano sulla guancia libera dalla garza.

“Non così tanto”, replicò Mulder, dando una rapida occhiata al corpo immobile di Scully.

Fowley abbassò la mano e sospirò, un suono leggermente rassegnato.

“Come sta Scully?”, chiese girandosi anche lei verso il vetro.

“Stabile…”, rispose Mulder, “Dicono che dovrebbe svegliarsi presto e che la commozione cerebrale dovrebbe ritirarsi nel giro di pochi giorni… ma ancora è incosciente…”.

“Fox”, disse allora Fowley, prendendogli una mano tra le sue, “Abbi pazienza. Ha preso una bella botta, è già molto che dicano che sta bene, lasciale il tempo di riprendere le forze”.

Mulder osservò in silenzio la sua mano tra quelle di Diana, poi, lentamente, sciolse il contatto. Non sapeva bene perché l’aveva fatto, in fondo lei stava solo cercando di confortarlo, ma si era sentito a disagio, come se le mani che lo toccavano fossero quelle sbagliate.

Fowley assunse uno sguardo ferito.

Mulder, per non dover dare troppe spiegazione al suo gesto – non aveva proprio voglia di mettersi a discutere con lei di argomenti spinosi – le chiese dell’interrogatorio ai Fresty.

“Hanno confessato tutto senza problemi”, spiegò Diana. “Sono convinti di aver agito nel migliore dei modi”, scosse la testa, “Dicono che sapevano che prima o poi sarebbero stati arrestati, ma che hanno fatto del loro meglio per riuscire a trovare l’amore nel mondo. Devo dire che hanno parlato in modo così cristallino e sincero, che ti veniva voglia di credere che quello che hanno fatto fosse in nome di qualcosa di superiore…”.

Mulder rifletté un attimo sulle parole di Diana. Anche lui aveva avuto l’impressione che la loro pazzia e il loro sadismo fossero mossi dalla profonda convinzione di riuscire a salvare il mondo dall’odio.

“Ci hanno raccontato che vi hanno drogati e poi portati in auto, girando per un po’ a vuoto, per la loro sicurezza e per essere certi che foste completamente addormentati, prima di fermarsi davanti in quella zona abbandonata, dove c’era un’altra auto che avevano rubato la notte precedente, una vecchia Ford nera.

Vi hanno spogliati e trasportati nell’altra macchina. Poi Ronald si è messo alla guida della Ford, e vi ha portati nell’edificio abbandonato dove poi vi abbiamo trovati, mentre Annebeth ha girato a vuoto, fino a quando Ronald non l’ha chiamata con un cellulare, sempre rubato, e le ha detto che stava arrivando. Si sono dati appuntamento dove abbiamo trovato l’auto con i vostri vestiti, poi sono venuti insieme da voi. Il resto… lo sai meglio tu…”, accennò un sorrisetto, per sdrammatizzare, ma quello che le uscì fu più che altro una smorfia di dolore. E posò nuovamente le mani sulle sue.

Mulder, dopo la spiegazione, capì perché i Fresty li avevano lasciati soli così tanto tempo: si stavano ricongiungendo, dopo aver sistemato loro due per bene, a chissà quanti km di distanza.

Quello che era successo non era stata una mancanza da parte di nessuno. Se quell’orecchino non si fosse impigliato nel maglione, loro non avrebbero corso alcun pericolo.

Eppure non riusciva a non provare un fastidioso senso di colpa. I suoi sogni, le sue paure, avevano cercato di avvertirlo, di fargli capire che sarebbe successo qualcosa di spiacevole, ma, evidentemente, non aveva dato abbastanza peso alla cosa. Probabilmente avrebbe dovuto intervenire in qualche modo, togliersi dall’operazione, controllare meglio i dettagli, stare più attento a Scully. Si era spaventato, aveva capito che quelle visioni non gli erano arrivate per caso, ma non ne era stato abbastanza colpito. Non aveva creduto fino in fondo alle loro previsioni.

Per una volta in vita sua aveva dato poco credito ad un fenomeno di preveggenza, e aveva dovuto pentirsene.

Sorrise tra sé e sé. L’avrebbe detto a Scully appena si fosse svegliata: “Vedi? Credere conviene sempre!”.

Si immaginò l’espressione scettica e divertita con cui l’avrebbe guardato.

“Che cosa c’è da sorridere?”, gli chiese Fowley, sperando che il suo sguardo, per un momento sereno, fosse dovuto al suo goffo tentativo di rassicurarlo.

“Niente”, rispose Mulder guardandola, l’ombra del sorriso che ancora aleggiava sulle sue labbra, “pensavo a una cosa”.

“Posso sapere anch’io?”, chiese lei, speranzosa, sorridendogli.

Mulder scosse la testa. “Era una scemenza… Niente di che”.

Fowley tolse le mani e assunse uno sguardo rassegnato.

Mulder tornò a guardare al di là del vetro.

“Tieni tanto a lei, vero?”, esordì Fowley dopo qualche minuto di silenzio, in cui entrambi si erano persi nei propri pensieri.

Mulder si voltò lentamente verso di lei, nello sguardo un’espressione stupita.

“Certo che tengo a lei! E’ la mia collega, e amica, soprattutto”, disse con una nota acida nella voce.

Fowley scosse la testa. “Ma tu tieni a lei molto di più di quanto si tiene ad una collega… o ad una amica”, sottolineò.

Mulder la fissò con un’espressione assorta.

“Dove vuoi andare a parare?”.

“Da nessuna parte, Fox, sto solo dicendoti quello di cui tu non ti sei ancora reso conto… o non vuoi accettare”.

Mulder avvertì una stretta alla base dello stomaco, una sensazione strana, come se fosse spaventato da quello che gli stava per essere rivelato, ma allo stesso tempo ne fosse completamente consapevole… e felice.

Piegò leggermente la testa di lato e fissò Diana, cercando di capire cosa gli stava dicendo, ma vide solo due occhi scuri fissarlo di rimando, null’altro.

Fowley si girò a guardare la sagoma immobile di Scully al di là del vetro.

“Vedo come la guardi… sono gli stessi occhi con cui guardavi me una volta… anzi”, aggiunse abbassando il capo, “… ammetto che sono molto più luminosi”.

Mulder aggrottò le sopracciglia. Vide gli occhi di Diana diventare lucidi, ma non si mosse. Si sentiva terribilmente a disagio, non voleva farla star male, ma non capiva nemmeno perché lei stesse soffrendo.

Tra loro era finita da un pezzo ma, dalle sue parole, trapelava una sofferenza antica, una gelosia immotivata. Mulder sospirò.

Diana lo guardò, gli occhi ancora lucidi.

“Tu sei innamorato di lei…”. Le sue parole, seppur sussurrate, uscirono in maniera dolorosamente diretta e Mulder ebbe un tuffo al cuore.

Quel pensiero che aveva attecchito nel suo cervello quasi 24 ore prima, crebbe a dismisura e occupò ogni suo pensiero razionale.

Ma la paura esplose prepotente nelle sue viscere e gli fece scuotere la testa.

Fowley lo fissò intensamente, poi gli dette un bacio sulla guancia sana e se ne andò, lasciandolo, fermo immobile, nel corridoio.

Capitolo Ottavo

New York Hospital
Ore 4.57 a.m.

Mulder stava guardando il viso di Scully, ancora immobile.

Quando era rientrato in camera, poche ore prima, aveva fatto in modo di lasciarsi dietro le spalle la verità con la quale Diana l’aveva costretto a scendere a patti.

Non se l’era sentita di smentirla completamente, almeno non con sé stesso. Era da troppo tempo che il pensiero di Scully occupava le sue giornate, troppe volte lei aveva abitato i suoi sogni, troppe ore erano state spese nell’idea di lei, per poter negare che il suo sentimento si fermasse all’amicizia.

Ma aveva scelto di non fare nulla. Troppe variabili erano in gioco nel loro rapporto e la paura di perderla, la paura di non essere corrisposto, avevano scelto per lui.

Non avrebbe cambiato nulla nel rapporto con Scully. Il suo sentimento avrebbe vissuto solo nella sua testa, nel suo cuore, nella sua anima.

Era codardo? Forse, ma, per ora, si sentiva più al sicuro ad agire così.

Ma si permise di cullarsi nel vivo ricordo di quel bacio. Lei l’aveva corrisposto con tutta la sua folgorante passione, ma cosa lo rendeva così certo che non fosse stato un momento di debolezza, di follia? Nulla.

Un movimento impercettibile solleticò il palmo della sua mano.

Il ricordo evaporò come una nuvoletta di fumo e Mulder si sporse verso Scully, stringendole delicatamente le dita.

“Scully… Scully, mi senti?”, chiese a bassa voce.

Un altro movimento sotto la sua mano.

Mulder sorrise felice.

“Sono qui, Scully. Mi senti?”.

Le palpebre fremettero e le labbra si mossero.

Mulder si alzò dalla sedia e si sedette sul bordo del letto.

Sempre tenendo la mano di Scully stretta nella sua, si sporse verso il suo viso e le posò l’altra mano sulla guancia senza lividi.

Mosse impercettibilmente il pollice ad accarezzarle la tiepida pelle.

Molto lentamente la palpebra destra di Scully si aprì, l’altra era troppo gonfia e rimase chiusa. La fece sbattere un paio di volte, cercando di mettere a fuoco il volto di Mulder.

“Scully”, disse di nuovo lui con voce allegra e sollevata.

Lei si inumidì le labbra e cercò di dire il suo nome, ma le uscì soltanto un suono rauco e scoordinato.

“Shhh, non ti sforzare troppo”, le rivolse un sorriso radioso, “Ora chiamo il dottore, ok?”.

Lei fece un cenno affermativo col capo, e Mulder si diresse verso il pulsante per chiamare il personale medico.

 

Il dottore e l’infermiera si trattennero in camera per almeno un quarto d’ora, mentre Mulder camminava su e giù per il corridoio, fremente.

Quando gli dettero il permesso di ritornare in camera gli assicurarono che le sue condizioni erano ottimali, che era in grado di capire quello che gli si diceva e che riusciva a farsi capire, anche se la voce era debole e il labbro gonfio le impediva di articolare perfettamente le parole. Gli raccomandarono anche di non stancarla troppo; ora che si era svegliata ed era fuori pericolo, aveva il diritto di riposare tranquillamente.

Quando ritornò in camera e si sedette sul bordo del letto, in fianco a lei, Scully gli rivolse un  vago e buffo sorriso. Lui le rispose raggiante, le prese una mano e se la portò alle labbra.

“Bentornata!”, la canzonò, “Cominciavo a pensare che stessi troppo bene nel mondo dei sogni e che non volessi più tornare tra noi!”.

Scully accentuò il sorriso, poi si inumidì le labbra.

“No… sto meglio qui”, la voce era bassa e debole, leggermente roca e Mulder dovette chinarsi verso di lei per riuscire a sentirla.

“Come ti senti?”, le chiese dolcemente, passandole una mano sui capelli, stando attento a non toccare la tempia ferita.

Scully fece una specie di smorfia, si inumidì di nuovo le labbra e prese un respiro.

“Stordita… e mi sento debole, ma non mi posso lamentare”, piegò le labbra in una smorfia.

Rimasero qualche minuto in silenzio. Mulder non voleva farla stancare troppo, e poi era felice solo vedendo di nuovo i suoi occhi blu scrutarlo, espressivi. O meglio, il suo occhio. Sentì una stretta al petto pensando al dolore che doveva provare se non riusciva a tenere aperti entrambi.

Continuò ad accarezzarle i capelli, dolcemente. Lei raccolse tutte le sue forze e strinse la mano di Mulder.

Si sentiva estremamente debole e confusa, ma era felice di essere in sua compagnia. Si considerava ingiusta verso la sua famiglia, ma nemmeno la vista di sua madre o dei suoi fratelli, l’avrebbe resa così tranquilla e serena quanto la vista di Mulder al suo capezzale.

Lui era molto protettivo e immaginò avesse fatto il diavolo a quattro quando li avevano portati in ospedale. Immaginò che, almeno inizialmente, si fosse rifiutato di farsi medicare per restare accanto a lei.

Aveva un vago ricordo della sua voce disperata, quando era stesa su quel freddo pavimento. Era stata quella voce profonda e spaventata, che chiamava il suo cognome, a riportarla alla realtà per pochi istanti. Era come se il suo corpo avesse reagito al suo urlo di dolore, come se avesse sentito il bisogno, il desiderio, di rassicurarlo almeno per un momento, di fargli sapere che era viva e che avrebbe lottato… fosse solo per non fare un torto a lui.

Raccolse di nuovo a rapporto tutte le sue forze e alzò la mano a toccare la garza sulla guancia di Mulder.

“Tu come stai?”, gli chiese, schiarendosi la voce.

“Niente di serio! Due cerotti e sono come nuovo!”.

“E… là sotto?”, gli chiese con un sorrisetto. Le guance presero un po’ di colore.

“Oh…”, Mulder fece spallucce, “Neanche questa volta riuscirò ad entrare nel coro delle voci bianche!”.

Scully rise. Fu una risata spezzata, roca e flebile, ma per Mulder fu un suono bellissimo.

Le rispose sollevando un angolo della bocca, un sorriso sghembo che lo fece apparire, agli occhi di Scully, come un ragazzino che ha appena combinato una marachella.

“Che ore sono?”, chiese Scully dopo un po’.

Mulder dette una rapida occhiata alla finestra, che aveva le imposte abbassate.

“Sono le 5 e poco più. Vuoi vedere l’alba?” le chiese galante.

Lei lo fissò un momento, poi annuì leggermente col capo.

Mulder si alzò e aprì un po’ le imposte, lasciando entrare nella stanza in penombra, la tenue luce di un sole primaverile che nasceva. Scully strizzò per un attimo la palpebra, ma poi aprì gli occhi verso l’immagine che simboleggiava, per eccellenza, la vita.

“Troppa luce?”, le chiese Mulder.

Lei scosse la testa. Era bello vedere le cose intorno a sé inondate del tenue bagliore di una giornata ai suoi albori.

Mulder tornò da lei.

“Non sei stanco?”, gli chiese.

“Un po’ si… ma non mi muovo di qui, quindi non sforzarti a dirmi di andarmene”.

Alle parole di Mulder, la Scully medico storse la bocca, non era saggio che, seppur ferito lievemente, perdesse ore preziose di sonno; aveva bisogno di riprendere le forze. Ma la Scully donna tirò un sospiro di sollievo.

Era stupido, ma non aveva voglia di rimanere sola, o meglio, non aveva voglia di separarsi da Mulder. Le piaceva immensamente il senso di protezione e di calore che lui era sempre riuscito a trasmetterle, e in quel frangente, lo apprezzava più che mai.

Mulder tornò a sedersi sulla scomoda sedia di metallo e plastica e le riprese le dita tra le sue.

Lei girò la testa verso di lui e le sfuggì un gemito, seguito da una smorfia di dolore.

Mulder sfoggiò un’ espressione preoccupata e dispiaciuta. “Forse restare qui è egoistico da parte mia… ti sto stancando troppo… ”. Ma lei cercò di rassicuralo, almeno in parte. “Colpa mia. Ho girato la testa troppo in fretta. Resta un altro po’ per favore…”.

Mulder la guardò con uno sguardo poco convinto “Il medico si è raccomandato di non stancarti”.

“Non mi stai stancando… e poi te l’ho chiesto io… e i desideri di un malato vanno esauditi”, concluse con una debole alzata di spalle.

“Viziata!”.

Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi Scully prese un respiro e gli fece una domanda.

“Posso sapere… che cosa significava la frase che hai detto a Ronald?”.

Mulder aggrottò le sopracciglia. “Quale?”.

“Cito testuale”, e si inumidì di nuovo le labbra, riprendendo fiato, “Non me ne farei nulla senza di lei…”, e piegò gli angoli della bocca in un sorriso che voleva essere malizioso.

“Ah, già…”, Mulder distolse lo sguardo. “Ho solo pensato che un uomo innamorato della sua donna avrebbe risposto così…”.

Scully aggrottò le sopracciglia, soffocando una smorfia di dolore, per non preoccuparlo.

“Sai…” gli disse seriamente, “… per quanto innamorato, non credo proprio che un uomo avrebbe acconsentito a farselo tagliare così, di punto in bianco…”.

Mulder la guardò intensamente. “Se si fosse rivelato necessario per salvarti la vita… ma non credo che saremmo arrivati a tanto…”.

“In che senso?”, chiese lei, il cuore che le batteva a mille per quello che Mulder le aveva appena detto.

“Prima di essere portato via, Ronald ha voluto farmi sapere che, se tu non l’avessi attaccato, ci avrebbe lasciati andare… Ha detto che saremmo stati le prime due persone che reputavano meritevoli di continuare a vivere… forse più di quanto lo meritavano loro… come coppia…”.

Scully assunse un’espressione stupita. “Vuoi dire che eravamo riusciti a ingannarli? Non c’avrei mai sperato…”.

Mulder la guardò con occhi strani, come se non fosse d’accordo con l’idea di Scully che a convincerli fosse stata la loro recita, bensì qualcos’altro, ma non fosse propenso a condividere con lei le sue reali supposizioni.

Scully si mise a riflettere sulle parole che Ronald Fresty aveva detto a Mulder, ma dopo un po’ le palpebre cominciarono a farsi pesanti e non riuscì a trattenere uno sbadiglio, che le procurò una fitta di dolore al labbro ferito e alla guancia tumefatta.

Mulder le passò la mano sui capelli. “Riposa un po’, ora. Avremmo tempo per parlare di questo”, le disse con voce bassa e tenera.

Lei lo guardò per un attimo, poi chiuse gli occhi e sospirò.

Mulder si allungò a darle un bacio leggero sulla guancia sana.

Poggiò le braccia sulla sponda del letto e vi appoggiò il mento.

Rimase a guardarla abbandonarsi tra le braccia di Morfeo, mentre la stanchezza cominciava a pervadere tutto il suo corpo. Le palpebre cominciarono a farsi sempre più pesanti e scivolò nel sonno senza accorgersene, mentre un cielo limpido e chiaro faceva capolino dalle fessure dell’imposta.

Dormì un sonno senza incubi, né sogni.

Un sonno un po’ nebuloso, ma sereno e senza preoccupazioni.

Un sonno che si era sicuramente meritato.

Epilogo

Appartamento di Dana Scully
Una settimana dopo
Ore 9.02 p.m.

Scully stava scaldando dell’acqua sul fornello. Una bustina di camomilla attendeva di essere messa in infusione, solitaria, sul ripiano della cucina. Indossava il suo morbido accappatoio bianco di spugna e aveva intenzione di passare la serata stesa in divano a guardare un po’ di tv, prima di buttarsi a letto, tra le familiare e morbide coperte che non vedeva da più di sette giorni.

Era tornata a casa quella stessa mattina. Mulder l’aveva accompagnata, non fidandosi a lasciarla sola.

Aveva passato tutta la precedente settimana nell’ospedale di New York, sotto stretta osservazione dei medici, di Mulder, di sua madre e di Charlie.

I suoi familiari erano arrivati la mattina seguente alla disavventura, scusandosi per Bill e Tara che non erano riusciti a trovare qualcuno che tenesse loro il bambino mentre erano via.

Sua madre  l’aveva osservata per tutto il tempo con un’espressione sconvolta sul volto e aveva continuato a chiederle se era certa di sentirsi bene, mentre guardava con occhi lucidi i lividi e i gonfiori sul viso della figlia.

Mentre Charlie non aveva fatto altro che sparare battute a raffica nel tentativo di distrarre la madre e Scully stessa. I suoi tentativi erano stati sicuramente apprezzabili, ma non avevano fatto altro che irritare ancora di più la madre, mentre Scully, che si era sinceramente divertita ascoltando le ironiche parole del fratello, era riuscita a ridere a tratti, perché la faccia le doleva per ogni movimento.

I primi tre giorni, i medici l’avevano obbligata a letto, con suo grande disappunto, ma erano stati irremovibili. Aveva potuto iniziare a camminare da sola, almeno per andare in bagno, a partire dal quarto giorno. Sua madre l’aveva tenuta sempre d’occhio, con sguardi severi e preoccupati, ma Scully non le aveva prestato molta attenzione. Aveva continuato a ripetere all’infinito a tutti che si sentiva bene - almeno per quanto si può sentire bene una persona che ha ricevuto una botta in piena tempia, che le ha provocato una commozione cerebrale – ma sembrava che nessuno le avesse creduto fino in fondo.

Avevano continuato tutti a trattarla come una bambina bisognosa di cure e la cosa, dopo qualche giorno, aveva cominciato a irritarla parecchio, fu per quello che la sera precedente, aveva gongolato silenziosamente, perché era riuscita a convincere il suo medico a mandarla a casa, con la promessa di non ritornare subito al lavoro e di strapazzarsi poco.

Scully aveva accettato senza troppi tentennamenti. Da medico qual’era, sapeva che avrebbe dovuto riposarsi e sottoporsi ad alcuni controlli per qualche tempo, ma l’idea di potersene ritornare a casa, nel suo ambiente, l’aveva resa euforica.

Ma ora, sola tra le familiari mura, si sentiva vulnerabile e a disagio. E non riusciva a capire perché.

Uno psicologo, probabilmente, avrebbe dato la colpa alla brutta esperienza che aveva appena vissuto, ma lei non era del tutto certa che fosse l’unico motivo. Di brutte esperienze, in sei anni di X Files, ne aveva fatte parecchie, se avesse dovuto essersi sentita così tutte le volte, ormai non avrebbe avuto nemmeno più il coraggio di fare due passi da sola.

Era vero che questa era stata un’esperienza diversa dal solito, non li aveva segnati soltanto nel fisico, ma anche nello spirito. Le parole che Ronald Fresty aveva detto a Mulder, in quella maledetta cantina, sottintendevano qualcosa che lei non aveva il coraggio di affrontare.

Nei giorni passati in ospedale, Mulder non ne aveva più fatto parola, e lei si era ben guardata dal tirare fuori l’argomento. Aveva la netta impressione che lui non fosse molto propenso a parlarne.

E se lei aveva interpretato correttamente il significato recondito di quelle parole, come probabilmente lo aveva interpretato Mulder, capiva perfettamente perché non avesse più cercato di riflettere con lei sulla questione, e di questo era contenta. Non avrebbe saputo con che faccia affrontare un argomento così delicato, che implicava una profonda indagine dei loro sentimenti più intimi e inconfessati.

Un bussare sommesso alla porta la distolse dalle sue congetture.

Andò ad aprire, senza guardare dallo spioncino, tanto sapeva che era Mulder, le aveva detto che sarebbe passato a vedere come stava.

Lo fece accomodare, chiudendosi istintivamente con le dita la scollatura dell’accappatoio.

“Ciao! Come stai?”, le chiese appena entrato in casa.

“Mulder, sono sette giorni che non pronunci altre parole”, gli disse in tono ironico, “Stai diventando monotono”.

Lui fece spallucce. “Come stai?”.

“Bene…”, rispose allora Scully in tono accondiscendente, sbuffando leggermente.

Mulder la osservò. Il livido sulla guancia era diventato di una sfumatura giallognola, ma il gonfiore si era sicuramente attenuato. Il labbro aveva ripreso la sua dimensione normale, restava solo una brutta cicatrice a ricordare il taglio. L’occhio, invece, si era sgonfiato come la guancia, ma era ancora piuttosto tumefatto e Scully faceva ancora fatica ad aprirlo del tutto.

Attorno alla tempia non aveva più la fasciatura, ma un semplice quadrato di garza che le copriva e proteggeva la ferita. Ora era perfettamente bianca e pulita, e Mulder sospirò tra sé e sé, perché la paura dei medici era che la ferita si riaprisse e ricominciasse a sanguinare.

Era accaduto il secondo giorno di degenza.

Era andato in hotel per una doccia veloce e, quando era ritornato in ospedale, aveva visto la madre di Scully ferma in corridoio, i denti che tormentavano le unghie, in uno stato di evidente preoccupazione. I punti di sutura avevano ceduto e la ferita alla tempia di Scully aveva ripreso a sanguinare copiosamente, tanto che i medici si erano chiesti se non fosse il caso di farle una trasfusione, per aiutarla a ricostituire un numero adeguato di piastrine, per la coagulazione del sangue.

Fortunatamente non si era rivelato necessario e la ferita non si era più riaperta, ma la paura di Mulder riguardava il suo ritorno a casa. Temeva che il trambusto avrebbe potuto provocare un altro trauma, in fondo lei non si era ancora rimessa completamente in forze, ma fu felice di constatare che i suoi timori erano infondati.

Scully appariva in buone condizioni, un po’ provata e stanca di sicuro, ma comunque serena e rilassata. Probabilmente l’aria di casa stava giovando alla sua convalescenza.

“Mi stavo preparando una camomilla. Ne vuoi una?”. Scully lo riscosse dai suoi pensieri, dirigendosi verso la cucina e tirando via dal fuoco una teiera fumante

“Basta che poi non mi addormenti al volante…”, rispose con il suo solito tono canzonatorio. “Vuoi una mano?”, aggiunse avvicinandosi a lei.

“No, grazie… direi che posso ricominciare a cavarmela da sola, no?”, nelle parole c’era dell’ironia, ma anche una punta di frustrazione. Non le piaceva affatto sentirsi così controllata in ogni suo movimento, era abituata ad essere una donna adulta ed indipendente e tutte quelle attenzione morbose le stavano dando ai nervi. Era vero che lui lo faceva col cuore, perché teneva a lei e alla sua sicurezza, ma a volte aveva l’impressione di soffocare.

Si sedettero al tavolo e sorseggiarono la bevanda bollente.

“Sai…”, disse Scully! “… oggi pomeriggio è passato a trovarmi Skinner…”.

Mulder deglutì e posò la tazza sul piattino. “Cosa voleva?”.

“Sapere come mi sentivo, principalmente. Ma poi mi ha informata sul caso dei Fresty”, prese un altro sorso di camomilla, “Mi ha detto che sono detenuti provvisoriamente nel carcere di New York e che il loro processo è previsto tra tre mesi, nei quali contano di raccogliere più prove possibili per avvalorare la loro confessione. Sperano di riuscire ad ottenere l’ergastolo… anche se Skinner era più propenso per un esecuzione capitale”, sorrise leggermente alle sue ultime parole.

Mulder alzò un sopracciglio. “Davvero? Non credevo che Skinner fosse un fervente sostenitore della pena di morte”.

“Infatti non lo è… credo che in questo caso giochi un ruolo importante la rabbia nei loro confronti per averci messi in pericolo. Forse è un modo contorto di sentirsi meno in colpa per non essere venuto in nostro aiuto subito…”.

Mulder finì la sua camomilla e iniziò a raccontarle di un caso in cui si era imbattuto.

Lui  era rientrato in ufficio la mattina stessa, dopo averla accompagnata a casa, e aveva iniziato a sistemare un po’ di scartoffie, quando gli era balzato agli occhi un caso risalente al 1956, che non era mai stato risolto. Le raccontò i dettagli, le indagini, i risultati delle autopsie e disse, limpidamente, che secondo lui era stata una bella gatta da pelare, per quegli anni, perché implicava la presenza di fenomeni paranormali, come il poltergeist e lo spiritismo. Scully sorrise e gli rispose che secondo lei una spiegazione razionale avrebbe sicuramente potuto risolverlo senza tanti problemi.

Con una punta di soddisfazione, Mulder la indusse a ragionare assieme a lui al caso, scuotendo rassegnato la testa ogni qual volta lei liquidava le sue fantasiose teorie con congetture noiosamente scientifiche e scontate.

“Andiamo Scully! Un po’ di fantasia!”, la canzonò dopo una mezzora buona di botta e risposta scettici, da parte di lei, e inverosimili, da parte di lui.

Lei sorrise, scuotendo la testa.

Le mancava quello squallido e minuscolo ufficio del seminterrato. Dopo sei anni vissuti lì dentro era diventata come una seconda casa. Non l’aveva mai veramente detto a Mulder, ma quando fu incendiato, circa un anno prima, aveva sofferto quasi quanto aveva sofferto lui.

Il dolore che gli aveva letto negli occhi, mentre il fumo gli si rifletteva nelle iridi, le aveva stretto il cuore in una morsa. Quell’ufficio, quei casi, quelle strane foto… il suo poster, erano la sua vita, lei lo sapeva perfettamente. Avergli portato via gli X Files, per Mulder, significava avergli portato via una ragione di vita.

Ma non si sarebbe mai aspettata di provare anche lei una sofferenza così radicata.

Ormai, la crociata di Mulder era  diventata anche la sua…

Sarebbe tornata al lavoro il lunedì seguente, e, in quel momento, i sei giorni che la separavano dal rientro, le parvero immensamente lunghi e vuoti. Sospirò leggermente.

“Cosa c’è?”, le chiese Mulder.

“Niente...”, disse guardando le nervature del legno del tavolo da cucina, “Pensavo solo che mi manca il lavoro”, sollevò il viso verso di lui con un sorriso triste sulle labbra.

Mulder la guardò per qualche istante, leggendo nei suoi occhi la sofferenza di doversene stare pressoché chiusa in casa con le mani in mano. Era una donna dinamica, intelligente, amava il suo lavoro. Capiva come doveva sentirsi.

Le coprì il dorso della mano, dal polso slogato, con la sua.

“Devi rimetterti bene in forze”, le disse serio. Poi tolse la mano dalla sua e si posò, a braccia incrociate, allo schienale della sedia. “Non voglio una partner più di là che di qua, che non mi riprende ogni volta che provo ad esporre una teoria leggermente fuori dagli schemi!”.

Scully alzò il sopracciglio sano. “Leggermente fuori dagli schemi?”, fece una risatina, “Riduttivo direi!”.

Si stuzzicarono un altro po’, battibeccando maliziosamente sui loro differenti modi di guardare alle cose, poi Mulder buttò l’occhio sull’orologio e pensò fosse il caso di lasciarla dormire.

Si offrì di sciacquare le tazze, ma Scully gli disse che lo avrebbe fatto lei l’indomani.

Prese il cappotto dallo schienale del divano e si diresse alla porta.

Nel momento in cui Scully lo vide in procinto di andarsene, provò una forte sensazione di abbandono, che la lasciò momentaneamente spiazzata.

Non voleva stare sola, questo era stato chiaro fin dal mattino. Ma che cosa voleva fare? Chiedergli di restare a dormire sul divano?

Avrebbe pensato che aveva paura a restare sola e si sarebbe preoccupato, continuando a soffocarla di attenzioni, sincere senza dubbio, ma troppo pressanti.

Ma perché non voleva restare sola? Non era paura, era qualche altro sentimento che la faceva sentire inadeguata, ansiosa e l’unica cosa che le risollevava il morale era l’idea di averlo vicino a sé.

“Bè… buona notte Scully”, disse Mulder, una mano sulla maniglia della porta, “Ci sentiamo domani”.

Scully esitò un momento.

“Mulder…”, ma si pentì immediatamente di averlo chiamato con quel tono quasi supplicante.

“Qualcosa non va?”, chiese subito lui preoccupato.

“No.”, si sforzò di rispondere prontamente Scully. “No, niente. Vai pure”, e gli sorrise per rassicurarlo.

Lui la fissò per qualche istante, tentando di capire se era vero che non c’era nulla, ma lei abbassò il capo e gli negò l’accesso ai suoi pensieri e alle sue emozioni.

Mulder sentì l’impulso di andare da lei, stringerla e tenerla nel suo abbraccio tutta la notte. Ma non ebbe la forza di farlo, né il coraggio. Se glielo avesse chiesto lei sarebbe stato diverso, non se lo sarebbe fatto ripetere due volte.

Ma, a quanto sembrava, lei non aveva intenzione di chiedergli una cosa del genere.

Non sarebbe stato in stile Scully.

Lei aveva sempre affrontato i suoi demoni da sola, raramente aveva chiesto aiuto…

Decise di lasciarle i suoi spazi. Lei sapeva che se aveva bisogno di lui, sarebbe accorso immediatamente.

Così abbassò la maniglia della porta, pronto ad uscire.

“Ok…”, disse infine. “Allora… buona notte Scully”.

Scully alzò il viso su di lui e gli rivolse un sorrisetto.

“Buona notte Mulder”.

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