Le fanfic di X-Files

Il sapore della serenitÓ

Quanto abbiamo sognato in quello spoglio corridoio del palazzo dove vive Mulder? Quanto abbiamo sperato che non ci fosse nessuna ape in circolazione? Quanto... E se non fosse andata come ci veniva presentata in Fight The Future? Se fosse andata un po' diversamente...
Autore: GiorgiaXPhile
Pubblicata il: 30/09/2009
Rating: NC-17, vietata ai minori di 17 anni
Genere: RST
Sommario: Quanto abbiamo sognato in quello spoglio corridoio del palazzo dove vive Mulder? Quanto abbiamo sperato che non ci fosse nessuna ape in circolazione? Quanto... E se non fosse andata come ci veniva presentata in Fight The Future? Se fosse andata un po' diversamente...
Note sulla fanfic: La fanfiction si colloca durante la scena nel corridoio del primo film su X Files, Fight the future e contiene scene a carattere erotico.

Archiviazione: Do il permesso di pubblicare la mia fanfiction su altri siti, ma vi sarei grata se prima me lo comunicaste, grazie.
Disclaimer: Gli scritti pubblicati in questo sito sono di esclusiva proprietÓ degli autori. Beyondthesea.it non Ŕ in alcun modo responsabile degli scritti suddetti e dei loro contenuti. Gli autori, pubblicando le loro opere, si assumono ogni responsabilitÓ sulle stesse. Tutto il materiale presente sul sito non pu˛ essere riprodotto in mancanza del consenso del proprietario dello stesso. Questo sito non ha fini di lucro. I personaggi presenti nelle storie pubblicate sono di proprietÓ dei rispettivi autori e dei titolari del copyright.
Il sapore della serenitÓ

MULDER POV

In piedi, davanti a quella porta, con le mani sui fianchi, stavo provando un numero indefinito di emozioni.

Dolore, incredulità, frustrazione, perdita. Ma anche rabbia. Si! Rabbia!

Un sentimento sordo che mi faceva battere forte il cuore nel petto e mi scuotevai nervi tesi.

Come poteva pensare quelle cose? Come poteva credere che io non avessi bisogno di lei, che per me non fosse stata altro che un fastidioso peso di cui non vedevo l’ora di liberarmi?

Possibile che fosse stata talmente cieca e chiusa nelle sue convinzioni da non accorgersi di quanto la mia vita dipendesse da lei?

La mia mente, sempre così aperta a nuove possibilità, sempre così propensa a fare voli di fantasia per spiegare anche le cose più semplici, non riusciva, però, ad immaginare un futuro senza di lei.

La sola prospettiva di non sentire più la sua voce, di non vedere più l’incredulità e la rassegnazione invadere i suoi occhi davanti a mie nuove e impensabili teorie, di non sentire più il suo profumo nell’aria e di non avvertire più la sua rassicurante presenza nella mia vita, mi bloccava ogni pensiero, rendendo la mia mente un inutile involucro vuoto.

Mi bloccava anche il respiro. Come se l’aria avesse deciso di abbandonarmi, lasciandomi solo e indifeso, nudo di fronte al mio destino.

Palla al piede si era definita. Se il momento non fosse stato così tremendamente angosciante, avrei riso per il ribaltamento della situazione. Ero stato io, stavolta, ad aver sgranato gli occhi e schiuso le labbra in un’espressione incredula, mentre ascoltavo l’assurdità delle sue convinzioni.

La rabbia si era messa a pulsare dolorosamente in risposta al suo debole “Ciao…” .

Era così che intendeva chiudere cinque anni di lavoro insieme? Di lotte fianco a fianco, di perdite, di dolori e risate? Cinque anni di condivisione delle nostre vite? Con un misero ciao?

Le mie gambe si mossero verso la porta, con l’obbiettivo di raggiungerla, di fermarla e dirle quello che mi premeva sulle labbra. La ferma determinazione che aveva preso possesso del mio corpo, mi guidava verso un futuro ignoto.

Non sapevo come Scully avrebbe reagito alle mie parole. Si sarebbe fermata ad ascoltarmi, a riflettere, oppure avrebbe continuato imperterrita per la sua strada?

Ma non mi importava. Quello che mi premeva in quel momento era dirle quello che lei rappresentava per me, esternarle quello che non avevo mai avuto il fegato di ammettere con lei, e forse nemmeno con me stesso.

Volevo scuoterla, obbligarla a prestarmi attenzione, per l’ennesima volta da quando ci conoscevamo.

Varcai la soglia di casa mia e mi affacciai nel corridoio.

Il suono dei miei passi rimbombò rabbioso tra le spoglie pareti.

Le mie parole, intrise di risentimento, la colpirono alla schiena, mentre si incamminava a passo spedito verso l’ascensore, costringendola a fermarsi e voltarsi.

I suoi capelli disegnarono un cerchio nell’aria, mentre girava con foga la testa verso di me.

“Se vuoi raccontartela così per andar via con la coscienza pulita, padronissima! Però ti sbagli!”.

Le arrivai di fronte, sovrastando la sua piccola statura con ondate di rabbia.

Avidi i suoi occhi lampeggiare mentre si preparava a rispondermi a tono.

Me lo aspettavo. Non sarebbe stato da lei starsene zitta ad ascoltare quello che avevo da dire, soprattutto se l’accusavo di aver torto.

“Per quale scopo, anni fa, mi avrebbero assegnata a te? Se non per invalidare il tuo lavoro, per metterti un freno, per imbrigliarti?”.

Era vero, aveva pienamente ragione.

Ma loro non avevano previsto che Scully sarebbe diventata la mia alleata. Pur continuando ad essere sé stessa, pur senza rinnegare la scienza e quello in cui credeva, aveva scelto di schierarsi al mio fianco.

Non smetterò mai di ringraziare i vertici dell’FBI per averla indirizzata verso il mio ufficio quel giorno. Mi hanno dato il motivo per redimermi. E glielo dissi.

“Sei stata la mia salvezza! Per quanto odioso e frustrante mi apparisse talvolta, il tuo insopportabile razionalismo mi ha evitato di prendere migliaia di cantonate!”.

L’avevo colpita.

Me ne accorsi dall’espressione che si dipinse sul suo viso.

Mi guardava come se stessi parlando una lingua a lei sconosciuta, come se le parole che le stavo rovesciando addosso non avessero alcun senso.

E mi ritrovai a sperare, a pregare, che mi credesse, almeno una volta in vita sua, che accettasse le frasi che le mie labbra stavano pronunciando.

Approfittando del suo stupito silenzio, mi liberai dei pensieri che giacevano inascoltati in un angolo remoto della mia mente.

“L’onestà l’ho imparata da te! M hai fatto diventare adulto…” respiravo quasi affannosamente nell’impeto della mia confessione.

Ero sempre stato sincero con lei, ma mai come in quel momento sentii che parlarle di quello che lei rappresentava per me era la cosa migliore e più onesta che avessi mai fatto.

Scully continuava a fissarmi esterrefatta. Una piccola ruga di incredulità le era comparsa in mezzo alle sopracciglia.

“Io ti devo tutto quello che sono… invece tu a me non devi niente” tranne restare ancora al mio fianco, aggiunsi tra me e me.

Le parole che pronunciai erano vere fino in fondo.

Lei mi aveva migliorato in molti e piccoli modi. Aveva assestato duri colpi alla mia arroganza, facendomi riflettere, facendomi crescere. Mi era stata accanto quando non meritavo nient’altro che un calcio nel sedere, quando l’avevo trattata male, privandola del rispetto che meritava, solo perché ero convinto che a soffrire fossi solo io.

Invece lei aveva sofferto. Tanto… troppo.

Per causa del mio ossessivo lavoro era stata sottoposta chissà a quali test, chissà a quali procedure mediche, che le avevano indotto la sterilità permanente.

Una menomazione che la logorava giorno per giorno. La peggior ferita che le potesse essere inferta.

Eppure era rimasta con me, pronta a dare la vita per proteggermi, invece di disprezzarmi.

Vidi i suoi grandi e profondi occhi blu arrossarsi e riempirsi di lacrime.

Non era mia intenzione farla piangere, ma era giusto che sapesse quanto era grande la mia gratitudine nei suoi confronti. Non mi aveva abbandonato quando l’avrei meritato, non potevo accettare che lo facesse  ora, per motivi così futili come un trasferimento… come se a me importasse qualcosa delle decisioni ai vertici dell’FBI…

“Non so se me la sento di andare avanti da solo. Non so nemmeno se ci riuscirei”.

Scully scosse impercettibilmente la testa e abbassò gli occhi, sempre più colmi di lacrime.

“E se mollo adesso gliela do vinta!” aggiunsi con più enfasi, sentendo la familiare frustrazione far capolino.

La vidi deglutire a fatica, rialzare gli occhi sui miei a tratti.

Rimasi a fissarla, sperando di sentire la sua voce. Quel silenzio pesante mi stava  facendo impazzire. L’incertezza mi logorava e i suoi occhi lucidi mi dilaniavano l’anima.

Vidi le sue labbra imbronciarsi leggermente mentre tratteneva le lacrime e i suoi tratti assumere un’aria colpevole.

Stava chiedendo perdono.

Mi ritrovai a sperare che non stesse chiedendo scusa a me, ma che stesse chiedendo perdono a sé stessa per aver avuto così poca fiducia nella sua intelligenza, nelle sue capacità lavorative e nella sua sconfinata grandezza come donna, collega e amica.

Ma nessuna parola avrebbe potuto togliermi il peso che mi portavo nel cuore, tanto quanto fece il suo viso, mentre si avvicinava a me e si rifugiava nel mio petto.

La avvolsi con le braccia, stringendola a me.

Abbracciare Scully mi dava sempre un senso di calore e protezione. Percepivo il suo piccolo e morbido corpo tra le braccia e mi sentivo in pace col mondo, in pace con me stesso.

La sentii spostare la testa per riuscire a respirare, ma io non mi mossi.

Ero egoisticamente troppo perso nel mio rifugio felice e avevo paura che ogni minimo movimento avrebbe fatto scoppiare la bolla di tranquillità che mi avvolgeva, che mi avrebbe svegliato da un bel sogno, per riportarmi ad una crudele realtà in cui Scully mi avrebbe abbandonato.

Fu lei a scostarsi, dopo un po’, e per un millesimo di secondo andai letteralmente in panico. Una pessimistica voce dentro di me prese a cantilenare: visto? Lo sapevi che non l’avresti convinta, che prima o poi avresti dovuto separarti anche da lei!

Invece Scully avvicinò le labbra alla mia fronte, in un rassicurante gesto materno, le mani strette alla mia nuca.

Mi ritrovai a poggiare la fronte alla sua, in un atteggiamento semplice e casto, ma che per noi due valeva più di mille parole.

Rimasi ad occhi chiusi, in silenzio, a respirare il suo profumo, a percepire il suo caldo respiro sul viso, a pensare a lei.

Ma non resistetti a lungo, avevo bisogno di guardarla negli occhi, volevo leggerle dentro e quelle sue strepitose iridi blu erano le finestre che mi permettevano di accedere alla sua anima.

Mi staccai dalla sua fronte e poggiai le mani ai lati del suo viso, accarezzandole leggermente la pelle delle guance, umida di pianto, con i pollici.

I suoi occhi, ancora colmi delle lacrime che non era riuscita a versare, si incollarono ai miei, persi in un muto dialogo che mi arrivò dritto nel petto.

Tutto quello che ero stato in grado di dirle pochi istanti prima, seppur sincero e sentito, non si avvicinava nemmeno lontanamente all’intensità di tutto quello che scorreva tra noi. Senza parlare. Senza pensare. Senza ingannare.

Erano emozioni, sensazioni allo stato puro.

Le percepivo come un sottile, ma resistente, filo che si allungava dalle nostre anime e si congiungeva a metà strada tra i nostri corpi. Come una stretta di mano, come gli anelli di una catena, come le vite di due colleghi che, inaspettatamente, sopravvivono e si sentono complete solo se insieme.

Non so bene per quanto rimasi ad osservarla, a dialogare con i suoi occhi. So solamente che, ad un certo punto, l’annebbiamento provocato dal dolore e dall’incertezza di perderla, si dissolse e mi lasciò libero, privo di corde a trattenere le emozioni, privo di scrupoli e dubbi, privo di volontà.

Mi sentii trascinare da una forza che non avrei potuto contrastare nemmeno se avessi voluto –e non lo volevo- verso di lei, verso il suo viso, verso le sue morbide ed invitanti labbra.

Il mio volto si mosse autonomamente e consapevolmente allo stesso tempo, e vidi il viso di Scully cambiare espressione non appena intuì le mie intenzioni.

Sembrava allarmata, ma non si scostò da me. Anzi la vidi schiudere le labbra, aspettandomi.

Se anche un solo granello di indecisione avesse abitato il mio corpo, quel gesto spontaneo l’avrebbe fatto dissolvere come neve al sole.

La vidi avvicinarsi cautamente, abbassando e alzando gli occhi su di me, come se stesse combattendo una lotta interiore, come se il coraggio di affrontare a viso aperto ciò che stava per accadere, le arrivasse a tratti.

I nostri nasi si sfiorarono timidamente, ancora esitanti, poi le mie labbra toccarono le sue.

Non dimenticherò mai la sensazione che mi invase nel momento esatto del contatto. Fu un’emozione potente, non avevo mai provato nulla di così forte fino a quel momento.

Mi sentii libero, felice, senza pensieri.

Fu strano, ma per la mente mi passò l’immagine di un prato fiorito, i fili d’erba mossi da una leggera brezza, il rilassante rumore dello scorrere di un fiume, le narici invase dai profumi della natura… la purezza di ritornare bambini spensierati a rincorrere farfalle con i piedi nudi, lo sguardo allegro e la mente sgombra di ogni pensiero.

Le nostre labbra, inizialmente, si toccarono con timidezza, come a chiedere il permesso, ma poi si fecero più sicure e si fusero insieme.

Non fu un bacio casto, ma nemmeno troppo passionale. Fu il NOSTRO bacio.

Un gesto che aleggiava su di noi da molto tempo, ma che solo ora, me ne rendevo conto, ero pronto ad accettare.

In quel preciso momento sentivo la libertà scorrere dentro di me come lava incandescente, ma non bruciava, bensì leniva e cicatrizzava ferite antiche mai rimarginate.

Mi ero lasciato andare, stavo baciando Scully, e lei sembrava ricambiare in pieno il mio desiderio e il senso di euforia che ne derivava era così potente da togliermi il respiro.

Percepii il gusto salato delle lacrime sulle sue labbra, mentre le accoglievo nella mia bocca. La sua lingua era calda, morbida e mi accarezzava con sicurezza.

Sentii le sue dita stringersi alla mia nuca e la presi in braccio, senza staccarmi dalle sue labbra.

Mi accarezzò i capelli e la base del collo, mentre mi giravo e mi dirigevo verso il mio appartamento. Le sue gambe erano ben strette attorno ai miei fianchi e non ebbe cedimenti mentre chiudevo la porta con un calcio, alle mie spalle.

Il bacio, nel frattempo, si era fatto più profondo, emozionante… carnale.

La sdraiai, senza troppa delicatezza, sul divano.

Le sue braccia erano allacciate strette al mio collo, e le dita che mi passava sensualmente tra i capelli mi mandavano scosse lungo la nuca e la spina dorsale.

Le bocche unite si muovevano all’unisono, intrecciando le lingue in una movenza antica, una frizione erotica di corpi e anime.

Il sapore di Scully era paradisiaco. Sapeva di aria pulita, di dolcezza, di spazi aperti. Sapeva di serenità.

Il mio intero essere era completamente proiettato su di lei e su quello che il bacio prometteva ai miei sensi. Il mio cuore palpitò ancora più velocemente, pompando con slancio contro le costole, quando ascoltai un basso e tenue gemito risalirle la gola.

Sentii il suo minuscolo piede torcersi per levarsi la scarpa, che atterrò sul pavimento con un tonfo sordo. Il piede nudo prese a sfregare sensualmente contro la mia gamba.

Mi staccai da lei, ansimante, per poterla osservare.

Era una donna stupenda e lo sguardo lascivo che, in quel momento, le caratterizzava i tratti, la rendeva la creatura più bella che avessi mai avuto la fortuna di vedere .

Respirava affannosamente, il petto le si alzava e abbassava velocemente. I capelli ramati erano sparsi disordinatamente sul bracciolo del divano e creavano un curioso contrasto con il colore nero del rivestimento. Gli occhi erano circondati da occhiaie stanche, eppure erano vivi, luminosi, le lacrime avevano lasciato il posto ad una luce che glieli accendeva in modo particolarmente sexy. Le labbra erano schiuse, rosse e leggermente gonfie e mi invitavano a baciarle nuovamente.

Mentre mi abbassavo su di lei, la sentii far forza sul mio collo e sollevarsi per venirmi incontro.

Altre scintille di piacere ed emozione scaturirono dal contatto delle labbra.

La posizione in cui ero sistemato, una gamba allungata fuori dal divano e l’altra piegata su di esso, cominciava a farsi scomoda, così passai una mano sotto la schiena di Scully e la sollevai, staccandomi dalle sue labbra.

Lei mi osservò con un’espressione languida, mentre mi sedevo e la facevo accomodare sopra le mie cosce.

Posandole soffici baci lungo la linea del mento, le afferrai i lembi della giacca e gliela sfilai dalle braccia. La sentii muovere l’altro piede e anche la seconda scarpa cadde con un tonfo sul tappeto.

Risalendo il suo viso con rapidi baci, sulle guance, sul naso, sulle palpebre chiuse, lanciai la giacca sul tavolino e la abbracciai, accarezzandole la schiena attraverso la stoffa della camicetta.

Scully mi prese il viso tra le mani e, come poco prima, appoggiò la fronte alla mia, guardandomi negli occhi. Fece un profondo respiro, mentre mi accarezzava le guance.

“Scully…” iniziai. La voce mi uscì rauca e leggermente implorante.

“Shhh…” mi zittì lei, poggiandomi un dito sulle labbra. Aprii la bocca e glielo morsi dolcemente. Lei fece una risata divertita… poi tutto diventò frenetico. Erano i sensi a guidarci e, almeno per quel lasso di tempo, il mondo, con tutti i suoi problemi e dolori, scomparve.

Eravamo soli.

Ma insieme.

Se avessi potuto, avrei passato tutti i restanti giorni della mia vita a baciare quelle calde e soffici labbra. Mentre le succhiavo, sentivo la linfa vitale scorrermi nelle vene ed era una sensazione talmente bella, talmente intensa, che mi faceva girare la testa. Ora capivo che cosa si provava ad essere dipendenti da una droga, e Scully era la mia droga.

Mi prese le mani, che, nel frattempo, si erano fatte strada sulla pelle della schiena, e se le portò sui bottoni che chiudevano la camicetta.

La sua lingua si muoveva con impazienza nella mia bocca, mentre mi affrettavo a sfilarle l’indumento. Sentii le sue mani afferrare la mia maglietta e tirarla verso l’alto.

Mi staccai da lei per levarmela e gettarla da qualche parte nella stanza, e la osservai.

La sua pelle era candida e liscia, costellata qua e là, da nei che le conferivano un’aria aristocratica. Passai le dita lungo le sue braccia e il suo ventre e le baciai il collo, strappandole alcuni ansimi eccitati. Lasciai una scia calda e umida fino all’incavo tra i seni.

Il semplice reggiseno bianco che indossava, divenne ben presto d’intralcio. Mentre le sue mani accarezzavano senza sosta le mie spalle, glielo slacciai, massaggiando con movimenti circolari la pelle segnata dai ferretti della chiusura.

Scully mi sollevò il viso e mi baciò con ardore, mentre si sfilava le spalline e lasciava cadere l’indumento intimo. Prese nuovamente le mie mani e le portò sul suo seno.

Un suono gutturale mi salì alle labbra e il mio respiro divenne affannoso.

Circondai a coppa le sue morbide curve e passai dolcemente il pollice sui capezzoli, già turgidi.

Scully buttò indietro la testa, aggrappandosi alle mie spalle, e aprì la bocca in un muto gemito i piacere.

Inarcando la schiena, offrì i seni alle mie labbra, che si chiusero su un capezzolo, con avidità, come un assetato che si disseta alla fonte d’acqua.

Scully gemette e ansimò in modo incontrollato, lasciandosi trasportare dalle sensazioni che i movimenti della mia bocca le procuravano. Mordicchiai dolcemente la tenera e rosea carne e sentii le sue unghie conficcarsi nelle mie spalle.

Dalle labbra mi uscì un grugnito di pura soddisfazione.

Le afferrai possessivamente le natiche e la avvicinai al mio bacino, facendole, così, sentire la prova tangibile della mia eccitazione. La sentii trattenere il respiro.

Mi afferrò i capelli e mi tirò indietro la testa. Io chiusi gli occhi, aspettandomi che mi baciasse ardentemente, invece mi dette un bacio veloce, mentre scendeva dalle mie gambe.

Sentii immediatamente freddo.

Aprii le palpebre, deciso a riaverla tra le mie braccia, ma la visione che mi si parò davanti, bloccò ogni mio movimento. Mi stupii di respirare ancora.

Lei era in piedi, il torace nudo, i seni sensualmente esposti, i capezzoli turgidi. Le sue mani stavano slacciando i pantaloni e mi osservava con un’aria talmente maliziosa che sorrisi con un’espressione ebete.

Mi sorrise anche lei, prima di abbassarsi per sfilarli.

A piedi scalzi, scavalcò i pantaloni e si avvicinò a me. Si inginocchiò davanti alle mie gambe e si allungò a posarmi rapidi e bollenti baci sul petto.

Mi rilassai contro lo schienale, assaporando la deliziosa sensazione delle sue labbra sulla mia pelle surriscaldata.

Sospirai di piacere quando mi restituì la cortesia di mordermi teneramente i capezzoli.

Passai delicatamente le dita tra la morbida massa di capelli ramati, allontanandola leggermente da me per poterla guardare.

Le sue labbra si tesero in un sorriso radioso e sincero.

Non potei non sgranare gli occhi, quando vidi le sue mani armeggiare con la chiusura dei miei blue jeans. La vidi scuotere impercettibilmente la testa, mentre un leggero rossore le copriva le guance. Sollevai il bacino per aiutarla a sfilarli.

Per qualche istante vidi solo la sommità della sua testa china, mentre era affaccendata a togliermi le scarpe. Poi la vidi ergersi in tutto il suo splendore e passare una tonica e liscia gamba sopra il mio corpo. Le sue mani si poggiarono sul mio petto e mi spinsero giù.

Mentre si sdraiava su di me, facendo aderire con maliziosa ingenuità i nostri bacini, dalle labbra le uscì una bellissima risata –probabilmente dovuta alla mia espressione sempre più sbalordita- un suono cristallino che mi riempì i timpani e si espanse in tutto il mio essere.

Avevo sempre saputo che condividevo la mia crociata con una donna estremamente passionale, ma era incredibile vederla così disinibita, così eccitante, così sensuale. Mi faceva andare il sangue al cervello, comprometteva ogni pensiero razionale, mi faceva desiderare che quel momento durasse in eterno.

Catturai la sua bocca, mentre le nostre mani esploravano avidamente la pelle eccitata.

Gli erotici movimenti del corpo di Scully, che si premurava di sfregare “accidentalmente” contro la mia eccitazione, mi facevano impazzire. Gemiti e ansimi si susseguivano senza sosta nella mia bocca e il cuore martellava quasi dolorosamente nel petto.

Con un movimento brusco mi tirai a sedere e invertii le nostre posizioni. Le afferrai le mutandine e gliele sfilai con foga. Forse fui un po’ troppo brusco, ma i suoi movimenti avevano portato ad un punto di non ritorno la mia già flebile sopportazione.

Mi avventai sulle sue labbra, che mi accolsero con ardore, mentre le mie dita raggiungevano la sua femminilità. Era calda, e bagnata, e capii che mi stava aspettando con impazienza. La stessa impazienza che mi attanagliava il corpo, ma mi presi il tempo per esplorarla.

Mi abbandonai ad ascoltare i suoi gridolini eccitati, e a sentirla contorcersi sotto di me. Aveva gli occhi chiusi, le guance arrossate e le sue labbra erano più invitanti che mai.

Una mano raggiunse i miei boxer e prese ad accarezzare la mia parte risvegliata. Chiusi gli occhi e gemetti.

Sentii il suo fiato caldo nell’orecchio, “Toglili…” mi sussurrò con voce incredibilmente erotica.

Mi liberai velocemente di quell’ultimo ostacolo e ritornai da lei, che mi accolse tremante di desiderio.

Quasi per vendetta, sfregai il mio sesso sul suo e poi mi ritrassi. Scully emise uno strano suono amareggiato.

Sollevai la testa per guardarla.

Mi stava fissando con uno sguardo implorante, ed era talmente bella da togliermi il respiro.

Mi sistemai meglio tra le sue cosce e, continuando a guardarla negli occhi e ad accarezzarle il viso, la penetrai. Lo feci lentamente, fermandomi spesso. Per me fu una vera tortura, ma ero spaventato all’idea di procurarle dolore.

Quando fui completamente immerso nel suo calore liquido, lei mosse i fianchi verso di me, strappandomi un gemito di puro piacere.

Era il suo modo per dirmi che andava tutto bene, che era pronta.

Non me lo feci ripetere e iniziai a muovermi dentro di lei.

In poco tempo, i nostri movimenti si fecero sicuri, ci muovevamo assieme, in perfetta sincronia, come se fossimo abituati a fare l’amore da un sacco di tempo, come se i nostri corpi fossero stati creati per unirsi e danzare assieme.

Fui attraversato da calde ondate di piacere, annegai nel blu dei suoi occhi accesi dalla passione, mi persi nel suono dei suoi sospiri e dei suoi gemiti.

E fu ancora più bello quando lei si mise a cavalcioni su di me, scandendo un nuovo ritmo nella danza, portandomi su vette inesplorate, facendomi sentire come nessuna mi aveva mai fatto sentire. Libero, felice, spensierato ed incredibilmente emozionato.

Mi innalzai verso il cielo stellato, sempre più su, sempre più in alto e sempre assieme a lei.

La vidi inarcare la schiena, mentre impostava un ritmo più sostenuto. Buttò indietro la testa, ma io le posai le mani sulla nuca e la attirai a me, facendo aderire le nostre fronti.

“Resta con me” le sussurrai. La volevo vedere perdere il controllo, la volevo osservare mentre si lasciava sopraffare dal piacere che le stavo procurando, la volevo sentire mia, in quel momento più che mai.

“Mulder…” pronunciò il mio nome in un sussurro spezzato, prima di gemere forte e chiudere gli occhi.

Avrei potuto morire in quel momento, con la certezza che non avrei mai visto niente di più bello e dolce del suo viso alterato dal piacere, sicuro che non avrei mai più provato una felicità così completa, così profonda, sicuro che non mi sarei mai più sentito così orgoglioso di me stesso.

La sentii contrarsi attorno a me e lasciai andare ogni freno. Raggiunsi spazi infiniti, mentre un’esplosione di stelle si diffondeva nella mia testa.

Gemetti forte, riversando dentro di lei anni di desiderio, di tentazione, di sogni che avevano lei, e solo lei, come protagonista.

Scully si accasciò, esausta, sul mio petto, la guancia poggiata alla mia spalla. I respiri irregolari e affannati si mescolavano nell’aria satura dei nostri odori e i battiti dei cuori si rincorrevano frenetici nel petto.

Quando ripresi coscienza della realtà, feci forza sulle gambe tremanti e la sollevai. La adagiai sul divano e uscii lentamente da lei, prima di sdraiarmi al suo fianco. Restammo così, in silenzio, abbracciati, ad accarezzarci languidamente e ad aspettare che i respiri tornassero normali.

Fuori il cielo era imbrunito e la stanza in penombra creava un’atmosfera surreale.

Mi persi nella contemplazione del suo viso rilassato, mentre le accarezzavo dolcemente i capelli. Lei aveva poggiato la mano sul mio volto e passava lentamente le dita sul contorno della mia guancia.

Le mie labbra si tendevano spesso in sorrisi beati, ai quali lei rispondeva sorridendo a sua volta, oppure abbassando lo sguardo leggermente imbarazzata.

Avrei voluto parlare, dirle quanto era stato importante per me quello che era accaduto, ascoltare quello che lei pensava del fatto che avevamo fatto l’amore, ma avevo paura che il suono delle nostre voci avrebbe spezzato l’incantesimo.

Rimasi fermo a guardarla. E non mi importava che il mio divano fosse troppo piccolo per starci sdraiati in due e che il mio sedere stesse scivolando giù. Quello che importava era il fatto che lei fosse lì, con me.

Fu Scully, dopo un po’, a spezzare il silenzio.

Parlò con voce tenue, quasi incerta, come se anche lei temesse di rovinare tutto.

Aveva l’espressione di una bambina un po’ capricciosa, mentre mi diceva “Mulder… ho sete” e poi mi fece un sorriso imbarazzato.

Ridacchiai sereno.

Prima o poi avremmo dovuto parlare di quello che era successo, era inevitabile, ma fui felice che non fosse quel momento. Per questo fui divertito dal fatto che le sue parole chiedessero semplicemente un bicchiere d’acqua.

Le detti un rapido bacio sulla fronte e mi alzai, un po’ barcollante. Mi guardai intorno e recuperai i boxer –lo feci più che altro per cortesia verso Scully - e mi diressi in cucina.

Quando tornai da lei, vidi che si era infilata gli slip e la giacca del tailleur, e se la teneva chiusa sul petto con le mani. Era seduta a gambe incrociate sul divano e guardava davanti a sé, persa in chissà quali pensieri.

Quando mi vide arrivare, si sedette composta e si allungò a prendere il bicchiere che le offrivo, ringraziandomi con un sorriso.

Non potei impedirmi di pensare, per l’ennesima volta, a quanto era bella.

“Hai freddo?” le chiesi sedendomi accanto a lei e indicando con un gesto la giacca che indossava.

“Un po’” mi rispose dopo aver bevuto. Posò il bicchiere sul tavolino e tornò ad accoccolarsi sul mio petto.

La circondai nuovamente con le braccia e appoggiai il viso sulla sua testa.

“Ahi!” esclamò all’improvviso Scully, scostandosi da me e portandosi una mano alla base del collo.

Credendo di averle provocato io la fitta di dolore, le chiesi perdono.

“No…” disse lei “….qualcosa mi ha punto …” e tirò via dal colletto della giacca un’ape…

Torna all'inizio Sfoglia l'archivio