Le fanfic di X-Files

Un istante

Post Milagro
Autore: Scu
Pubblicata il: 05/10/2009
Tradotta da: Angelita
Rating: G, per tutti
Genere:
Sommario: Post Milagro
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Sono seduto qui, a solo qualche metro da lei.

L’ufficio è in silenzio. Da più di mezz’ora nessuno dei due ha parlato.

La solitudine del seminterrato ci avvolge. Da molto tempo che non si sente l’ascensore arrivare fin qui. Questo mi rincuora. Mi da una tranquillità che posso appena descrivere: una pace interiore così rara in me che mi fa sentire strano.

L’ultima persona che ha bussato alla porta è stata la segretaria di Skinner. Portava un rapporto. Il rapporto dell’autopsia. L’autopsia di Phillip Padgett.

Scully l’ha presa senza scambiarci una parola. Senza nessun gesto differente sul momento. Senza smettere di guardare nel modo abituale.

Ma niente è come al solito in questo modo. Niente è uguale. Perché tutto sta qui.

Lo sento.

Lo noto.

In ogni gesto e respiro del mio corpo, pulsa. Presente e minaccioso.

Lei legge il dossier con grande interesse. Lo studia senza battere ciglio. E so che è sconcertata per ciò che legge. Come si è meravigliata quando ha letto il suo rapporto medico.

Come lo sono io.

Solleva lo sguardo verso di me per un istante. Un decimo di secondo; appena un fremito.

Non lo intende, non lo comprende: quell’uomo la conosceva, era dentro i suoi sentimenti più privati, è arrivato fino in fondo al suo inconscio più nascosto.

Ha violato una parte che lei considera vitale nella sua stabilità emotiva.

I suoi desideri.

L’ha lasciata nuda davanti a sé stessa e davanti a me.

Davanti a me.

Ha lanciato il suo cuore su un tavolo davanti a me.

Che oltraggio!

Ed io l’ho dissezionato con avidità.

Ho letto le sue parole una dopo l’altra. Con fame.

Ed ho ricevuto quello che mi meritavo. Anche se lei no lo sa.

Ogni parola si è conficcata nel mio cuore. Ogni sillaba incisa a fuoco sulla mia pelle.

E la mia immaginazione che prendeva il controllo del mio cervello.

- Mulder.

Mormora guardandomi timidamente.

Ora mi rendo conto che i suoi occhi sono segnati da profonde occhiaie. Il suo viso stanco mette in evidenza la tensione accumulata durante questo caso.

O durante sei anni?

- Sì

- Chi ha strappato il cuore a Padgett? Tu eri lì.

Mi guarda fisso questa volta. E’ frustrata. La stessa frustrazione che ho visto un sacco di volte nei suoi occhi davanti ad una delle mie teorie.

Scully, penso, fu lui stesso. Per salvarti perché ti amava.

Il suo sguardo trema debolmente davanti al mio silenzio.

Le sue forze per capirlo si esauriscono. E’ stanca di aspettare risposte da me. Lo so.

- L’ha fatto lui stesso.

Abbassa lo sguardo rapidamente. Improvvisamente ha trovato qualcosa di terribilmente importante ed interessante nel rapporto perché rimane concentrata su di esso.

Ma io vedo i suoi occhi da qui e non stanno guardando niente.

Ed il silenzio un’altra volta. E benedetto silenzio.

Ora sono io che perdo l’attenzione verso lo schermo del computer, girando per le sue stupide icone senza riuscire a concentrarmi sul significato, sulla loro funzione. Su se ho acceso il computer per qualche motivo o solo per auto-ipnotizzarmi.

-Perché l’ha fatto?

La sua domanda ed una puntura nel mio cuore è un tutt’uno.

La guardo di nuovo. E sta lì.

- Lo sai.

Rispondo.

Questa volta lei non abbassa lo sguardo.

Che distanza c’è tra la sua scrivania e la mia?

Potrò sfiorare il suo viso se allungo la mano da qui?

- Ti conosceva

E so che questo è ciò che più la terrorizza. Perché lei non si lascia conoscere; perché rimane nascosta dietro la sua barriera; perché lei ha paura di essere conosciuta.

Perché lei teme di essere amata.

Ed amare.

Amarmi.

La sua mano si muove inconsciamente e spinge il file fuori del tavolo. Il suono dei fogli che cadono è rimbombante in questo silenzio. Assordante.

Lei guarda il mucchio disordinato di carte a terra e poi me.

L’aria si fa densa all’improvviso e tutto diventa lento quando mi alzo e vado dove sono caduti i fogli.

- Non importa.

Sussurro.

Ma lei si alza repentinamente ed esce dall’ufficio correndo.

Sono perplesso. Mentre guardo la porta dalla quale è andata via, sento che i miei muscoli si sono contratti e non posso muovermi.

Lentamente mi lascio cadere sulla moquette grigia dell’ufficio e mi siedo accanto al tavolo.

"Se solo potessi accedere a te, Scully"

La mia mente è un miscuglio di sentimenti opposti. Ma riconosco tra tutti uno.

Violenza.

Odio e violenza verso Phillip Padgett.

"Se solo potessi vedere la stessa cosa che ha visto lui"

La sensazione d’impotenza è sempre più grande.

"Stai con me, ma non mi permetti di accedere a te"

"Soffri con me e non ti posso conoscere"

"Lui ha conosciuto il tuo cuore ed io devo combattere con la tua ragione per sfiorarti una volta ogni mille anni"

Ed in quel momento sento un solletico lungo la schiena. Una sensazione confusa sulla spalla. Una ventata di calore mi squarcia.

Ma è il ricordo ciò che mi fulmina.

Lei mi ha abbracciato dopo avermi riconosciuto. Sì. Già l’aveva fatto prima.

Ma ora…

Allora era stato più di questo. Era stato di più... di qualsiasi cosa in vita mia.

Mi ha conficcato le unghie nella spalla, mentre la sostenevo. Mi ha dato qualcosa che non aveva mai dato a nessuno.

Mi ha detto milioni di parole dolci e disperate.

Ed allora sento questo solletico nella schiena e penso che forse sì, mi lascia accedere a lei. Anche se solo in momenti come questi.

Poi mi abbandona al mio destino.

Desiderandola e supplicandola in silenzio.

Buttando giù muri di pietra per riuscire a toccarla e bruciarmi.

"No, non mi lasci arrivare fino a te, Scully. Ed invece, aspetti che io ti raggiunga e ti riscatti. Ma quando questo succede lasci solo segni del tuo desiderio sulla mia pelle e mi dimentichi"

E ora sono qui. Senza poterti confessare che ho letto quel maledetto manoscritto quattro volte. Martirizzandomi una dopo l’altra e incominciando di nuovo.

Non ce la faccio Scully.

Non voglio.

Avvicinati o non potrò mai più raggiungerti.

La porta si apre. Io sono di spalle, lasciando le carte si erano sparse per terra, sul tavolo.

- Mulder.

Non voglio guardarti. Primo devo riuscire a cancellare l’espressione supplicante sul mio viso.

Ma non mi lasci il tempo.

- Lui mi conosceva meglio di te?

Una domanda lanciata in aria in una stanza senz’aria.

Io non la sento. Non mi riempie i polmoni.

Soffoco.

Le lacrime accorrono nei miei occhi immediatamente.

Le mie mani mi coprono il viso alterato.

"Perché mi domandi questo, maledizione!"

"Lui è arrivato fino a te, ed a me non mi lasci arrivare"

- Non so.

Lei fa alcuni passi verso di me piano e si ferma. Ancora lontano.

Sempre lontano. Abbastanza per continuare ad uccidermi con la sua presenza e la sua distanza.

- Non voglio.

Sospira.

Improvvisamente mi sento sorpreso.

Ignoravo che Scully potesse sospirare invece di parlare. Nei miei sogni lo fa, ma sono di quelli che non diventano mai realtà.

- Che cos’è che non vuoi?

Ed ora mi sento ridicolo.

So quello che non vuole.

Non vuoi che ti tocchino, non vuoi che ti trovino, che ti amino, che abbiano bisogno di te, che ti conoscano, che IO ti raggiunga.

Che IO ti ami.

Ed invece…

Tu mi ami.

E fa tanto male saperlo, Scully.

Fa tanto male.

- Non voglio credere che mi conosceva, Mulder.

Lacrime e risate.

E dolore.

Ancora dolore.

Grazie per convalidare quello che già mi feriva. Grazie per fare la ferita più grande.

Grazie, Scully.

- Perché?

- Mi spaventa.

- Lo so.

Rispondo come se volessi cercare di sconcertarla. Renderla nervosa.

Lei si avvicina un poco di più.

- Mulder quello che ha detto è vero.

Mi giro violentemente cercando nei suoi occhi il significato preciso di "quello".

Il mio viso si contrae in una smorfia di dolore e devo portarmi una mano alla fronte per nascondere il mio dispiacere.

Non so quanto tempo rimango così, ma la pressione nella mia gola e nello stomaco aumenta quasi insopportabilmente.

Lei mi guarda preoccupata. Ma sono troppo assorto in ciò che sento per rispondere al suo sguardo.

- Mulder

- Perché ha dovuto dirmelo lui?

Sussurro ancora con il viso coperto.

- Era un estraneo!

Grido e lei si spaventa.

Guardandomi fisso cerca di dire qualcosa, ma non può.

- Un maledetto estraneo!

Ripeto ancora più alterato ed osservandola fisso.

- Perché hai lasciato che lui ti conoscesse, Scully? Dimmelo.

- Io non ho fatto niente.

- Certo.

- Mulder devi credermi. Io non ho fatto niente. Non volevo che mi…

- Raggiungesse.

Lei comprende.

- Sì.

- Invece vuoi che io lo faccia e me lo impedisci.

Il silenzio la paralizza ed il suo sguardo semi-perduto mi commuove.

Quello che ho detto è qualcosa che lei non si era mai aspettata di sentire dalle mie labbra.

- Non ho fatto niente.

Ripete per cercare di trovare un’uscita che non esiste.

- No, non hai fatto niente, Scully. Non l’hai evitato. Hai seguito il suo gioco. Così che è arrivato fino a te.

- Ma Mulder…

- Per me ti rinchiudi in muri di silenzio e rifiuto che non posso superare. Contro i quali mi schianto in ogni occasione in cui cerco di trovarti o aiutarti, Scully. Perché sfiorare le nostre dita quando ti do il caffè ogni mattino si è trasformato nell’unico istante in cui supero questo muro e già non…

- Dio, Mulder…

- Ed uno sconosciuto entra nel tuo cuore e lo decifra solo perché io possa avere la conferma che quelle barriere sono erette solo contro di me.

Lei mi guarda emozionata. So che ho rotto la sua posa e qualcosa in più: la sua sicurezza.

E lo odio. Aborro distruggere la sua sicurezza perché so che la terrorizza, ma almeno la Scully che avrò davanti dopo di questo sarà autentica.

- Mi odi.

Lei cerca di negare, ma non può. E’ distrutta per ciò che ho appena detto.

- Mi odi per quello che ti faccio sentire.

- No Mulder…

- E questo mi sta uccidendo.

Piange di nuovo. Io la guardo trattenendo l’impulso si abbracciarla. Di proteggerla.

Ma semplicemente non lo posso fare e vado verso di lei e l’abbraccio con disperazione.

Lei si afferra a me con violenza e scoppia a piangere con più amarezza.

- Mi dispiace, Scully.

Ora mi sento spregevole per averla portata a questa situazione. Per aver fatto precipitare il suo già deteriorato stato emotivo verso l’abisso.

- Mi dispiace, mi dispiace.

Ma so che non c’era altro modo di farlo. Di ottenere che reagisca. Anche se dentro di me incomincio a sentirmi egoista.

- Non importa, dimenticalo, Scully. Lo capisco.

- Ho bisogno di te, Mulder.

- Lo so. Non importa. Mi dispiace averti fatto pressione.

- Ma se lo butto fuori… sparirà.

- Scully…

- Ed allora dovrai cercare i miei pezzi dentro ciò che sento per te… Mulder… voglio che tu mi raggiunga, ma cosa accadrà allora della persona che sono ora…

Le sue parole si capiscono appena tra le lacrime. L’abbraccio con più forza.

- E so, entrambi sappiamo, che hai bisogno di me così, Mulder. Credi che io non sto morendo per questa distanza?

Ed allora lo capisco.

Il dolore aumenta nel mio petto fino a che m’impedisce di respirare.

Lo capisco e lo odio. Mi odio.

Per averne bisogno. Per desiderarla. Per amarla.

- Va tutto bene, Scully.

Mormoro prima di liberarmi dall’abbraccio e camminare verso la porta dell’ufficio.

Una frase in difesa della poca dignità che ancora mi rimane.

- Continuerò a morire e a risuscitare in ogni occasione in cui potrò sfiorarti.

- Mulder… non allontanarti da me per questo... non lo fare.

Sorrido.

- Come potrei?

Mi allontano dalla sua presenza lasciandola a piangere e con niente a cui afferrarsi.

Ma sarà solo per poco tempo, perché tornerò e mi siederò al tavolo che sta accanto a lei e le darò una tazza di caffè caldo mentre sfioro le sue dita morbide e brucio per un istante.

Solo un istante deliberatamente lungo.

Un lungo istante.

Un istante.

Ma sufficiente.

Ed un’altra volta distanza.

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