Le fanfic di X-Files

Ad Noctum

Dove porteranno i sogni di Scully?
Autore: Irati
Pubblicata il: 25/09/2009
Tradotta da: Angelita
Rating: NC-17, vietata ai minori di 17 anni
Genere: MRS/RSM, CASE FILE
Sommario: Dove porteranno i sogni di Scully?
Note sulla fanfic: "Grazie ai miei lettori italiani per l'affetto con cui mi avete ricevuto. Grazie ad Angelita, la meravigliosa traduttrice che ha deciso di intraprendere quest' impresa titanica. Ad Noctum Ŕ un viaggio notturno molto personale per me, spero che sia un'avventura speciale per te, lettore"

Archiviazione:
Altre note: Fino alla sesta stagione
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Prologo

Di notte tutti sembriamo di più. Un poco più stanchi, un poco più disperati, un poco più estranei alle ragioni luminose delle nostre leggi. La notte ci accomuna con quello che nascondiamo, con quello che reprimiamo, con quello che realmente siamo. Con quello che angosciosamente vorremmo smettere di essere.
E nei sogni tutto ciò che ci perseguita, tutto ciò che ci tormenta, tutto ciò che non sappiamo dire nella velata ipocrisia del giorno, si manifesta nella sua forma più pura.

Tutti sogniamo.
Ogni notte, migliaia, milioni d'incoscienti frustarti, disinvolti, moribondi, impazienti, hanno miliardi di sogni differenti. Sempre c’è qualcuno che corre, qualcuno che fugge, qualcuno che si confonde, che cade, che insegue, che uccide. Nella mente di chi dorme, in qualche intersezione neurale, le immagini ballano storie diverse. A volte sconnesse, a volte lucide, a volte spaventose e a volte belle. La maggior parte della gente non dà loro importanza. Sono troppo occupati ad andare avanti per comprendere i messaggi diafani del proprio spirito dannato.
C’è chi annota i suoi sogni ogni mattina quando si sveglia. Come se in qualche modo il rituale desse significato al film che i suoi neurotrasmettitori hanno deciso di programmare questa notte. Altri ingrassano il loro psichiatra con i racconti dei loro incubi notturni. Distratti, preferiscono dimenticare che sarà sicuramente il processo di narrarli ciò che proietta i loro problemi e illumina, per fortuna, il loro malessere.
C’è di tutto. Quelli che pensano che sogniamo ciò che siamo. Leggende che affermano che sono visioni di vite precedenti. O miti che raccontano che mentre sogniamo, la nostra anima fa, volando, viaggi impossibili, e che per questo, non si deve svegliare bruscamente chi sogna, perché la sua anima non rimanga fluttuando lontano dal corpo. Senza peso e assente.
La mia teoria è che in sogno tutti siamo una stessa cosa. Uno stesso essere con mille facce diverse che si sgranchisce e torna a dormire, mutante ed eterno..
Il mio interesse per i sogni, è una fame antica. Ricordo i miei sogni prematuri, brevi esplosioni di colori e forme generate nel calore liquido di un utero palpitante.
A volte uno di questi episodi notturni resta registrato nella mia mente. Questa notte, per esempio, ho fatto un sogno speciale. Incominciava con una sensazione pungente. Qualcosa di strano m'invadeva il corpo, come se mi facessi strada fra la bambagia, riesco a concentrarmi su ciò che succede. E allora mi rendo conto di quello che è: milioni di cateteri nelle vene. Messi dentro, nei palpitanti vasi sanguigni interni, come coltelli. All’inizio non mi spavento. So che stanno lì per qualche motivo che non riesco a ricordare. Ma non posso evitare di sentirli ogni volta con più intensità, specialmente nel petto, vicino ai polmoni e nelle braccia. In qualche modo gli aghi mi pungono dentro e sento che se muovo un solo muscolo, mi accoltellerò dall’interno e gli aghi finiranno col farsi strada nella pelle, rompendo muscoli e vene al loro passaggio. Allora sento quella voce. Una voce maschile che mi tranquillizza e mi dice, "tranquilla, è una cura, starai bene".
Non vedo mai il viso che accompagna la voce.Non credo nemmeno che questo corpo che sogno e che si lacera, sia il mio.
Non è di nessuno. Siamo uno ed è di tutti.
Ombre

Facoltà del Nord Carolina
13 settembre
23:55 p.m.

A quell’ora, la facoltà riposava in silenzio, illuminata solo dalla luce fluorescente del laboratorio. Nella tranquillità delle provette, Lynus March rivedeva gli esami del trimestre. La sua mente, intanto, vagava fuori dell’edificio. Assorto, una parte del suo cervello si concentrava nel correggere i lavori dei suoi alunni. Il resto della sua attività cerebrale analizzava gli stessi numeri e cifre che non lo lasciavano mai dormire.
Vicino a lui, un portatile dell’ultima generazione era connesso alla linea telefonica. Aspettando, impaziente, un messaggio che non arrivava. Il ronzio dell’apparecchio elettronico vibrava nella stanza, riempiendo l’aria di una strana sensazione. Come se qualcuno spiasse di nascosto in ogni ombra.
Fuori, la tempesta si manteneva in attesa. In agguato intorno del campus. La radio aveva annunciato la tormenta per quella stessa notte ma al professore non dava fastidio. Niente che proveniva da fuori lo preoccupava troppo, concentrato come era nelle sue divagazioni. Con la testa affondata nelle carte e la mente lontana dall’edificio.
Non sentì i passi
Che si avvicinavano in silenzio verso l’ipnotico rifugio di luce del laboratorio.
Pip.
Un’icona a forma di busta da lettere si affacciò sul lato destro del computer, svegliando il professore dalla propria concentrazione
Di spalle alla porta, il computer reclamava la sua attenzione. Qualcuno reclamava qualcosa di più.
Il colpo fu sordo. Uno sparo sicuro con il silenziatore che non gli lasciò il tempo per accomiatarsi da nessuno.
L’assassino non si fermò a guardare il suo lavoro, né il suo passo vacillò quando si portò via il computer.
L’e-mail era rimasta sullo schermo, una sola frase scritta con caratteri semplici, vicino al cadavere ancora caldo del professore Lynus March.

"Ci danno la caccia"

All’esterno, la tempesta cominciava a ruggire con furia. Acquattato nell’ombra della notte, l’osservatore rimaneva in attesa. I suoi occhi implacabili e scuri, erano muti testimoni della tormenta che minacciava di distruggere tutto al suo passaggio.

**

 

Appartamento di Fox Mulder
Georgetown, Washington
11:21 p.m.

Si sentirono quasi sei squilli di telefono al numero 212 del viale Raleigh prima che Fox Mulder, rifugiato sotto il dolce getto della doccia, potesse udirlo e uscire correndo per rispondere. Probabilmente, era Scully, pensò. E una specie di emozionata impazienza lo spinse a lasciare la doccia aperta e andare sparato verso l’uscita con appena un asciugamano che gli copriva il corpo.

"Mulder, sono io", gracchiarono dall’altro lato.

"Dovresti fare gargarismi con miele e limone, Scully"

"No, IO no, solamente io"

"Frohike?"

"Hai un e-mail, fratello"

"Tua o di Meg Ryan?"

L’eco della linea occupata fu l’unica risposta che ricevette. Tipico di Frohike. La sua paranoia gli impediva di avere conversazioni telefoniche di una durata superiore ai quindici secondi.
Nudo nella semplice solitudine del suo appartamento, Mulder accese il computer. Le sue impronte umide sparivano verso il bagno, cancellandosi rapidamente.
Così che Scully continuava a non dare segni di vita. Da che era uscita giovedì dall’ufficio con la presunta intenzione di andare a trovare la madre, Mulder non aveva saputo niente di lei, fatta eccezione per un laconico messaggio nella segreteria telefonica che non sarebbe andata a lavorare il venerdì.
Era domenica notte.
Tre giorni e più.
Mulder conosceva i sintomi : scullyrite acuta.

**

Sede Centrale del FBI
Washington DC
14 settembre
08:05

Le stesse facce di tutti i giorni salutarono Scully quando, come ogni mattina, attraversò i corridoi, le anticamere e gli ascensori del FBI per arrivare all’ufficio di Mulder.
Il SUO ufficio, si corresse mentalmente. Bene, realmente era di tutti e due, no?
Pff. Perché ingannarsi. Era l’ufficio di Mulder, era sempre stato l’ufficio di Mulder e avrebbe continuato ad essere l’ufficio di Mulder molto dopo che lei sarebbe scomparsa dalla sua vita e si sarebbe trasformata in un ricordo sbiadito per il suo compagno.
Bene, forse esagerava. Forse, dopo tutto, aveva sonno. Può darsi, nella migliore delle ipotesi, che era stanca dopo un fine settimana che avrebbe dovuto servire per tranquillizzarsi, dormire e non pensare agli XFiles ed era risultato un fiasco totale dovuto, soprattutto, alla maledetta insonnia. Forse era qualcosa di più che stanca. Irritata, forse.
Probabilmente perché aveva tenuto fede alla sua auto promessa di non telefonare a Mulder per tutto il fine settimana, ma aveva dovuto sforzarsi ogni maledetta ora per non farlo.
Può darsi che era un po’ depressa. Era normale. La mancanza di sonno avvelena il carattere. Sua madre glielo aveva sempre detto. Giusto prima di raccomandarle un trattato di rimedi casalinghi per la mancanza di sonno.
Valeriana.Latte caldo. Latte con liquore.Video rilassanti. Bagni caldi. Yoga. Leggeri sedativi.
Niente. Andava avanti da una settimana senza poter chiudere gli occhi per più di mezz’ora. Un sopore inquietante, un dormiveglia nervoso era ciò che più rassomigliava al sonno che aveva sentito da vari giorni. Questo quando non aveva incubi.
Entrare nell’ufficio, per dover affrontare una nuovo caso bizzarro che non avrebbe portato da nessuna parte e che avrebbe finito per lasciarla frustrata e insoddisfatta, era l’ultima cosa che Dana Scully sarebbe stata capace di sopportare.Pero sapeva che Mulder sarebbe stato lì, esultante, pieno di sé, indifferente a tutto ciò che non portava una X rossa sopra.
E si sentiva così stanca. Come se invece di una settimana, non dormisse da una vita.
Nell’aprire la porta della stanza del seminterrato, la ricevette un'oscurità differente. La luce del proiettore disegnava ombre evanescenti sul muro del ufficio. Dietro di esso, Mulder, si intravedeva mentre ordinava le diapositive. Il lieve movimento dei suoi piedi denunciava questa costante energia nervosa che lo accompagnava in tutto ciò che faceva. Il tenue alone di luce del proiettore lo copriva come un arazzo diseguale. Nel gioco delle ombre, e per un momento, a Scully sembrò una visone. Come se invece che nell’ufficio, fosse a migliaia di chilometri. Più bello del solito e più lontano.
Tardò appena un paio di secondi nel guardarla con una dei suoi mezzi sorrisi felini. Scully seppe che aveva un XFiles per le mani quando vide i suoi occhi. In essi brillava un’intensità familiare.

"Un fine settimana duro, Scully?"

Così che se ne era reso conto. Il trucco cancellava le macchie più visibili ma per un osservatore come Mulder l’irritazione rossastra della pupilla doveva essere un segno inequivocabile che qualcosa andava male.

"Non ho dormito bene."

Si guardarono per un attimo, Come se tutti e due stessero soppesando quello che stava accadendo. Chiedo di più? Rispondo di più?
Mulder fu il primo a rompere il silenzio e a schiacciare il pulsante del proiettore delle diapositive.
L’immagine di un laboratorio saccheggiato, con provette rotte sparse al suolo, e materiale di alta tecnologia fatto a pezzi comparve sul muro come se si trattasse di un film di un cineasta adolescente. Al centro della diapositiva, un cadavere immobile con il marchio di un colpo d’arma da fuoco nella schiena giaceva seduto su uno sgabello alto e con il resto del corpo disteso sul banco del laboratorio.

"Lynus March, professore di neurologia nell’Università della Carolina del Nord" improvvisamente assorbito dal caso, Mulder incominciò riferire i dettagli di ciò che la sua mente voleva convertire in un XFiles." E’ stato assassinato questa notte con un fucile munito di silenziatore. Non ci sono stati testimoni e nessuno ha portato via niente dal laboratorio. La distruzione è posteriore al momento della morte, verso mezzanotte. Non ci sono segni di violenza sul cadavere e nessun tipo di mutilazione post mortem."

Le successive diapositive mostravano le immagini del cadavere sotto diverse angolazioni. Tutte riflettevano la stessa cosa per l’ordinata mente di Scully: un crimine premeditato, portato a termine con precisione, forse da un professionista. L’unica cosa che non aveva senso era il disordine. Sembrava l’azione di un teppista per coprire un crimine. Pero niente all’altezza di qualcuno capace di assassinare e cogliere nel segno con quella precisione.

"Un professionista?"

"Il proiettile gli ha reciso l’aorta. E il calibro dell’arma sembra puntare in questa direzione."

Là stava. Quel mezzo sorriso di Mulder che Scully aveva appreso a identificare come l’equivalente dell’espressione " so qualcosa che tu non sai".

" Perché ci interessa questo caso, Mulder? Può essere qualsiasi cosa, da un regolamento di conti a un caso di spionaggio industriale. E’ un caso per la polizia , non per noi del FBI e ancor meno per gli XFiles"

Se qualcosa poteva irritarla ancora di più in un mattino di per sé già pieno di irritazione, era giocare al gatto e al topo con Mulder solo perché lui potesse divertirsi a giocare al Gran Maestro del Macabro.

" Perché esiste un modus operandi". Mulder premette il pulsante delle diapositive per far apparire un’immagine simile a quella di prima, un altro laboratorio, con gli stessi strumenti e un cadavere abbastanza rassomigliante. Un colpo nella schiena, che appena si notava sull’immacolato camice da professore universitario.

"Il dottor Robert Landau dell’ Università del Michigan è stato ucciso due settimane fa in circostanze quasi identiche. Eccetto il fatto che il suo ufficio non è stato distrutto. La polizia non ha nessuna pista e l’investigazione è ancora aperta."

Scully poteva notare l’entusiasmo infantile di Mulder vibrare nella stanza. Sentire come tutta la sua logica andava a farsi benedire alla vista- per remota che fosse- di qualcosa che rassomigliasse ad un XFiles.

"Due persone non costituiscono un modus operandi, Mulder"

Le diapositive continuarono ad apparire.

"Otto professori universitari. Morti negli ultimi dieci anni in diverse facoltà degli Stati Uniti. Tutti neurologi.Tutti studiosi di alto livello in un campo poco conosciuto. Tutti uccisi con un proiettile dello stesso calibro. Tutti casi che non sono stati chiusi".

Scully aveva tra le mani la relazione che aveva redatto Mulder, Dio sa a che ora del mattino.

"Anche se esiste un modus operandi, continuo a non capire perché dovremmo occuparcene noi e non i Crimini violenti. Dove sono i gremlins? "

"Disturbi del sonno, Scully. Tutti questi professori lavoravano facendo ricerche sui disturbi del sonno. Apnea, insonnia, morte improvvisa dei neonati, questo tipo di cose."

"Continuo a non vedere l’XFiles" Senza la giacca, il nodo della cravatta sciolto e quella posa di guarda quanto posso essere erotico se faccio il duro, Mulder risultava un strano miscuglio tra una faccia da schiaffi e un essere adorabile.

"Di fatto, il dottor March aveva lavorato con vari suoi colleghi ad un esperimento che per un certo tempo, godette dell’attenzione e del denaro del dipartimento della difesa."

Non avrebbe chiesto, era troppo scontato anche per Mulder e Scully non avrebbe domandato di che esperimento si trattava.
Quando finalmente parlò la sua espressione sembrava trionfante."Volevano filmare i sogni, Scully."
E per ridicolo che potesse sembrare, Scully sapeva che la folle conseguenza di quella impossibilità scientifica li avrebbe portati nel Nord Carolina a inseguire un altro assurdo granello di sabbia nel deserto delle cospirazioni dopo un’orribile fine settimana nel quale per qualche strana ragione vari incubi angosciosi e un attacco d’insonnia improvviso avevano trasformato Scully in un automa stressato con solo tre ore di sonno accumulate nelle ultime 72 ore.
Yuuuh.
Lo ottenne. Ma a Scully costò abbastanza reprimere il suo entusiasmo.
Intanto, l’unica cosa che le venne in mente fu che Walter Skinner doveva essere stufo di sopportare le divagazioni caotiche di Mulder e aveva deciso di dargli carta bianca per qualsiasi stupidaggine che il suo compagno volesse investigare se aveva acconsentito che indagassero su una simile stramberia.
Questo, o il calvo era impazzito.

**

Sede Centrale dell’FBI
Washington DC
Ufficio di Walter Shinner.

Attraverso le ampie finestre dell’ ufficio di Walter Skinner Washington poteva sembrare una città tranquilla. Pedoni che passeggiavano più o meno di fretta, macchine che aspettavano ai semafori senza che il rumore dei motori riuscisse ad attraversare i doppi vetri dell’edificio Hoover. Dall’alto tutto sembrava più sereno, e molto più facile.
In altri tempi, Walter Skinner avrebbe pensato la stessa cosa. Ma nei giorni come quello, il suo rigido portamento militare era oppresso dai rimorsi.
La telefonata era arrivata a mezzanotte. Un ordine chiaro di una voce riconoscibile anche se ugualmente odiosa.
L’ordine era semplice. Dare l’autorizzazione affinché Mulder e Scully potessero investigare sulla morte di un professore nel Nord Carolina. Niente di più. La voce fu, come sempre, breve e tagliente. E Walter Skinner capì che non gli era permesso domandare e che in nessun caso, gli era permesso disobbedire. Alle prime ore del mattino, Mulder era salito al suo ufficio con la ferma intenzione di andare sulla scena del crimine. Per questo, già erano state fatte le telefonate per parlare con la polizia, con l’ufficio dello sceriffo e l’ufficio regionale dell' FBI nello stato del Nord Carolina.
Mulder sembrava genuinamente eccitato. E il suo entusiasmo, in una certa misura, acuiva i rimorsi del suo superiore.
Che Dio lo assistesse se Skinner capiva qualcosa di tutto quello. Ultimamente si sentiva come i pedoni che si vedevano dalla finestra. Un piccolo essere diviso tra forze che lo controllavano e delle quali sapeva appena qualcosa.
Si, dall’alto tutto si vedeva diverso.
In un certo modo, uno apprendeva a temere le ombre anche nella piena luce del giorno.
Walter Skinner si era abituato a trattare con le ombre ma non poteva evitare di domandarsi in quale momento era passato ad essere una semplice marionetta in una rappresentazione che non riusciva a capire.
Dubbi

Di notte tutto è più difficile. Nella solitudine di una casa vuota e un mondo in penombra, anche le cose più confortevoli e sicuramente vicine sono estranee. A volte perfino lo stesso silenzio minaccia di ingoiarti. Da piccola, Achab mi lasciava accesa la luce del corridoio per cacciare via gli incubi. Ma se per caso, mi svegliavo di notte e vedevo che la luce era spenta, sentivo un immenso terrore.Come se qualcuno aspettasse nascosto nei posti più appartati e non illuminati del corridoio. Come se qualche presenza maligna volesse ingoiarmi spiandomi dagli angoli del corridoio o dall’interno dello stomaco. Si suppone che quando uno diventa adulto, le paure scompaiono. Che finisce per capire che non c’è nessun mostro con otto teste nascosto nell’armadio. Si suppone che uno inizi a temere di più le ipoteche e le scadenze della banca che mostri o terrori notturni.

Ma con un lavoro come il mio, francamente, diventare grandi fa solo in modo che gli incubi si riempiano di dettagli iper-realistici. Almeno negli XFiles, crescere significa anche svegliarsi con l’inquietante malessere che i peggiori sogni sono quelli dai quali non puoi svegliarti.
Ultimamente è stato peggio. Dal caso in cui Mulder mi accusò di non aver fiducia in Diana Fowley per "motivi personali" credo che tutto sia stato peggio. La metà dei giorni mi sento come se mi avessero diviso in due e ognuna delle due parti non riuscisse a comunicare con l’altra.
Per primo ci sono stati gli incubi. A decine. Diversi, ma ugualmente vividi. Dopo è arrivata l’insonnia. Non so cosa sia peggio.
Ho cercato di psicanalizzarmi. Trovare i motivi di quest'ansia. Ma, da dove incominciare? C’è il fatto di mia sorella assassinata per colpa mia, i tre mesi della mia vita che non riesco a ricordare, una presunta figlia biologica della quale nemmeno ho prove fisiche e il fatto che il mio compagno viva in una penosa contraddizione. Oggi ti seduco, oggi ti allontano da me accusandoti della più triste slealtà.
Ho in realtà, tanti motivi per avere incubi che tutto questo caso sembra opera del destino.
Disturbi del sonno?
Se esistesse un Master prenderei la laurea onoris causa.
Ed è che, per quanto terribili che fossero quegli incubi della mia infanzia, niente può reggere il paragone con la paura che posso sentire quando penso a tutte le penombre della mia vita. Quando sento che forse tante ombre si stanno istallando nel mio cuore, stretto, indurito e pieno di dubbi. 
**

Bloomsbury Avenue
Releigh
Nord Carolina
14:30 p.m.
Un paio di bambine giocavano nella strada ad "acchiapparello" quando Mulder e Scully scesero dalla Ford Taurus presa in affitto presso il numero 14 di Bloomsbury Avenue in Raleigh, Nord Carolina. L’edificio di mattoni rossi a sei piani verso il quale si dirigevano sembrava particolarmente alto nella semplice architettura delle case unifamiliari del quartiere.
Una delle ragazzine gridava contro la sua compagna di giochi apparentemente arrabbiata per il risultato della gara.
"Imbrogliona!"
Nemmeno la più bassina delle due sembrava contenta " Mocciosa .Noiosa, faccia d’orsa, lentigginosa"
Correndo e rossa d’ira, incapace di trovare una risposta che potesse equiparare la sfilza d'insulti della sua amica, la più alta delle due, entrò nell’edificio, passando come un fulmine davanti ai due agenti.
"Imbecille!" riuscì a gridare prima che la porta si chiudesse dietro di lei.

Approfittando della situazione, Mulder mise un piede nella porta per impedire che si chiudesse, mentre suonava il campanello di destra del quarto piano. Prima che potesse chiedere della proprietaria, una voce giovane e con un tono di tenso, parlò attraverso il citofono.

"Ho già risposto a tutte le domande, che volete ora?"

Ostilità. Che emanava da quella voce come un enorme insegna a neon. Dopo sette anni con Scully, Mulder la riconosceva facilmente. A quanto sembrava non erano i primi a presentarsi lì.

"Signorina Worthington, mi chiamo Fox Mulder, sono un agente speciale dell' FBI, la mia compagna, l’agente Scully ed io stiamo indagando sulla morte del suo tutore…"

La voce l'interruppe di nuovo con un affilata punta d’ironia.

"FBI? Veramente? Ed io che pensavo che foste testimoni di Geova"

Se fosse stato così, Mulder sarebbe stato l’unico testimone di Geova con un vestito di Armani da 600 dollari. Chiaro che probabilmente, pensò Scully, era l’unico agente dell' FBI vestito da Armani.

Per una sconosciuta ragione Scully sentì un moto di simpatia verso la voce al citofono.

"Salirete in ogni modo, così che venite"

Detto questo, la porta si aprì con una vibrazione sorda e l’edificio li accolse in silenzio.

**

Eve Worthington non era esattamente quello che Fox Mulder si era aspettato da una studentessa di neurologia con una delle borse di studio per la ricerca più prestigiose del paese. Non è che si fosse aspettato di incontrare una studentessa poco ordinata e con occhiali con lenti come fondi di bottiglia che era l’immagine della "secchiona" in televisione, ma nemmeno quello che aveva davanti ai propri occhi.

Una ragazza di costituzione snella, con un alone di pallidezza opaca sulla pelle e uno sguardo intenso di chi ha trascorso molto tempo senza dormire.Vestiva con un maglione blu scuro dal collo alto e pantaloni quasi maschili. Alta, tutta braccia e gambe. Occhi nocciola e capelli soffici e abbondanti che cadevano sulle spalle in riccioli castani e spessi. Un certo atteggiamento passivo-aggressivo e la sensazione che nonostante i suoi più che evidenti ventidue anni, era infinitamente più vecchia.

Per qualche strano motivo, Eve Worthington, era una di quelle persone che indipendentemente dalla sua indole, emanava una certa aura di magnetismo personale, fatta sicuramente da una miscuglio di tenerezza, fragilità e cinismo che tutti i suoi gesti sprigionavano.

"Non so che volete che vi dica"

La casa non sembrava molto accogliente. A Scully ricordò i suoi anni di studentessa, quando mettere in ordine era un atto che doveva programmare con mesi di anticipo tra tanti esami, lavori e specializzazioni.Un divano coperto da grandi cuscini e plaids occupava la maggior parte del salone che funzionava da ingresso e separava tutte le stanze della casa, ordinate in circolo tutte intorno. A parte un letto, che s'intravedeva da una delle porte, una cucina con pochi utensili a vista e alcune mensole piene di libri e compact disc, l’appartamento era poco ammobiliato . La televisione rimaneva accesa ma senza voce, giusto di fronte al divano, trasmettendo immagini di un vecchio film.

Senza dubbio, non sembrava la casa di un killer. Forse di qualcuno, molto occupato. O di qualcuno molto solitario.

"Bene, l’FBI ha interesse per questo caso e noi crediamo che l'omicidio può essere in relazione con le ricerche del professore" incominciò a spiegare Mulder, ancora in piedi vicino alla porta.

"Perché?"

Definitivamente, curiosa era un altro aggettivo da aggiungere alla lista degli aggettivi che Mulder aveva proposto per la donna che aveva di fronte. Scully intervenne prima che lui potesse rispondere.

"Non desideriamo disturbarla ,signorina Worht…"

"Eve" la interruppe di nuovo per l’ennesima volta da quando avevano iniziato quell’interrogatorio così ostile, e un qualche modo sembrò ammorbidirsi e ringiovanire di colpo di vari anni. "Sedetevi"

E poi, prese per loro due sedie pieghevoli da una delle stanze e aprì le tende per far sì che la luce inondasse l’appartamento.

Bene, una cosa era chiara per Fox Mulder, stavano trattando con una donna che cambiava rapidamente atteggiamento.

**

"Non so nulla degli esperimenti che ha potuto realizzare Lynus…il professor March, mentre lavorava per il dipartimento della difesa. Egli era il supervisore della mia borsa di studio, ed era al corrente delle mie ricerche, però questo non significa che io sapessi qualcosa delle sue"

Quindici minuti d’interrogatorio e Fox Mulder non poteva non prestare attenzione a quel formicolio nella nuca che l'avvertiva che qualcosa non quadrava nella storia.

Questa donna era l’ultima persona che aveva visto vivo il professore la notte dell’omicidio.Sembrava poco colpita dal fatto che l’avessero ammazzato e allo stesso tempo abbastanza addolorata che fosse morto. Aveva lasciato l’edificio verso le dieci di sera, e aveva vari testimoni per confermarlo. Fu la prima persona a trovare il cadavere alle sette di mattina del giorno dopo quando andò nel laboratorio a cercare uno dei suoi quaderni, che aveva dimenticato la sera prima.Questo anche potevano corroborarlo vari testimoni, dal bidello dell’edificio a una mezza dozzina di studenti. Né le veniva in mente che nemici potesse avere il professore, né sapeva niente della sua vita privata a parte quello che Mulder già conosceva, che era un uomo scapolo, di cui non si conosceva nessuna altra passione se si esclude la neurologia. Nemmeno poteva fornire dettagli sulle sue ricerche."Lynus era molto geloso dei suoi progressi anche davanti alla commissione scolastica e al rettorato", aveva detto loro."Per lui la ricerca non era un atto altruista, agente Mulder, ma una passione egolatra".

Passione egolatra, pensò Scully. Che cosa appropriata per più di uno. Come definire se non con le stesse parole la dipendenza di Mulder dagli XFiles? Non era forse questa passione che lei tanto gli rimproverava? Ciò nonostante non sembrava che Eve glielo rinfacciasse. Al contrario, pareva che la borsista comprendeva esattamente la passione del suo tutore, anche se lei stessa non sembrava avere una speciale inclinazione per la neurologia. Per quanto potesse apparire strano, la maggior parte dei suoi libri erano romanzi, antologie di poesie e opere di fantasia. Nessun voluminoso trattato di fisiologia, né qualcuna delle cose che ci si aspetta da chi aveva vinto una borsa di studio così prestigiosa.

Passione egolatra. Le parole continuavano a risuonare nel cervello di Scully.

"Si potrebbe dire che voi due eravate amici?" Scully guardò la ragazza fisso negli occhi quando glielo chiese, senza sapere esattamente perché. Erano dei begli occhi nocciola, contornati da un paio di sopracciglia lunghe e ben disegnate.

"Io facevo in modo che non passasse troppe ore nel laboratorio e lui si preoccupava di farmi mangiare quando mi si abbassava lo zucchero" per la prima volta il suo viso sembrò ammorbidirsi con un sorriso. "Non so se questo si può chiamare amicizia, ma noi ci amavamo" fini col dire. Senza che questo ci amavamo suonasse nemmeno lontanamente sessuale o anche malinconico. Era semplicemente una constatazione di un fatto, un semplice ci amavamo.

Senz’altro.

"Diabete?", domandò Scully

"Ipoglicemia", sorrise apertamente e la sua espressione ritornò quasi infantile, "Il mio corpo brucia lo zucchero troppo rapidamente":

Mulder continuava a insistere nella sua teoria che quella ragazza poteva aiutarli nel caso." Che ci può dire sulla sua ricerca?"

"Studio i disturbi del sonno associati a stati di alterazione neurologica come la schizofrenia", rispose lei in modo quasi meccanico. "Niente d’interessante, temo":

Mulder continuava ad insistere. "Lei ha una borsa di studio di altissimo livello"

"Le altre ricerche devono essere ancora più noiose, suppongo"

C’era qualcosa in lei. Qualcosa che Scully avrebbe definito, forse, come "magnetismo personale".Qualcosa che faceva in modo che lo stare a parlare con lei era come parlare al vento.

"Credete che qualcuno abbia ucciso Lynus per le sue ricerche?". L’apprensione si manifestò nei suoi tratti con un pallore più intenso.

Rispose Mulder. "Crediamo che la sua morte è in relazione con vari membri della comunità scientifica assassinati in circostanze analoghe. Persone che lavoravano in ricerche simili e che a suo tempo abbiano potuto lavorare con lui per il dipartimento della difesa".

"Dipartimento della difesa?"

Scully sapeva che il commento era un calcolo premeditato di Mulder per farla inquietare e sapere fin dove poteva portarla. Era un procedimento di base ma poco peculiare del suo, normalmente, sensibile compagno.

"Mi dispiace di non aver potuto esservi d’aiuto. Forse il decano e gli altri membri della commissione potranno darvi l’informazione di cui avete bisogno".

Ne dubito, pensò Scully. Da un momento all’altro il caso aveva perso valore.

 La Ford Taurus a noleggio aspettava gli agenti del FBI all’esterno dell’edificio. Le loro voci erano l’unico suono nel silenzio del quartiere.

"Ricordami un’altra volta perché siamo qui, Mulder"

"Questa ragazza nasconde qualcosa, Scully"

"Ha paura, Mulder. La gente non è abituata all’omicidio"

"Sa qualcosa"

"Quello che non so è perché continui a fidarti delle presunte grandi "soffiate"di Frohike"

Risultava quasi tenero vederli discutere. Gli agenti Mulder e Scully e le loro liti di freschi sposi. Che bello. Erano vestiti con i loro abiti funzionali e camminando a pochi centimetri l’uno dall’altro, ridicolmente separati per mantenere la stupida facciata di corretti funzionari.

No, no, funzionari no, eroi. Erano eroi. O questa era la visione che aveva Mulder di se stesso nei giorni buoni.

L’osservatore li vede uscire dal palazzo di mattoni dal furgoncino dai vetri oscurati. Grande coppia di imbecilli. Così ciecamente impegnati a fare la cosa giusta. Così invidiabilmente impegnati a rimanere insieme contro le forze maligne del caos.

Invidiabili? Veramente sentiva invidia di loro? Da dove era venuto fuori questo pensiero? Compassione era ciò che gli avevano sempre ispirato. Schifo, probabilmente.

Sì, decise l’osservatore, quella vaga sensazione, quel riconoscimento fugace d’infanzia perduta che aveva notato nel vederli camminare insieme in piena luce del giorno per il viale Bloomsbury, non era altro che schifo. Pena per le due creature che sarebbero state le vittime, che erano di fatto le eterne vittime di un gioco che non avrebbero mai compreso in tutta la sua grandezza. Non gli avevano mai fatto invidia: e in realtà, nemmeno si soffermò su quella maniera intima che avevano di toccarsi mentre parlavano né sul modo in cui Mulder, come d’abitudine, mise la mano sulla schiena della sua compagna, in un gesto allo stesso tempo segreto e pubblico di mutua appartenenza.

L’osservatore non aveva tempo per pensare a stupidaggini come queste, disse a se stesso. Doveva stare attento, sveglio. Con lo sguardo fisso sull’edificio di mattoni, esattamente sulla finestra destra del quarto piano.Aspettando nell’ombra come un animale dagli occhi febbrili.

Era un uomo con una missione. E questa era l’unica cosa che doveva occupare la sua mente.

Incominciava a fare freddo. Appoggiata alla finestra del quarto piano, la ragazza dagli occhi nocciola, si scosto una ciocca dal viso con un gesto sognante. Come una bimba senza meta, irraggiungibile all’altro lato del vetro.

L’osservatore la guardò da lontano. Per un secondo sentì una strana fitta allo stomaco.

Fame, probabilmente. Era una delle poche sensazioni che poteva permettersi.

Nascosto dietro l’oscurità del lunotto della macchina, l’osservatore si portò le mani allo stomaco. Il freddo contatto della sua Smith & Wesson gli sembrò confortante.

Timori

Ultimamente non riesco a raggiungere Scully nemmeno nei miei sogni. Sta lì, ad un palmo da me. E nello stesso tempo sta illuminando una galassia diversa. So che c’è un calore in lei, un fuoco, ma è come un sole distante. Ed io gli giro intorno, troppo lontano per sentirmi confortato dal suo tepore.

Io sono Plutone. E Scully è il sole.
Poetico. E’ umiliante ciò che la disperazione può fare ad un uomo. Prima avevo un certo senso dell’orgoglio, ora l’unica cosa che mi basta per andare avanti ogni giorno è un piccolo sorriso, un leggero cedimento della sua corazza
E’ ridicolo. Mi sento come Adamo, cacciato dal paradiso della fiducia di Scully. Forse è questo, che non ha più fiducia in me. Credo che fu Diana. Credo che il giorno funesto in cui le dissi che il motivo della sua sfiducia verso di lei era "personale", ruppi qualcosa. Io solo. Senza l’aiuto di nessuno.
Tutto è personale.
Certo. Tutto è personale, Scully. E’ personale che cerchi di fuggire da me. E’ personale che entri in ufficio come un sussurro e mi accendi come se sprigionassi elettricità. E’ personale che mi accompagni nelle mie fantasie. E’ personale che cerchi di allontanarti da me costruendo muri di vetro che riescono solamente a farmi sentire ancora più che ho bisogno di te. Che ti sogni ancora di più.
Le notti sono la cosa peggiore. A volte sento con tanta chiarezza che sei insieme a me, che nel momento in cui mi sveglio e mi trovo solo, credo che mi consumerò di dolore. Ho voglia di gridare, Scully. Gridare e sbattere la testa contro il muro per toglierti da dentro.
Toglierti o tenerti. Non ho molta scelta.
Di fatto, non ho nessuna scelta. La decisione non mi appartiene. Io non posso decidere di stare senza di te. Anche se stare con te, è solo stare a metà. Non ho alternative.
Incominciai a notarlo ad Arcadia. Una sera si mise una specie di camicia da notte della prima guerra mondiale. La cosa più anti-erotica che ho visto in vita mia. Aveva un chiaro messaggio: fuori Mulder, questo cane morde.
Mi fece male, soprattutto perché io non ho bisogno di nessun messaggio.
So già che non ho diritto di toccarla.
Quella notte sognai una casa unifamiliare con muri bianchi che tremavano come se palpitassero di paura. Scully stava in cucina e io mi avvicinavo a lei in silenzio. Si girava ed era nuda. Splendente tra le mattonelle della cucina. Ricordo che il desiderio di baciarla mi colpì tra le gambe come una pugnalata. Ma quando mi accostai a lei crollò a terra, rabbrividendo e piangendo.
Odio questo genere di sogni che sembrano scritti per qualche lettore di manuali di psicologia spicciola. Odio che il suo ricordo che mi tortura non mi abbandoni quando la vedo di giorno. Odio la sensazione di indifferenza che emana. Odio sentire che mi ha girato le spalle. Che si sta indurendo verso di me. Che sono colpevole anche di questo.
E odio non poter smettere di immaginarla nuda anche quando lavoriamo. E’ patetico perfino per me, Fox Mulder, indiscusso re del patetico, imperatore degli XFiles, buffone del FBI, sovrano delle cospirazioni.
Dio Scully, come mi manchi. Sei qui, sì, ma dove sei?

**
Holiday Inn
Stanza 202
Raleigh, Nord Carolina
23:20

Dopo una giornata di interrogatori a bidelli, professori, cattedratici, alunni, borsisti e le restanti specie della fauna universitaria, né Fox Mulder né Dana Scully erano più vicini ad una vera pista di quanto erano scesi dall’aereo nelle prime ore del mattino.
Nessuno sapeva niente. Nel senso letterale delle parola. Nien-te. In senso stretto. L’unica cosa che avevano potuto scoprire sulle ricerche del professor March era poco interessante. Bene, affascinante da un punto di vista scientifico, come sembrava, ma poco probabile come movente per un omicidio. I disturbi del sonno erano un campo relativamente poco studiato e complicato della neurologia e anche se il professore avesse investito la sua insonnia,-mai cosa fu più appropriata- in ricerche, difficilmente cose come l’oscillazione di un encefalogramma durante la fase REM potevano interessare un profano come Mulder.
Steso sul triste letto del motel e con la testa immersa in un mucchio di annotazioni, Mulder si sentiva perso. Il suo istinto gli diceva che lì, di fronte ai suoi occhi, disseminato in pezzi alla rinfusa e scarabocchi che non comprendeva, c’era un XFiles. Ma il suo istinto non gli diceva come trovarlo.
L’atteggiamento passivo-aggressivo di Scully nemmeno era di grande aiuto. Sembrava tanto distante. Impassibile di fronte ai suoi tentativi disperati di ricostruire il rapporto che avevano avuto tanto tempo fa. In realtà, quando era incominciato a distorcersi tutto? Se non ricordava male- e non era probabile poiché la sua memoria fotografica era una delle poche cose che non l’avevano abbandonato nelle ultime settimane- solo qualche mese fa, giusto dall’estate, in cui Scully e lui erano stati sul punto di attraversare La Linea. Quella linea impalpabile e infrangibile come un muro di pietra che aveva marcato la loro relazione fin da quel primo caso in Oregon. E ora? Erano tornati indietro fino all’inizio?
Chissà forse peggio. Forse avevano perso la loro opportunità e nel farlo avevano seminato il veleno in tutto il territorio conquistato. Prima fertile di fiducia, ora incolto e sterile.
Merda! Così non c’era modo di concentrarsi sul caso.
Eve Worthington, lesse nelle sue note. In qualche modo era stata la cosa più produttiva della giornata. Non perché la ragazza potesse essere implicata nell’omicidio- tutti i radar di Mulder gli dicevano che era la persona che più era dispiaciuta per la morte del professore- ma perché c’era qualcosa in lei. Sembrava come se fosse immune da tutto e un certo alone di serena contemplazione la proteggesse dalle cose che la circondavano. Allo stesso tempo fragile e ferma, dimostrava sincerità e adottava improvvisamente un atteggiamento difensivo.
E perché sembrava così sommamente disinteressata a tutto ciò che aveva relazione con la neurologia? Per la qual cosa Scully e lui avevano verificato che la ragazza aveva ottenuto per il terzo anno consecutivo una borsa di studio privata per completare la sua tesi che faceva lievitare il suo conto corrente ad una cifra con più di cinque zeri. E nemmeno sembrava minimamente preoccupata di sapere ciò che sarebbe accaduto alle ricerche di Lynus March una volta morto il professore.
Bene, forse il suo compagno l’aveva tradita e ora tutto le era indifferente come ad una principessa nella sua immacolata torre d’avorio.
O forse Mulder stava proiettando i suoi problemi con Scully nel caso.
Il suono secco di qualcuno che bussava alla porta lo distolse dalle sue congetture,
Una delle due, o Scully veniva a suggerire di abbandonare il caso o un testimone di Geova fuorviato aveva deciso di fare le ore piccole.
Il solitario pacchetto che trovò aprendo la porta lo prese alla sprovvista.

**
Università del Nord Carolina
Facoltà di Neurologia
23.45

Non doveva stare lì. Eve lo sapeva. Aveva la certezza chiaroveggente che sotto nessun punto di vista doveva stare perquisendo quel posto, ancora protetto dei nastri di plastica gialli e neri della polizia, che lei stessa aveva schivato e convenientemente ignorato per entrare nel laboratorio.
Il luogo sembrava tranquillo malgrado il disordine. Le provette erano rotte e il loro contenuto sparso al suolo.Era sconcertante pensare che quello scenario igienico avesse assistito al dramma della morte meno di ventiquattro ore prima.
Eve si sentiva strana. In qualche modo quella era una profanazione. Stava invadendo la tomba di Lynus. La sua scena finale. Quale era stato il suo ultimo pensiero? Avrebbe continuato a fluttuare tra gli strumenti come un respiro interrotto, una corrente elettrica fermata da uno sparo prima di potersi cristallizzare nella coscienza dei vivi?
Doveva sbrigarsi. Non era venuta per pensare a Lynus. Era troppo doloroso. Avrebbe pensato a questo più avanti quando avrebbe potuto accettare che non l’avrebbe più visto. Quando avrebbe potuto capire che l’aveva perso irrimediabilmente senza sentire che quest'idea la lasciava respirare appena.
Doveva sopravvivere. Se non per lei, almeno per il professore. Lei era importante. "Una rosa nel deserto" l’aveva chiamata Lynus, "una partitura la cui musica ancora non riesco a capire"
Per prima cosa si concentrò nel trovare ciò che era venuta a cercare. Una leggera nausea l’avvertì che era da troppo tempo che non mangiava.
E una certa inquietudine nervosa le continuava a ricordare che per nessuna ragione sarebbe dovuta stare nel laboratorio.
Forse Lynus la stava avvertendo da qualche angolo del laboratorio in penombra.
Ma di cosa?

**
Holiday Inn
Releigh
Stanza 203
23:50

Scully continuava a girarsi e rigirarsi nel letto. Era riuscita ad addormentarsi presto tanto per cambiare. Aveva salutato Mulder dopo cena dando come spiegazione un mal di testa inesistente."Vuoi un’aspirina?" le aveva chiesto lui, con quell' irritante gesto di preoccupazione tra galante e paterno che ultimamente non lo abbandonava quando si rivolgeva a lei.

"Non c’è bisogno. Preferisco riposare", le era uscito più tagliente di quanto pretendeva e Mulder era apparso leggermente addolorato.

Dio, come a volte era tutto difficile tra di loro. Aveva tentato di sorridere per allentare la tensione. Fargli male era quello che desiderava di meno in quel momento. E Mulder rispose al suo amabile gesto come un cane al quale il suo padrone dà da mangiare dopo vari mesi di digiuno. Tanto pieno di gratitudine da sembrare disperato.
Il fatto era che Scully era riuscita a dormire per venti minuti più o meno solo per svegliarsi con le immagini nitide di un sogno angoscioso che le martellavano il cervello.
Mulder bussò alla porta giusto quando aveva deciso di arrendersi all’insonnia e accendere il televisore, che tanto per cambiare la sua routine di motel da quattro soldi, aveva la connessione via cavo e un videoregistratore. Tutto un lusso.

"Scully, apri sono io."

Dal tono della voce sembrava impaziente. Sicuramente pretendeva tirarla fuori dal letto per indagare su qualche sua intuizione notturna.

"Che succede?"

Vestito con una di quelle magliette bianche a mezze maniche così tipicamente sue e un jeans che gli aderiva al corpo con una perfezione da modello Mulder entrò nella stanza senza guardare Scully negli occhi senza essere capace di nascondere l’eccitazione nervosa che lo invadeva. Aveva in mano una vedeocassetta e un’annotazione scritta a macchina in caratteri un poco antiquati.

"Che cosa è questo?

"L’hanno lasciato dieci minuti fa davanti alla mia porta"

L’energia di Mulder incominciò a riempire la stanza.

"Chi?"

Dimmi di no Dio mio, supplicò Scully, dimmi che Mulder non lasci che il confidente di turno giochi con lui a suo piacimento

"Non c’era nessuno quando ho aperto la porta, il portiere dice che da un’ora non è entrato nessuno nell’hotel."

Giusto quando Scully stava per interrompere il suo discorso paranoico con una spiegazione ragionevole, Mulder sembrò leggerle nella mente.

"Prima che mi dici che sono un incosciente per averlo aperto, Scully, o che mi molli il discorso che non dovresti fidarti di nessuno, credo che dovresti vedere questo."

Lo disse con gravità, come se quel nastro nascondesse qualche visione dolorosa.
Con timoroso rispetto Mulder mise la cassetta nel videoregistratore e subito, l’immagine di una Eve Worthington adolescente apparve sullo schermo.

**
Università del Nord Carolina
Facoltà di neurologia
23:50 p.m.

La ragazza era coraggiosa. Di questo l’osservatore non aveva il minimo dubbio. O coraggiosa o semplicemente idiota, questo anche poteva essere.
Senza dubbio quello che aveva era un senso dell’opportunità che faceva schifo.
Non perché le era venuto in mente di presentarsi al laboratorio giusto questa notte. Con il cadavere del professore ancora caldo, appena due ore prima portato via da quel posto.
Non ci aveva pensato la super sciocca che la polizia poteva avere qualcuno che sorvegliava il luogo? Non era passata per il suo minuto cervello grande come una noce l’idea che chiunque avesse fatto fuori il suo amatissimo professore poteva stare aspettando per vedere chi si avvicinava alla tana?
Può darsi che alla stupida non fosse venuto in mente ma all’uomo vestito di nero che entrava in questo momento nell’edificio con il fucile sotto la giacca, sicuramente ci aveva pensato.
Cazzo, questo NON era quello che l’osservatore aveva progettato.
Frustrato per l’inaspettato cambio del suo piano, il giovane dai jeans e stivali militari scese dal furgoncino e entrò nell’edificio del campus per la porta posteriore.
Se non fosse stata Eve Worthington un pezzo chiave del suo piano, forse l’osservatore avrebbe lasciato che le sparassero un colpo, all’idiota. Anche se sarebbe stata un peccato, perché senza cervello e tutto il resto la ragazza aveva sempre il suo lato sexy.

 

**
Holiday Inn
Raleigh
Stanza 203
23:55

"Mi stanno facendo delle brutte cose"

La cattiva qualità delle immagini faceva in modo che le fattezze armoniose e giovanili di Eve sembrassero nevose, sbiadite come se fossero state riprese da una telecamera di sicurezza in modo grossolano.

"Chi?"

Domandava una voce di uomo, sui quarant’anni o forse più. Con voce bassa, leggermente roca. Non appariva mai sullo schermo.

"Loro"

La ragazzina sembrava molto spaventata. Parlava guardando la telecamera, tesa sulla sedia, di alcuni anni più piccola della ragazza che Mulder e Scully avevano conosciuto ore prima.

"Raccontamelo, su"

Eve si agitò con le pupille dilatate e lo sguardo perduto in qualche punto della vidiocamera. Sembrava andata, perduta. Di tanto in tanto le tremava il petto a causa di leggere palpitazioni.
Addormentata, pensò Scully. Sembrava addormentata con gli occhi aperti. Immediatamente si ricordò le storie degli ufficiali alleati che erano riusciti a sviluppare uno stato mentale simile al sonno con gli occhi aperti per evitare la tortura nazista della veglia obbligata.
Ma Eve non pareva esattamente addormentata.Sembrava alterata. Dragata? Forse.
Parlava con voce tesa.

"Ho lo stomaco così gonfio che sento che la pelle mi tira verso alto. Il tavolo è freddo e ho voglia di gridare. Grido. Apro la bocca ma non mi esce la voce. Non so cosa mi succede ma non trovo la voce."

Mulder non smetteva di guardare Scully. L’espressione del suo viso era passata da difensiva quando le aveva consegnato il nastro, a vagamente interessata quando aveva visto Eve, per passare improvvisamente intensamente concentrata. Aveva le sopracciglia aggrottate e stringeva i pantaloni di raso del pigiama con i pugni chiusi e le nocche bianche.

"Che ti fanno?" domandava la voce cupa dell’uomo nell’ombra.

"Mi stanno aprendo l’ombelico, credo. Ho gli occhi aperti ma vedo solo la luce. C’è una spirale. Nel mio ventre. Una spirale che spinge e mi apre l’ombelico"

Eve sembrava ogni volta più agitata per le immagini che evocava. Apparentemente immersa nella narrazione di una specie di ricordo doloroso.
Ipnosi? Pensò Mulder.
Scully pareva assorta.

"Me li stanno togliendo. So che me li stanno togliendo. Uno per uno li sto perdendo e non posso nemmeno gridare"

Improvvisamente Eve si agitò scossa da una violenta convulsione.

"E’ tutto pieno di uova. Un campo enorme, tutto pieno di uova bianchicce.Sto passeggiando lì intorno e osservo un uovo più scuro. Sta giusto sul ciglio di un precipizio ma mi avvicino con attenzione perché so che devo avere cura di lui. La mia piccolina sta lì. Con i capelli biondi, ridendo. So che è mia perché ci rassomigliamo. Abbiamo lo stesso sorriso. Loro non la possono toccare. Ho paura che la tocchino perché il resto delle uova sono rotte, così che corro prima di perderla".

"E che succede?" domandò una voce visibilmente emozionata.

"Che lei va via correndo e cade. Mi affaccio sul precipizio per vederla ma non c’è. Ci sono solo sabbia e sale".

Piangeva. Non solo Eve, che sembrava allo stesso tempo distante dalla narrazione e terribilmente afflitta per la sua storia. Piangeva anche Scully, con lacrime rotonde continue come sentieri salati che rotolavano sulle sue guance e le cadevano sulle gambe senza che lei, con in viso contratto, prestasse loro attenzione. Tutto ciò che le importava era il monitor della televisione e Eve che piangeva

"Scully?"

Nemmeno la voce preoccupata di Mulder penetrò nella sua coscienza.

"Stai bene?"

Dio Santo, sembrava completamente distrutta. Tanto che Mulder si spaventò e andò avanti per un paio di metri per fermare la registrazione
Quando stava per farlo, una nuova figura apparve sullo schermo. L’uomo dalla voce bassa si avvicinava ad Eve, apparentemente per darle un po’ di conforto. Ma lei appariva tranquilla e quando parlò, la sua voce aveva una cadenza nuova, sinuosa e promettente.

"Non ho paura" diceva, " lui sta con me".

Scully aveva smesso di piangere e in quel momento Mulder non trovò la spinta finale per spegnere il video. Il silenzio della stanza li avvolgeva come una presenza viva.

Sullo schermo il professore Lynus March domandava ad Eve Worthington prendendola per mano come un padre protettore vezzeggia il suo cucciolo più amato."Lui?"

Il mezzo sorriso di Eve divenne segreto e trionfante.

"Mi sta toccando" disse alla fine prima di chiudere gli occhi e arrendersi ad un sonno risanatore," Mulder mi sta toccando"

Inorridita, Scully corse nel bagno come un uragano mentre sullo schermo del televisore, Lynus March spegneva il video e l’immagine si riempiva di uno sfarfallio simile alla neve.

Fantasmi

Sto ancora nel laboratorio. Mi rendo conto che sono morto, chiaro, ma non mi rassegno. Sono tornato qui, 24 ore dopo il mio assassinio, incorporeo, cosciente che tutto ciò che ho incominciato non è stato portato a termine.

Eve sta qui, la mia povera bambina. C’è tanto che non sa. Tanto che io stesso non sapevo.
La cosa buona della morte è che mi ha dato accesso a tutto. Ora so, vedo, esisto. Mi hai legato a te, mia opera d’arte. Mia partitura. Solamente ora posso sentire la tua musica, Eve. E dirti quanto ti ho amato. Quanto mi dispiace.
Il laboratorio. Che scenario così familiare. Ti vedo rovistare tra le mie cose e noto il pallore e le occhiaie sul tuo viso. Avresti dovuto mangiare prima di venire, piccola. Ora non ci sono io per aver cura di te.
Non posso avvertirti dei pericoli che io stesso ho attirato su di te.Il mio castigo è questa morte prematura. Mi fa rabbia non aver completato la mia opera. Per questo non muoio del tutto.
Senti la mia presenza?
Io sento la tua paura. Il tuo dolore per me. Non piangere, piccola. Non merito le tue lacrime.
Quello che voglio dirti, Eve, quello che non ho modo di dirti è che devi dimenticare tutto. Le mie assurde ricerche. Tutto. Nessuno è ancora preparato per ascoltare la tua musica.
Abbi cura di te. Quattro ombre t'inseguono. Una, non sopravviverà a questa notte. Sento come la sua anima aspetta vicino alla mia per riceverla. Fai attenzione, Eve. Non tutto è quello che sembra, ragazzina.
Parlavamo tanto di morire, ti ricordi tu avevi ragione è come fare un sogno. Nei sogni non c’è passato, ora, domani. C’è solo un momento onnisciente, rivelatore.
Mi piacerebbe dirti quello che accadrà. Dirti che due uomini armati ti si avvicinano, mentre sei chinata sulla cassetta delle droghe.
Fai attenzione, bambina mia, tutti e due cercano i tuoi sogni.

**
Facoltà del Nord Carolina

Finalmente. Lynus aveva nascosto la boccetta e la formula della soluzione nel doppio fondo della cassetta del pronto soccorso. Ma a causa del disordine Eve aveva tardato quasi mezz’ora a trovarle.
Si sentiva ogni volta più inquieta. Le sembrava sentire ad ogni momento il rumore di passi che si avvicinavano. Ma quando sospendeva la sua ricerca per ascoltare con attenzione le rispondeva solamente il silenzio. La Facoltà dormiva come uno stomaco soddisfatto.
Finalmente si mise la boccetta nella tasca e si alzò da terra per avvicinarsi alla porta.
Questa volta i passi si sentirono nitidamente e molto più vicini di quanto Eve avesse desiderato.
Esattamente alle sue spalle.
Prima che potesse mettersi a correre, una mano decisa l’afferrò per la vita e sentì come cadeva di schiena riparata da un corpo in tensione che la tratteneva con sorprendente abilità.

"Zitta" sentì.

Un ordine aspro che usciva sparato da una gola che respirava a pochi centimetri dal suo orecchio. Di un alito silenzioso che le ispirava un acuto terrore.

"Non muoverti e non fare rumore"

Ad alcuni passi da lei, vide l’ombra di un altro uomo scivolare all’interno del laboratorio. Asfissiata per il pulsare violento del suo polso, Eve, cercò di dominarsi. Il corpo che l’afferrava per la schiena, impugnava una pistola a pochi centimetri da lei. Definitivamente, non avrebbe dovuto avvicinarsi al laboratorio. Quella non era precisamente una festa alla quale le sarebbe piaciuto assistere.

**
Strada - Raleigh
nella notte

Mulder guidava in silenzio. Oppresso dal caotico succedersi di pensieri contraddittori, legami logici e illogici che lo intossicavano
Scully era stata un quarto d’ora in bagno, rispondendo a mala pena ai suoi sempre più isterici tentativi di comunicare con lei e capire esattamente ciò che aveva visto in quella registrazione.

"Sto bene, Mulder", era tutto ciò che diceva. Sto bene, tipico di lei. Se a Fox Mulder avessero dato un centesimo per ogni volta che aveva sentito Scully mentire con queste parole odiose, ora sarebbe ricco.

Ciò nonostante, dovette riconoscere che, quando Scully uscì finalmente dal bagno vestita con pantaloni verdi, una maglietta beige, una blusa aperta e abilmente pettinata, sembrava fresca, diligente e pronta all’azione

"Dobbiamo incontrare questa ragazza" fu tutto ciò che disse.

Mulder aveva cercato di spiegarsi. O meglio, cercare spiegazioni. perché questa ragazza raccontava una storia sfilacciata nella quale come sembrava lui giocava un ruolo così importante ? Questa sembrava la domanda più ovvia.
Fedele soldato dell’esercito della logica, Scully gli fece un riassunto delle sue conclusioni con inevitabile freddezza dato il contenuto delle sue parole.

"Non posso spiegarlo ancora, Mulder, ma in qualche modo questa ragazza stava raccontando un mio sogno".

Così. Come suonava. La ragazza stava raccontando un sogno di Scully.
Naturalmente discussero. Mentre Mulder si metteva gli stivali incominciò ad emozionarsi per la possibilità che Eve Worthington avesse in qualche modo mistico o magico accesso al subcosciente altrui e che certamente, un tale fatto stesse intimamente in relazione con le ricerche del Dr March e con la sua morte improvvisa.
Gli pareva così ovvio che la sua mente passò immediatamente ad analizzare il sogno di Scully. Il suo rapimento, chiaro. Lo stava ricreando più o meno fedelmente- questo non si poteva mai sapere- e Emily, chiaro. La bambina era ovviamente Emily.
Mulder mi sta toccando.
La frase tornava continuamente nella sua testa nel groviglio dei pensieri
Il suo suono chiaro- Mulder mi sta toccando-, la delicata semplicità di queste quattro parole- Mulder mi sta toccando- gli solleticava i sensi.
Scully replicò andando verso la macchina mentre Mulder chiamava a casa di Eve Worthington senza ottenere risposta.
Anche per lei era chiaro.

"E’ evidente che qualcuno ha avuto accesso a questa informazione, Mulder. Per un certo periodo Melissa mi consigliò di annotare i miei sogni in un quaderno. Disse che mi avrebbe aiutato a recuperare ricordi repressi. Comunque, fa lo stesso. Il caso è che qualcuno ha potuto avere accesso ad esso, e quello che abbiamo visto nel video è una rappresentazione fatta male per manipolarci per l’ennesima volta con vai a sapere quali intenzioni".

Bene.Ognuno al suo lato della linea. La frontiera infrangibile che li separava. Al meno in una cosa erano d’accordo. Comunque fosse, Eve Worthington era la pista da seguire e non stava nel suo appartamento, l’unico posto dove potevano cercarla era la facoltà.

"Una delle persone che appaiono in questa registrazione è morto, Mulder. Forse la prossima sarà lei".

Scully sembrava decisa e per quanto Mulder non condividesse la sua visione del caso, per molto che pensasse alle domande alle quali ancora non poteva rispondere, per lo meno ora per la prima volta dopo molto tempo la donna seduta al suo fianco nella macchina, che contemplava la notte e faceva congetture su ipotesi razionali, incominciava a rassomigliare a Dana Scully leale e coinvolta, curiosità e furia irlandese fatta temperanza e marmo, di cui Fox Mulder aveva tanto sentito la mancanza negli ultimi mesi.
Mulder mi sta toccando
Ripeteva Eve Worthignton nel televisore monotematico che continuava ad essere acceso all’interno della testa di Mulder. I suoi occhi sembravano accendersi quando lo diceva.

**

Facoltà
nella notte.

L’osservatore rimaneva immobile.La teneva ferma con il braccio sinistro e aveva agganciato la sua gamba destra a quella di lei per non permetterle nessun movimento.
L’altro uomo stava a circa sette metri. Calcolò la distanza e considerò le possibili traiettorie di un proiettile sparato in penombra in mezzo a quel disordine.
Se il tiratore era in gamba- e l’osservatore sapeva che lo era- avevano buone possibilità di morire.
Valutò le possibilità.
La ragazza almeno stava tranquilla, era difficile perfino sentirla respirare . Anche con la testa occupata a sopravvivere, l’osservatore non poté tralasciare di notare il suo calore, e l’odore incredibilmente tenue del suo sudore nervoso, un miscuglio di sapone e eccitazione.
Una mensola metallica li proteggeva dalla sorveglianza silenziosa del loro nemico. Ma non sarebbe stato per molto tempo. Se si avvicinava di più a loro, sarebbero entrati nel suo campo visivo. Si doveva prendere ora una decisione. Ora.
L’altro uomo non era importante. La cosa importante era la ragazza.
Con un solo movimento felino, l’osservatore buttò la ragazza a terra con una leva al ginocchio, e, senza riguardo per il suo nemico, sparò prima che qualcuno avesse il tempo di reagire.
Prima che il terzo proiettile uscisse dalla sua pistola, l’uomo con il fucile che 24 ore prima aveva sparato contro il professor Lynus March giaceva sul pavimento del laboratorio, a pochi metri dal nastro della polizia che marcava la figura dell’ultima vittima.
Che poetica giustizia, pensò l’osservatore.
Fece male, in quel momento la giovane approfittò della sua distrazione per fuggire verso la porta.
Ah,no, nemmeno a parlarne.
Mosso per un riflesso condizionato, l’osservatore si buttò su di lei con tanta determinazione che finì col farsi male ad un fianco quando l’attrasse con sé contro il muro.
La ragazza si agitava tra le sue braccia gemendo come un gatto ferito con un attacco isterico.
Per la prima volta dopo settimane che la sorvegliava, l’osservatore e l’osservata si vedevano in viso.

**
Fuori della facoltà del Nord Carolina
nella notte

La Ford Taurus a noleggio si fermò davanti alla facoltà con una secca frenata. Un furgoncino nascosto tra le ombre di alcuni alberi vicini, era l’unica cosa che faceva compagnia a Mulder e Scully nella silenziosa tranquillità notturna.
Istintivamente, Scully si portò la mano alla vita e sbottonò la chiusura della fondina. Il suo battito cardiaco era più forte del solito.
Il video. Il sogno. Eve Worthington. I suoi incubi. Un test. Emily.
Tutto le girava nella testa mentre milioni di domande e centinaia di teorie, sempre più caotiche, colpivano la sua coscienza.
Eve Worthington aveva narrato davanti al professor Lynus March, ad una videocamera e vai a sapere a chi altro, uno degli incubi ricorrenti di Scully nei mesi che seguirono il rapimento. Cioè, cinque anni prima.
Nemmeno sapeva da dove incominciare a cercare un senso. Di fatti, era inutile continuare a fare congetture mentre non trovavano Eve. Questa doveva essere la priorità. La si doveva cercare all’interno dell’edificio.
Mentre comminava verso il palazzo, Mulder sembrava ugualmente assorto.
La porta della facoltà era aperta. Misteriosamente, aperta.
Entrarono.

**
Laboratorio di Neurologia
notte

Aveva sparato. L’uomo dell’ombra era morto. Lei anche poteva morire. Doveva scappare.
Questa argomentazione apparentemente logica che le era passata per la mente in un milionesimo di secondo, era bastata ad Eve per buttarsi a terra nel frenetico impulso di fuggire.
Peccato che l’assassino fosse stato più rapido di lei. Si era lanciato contro di lei, trattenendola sul pavimento con la forza sorprendente del suo corpo. E quando Eve cerco di liberarsi da quel serpente, l’afferrò di nuovo per imprigionarla contro il muro senza darle il tempo di respirare.
Bene, oltre che abile, era forte. Bruno. Un poco più alto di lei. Dai lineamenti sottili e fattezze giovanili che contrastavano con la fiera determinazione dei suoi occhi.
Occhi piccoli, scuri, brillanti.
Gli occhi di un assassino, si ricordò Eve. La paura trasudava dalla sua pelle come un manto febbrile.
Non voglio morire, pensò. Sta per uccidermi? Come se stesse rispondendo alla sua domanda, l’uomo dagli occhi scuri, parlò in un sussurro.

"Se avessi voluto ucciderti, già saresti morta".

Questo era logico, chiaro. Ma, come fidarsi di un assassino che sparava a bruciapelo senza battere ciglio?
Le ciglia. L’uomo aveva le ciglia lunghe e il profilo del suo labbro superiore era un ambiguo miscuglio di linee femminili e maschili.
Respirava vicino a lei e le sembrò che il suo alito profumasse di qualcosa di nuovo. Agrodolce e terreno.
E cosa ci faceva lì? Perché la stringeva così forte? Perché aveva sparato e a chi? Che piani aveva per lei ? Che stava accadendo?
Si stavano guardando in silenzio da un buon tratto e le domande iniziavano ad accumularsi sulle sue corde vocali, incapaci di emettere nessun rumore.
E se per caso tutto quello fosse poco, la nausea stava incominciando a lasciarla senza forze.
Le si indebolirono le ginocchia e il buco nello stomaco iniziò a farsi insopportabile. Le braccia dell’assassino la sostenevano con forza.

"Ho bisogno di mangiare qualcosa"

Forse avrebbe avuto pietà, dopo tutto.

"Zitta"

O forse no.
L’assassino le tappò la bocca con la mano mentre Eve sentiva i passi, sempre più vicini, che si dirigevano verso il laboratorio e che richiamarono l’attenzione del killer.
Era giovane, venne in mente improvvisamente a Eve.
L’uomo che la stringeva e che aveva appena commesso un crimine qualche minuto prima, era giovane.
Fu tutto ciò a cui poté pensare, prima di cedere al buco nello stomaco e perdere conoscenza.
I suoi ultimi minuti di lucidità, le bastarono per sentire quella che sembrava la voce di uno degli agenti dell' FBI che le aveva fatto visita quella mattina.
Mulder? Il nome le risultava familiare.

** Laboratorio
notte

Accadde con relativa rapidità. Improvvisamente, il peso della ragazza cambiò. E passò da teso a plumbeo. Allo stesso tempo, l’osservatore sentì due paia di passi che si avvicinavano al laboratorio dalla porta che stava a pochi metri da lui.
Seppe immediatamente di chi si trattava.
Ma fu incapace di fare tutto nello stesso tempo: lasciare la ragazza, raccogliere la sua arma e pensare ad un modo ragionevole di uscire di lì.
Quell’inopportuno di Mulder fu più veloce e riusci a scorgerlo tra le ombre prima che potesse reagire.

La rossa nemmeno si tirò indietro."FBI! Non si muova!"

Come se avesse potuto con il peso della ragazza che si faceva man mano sempre più insopportabile.
Mentre Mulder continuava ad avvicinarsi a lui con la pistola che puntava in alto, Scully fu abbastanza svelta a trovare l’interruttore.

"Krycek!"

Cicatrici

Ci sono due tipi di persone a questo mondo. Quelli che lo sanno e quelli che ancora non lo sospettano. Io appartengo al primo gruppo. In questo senso, Mulder ed io ci rassomigliamo molto, anche se gli ripugna pensarlo. Anche lui sa che si avvicina il giorno in cui cambierà tutto.

Ciò che mangiamo. Ciò che facciamo al risveglio. Ciò che siamo.
Non è un’ipotesi, non è un orizzonte lontano. E’ dopodomani. E’ ora.
Saperlo ti rende diverso, suppongo. Scully mi chiamò" topo di fogna senza morale". Non è una cattiva definizione. La morale, in fin dei conti, è solo un gioco di regole per sopravvivere in gruppo. Quello che Scully non sa è che tutte le regole cambieranno presto, e la morale anche lei cadrà, come tutto il resto. Topo nemmeno sta male. In verità, è un animale sottovalutato.
I topi sanno tirare avanti in posti che ammazzerebbero qualsiasi altro animale.
Io anche l’ho fatto. Forse non nel modo che questi due ingenui considerano "esemplare", ma sono sopravvissuto. Per me, è sufficiente. Ed è più di ciò che la maggior parte degli abitanti di questo pianeta potrà dire tra poco.
L’unica cosa che ci rende tutti diversi è l’informazione. L’accesso ad essa. Noi che sappiamo di più, noi che ci rendiamo conto, reagiamo o moriamo. Mulder lo sa, ma gli risulta difficile comprenderlo in tutta la sua grandezza. Gli risulta difficile comprendere che dovrà cambiare per sopravvivere. Dovrà fare sacrifici. Io ho perduto un braccio, ed è stato solo l’inizio. La cicatrice di quel taglio, mi ricorda qualcosa. Ogni volta che la guardo, so che tutto lascia segni. Che la vita è un andar accumulando ferite, sanguinanti o chiuse.
Anche lei ne ha una.
Una cicatrice bianchiccia che attraversa lo stomaco e si nasconde nei pantaloni. La vidi la terza notte che la sorvegliavo. Seduto nel furgoncino con il binocolo ad infrarossi, vidi come si cambiava la camicetta. Davanti alla finestra e a chi potesse avvicinarsi.
Che cosa ricorda quando vede quel segno? Io mi domando dove finirà. E se lei è cosciente di conservare nei pantaloni una metafora di tutto il dolore che l’aspetta.
Io credo che non lo sappia. Infatti, credo che non abbia nessuna idea del valore che ha, né del pericolo che corre. Non sa che ha acceso all'informazione.
Mi domando, se anche lei è una creatura notturna, o è destinata ad esserlo. Ma è una domanda inutile, perché, perfino io, Alex Krycek, non conosco alcune cose.
E senza dubbio, c’è qualcosa che so.
So che tutto cambierà e che c’è solo una legge.
Chi non resiste, serve. Chi non lotta, muore.
Morire non dipende interamente da me. Così che l’unica possibilità logica è resistere.
E sopravvivere.

**

Laboratorio della facoltà di Neurologia
mezzanotte

Dovevano aver odorato il suo respiro animale quando avevano avuto tra le mani le informazioni del caso. Dopo tutto se Mulder e Scully erano abituati ad un odore, era il fetore della bassezza morale che emetteva Alex Krycek da tutti i pori.
Nessuno osava muoversi. Ognuno dei presenti in quel dramma rimaneva immobile, come i pezzi di un puzzle fermi nel tempo.
Eve Worthington aveva perso i sensi ed era suo corpo inerte trattenuto solo dal braccio coperto di nero del suo aggressore.
Vicino alla porta del laboratorio, l’assassino del professor Lynus March, soccombeva, ancora caldo, alla sua improvvisa morte, e cedeva a poco a poco, alla decomposizione, per ora impercettibile ma inevitabile.
Alla sua destra, Fox Mulder, impugnando un'arma regolamentare del FBI teneva sotto mira l’assassino di suo padre con la testa occupata a comprendere quello che stava accadendo e lo stomaco che bolliva per una furia vecchia nel tempo ma che sgorgava con un’energia appena nata.
Vicino a lui, Dana Scully, si manteneva in una posizione simile e studiava la situazione con precisione.Sapeva che la cosa importante non era Alex Krycek, ma il suo ostaggio. La cosa importante era salvarla. E ottenere che il suo sequestratore non sparasse contro nessuno dei presenti con il suo revolver automatico con cui teneva sotto tiro il suo compagno.Che il sequestratore le ispirasse un odio di dimensioni bibliche le sembrava un fatto secondario. Dana Scully pensava sempre con il cervello.
L’ultimo pedone di quella partita che non finiva mai, Alex Krycek, contava i secondi. Tra quanto avrebbe dovuto lasciare la ragazza? E quale spiegazione avrebbe potuto soddisfare Mulder e Scully? Forse era un topo, certo, ma un topo allenato e pensare con freddezza era l’unica cosa che poteva tirarlo fuori di lì.
Mulder o Scully. Ognuno dei due gli avrebbe strappato le viscere con piacere. Anche se, sicuramente, prima gli avrebbero letto i suoi diritti.
La voce di Scully fu la prima a rompere il silenzio. Presente nel luogo, come un cristallo invisibile. "Krycek, lasciala"

" Perché? Perché Mulder possa fare centro con me?" Chiaro, perché no. E poi consegnare la sua arma, ammanettarsi e lasciare che i prigionieri di un carcere di massima sicurezza lo sodomizzassero ripetute volte. No, liberare il suo unico jolly non era un’opzione. La sua unica scelta era Scully, perché ragionare con Mulder era tanto facile come aprire il mar Rosso con un apriscatole.

" Di al tuo compagno che getti l’arma, Scully"

Gli occhi di Mulder diventarono quasi sorridenti di puro scetticismo
E giusto in quel momento, tutti i presenti potettero sentire con chiarezza il suono di una sirena che si avvicinava da qualche punto nella notte.

Alex Krycek lo interpretò come un segnale. E prima che qualcuno riuscisse a capire quello che stava succedendo lasciò che il corpo di Eve Worthington cadesse a terra, scivolando come un serpente marino. Mirare a Mulder o a Scully era assurdo, così che mirò a lei. " Abbiamo due possibilità. O continuiamo il ballo da qualche altra parte o l’alunna si riunirà con il suo professore"

Lo disse con tutta la convinzione che seppe esprimere. Anche se per un breve lampo di qualcosa d’indefinibile, si permise di pregare a voce bassa perché funzionasse.
Languida nel suo pallore brillante, Eva Worthington gli ispirava una strana ansia di proteggerla. E solo in parte, quella ragazza era la sua missione.

**

Da qualche parte a est di Raleigh
Ancora Nord Carolina
4 a.m.

Il rumore smorzato di un motore, lieve come una ninna nanna che culla.
La sensazione scivolò nella coscienza sonnolenta di Eve, poco a poco, come un coltello che taglia il burro. Ancora intrappolata in un sonno malato, aveva piccoli sprazzi di lucidità. Sapeva che era notte. Sapeva che il suolo vibrava. Sapeva (lo capì mentre prendeva forza e socchiudeva gli occhi), che un bracciale metallico pendeva dal suo polso destro. E che aveva una fame semplicemente insopportabile. E che, visto che non portava mai bracciali, quello che pendeva dalla sua mano, doveva essere la metà siamese di una coppia di manette.
Cercò di non muoversi per osservare quello che accadeva intorno a lei. Mentre la paura, pulsante, intensa, andava istallandosi nel suo petto.
Stava in un furgoncino. Questo era evidente. Buttata sul pavimento metallico, e protetta dall’esterno da vetri oscurati e sedili anteriori. Ed era prigioniera. Questo anche era più che evidente. Molto vicina alla sua mano destra, un’altra mano, maschile e coperta da un guanto nero di cuoio, si appoggiava al suolo.
Lo stesso guanto che portava la persona che l’aveva sequestrata prima di svenire. Improvvisamente ricordò quello che era accaduto nel laboratorio. O meglio, quello che lei poteva sapere.
Era entrato un intruso. Due intrusi. Uno era morto e l’altro l'aveva ucciso. Lo stesso che l’aveva afferrata per lo stomaco e l'aveva fatta svenire. E poi era arrivata altra gente. Questo è ciò che ricordava. E la conclusione più logica era pensare che qualcuno l’avesse sequestrata. Sicuramente per la stessa ragione per cui avevano ammazzato Lynus.
Rapida e dolorosa, la paura nel petto, si estese a tutto il corpo come mille aghi appuntiti. Se era sequestrata, sicuramente sarebbe morta.
Puoi morire. Si corresse mentalmente. Ma puoi vivere, Eve.
Tentò di controllare le sue emozioni e concentrarsi continuando la sua indagine. Se non manteneva la mente fredda, non aveva scappatoie.
Senza muovere un solo muscolo, concentrò la sua attenzione sui sedili anteriori. Ma gli schienali erano troppo alti perché potesse vedere qualcosa
Improvvisamente, e con una forza spaventosa, l’uomo che credeva di ricordare come il suo aggressore e assassino dell’intruso, le afferrò il braccio e praticamente, la sollevò come un fuscello per obbligarla a alzarsi.

" La Bella addormentata si è svegliata"

Lo disse con una voce allo stesso tempo furiosa e sussurrante. Guardandola negli occhi. Con un atteggiamento di sfida e pieno di rabbia.
Una voce femminile, tanto tagliente come la sua, parlò dal sedile del copilota." Lasciala, Krycek" E poi, guardò Eve negli occhi, e il suo tono ridivenne sereno e conciliante, come se volesse calmarla.

" Tranquilla, l’agente Mulder ed io siamo qui per proteggerti" E sorrise, con un piccolo sorriso, che immediatamente riconobbe per quello dell’agente Dana Scully.

Era sequestrata dal FBI?
Eve desiderò con tutte le sue forze che quello fosse uno dei suoi sogni.
Per favore, Lynus, fa che mi svegli.

**
Da qualche parte a est di Raleigh
Ancora Nord Carolina
04:00 a.m.

Era stata una cattiva idea. ERA un’idea schifosa. Risultato di una serie di pessime idee. E sarebbe finita molto peggio di come era incominciata. Non era la legge di Murphy, era l’unica uscita da quella situazione surreale.
Lui, Fox Mulder, stava guidando il furgoncino di Alex Krycek, bugiardo, traditore, codardo, assassino, cospiratore e un lungo ecc…ecc- per una strada secondaria della Carolina alle prime ore del mattino con un ostaggio, niente di meno. E Scully come copilota.
E perché?

" Decidi tu, Mulder, la portiamo con noi o le sparo un colpo nella tempia" Queste erano state le poche ma cristalline parole con le quali Krycek, aveva messo in chiaro la situazione mentre si ammanettava, nel laboratorio, al corpo incosciente di Eve Worthington.

Avrebbe dovuto dare retta a Scully. Avrebbe dovuto non ascoltarlo ed aver aspettato la sirena della polizia che suonava all’esterno mentre si chiedeva chi avesse chiamato la forza pubblica. Ma Krycek sembrò leggergli nella mente.

" Non è la polizia, Mulder" Al principio gli sembrò uno stratagemma. Per convincerlo. Dio sapeva se quel l’uomo avrebbe fatto Qualsiasi Cosa per uscirne vivo. " L’avete chiamata voi? Perché posso assicurarvi che non li ho invitati io". La ragazza era sempre sotto tiro. E c’era un cadavere sul pavimento.

E Scully sembrava sicura di cosa fare." Non so perché ti stiamo ascoltando, Krycek" aveva detto.

La sua risposta sembrava logica:" Perché la ucciderò se non abbassi quella maledetta pistola!" Un poco aggressiva, forse, ma logica.

Il fatto è che insisteva con la teoria che la sirena che si sentiva ogni volta con maggior forza non era precisamente della polizia ." L’uomo che ho ucciso ha un dispositivo sul polso. Se non registra il ritmo cardiaco, invia un segnale via satellite".

Mentre lui la teneva sotto tiro, Scully guardò. E trovò un congegno. Un piccolo apparato elettronico collegato al polso." Ci rimane poco tempo. E credo che dovreste prendere una decisione"

Per ciò che riguardava il tempo aveva ragione. La sirena si sentiva con forza. E se era la polizia come era arrivata? Krycek aveva una pistola con il silenziatore e non c’era luce in tutto l’edificio. Fuori non c’era nessuno. Se Krycek mentiva, come era arrivata fin lì? E già stava pensando di seguire veramente le istruzioni di quel assassino? "Chi sono?" domandò Scully

"Biancaneve, i sette nani, il giudice federale e tua madre"

E con questo mise in chiaro- nel linguaggio di Krycek - che non venivano in pace. Le sirene suonavano ogni volta più vicine, e anche se Scully taceva, per una volta Mulder sapeva esattamente ciò che pensava. C’era un ostaggio. Una ragazza di appena vent’anni. Indifesa. E forse, la chiave del caso.

" Perché non posso lasciarti qui e farti ammazzare, Krycek?"

La sua risposta finì di convincere lui e Scully, che per quanto l’idea apparisse cattiva, che almeno dovevano uscire di lì quanto prima." Perché non vogliono me. Vogliono lei" E con Alex Krycek, per essere più precisi.

Alle quattro del mattino, Mulder continuava a pensare che DOVEVA essere una cattiva idea. A prescindere dal fatto che le macchine - quattro- che erano arrivate alla facoltà erano "Sedan" senza targa che evidentemente non appartenevano alla polizia.

"La Bella Addormentata si è svegliata".

L’odiosa voce di Krycek lo svegliò dalle sue congetture. Attraverso lo specchio, poté vedere lui, e Eve Worthington, con le occhiaie, pallida e con l’aspetto scarmigliato di un animale selvatico.
Era ora di ottenere alcune risposte e porre fine a quell'innaturale situazione. E rapidamente, prima che la voglia di sparare un colpo a Alex Krycek fosse più forte di qualsiasi tentativo di placarla.

**
In qualche posto ad est di Raleigh
Ancora Nord Carolina
4: 10 a.m.

Quello doveva essere esattamente il punto giusto tra il Niente Assoluto e il Territorio del Mai Più. La strada era completamente deserta e le luci più vicine provenivano da punti disseminati all’orizzonte, a non meno di trenta chilometri. Da tempo che il freddo delle prime ore dell’alba si era intrufolato negli angoli più nascosti del furgoncino di Alex Krycek.
Di Alex Krycek, niente di meno.
Dio mio, che stava facendo con quel soggetto? Forse non avevano avuto scappatoie? Era tanto importante quella ragazza? Scully non smetteva di domandarselo. E una vocina, che identificò come la sua coscienza, la torturava con una possibilità terribile. E se aveva passato troppo tempo con Mulder? E se finalmente, l’ansia di voler scoprire quello che stava accadendo aveva annullato la sua logica e il suo giudizio? E se nel desiderio di voler scoprire i segreti di quella registrazione stava rischiando la sua vita, quella di un testimone e quella di Mulder?
Il freddo le impediva di pensare con chiarezza. Ma anche cosi, le immagini che Mulder le aveva mostrato nell’hotel, continuavano a girarle nella mente. La cosa più paradossale della storia, è che in mezzo a quell’incubo era riuscita a dormire. Erano stati solo dieci minuti, ma sufficienti perché si svegliasse con il polso accelerato.
Questa volta aveva sognato Mulder. Nel senso più concreto dell’espressione"sognare Mulder"
Perfetto. Un sogno erotico era l’ultima cosa che mancava per completare il quadro. Stavano lì. Lo squadrone degli Abominevoli. Lei insonne, frustrata, stanca. Mulder, furioso, impaziente, infelice. Krycek, omicida, ammanettato e tenendo sempre sotto tiro la ragazza. E, certamente, Eve Worthington, spaventata, bianca come un lenzuolo e tremante per il freddo.
La Ragazza Misteriosa.
Mulder fermò il furgoncino sul margine della strada.

" E già ora del picnic?" Malgrado la domanda, Krycek fu il primo ad uscire dal veicolo, trascinando dietro di sé il suo ostaggio con violenza, come se fosse una valigia che non desiderava portare.

Affascinante.
Con il suo aspetto fragile e un certo comminare ondeggiante, Eve sembrava l’unica del gruppo ad essere efficiente in una così strana situazione. Appena uscì dal furgone respirò profondamente, si lasciò cadere sull’asfalto, sudato per l’umidità notturna e parlò.
Con un sussurro debole, ma deciso.

"Bene. Non so che cosa sta accadendo, ne quali siano le intenzioni di nessuno di voi" prese aria e continuò con lo sguardo fisso in un punto per terra. " Quello che so è che se non mangio subito, dovrete portarmi in ospedale". Tremava, seduta come un punto luminoso nella strada." La prima domanda che devo fare è la seguente e voglio che mi risponda lei" Non indicò Scully quando lo disse" Sono sequestrata?"

"Si" Ed era vero. "Ma non da noi. L’agente Mulder ed io siamo stati costretti dal tuo sequestratore ad uscire dal laboratorio sotto la minaccia che ti avrebbe fatto del male in caso contrario".

Cercò di addolcire il tono, ma la situazione era esattamente quella e la ragazza che ancora non sapevano da che parte stava, aveva diritto di saperlo. In realtà, nemmeno sembrò che la notizia l’impressionasse molto. Scully sospettò che era arrivata a quella conclusione da sola.

"Solo per saperlo, fino a che punto è casuale la mia presenza in tutto questo?"

Per la prima volta alzò la vista da suolo. I suoi occhi si girarono non verso Scully, né Mulder ma verso Krycek, che stava in piedi vicino a lei, obbligandola a tenere il braccio alzato per poter rimanere seduta. E ci fu qualcosa in questo sguardo che Scully non poté fare a meno di osservare. Una determinazione serena da parte di lei. E improvvisamente un riconoscimento. Come se qualcosa negli occhi di Krycek le avessero scoperto un segreto.
Dopo alcuni secondi passati a guardarsi negli occhi, Krycek fu il primo ad abbassare lo sguardo. E Eve, improvvisamente rimpicciolita, e con un filino di voce, si girò verso gli agenti del FBI.

"Anche voi lo sapete?"

A quanto pareva, Mulder sì. "Sono i tuoi sogni". E sembrava genuinamente eccitato dalla curiosità, con gli occhi brillanti e sprigionando energia. "Fai i sogni degli altri"

Una folata di vento soffiò nella notte, facendo in modo che Scully rabbrividisse. Eve la guardava, cosciente, forse per la prima volta, che le avevano assegnato un ruolo in una rappresentazione dal finale incerto.

Domande

Non ricordo quando incominciò. Che io sappia è stato sempre così. Li vedo. A volte confusi e fugaci, a volte nitidi e soffocanti. Appaiono nella mia testa come pezzi di celluloide strappati dalle altre menti. E l’unica cosa che posso fare è rimanere a guardare, presa in altri sogni che non sono miei. In altre vite che non ho chiesto di contemplare, Mulder. Samantha. Nomi che non conosco. Chi siete? Perché mi perseguitate? Perché in questa notte senza nome nella quale mi trascinano per l’asfalto verso un luogo che non conosco, non posso avere i miei incubi? Perché ho quelli di qualcuno dei miei accompagnatori.

Perché mi sveglio, stesa sul pavimento poco accogliente di un furgoncino, dopo di un sogno breve del quale ricordo solo voci che non conosco? Voci che gridano "Mulder" con voce spezzata, che strilla "Samantha" in urlo di panico. Non so a quale dei miei accompagnatori l’ho rubato, né perché.
Però anche con il pungente buco dello stomaco che reclama che io prenda coscienza, incomincio a capire. I loro nomi, Mulder e Scully. Quando li ho ascoltati la prima volta attraverso il citofono, (è passata solo qualche ora da questo?), ho avuto la sensazione di un riconoscimento fugace.
Mulder. Strano nome che mi è risultato familiare. Mi è sembrato un dejà vu lieve, ma di questi ne sono piena e non ho voluto dargli importanza. Poche volte ricordo i sogni che mi perseguitano quando dormo. E se dovessi pensare ad ognuna di queste intuizioni premonitrici, diventerei pazza.
Ora, invece, so che li conosco. Che forse ci siamo incrociati e che i sogni e il suono di questi nomi -Mulder, Scully, una certa Samantha- è rimasto intrappolato nella mia mente come gocce di rugiada in una ragnatela. Mi domando dove è stato. Non ricordo il volto di nessuno, e sono quasi sicura che non ho mai dormito in loro presenza.
E’ strano che si siano incrociati di nuovo con la mia vita in modo così violento e mi domando se ci sarà qualche relazione. Ma sono troppo stanca e a stento posso pensare.
Tutti mi guardano. Mi stanno guardando da tempo. Violenti, forse. Non lo so. La gente ha paura di ciò che non comprende, era solito dire Lynus.
Questa è la prima volta che qualcuno lo sa, a parte lui. Così che è la mia prima opportunità per verificare che avevo ragione. Ho sempre creduto che quando si fosse saputo, mi sarei trasformata in uno strano animale. In una farfalla con le ali tenute aperte da puntine da disegno, sventrata ed esposta al giudizio degli altri. Avevo ragione.
Lynus fu l’unico che mi comprese. Il primo giorno che assistetti ad una sua lezione lo vidi nei suoi occhi di vecchio cane. Ci parlò della notte e dei suoi enigmi. Del cervello e dei suoi misteri. Ci avvertì che la neurologia era il campo più esoterico della medicina. Che il cervello era solo un organo e allo stesso tempo, era la chiave dell’universo. Quando lo sentii parlare seppi che qualcuno poteva capirmi.
Credo che richiamai la sua attenzione in quello stesso istante. D’allora lo sentii alle mie spalle. Che osservava i miei movimenti come una vedetta che cerca l’orizzonte. Lessi i suoi libri. Appresi dei suoi esperimenti per registrare i sogni. "Fantasie di gioventù" diceva lui. "Sabbia in confronto alla spiaggia che si apre davanti a noi", mi disse un giorno.
Una notte, caddi addormentata in biblioteca. Quando mi svegliai gridando, lui mi osservava da un angolo. Aveva osservato i miei colpi di sonno, che mi assalivano a metà della lezione, o all’ora di pranzo. Aveva notato le mie notti insonni, i miei occhi arrossati, e le nausee improvvise.
Si offrì di aiutarmi. "I disturbi del sonno si possono curare" affermò. E io capii che sospettava che c’era qualcosa di più.
Anche oggi non so perché. Ma lui l'ha sempre sospettato.
Quando glielo raccontai, i suoi occhi brillarono di un fulgore eccitato. Già lo sapevo, voleva dire.
La cosa di cui gli fui grata non furono le terapie, le droghe che mi aiutavano a riposare meglio, i suoi consigli. La borsa di studio che ottenne per me , perché potessi rimanere con lui all’università. Quello di cui gli fui grata fu che non mi guardava mai come un oggetto di studio.
Mi studiava , chiaro. " Ho bisogno di capirti " mi diceva. Ma non mi guradava come loro. Non c’era distanza nei suoi occhi. Forse meraviglia, era affascinato, al principio. E poi, niente. Solo lui ed io. Gurdandoci negli occhi come amici. Come uguali.
Ho i sogni degli altri. E’ così grave? Sono così diversa?
Non mi piace che mi guardino.
La ragazza- Scully- cerca di essere discreta, sembra preoccupata per me in qualche modo. E’ stata la prima a rendersi conto che se non mangio subito avrò uno shock ipoglicemico. Grazie a Dio. Sembra tesa e parla poco, con voce dolce.
Serena e ermetica allo stesso tempo. Il suo compagno- Mulder- mi osserva curioso. Come se vedesse attraverso il microscopio le meraviglie dell’universo. Devo essere una specie di grande scoperta per lui, a quanto pare. Sembra che non abbia nessun controllo sul suo corpo, batte le palpebre più del normale, le dita si muovono con lievi contrazioni, e le gambe non riescono a stare ferme. Ogni volta che lo guardo ho la sensazione che pensa costantemente e a velocità astronomica, come se il suo cervello pensasse con grande rapidità.
L’altro- non conosco il suo nome- è ostile. Emana un’energia quasi fisica. Stare vicino a lui è come ricevere una corrente elettrica continua. Per il suo modo d'agire, credo che qualcosa sia andato storto.Forse il suo piano non era esattamente questo. Studia la traiettoria del suo sguardo per non incrociare il mio, ma so che lui è il più pericoloso. Ho visto i suoi occhi solamente due volte e in entrambe ho riconosciuto la stessa cosa: sa molto. Vuole qualcosa da me. Ed ha fretta.
Quello che voglio è che mi liberino. Che smettano di guardarmi come se fossi la protagonista di qualcosa che non capisco.
Non l’ho chiesto io questo. Non ho chiesto i loro sogni. Non ho chiesto di stare qui. Non ho chiesto che Lynus morisse. Non so perché morì. Non so cosa sta succedendo. Non m’importa.
Ho fame. Ho tantissima fame.

**
Ringo’s Mignight Bar
A pochi chilometri dal Sud Carolina
5: 05 a.m.

Ad Alex Krycek faceva male il culo. E molto. Era abituato a guidare quel maledetto furgoncino, non a viaggare come un fardello seduto sul pavimento della parte posteriore. I raggi dell’intelaiatura stavano incominciado a lasciare segni permanenti sul suo sedere.
Per fortuna stavano arrivando a qualcosa che sembrava un ristorante. Era semplice e alto, rosso e con un cartello a neon, come se fosse stato preso dalla reclame della Coca Cola. Non era Maxim’s ma il primo posto che avevano trovato in quella strada secondaria nell’ultima ora. Esattamente da quando Scully aveva suggerito di portare l’ostaggio in un posto dove potesse mangiare prima di cadere in coma.

A quanto sembrava aveva bisogno di mangiare ogni due ore e era qualcosa come otto ore che non toccava cibo. Forse per questo, quando il motore della macchina si fermò nel parcheggio semi deserto del bar, la ragazza si precipitò fuori come mossa da una molla.Tanto che dimenticò che aveva le manette e lo tirò mentre cercava di uscire.Vedendo che non si muoveva, lo guardò intensamente negli occhi e con un filo di voce disse, "Vuoi togliermi questo?"Lo domandò irritata e facendo suonare le manette per confermare la sua richiesta.

Aveva un polso piccolo, pensò Krycek. Non ossuto, ma minuto. Aveva dovuto stringere il bracciale delle manette per assicurarsi che non tirasse fuori la mano. Tanto che una lividura circolare iniziava a farsi vedere vicino al metallo. Il dettaglio fece in modo che Krycek osservasse la sua pelle. Era bianca. Molto.

" Entreremo lì con queste? Questo è il tuo piano?" continuò a chiedere la ragazza. Impaziente. Con una sfumatura d'ironia nella voce.

Cosa credeva? Che era un idiota? Chiaramente non potevamo entrare con le manette. Questo Krycek lo sapeva. Anche se la prospettiva di lasciar libero il suo unico jolly nemmeno gli risultava molto attraente. Se avesse perso di vista uno dei tre, sapeva che avrebbero tentato qualcosa. Mulder avrebbe fatto l’eroe, Scully lo avrebbe seguito come Sancho Panza e la ragazza se ne sarebbe scappata per il buco del bagno pur di allontanarsi da tutto quello. Erano tre contro di lui. O giocava bene le sue carte o non avrebbe vinto.

"Molto bene" disse finalmente, tirando fuori la pistola automatica che portava sotto la giacca. "Facciamo uno scambio di coppia" E mirando con l’arma Scully, guardò Mulder. "La tua compagna ed io rimaniamo qui mentre tu e la super- ghiottona andate a mangiare qualcosa" Naturalmente, Mulder si tese come se stesse trattenendo un pugno. " Se qualcuno tenta qualcosa, Scully muore."

Parlava seriamente, certo. E Mulder lo sapeva. Krycek lo vide vacillare per un momento, dopo guardò Scully, in qualche modo sostennero lo sguardo più tempo del normale, come al solito, e, come sempre, fu lei quella che prese la decisione. Dio, erano così prevedibili. Consultandosi sempre per le più insignificanti piccolezze in quel linguaggio senza parole.

" Questa ragazza è sul punto di svenire un’altra volta, Mulder", disse Scully. Sembrava stanca, ma continuava ad essere la più sveglia della coppia. Con Mulder era impossibile ragionare, e mentre aveva lei, sapeva che aveva l’Eroe del FBI preso per le palle.

Era un fatto di pubblico dominio che entrambi si sarebbero fatti ammazzare prima di lasciare morire l’altro. Che romantico.
Protestò, però finalmente Mulder capitolò lasciando anche il cellulare nel furgoncino come Krycek gli aveva ordinato. Non ebbe così fortuna che lui lasciasse anche la pistola.

" Per che cosa credi che la userò Krycek? Per sparare alle cameriere? "Bene. A Mulder non era piaciuto lasciare la sua compagna con lui. Messaggio ricevuto. Dal momento in cui lei aveva acconsentito, Mulder si era riempito di aggressività ancora di più. Aveva la mascella contratta quasi sempre.

Che perverso piacere, pensò Krycek, immaginare quello che darebbe il Funzionario Modello per colpirlo in questo preciso istante. Era realmente cosciente che a prescindere dal credersi il migliore su questo pianeta, in questo momento, pieno d’ira contro di lui, sarebbe stato capace di uccidere lui, Alex Krycek, a sangue freddo e con le sue stesse mani? Veramente si rendeva conto che se nessuno li separava, quella sarebbe stato una lotta all’ultimo sangue?
Le chiavi delle manette stavano nella tasca del suo pantalone. E mantenendo la pistola, Krycek non poteva prenderle.

" "Tu", disse guardando la ragazza, che stava diventando man mano sempre più pallida, "togli la chiave dalla tasca, piano, e tieni l’altra mano dove io possa vederla".

Vacillò appena nel farlo. Krycek immaginò che aveva tanta fame che gli avrebbe leccato le scarpe se lui glielo avesse chiesto.
Le scarpe? Si corresse mentalmente. Leccargli le scarpe? Stava perdendo lucidità. Una ragazza quasi adolescente gli stava frugando nella tasca dei jeans, sottomessa e ubbidiente, e lui stava pensando che gli avrebbe leccato le scarpe. Non una parte del suo corpo, no. Le scarpe. Incredibile.
Tra poco si sarebbe convertito in qualcuno tanto casto quanto Mulder e Scully. Sicuro.
Finalmente la ragazza tirò fuori la chiave e si liberò con una certa aria di trionfo.

"Molto bene, ora la rossa "

Ci fu un altro momento di silenzio. Ma non durò molto. Quando Scully guardò la ragazza e la vide quasi svenuta, passò nella parte posteriore del furgoncino attraverso i sedili anteriori e chiuse la manetta libera intorno al suo polso.
Mulder sbuffò. Apparentemente nauseato a vederli lui e Scully a meno di dieci centimetri l’uno dall’altro.
Ma la ragazza già stava praticamente fuori dal veicolo e dovette uscire dietro di lei.

"Avete dieci minuti" disse Krycek, mostrando la pistola nei pantaloni."O prendo questa e tu rimani a fare la respirazione bocca a bocca al cadavere di Scully"

Quando gli rispose, Mulder sembrava sereno nella sua ira. " Non tentare la sorte, Krycek, ho già abbastanza motivi per ammazzarti."

E si allontanò con la ragazza verso il ristorante, mentre Scully si agitava nervosa vicino a lui. Aveva fatto alcuni passi quando Krycek gli gridò dal finestrino." Portaci da mangiare, Mulder, Abbiamo fame!"
 
Non che morisse dalla voglia di mangiare un grasso panino, ma era così divertente dargli fastidio. E ridicolamente facile.
Chiuse il finestrino e si accomodò vicino al nuovo ostaggio. Una stanca, furiosa e molto esile, Dana Scully che lo guardava con una studiata smorfia di disprezzo.

"Bene, Scully, chi l’avrebbe detto che saresti finita sul sedile posteriore di un furgoncino con me?"

Lei non si scompose.
Al contrario del suo compagno Scully non giocava battaglie perse. A Krycek le era sembrata sempre il pezzo più sottovalutato degli XFiles.

**

Vicino al Sud Carolina
Ringo’s Midnight Bar
5:31 a.m.

Con centinaia di pratiche su casi paranormali alle sue spalle, Fox Mulder non aveva visto mai niente che rassomigliasse a quella trasformazione. Quando il primo sandwich che portò loro la cameriera, fece contatto con la sua bocca, Eve Worthington si trasformò in una fiera selvaggia divoratrice di cibo. Il colore ritornò sulle sue guance a pennellate. I suoi occhi, prima spenti e lontani, diventarono quasi selvatici. Il primo sandwich sparì dalle sue mani prima che Mulder finisse di arrivare al banco. La cameriera, una donna di mezza età con un’uniforme rosa, rimase a guardarla fissamente. Come pensando,"povera ragazza".
Chiesero alcuni sandwiches. In realtà, Eve chiese sandwiches. E cioccolata. E noccioline. E patate fritte. E un’insalata di pasta in contenitori di plastica. E bibite con zucchero.
Se non fosse stato per la situazione nella quale si trovavano e il fatto che Scully era legata all’unico braccio di Krycek, Mulder si sarebbe divertito per l’ansia quasi infantile di quella ragazza.

"Qual’è il piano ? " domandò Eve, con la voce strozzata tra pezzi di panino e quantità industriali di maionese.

A Mulder avrebbe fatto piacere avere una buona risposta. Ma l’unica cosa che poté fare fu un gesto debole con le spalle.

" Siete agenti del FBI, e non avete un piano?" Il cibo aveva restituito a Eve parte della sua energia. " Ed è chiaro che quest’uomo cerca me, no? Non credo che voglia invitarmi a prendere un caffè" continuò a mangiare con spaventosa ansia, e sussurrò a bassa voce, "nemmeno mi piace il caffè".

Mulder osservava il furgoncino dai vetri del bar. Pochi clienti, camionisti e qualche commesso viaggiatore perduto, mangiavano i loro piatti in silenzio, senza prestare loro attenzione." E’ difficile saper ciò che cerca Krycek, gli ho visto difendere qualsiasi tipo d’interessi, la maggior parte delle volte contraddittori" Mise fuori il denaro dal portafogli e pagò il conto, mentre contava i minuti passati da quando aveva abbandonato il furgoncino.

Tre, forse quattro. Gliene rimaneveno sei, o sette prima di dover tornare.
E no, non aveva nessun maledetto piano.

La cameriera portò il resto e dette loro anche un paio di borse per mettere il cibo. In quel momento, Eve frugò nella sua tasca e estrasse una scatolina di plastica con delle pillole di colore azzurro. " E’ per i miei sogni ? " domandò mentre prendeva una pillola e la metteva sotto la lingua."Mi cercano per questo?"

Eve notò la domanda nello sguardo di Mulder, che osservava le compresse, evidentemente interessato. "Devo prenderle ogni dodici ore", disse a mo' di spiegazione, prima di mettere la scatola in tasca.

Sembrava come se volesse scusarsi con lui, ma l'unica cosa che Mulder desiderava era tornare al furgoncino e poter trovare la risposta a tutto quello.
O poter assassinare Krycek con le proprie mani.

"E' questo ciò che andasti a prendere nel laboratorio?" domandò indicando le pillole.

Eve affermò con la testa." Lynus le preparava per me. Avevano un effetto neuro-depressivo" E, aggiunse, con uno sguardo d'intesa," mi aiutano a controllare i sogni" Sorrideva nervosa, come se non sapesse che fare con le mani, una volta finito il panino.

Dio, era incredibilmente giovane, pensò Mulder. Ed era evidente che non aveva la più remota idea di ciò che stava succedendo.
E con lei, già erano tre. perché l'unico che sembrava avere delle risposte era l'unico che non le avrebbe date facilmente.
Il mero fatto di pensare che stavano nelle mani di Krycek, faceva sì che Mulder si sentisse pieno di rabbia. Impotente. Frustrato.
Malato di odio.
Prese i sandwiches e Eve lo seguì verso la porta. Solo che prima che Mulder l'aprisse, la ragazza lo fermò, con un gesto esitante. Come se dubitasse se era conveniente oppure no dirgli ciò che aveva in mente.

"Agente, Mulder, lei è Mulder,no?" Lottava con le parole, senza che alla fine, riuscisse a dire niente.

Mulder si auto-censurò per il suo comportamento. Eve era praticamente un'adolescente in una situazione che evidentemente non poteva capire né controllare. E lui poteva solo pesare al suo odio verso Krycek e alla sicurezza di Scully. Invece di pensare come agente dell'FBI e cercare di calmare chi, per ora, era un ostaggio.
Strano ostaggio di uno strano sequestro. Però vittima, in fin dei conti.

"Ascolta", disse e cercò di fare in modo che la sua voce avesse una sicurezza della quale lui stesso dubitava," non so esattamente quello che chiede quest'uomo, ma se l'abbiamo seguito fin qui è perché accada ciò che accada, la nostra priorità è proteggerti. L'agente Scully ed io siamo qui per questo,Eve."

Sembrava una ragazza forte, pensò Mulder. Anche in quella pazzia surreale non si era abbattuta. Niente lacrime, né rabbia, né isteria nervosa.
Solo vulnerabile, forse. Ma accompagnata, alla sua maniera contraddittoria, da un'enorme fermezza. Una specie di pace difficile da definire emanava da lei, come un'energia sussurrante. Quando parlava, lo faceva con un timbro dolce, ricco di sfumature.

"Volevo solo dirle che prima, nella macchina, ho fatto un suo sogno" Lo disse così. Senza dargli importanza ,come se fosse abituale." O dell'agente Scully, non sono sicura. Ho sentito i vostri nomi, ma non ho visto nessun volto."

Era questo ciò che voleva dirgli? Mulder stette sul punto di confessarle che non aveva importanza. Lei credeva che lui si sarebbe sentito a disagio per questo? Se era così, non aveva nessun motivo di agitarsi. Il dono che possedeva era incredibile, senza dubbio. Ma sembrava estraneo alla sua volontà.
Invece, Eve disse qualcosa di completamente diverso.

"Ho la sensazione, meglio dire la certezza, che non è la prima volta che sogno attraverso lei, o l'agente Scully" Abbassò lo sguardo mentre finiva la frase. Forse vergognosa . Mulder non lo seppe con certezza. Non sembrava abituata a parlare del suo dono.

Sogno attraverso lei. Che maniera strana di definirlo.
Mulder stava per raccontarle del video, la prova evidente di ciò che Eve sospettava. Naturalmente, che aveva sognato prima "attraverso" uno di loro, di Scully precisamente. Ma dalle sue parole si capiva che lei non lo ricordava, e forse nemmeno era stata cosciente di quello. Quando raccontava la sua divagazione alla cinepresa, sembrava in trance. Forse non conosceva nemmeno l'esistenza di quella registrazione. Forse Lynus March non era stato completamente sincero con lei quando aveva preso quelle immagini. Per una qualche ragione, Mulder intuì che era meglio proteggerla da quella informazione.
Inoltre, dovevano tornare al furgoncino prima che Krycek perdesse la pazienza.
Lungo la strada, Eve tremò e Mulder non seppe se aveva freddo o paura.
Comunque cercò di tranquillizzarla.

"Non preoccuparti.Scopriremo quello che sta succedendo"

Forse perché nemmeno lui si preoccupasse, Eve Worthington lo guardò, tranquilla e accennò ad un sorriso. Come se dicesse, chiaramente, ho fiducia in lei. Non si preoccupi per me, starò bene.
E per sorprendente che era crederlo, funzionò. Per un momento, davanti a quel sorriso sereno, perfino la rabbia contro Krycek si ammorbidì dentro di lui, placandosi, come un dolore che diminuisce.
Definitivamente, c'era qualcosa di speciale in questa ragazza, pensò Mulder, mentre accelerava il passo per arrivare quanto prima da Scully.
Qualcosa di speciale.

**
Furgoncino di Alex Krycek
Parcheggio del Ringo's Midnight Bar
5:34 a.m.

Dio Santo, dieci minuti potevano essere realmente lunghi. Almeno ammanettata a Krycek, potevano equipararsi ad un'eternità all'inferno. Quando tempo stava impiegando Mulder per comprare un maledetto panino? Stava uccidendo personalmente il vitello, o cosa?
Il freddo dell'alba, iniezione d'aria gelata, filtrava attraverso le fessure del furgoncino e si faceva strada come un pugnale nella stoffa della maglietta di Scully. Aveva freddo, aveva fame, aveva sonno, aveva sete e aveva voglia di strapparsi il braccio per smettere di stare a tre centimetri da Alex Krycek.
Non poteva smettere di pensare a cosa stava facendo li, a come uscire da tutto quello, o semplicemente, che cosa era ciò che stava accadendo.
Krycek voleva quella ragazza. perché? Domanda numero uno.
La ragazza letteralmente" Faceva i sogni degli altri". Come? Scully nemmeno ci credeva, certo. CI DOVEVA essere un'altra spiegazione. Bene, qualsiasi spiegazione perché i sogni non erano films, non erano segnali radio che potevano essere intercettati nell'aria. E per tanto, per quanto sicura sembrasse Eve delle sue parole, ci doveva essere UN'ALTRA spiegazione a tutto quello. Alla registrazione, al modo in cui era arrivata nelle loro mani, all'omicidio di Lynus March e al secondo cadavere di quel caso. E naturalmente, alla presenza di Alex Krycek in tutto quello.
Erano troppe domande, pensò Scully. E sicuramente, l'unico che aveva le risposte era la persona che si muoveva, inquieta, al suo lato. La persona che aveva fatto della disinformazione e della manipolazione la sua maniera di vivere.
E che, per qualche motivo, non smetteva di osservarla, e per di più, che Dio l'assistesse, di fare conversazione.
Ripugnante.

"Ti sei tagliata i capelli, Scully? Le chiese così, improvvisamente, nel silenzio e senza tracce d'ironia. Come se realmente fosse interessato. Peggio ancora. Come se fossero vecchi amici che si riuniscono in una tavola calda dopo d'aver lasciato i bambini a scuola.

Scully lo guardò. Cercando di riunire in quello sguardo tutta l'antipatia che le era possibile. Cercando di far zittire quell'uomo solo con i suoi occhi e ridurlo ad un ammasso di ossa carbonizzate.
Con Mulder di solito funzionava.
Ma Krycek appena si scompose. Stava lì seduto, senza dare nessuna spiegazione a quello che stava succedendo. Con il suo sguardo di duro e i suoi modi falsamente intimidatori. Dove diavolo stava Mulder?

Krycek continuava a parlare" Sicuro che Mulder non se n'è accorto, eh?" gli venne in mente di dire ad un tratto."Così occupato con gli XFiles, che non ha tempo di guardare la sua compagna" aggiunse. Per finire dicendo " che peccato!"

Forse con più ore di sonno, Scully sarebbe stata capace di mantenere la sua compostezza e non rispondere ai commenti, che, d'altra parte, avevano la chiara intenzione di irritarla.
Ma può darsi che per gli effetti della stanchezza, Scully non aveva forze nemmeno per resistere all'odio, che salì dal suo stomaco fino alla bocca in una fiammata. Chi credeva di essere quell'uomo per criticare la sua relazione con Mulder? E in questi termini, inoltre. Insinuando che era poco attraente per lui.

" E tu, Krycek, ti sei tagliato il braccio ultimamente?"

Lontano dal sembrare addolorato, il volto impenetrabile di Krycek, s'illuminò per una specie di sorriso vittorioso" Uh, Scully, ho toccato il tasto dolente?"

Merda. Ora oltre che irritata con Krycek, Scully si sentiva irritata con se stessa per essersi lasciata infastidire, dove diavolo stava Mulder? Dovevano essere passate tre ore da quando se ne era andato.

Ad un tratto stare lì le risultò insopportabile. "Posso sapere dove andiamo, Krycek?"

Lui appoggiò la testa al furgoncino, ma continuò a sorvegliarla con la coda dell'occhio, senza lasciare la pistola. "Questo, dipende, Scully"

Dipende, una risposta molto concisa.

"Non era questo ciò che avevo in mente" Scully si domandò che cos'era quello che aveva in mente. " non pensavo che lei si sarebbe presentata all'università".Va a sapere che importanza aveva questo." Non era questo quello che avevo in mente", ripeté.

Perfetto. Non solo stava in mano ad un assassino. Per finire, l'assassino non aveva nessun piano concreto per quella tribù "Brady" versione anni novanta. Così che tutti stavano intrappolati nella peggiore situazione possibile. Senza meta.

Non seppe se sentirsi sollevata o scoraggiata.

" Non lo credi, vero? Non credi che faccia i sogni degli altri"

La domanda la colse di sorpresa e Scully si girò verso Krycek di riflesso. I suoi occhi le trasmettevano qualcosa che sembrava un vero interesse, la scintilla di una curiosità genuina. La guardava come se lei veramente fosse a conoscenza di un gran mistero. Forse, se non fosse stato Alex Krycek chi le parlava, Scully avrebbe creduto di scorgere una certa sfumatura di velata ammirazione nel tono della sua voce.Una voce ancora giovane, che si faceva strada nella penombra metallizzata del furgoncino come una sinistra ninna nanna.

"Dopo tutto ciò che hai visto, continui a cercare le tue spiegazioni razionali" parlava senza aspettare una risposta, impostando la voce per imitarla, "Non è un marziano, Mulder, è un nano con la maschera. Non è una colonizzazione extraterrestre, Mulder, è una campagna di Marketing. Non ti stanchi mai del tuo personaggio, Scully?"

Era semplicemente nauseante. Intollerabile. Dover ascoltare analisi di quattro soldi dalla bocca di un assassino. Una folgorante palla di rabbia minacciava di divorare le viscere di Scully mentre sentiva quelle parole. Ma si concentrò a non lasciare che le sue emozioni dessero a Krycek la soddisfazione di vederla arrabbiata. "Krycek, se hai l'impressione che io voglia sentire quello che devi dirmi, non potresti sbagliarti di più".

Sostennero lo sguardo per vari secondi, presi nel trovare il modo di avere la meglio sull'altro. Superiorità morale contro orgoglio. Controllo contro potere.
Un rumore proveniente dall'esterno richiamò l'attenzione di entrambi, e Scully credette di riconoscere le voci. I passi arano arrivati all'altezza del furgoncino quando Krycek decise di mettere fine alla conversazione.

" E' un peccato che Mulder ti tocchi solo nei tuoi sogni, Scully", disse, con un miscuglio di sincerità e cinismo."Uno spreco"

Scully ebbe appena il tempo di reagire e capire quello che appena aveva sentito.
Mulder mi sta toccando, ricordò. I suoi sogni, la voce di Eve Worthington. I suoi incubi nella mente di un'altra persona. E Krycek l'aveva visto.
Che diavolo. Era stato sicuramente Krycek che aveva lasciato la cassetta nell'hotel.
Ma perché?
E perché la sua intimità era improvvisamente di dominio pubblico?
E perché ora sentiva con piena convinzione che - con o senza spiegazioni- Eve Worthington faceva i sogni degli altri?
Fu proprio la voce della ragazza che si ascoltò ad un tratto nella notte, mettendo fine bruscamente al ragionare allarmato di Scully.

" Non penso di risalire lì" disse. E sembrava inferocita, alimentata dallo zucchero che correva- ora sì- per le sue vene.

Probabilmente per la sicurezza sconosciuta che emanava quella voce, Scully intravide un moto di irritazione nel gesto di Krycek, che strabuzzò gli occhi mentre sussurrava tra sé, " maledetta bambina" e apriva la porta del furgoncino, pistola alla mano.

**
Furgoncino di Alex Krycek
Parcheggio del Ringo's Midnight Bar
5:40 a.m.

Quello che accadde nei minuti successivi al " non penso di risalire lì "di Eve Worthington, tra lei e Krycek, non fu una conversazione, né una discussione, nemmeno una lite. Fu un duello. L' OK corral senza pistola. Guerre Stellari senza le spade laser. Mulder e Scully furono presenti, ma furono solamente testimoni immobili. Sequestratore e ostaggio erano i veri protagonisti di quella situazione e furono i solitari duellanti di quella battaglia, che incominciò con la testarda determinazione di Eve.

"Non salirò se non saprò dove vado".

Continuò con una dimostrazione di forza di Krycek, che accennò alla sua pistola con la sufficienza di un esibizionista che mostra il suo sesso. Ma lei non si scompose, " Se avessi voluto uccidermi sarei morta" A questo seguì un silenzio, finché lei aggiunse." Lo hai detto tu".

Probabilmente fu allora quando Krycek incominciò a perdere terreno." Ti cercano", affermò. Lei mosse appena un muscolo.

" Chi?"

Un altro silenzio carico di intenzioni e Krycek parlò di nuovo, sparando le parole con rapidità. " Gli stessi che hanno ammazzato il tuo professore".

Il lieve tremore del mento rivelò la violenta emozione che scosse Eve, ma non cedette dalla sua determinazione e il suo successivo "chi sono?" suonò tanto deciso quando la sua precedente domanda.

Krycek accumulava ogni volta maggiore irritazione ma era cosciente che non avrebbe potuto mantenere quella situazione ancora per molto. Il suo unico problema era decidere quanta informazione avrebbe potuto salvarlo, e quanta distruggerlo.

Sospirò." Gli stessi che pagavano le sue ricerche. Industrie di biotecnologia in relazione con il Dipartimento della Difesa. Il tuo professore li conosceva da tempo." Un silenzio più lungo. "Gente che non si ferma davanti a niente quando vuole qualcosa"

Eve non ebbe bisogno di chiedere che cosa volevano. Era evidente che cercavano lei. Ma perché? "Che vogliono da me?"

"Tu cosa credi? Sei una cavia da laboratorio. March faceva ricerche su di te ai loro ordini, finché non li tradì. Non so perché, né che cosa pretendeva."

La ragazza negò con la testa per riflesso e tutto il suo corpo si tese come una sbarra d'acciaio." Questo non può essere. Lynus ed io abbiamo mantenuto il segreto" La sua voce so trasformo in un debole trillo. "Era l'unico che lo sapeva, voleva solo aiutarmi".

Se la repentina fragilità di Eve gli ispirò un poco di compassione Krycek non lanciò che si riflettesse nella sua voce. " Che commovente ingenuità. Chi credi che pagasse le sue ricerche? Credi che ottenne gratis una borsa di studio per te? Si aspettavano cose da te. Risultati. Ma lui aveva i suoi piani."

Come se non potesse fare suo quello che udiva, Eve retrocedette di un passo e il suo atteggiamento ritornò difensivo e quasi tormentato." Conoscevi Lynus?" domandò.

Il no di Krycek fu secco. E si guadagnò uno strano sguardo dalla ragazza, che l'osservava come un inesplicabile fenomeno della natura. " Per chi lavori?"

Esaltato, come se stesse vincendo la guerra, Krycek osò sorridere. Una smorfia cinica. "Per me. Sei molto popolare tra certa gente, Eve Worthington. Certa gente che m'interessa. Qualsiasi cosa vogliono da te, guadagnerò qualcosa se l'ottengo prima."

Con l'aspetto abbandonato di un animale ferito nella sua fiducia, Eve lanciò un ultima domanda, miscuglio di schifo e confusione." Che vuoi da me?"

Krycek dubitò un istante prima di rispondere con quattro parole secche, prive di sentimenti. Ore dopo, quando l'oscurità notturna sarebbe caduta di nuovo, Eve Worthington avrebbe dato loro un significato completamente differente.

"Voglio che ti svegli", aveva detto. Con un'irritazione quasi furiosa.

Mulder e Scully si guardarono in silenzio. Per quanto potesse sembrare ridicolo avevano la sensazione di essere stati testimoni di qualcosa di privato.

"Andiamo", ordinò Krycek, " ci restano ancora molte ore di viaggio fino alla Florida"

Il gruppo rimase quieto e poi avanzò verso il furgoncino. Come un solo animale multiforme che strisciava nell'oscurità.

**
In un posto a ovest della Carolina
06: 00 a.m.

La morte sembrava fuori luogo nel bianco asettico della sala delle prove. Specialmente una morte così, tanto giovane. Così inaspettata.
Non era compreso in nessun piano che i ragazzi si sgretolassero in quel modo. Tre morti in una settimana. Era scoraggiante.
L'ultimo corpo, ancora caldo, aveva gli occhi aperti. Il bianco acquoso dell'iride era diventato gelatinoso. Lo spendore serico della pelle cedeva il passo a vesciche rosse. Macchie uniformi che si estendevano sul petto del soggetto.
Dovevano scioglierlo presto, prima che sopravvenisse il rantolo finale e tutta la sua flessibilità l'abbandonasse.
Sotto le cinte e le ventose, il corpo mostrava ecchimosi e lividure di colori vistosi. Viola, rossi, gialli e blu. Tutto un arcobaleno, che rifletteva come all'inizio il giovane si fosse opposto al trattamento. Aveva resistito fino alla fine, gemendo e gridando. Fino a che il suo cervello ebbe quello che si può definire solo come una scarica. Un cedimento totale delle sue funzioni neurali.
Preoccupante.
In pochi minuti, gli addetti alla pulizia avevano portato via il corpo, e il dottore poté togliersi la mascherina chirurgica di protezione. Sotto di essa, il suo viso si era distorto in una smorfia di serietà.
Uno in meno e continuavano a non progredire.
La spia rossa del telefono di comunicazione interna si accese e il suo segnale intermittente avvisò il dottore che qualcosa era andata di nuovo male.
La solita voce l'informò della situazione in termini scarni. E il dottore assentì per tutta la conversazione, senza aggiungere niente. Che poteva dire?
Lynus March era stato un fedele collaboratore. Ora era morto. Il dottore sapeva che se avesse continuato ad essere fedele, sarebbe stato vivo. La sua morte non gli ispirò più che dispiacere. Lynus era un uomo che sapeva giocare le sue carte nel gioco della strategia.
C'era solo da sperare che, almeno come ricercatore, fosse andato un poco più in là di loro.
Chissà il suo soggetto era stato un successo.
O forse sarebbe finita accompagnando il resto dei suoi simili al crematorio. Era impossibile saperlo senza studiarla.
Il dottore uscì dal laboratorio mentre si sbottonava il camice. Il tremore impercettibile delle sue dita nel toglierlo denunciava la sua eccitazione davanti alla prospettiva di poter trattare presto il soggetto di Lynus.
Può darsi che lei fosse la chiave.

 

Deviazioni

Morii in un incidente aereo nel 1975. Ho qui davanti il documento che lo dimostra. Un articolo in una pagina di destra di un vecchio periodico. Ricordo il mio primo giorno come morto ufficiale aspettai il giornale con un'ansia spaventosa. Fino ad oggi, non ho mai avuto tanto desiderio di leggere la stampa.

Per questo quando il pacchetto dei giornali batte contro la porta e sento il cigolare della bicicletta che si allontana giù per la strada, tardo qualche secondo ad aprire e raccoglierlo. Giusto il tempo per assicurarmi che la strada è deserta a quest'ora. Le tende dei vicini stanno al loro posto. Nessuna macchina sconosciuta parcheggiata qui davanti. Nessuno nascosto dietro ad un contenitore dell'immondizia. Perlomeno in apparenza.
Leggo la prima pagina mentre metto i sette lucchetti di sicurezza che mi separano dall'esterno. Prego affinché mi proteggano ma quando finisco di dare un'occhiata ai titoli so che nessun lucchetto mi salverà da questo.
"Attentato terrorista distrugge la facoltà di medicina nel Nord Carolina", leggo. Il mio battito diventa trepidante. Un palpitare frenetico che cerco di dominare. Un cuore di sessantun'anni non dovrebbe passare per tutto questo, mi dico. Un altro by-pass non è nella lista delle mie priorità.
La notizia è scritta nello stile forte e un pò da libro giallo del Florida Standar che non mi piace per niente. La verità è che non so perché continuo a fare l'abbonamento. "Agenti del FBI potrebbero essere tra le vittime" specifica il sottotitolo. E mi sorprende, perché l'FBI non era parte di quest'equazione tre giorni fa. Parla di più di tre cadaveri, però senza dare spiegazioni. Sembra, che non si conosca l'identità dei morti.
Tranne di uno chiaramente.
Il giornalista tarda non più di poche righe per mettere in relazione l'esplosione con la morte del professor Lynus March avvenuta in circostanze misteriose poche ore prima.
Così che è morto, penso. Metto il giornale da parte, perché i miei sospetti sono già stati confermati.
Con questo fanno otto.
Nel 1970 eravamo dieci. Chiaramente avevamo altri nomi. I nostri veri nomi. E qualcuno aveva anche un'altra faccia.Senza dubbio avevamo sogni. Sogni sui sogni. E avevamo l'appoggio del Dipartimento della Difesa. Avevamo anche il Vietnam e il Watergate. E un sacco di soldati con allucinazioni e terrori notturni. Avevamo tanto da studiare. Denaro, sovvenzioni e una totale discrezione.
Lynus già allora era un genio. Vicino a lui gli altri erano burocrati. Come unire in uno stessa equipe un Rembrandt e un gruppo di ritrattisti da strada. Facemmo ricerche per anni. E gli anni ci fecero andare avanti. E come avanzavamo, incominciavamo a retrocedere.
Quando guadagni conoscenza, forse perdi la tua anima.
Almeno in quel governo ombra, i soldi alla fine del mese, includevano una clausola speciale. Niente domande, niente fughe di notizie, niente scrupoli morali. Non mi vergogno di dire, che all'inizio non mi importò. Che cosa è l'etica comparata alla verità?
Poi tutto si stravolse. Incominciammo a perdere i nostri soggetti. La maggior parte ci scappavano dalle mani. E quelli che non lo facevano, semplicemente morivano. Ed erano così giovani. Sempre di più. Scoprimmo che le donne funzionavano meglio. E presto, sapere da dove venivano cominciò ad essere per noi insopportabile
Ma non è facile lasciare un lavoro così. In un'impresa inesistente, un progetto inesistente. Non eravamo nessuno. Forse per questo, non mi costò morire. Mi sembrò una maniera efficace di unirmi alla coda dei disoccupati. Nuovo volto, nuovo nome. Per anni non pensai al progetto.
Nel 1983 un tale Lynus March mi trovò in Florida. Anche se ancora oggi, continuo a non sapere come. All'inizio non lo riconobbi ma i suoi occhi me lo rivelarono. Le nostri visi erano diversi, i nostri nomi differenti, ma continuavamo ad avere un progetto pendente.
Da allora, tutti quelli che si sono uniti a noi sono morti.
Rimango solo io.
E presto o tardi, qualcuno mi troverà.
Forse è ora di morire di nuovo.

**
Vicino alla frontiera del Sud Carolina
Autostrada verso Colombia.
08: 10 a.m.

In diciasette anni come gerente dell'hotel Moose Squirrel aveva visto di tutto.Anziani danarosi insieme a ragazze con la metà della loro età. Immigrati con volti affamati e sguardi sfuggenti. Gruppi di turisti in viaggio verso la Florida.Artisti del circo caduti in miseria. Poliziotti in incognito che puzzavano di sbirri a vari chilometri di distanza. Prostitute troppo stanche con clienti troppo disperati. Il suo motel, che aveva comprato con il denaro di una lotteria più di una decade prima, stava nell'incrocio tra l'autostrada 74 e la strada verso Columbia. Non era una gran cosa, appena quaranta stanze, ma per Moose e Edna Squirrel il piccolo motel a forma di L era, in poche parole, tutto quello che avevano al mondo. E nelle mattine come quelle, con i campionati di nuoto nella sua nuovissima televisione via cavo e una birra messicana ben fredda tra le mani, era tutto ciò che Moose desiderava avere.
Questo, e un buon numero di clienti che l'avrebbero aiutato a pagare la fattura del cable, chiaramente.
Il furgoncino arrivò quando il giorno non era ancora del tutto sorto. Parcheggiò giusto davanti all'accettazione, con un movimento abbastanza brusco che strappò Moose dalla sua concentrazione e gli impedì di godere degli ultimi venticinque metri della finale dei 400 stile libero.
Per primi scesero il conducente e la sua accompagnatrice. Un uomo alto e sgarbato e una donna rossa abbastanza bassina. Moose li catalogò nella categoria dei veramente stanchi. Dedusse che erano stati tutta la notte al volante e si soffermò specialmente sulle pupille dilatate della donna, che aveva- o almeno questo sembrò a Moose- un atteggiamento difensivo. Non tanto verso il compagno, forse. Ma verso tutto ciò che la circondava. Anche se, alla fine, nemmeno l'uomo alto gli sembrò, precisamente, una reclame di poltrone.

"Due stanze", disse. Con una voce gradevole e modi educati.

Professori? Forse. Moose si vantava di avere intuito per scoprire i fatti della gente a prima vista. Ma quei due sembravano fuori posto.Troppo formali ma sprigionavano stanchezza e disagio.Troppo ben vestiti per guidare un furgoncino che doveva essere stato lavato per l'ultima volta all'epoca della Guerra di Crimea.Abbastanza in confidenza tra loro per guardarsi negli occhi come se ogni gesto significasse qualcosa di speciale e ciò nonostante, sufficientemente lontani per chiedere due stanze. Separate, anche se con una porta di comunicazione in mezzo.
Mentre Moose dava loro i registro e si piegava per cercare le chiavi delle stanze 20 e 21, sentì la voce della donna. Una voce delicata e ben modulata, che sussurrava molto piano.

"Krycek lasciò la cassetta nel motel" disse come prima cosa. E poi aggiunse, " ci stava portando verso di lei".

L'uomo sembrò lievemente sorpreso e le sue labbra si mossero come se stesse per emettere qualche suono. Ma tardò alcuni secondi a rispondere. Moose fece finta di non avere nessun interesse mentre osservava i loro sguardi. I loro sguardi schivi, appena percettibili, pieni di segreti.

"Non credo che lei sappia niente del video ma i nostri nomi le risultano familiari", sussurrò l'uomo." Credo che abbia sognato di noi prima ma non lo ricorda. Forse Krycek aveva ragione e March la stava utilizzando"

Si parlavano senza guardarsi, dissimulando la loro conversazione, come se qualcuno li stesse osservando e non volessero che qualcuno li ascoltasse. Solo una volta che ebbe dato loro la chiave, Moose fu cosciente che non erano venuti da soli. La porta laterale del furgoncino si aprì con un rumore secco e Moose vide le bambina.
Non era una bambina, chiaramente. Doveva avere almeno vent'anni, forse qualcuno in più. Però le tremavano le gambe, gambe lunghe e snelle, e si guardava intorno turbata, come se si fosse appena svegliata da un lungo riposo. A Moose gli ricordò Edna e lo sguardo che aveva al mattino. Come se non potesse reggere le palpebre e il bianco dell'occhio fosse più puro del solito. Portava pantaloni chiari e una maglietta dal collo alto, blu scuro. Era pallida e tanto magra, che faceva venire il desiderio di nutrirla.
Sembrava indifesa e molto più giovane di quanto probabilmente era.
Dietro di lei, uscì l'altro. Un tipo alto come il primo o forse di più. Bruno e con lo sguardo più fermo di tutti. Se i primi ospiti gli erano sembrati tesi, la presenza di quest'altro risultava intimidatoria. In parte perché vestiva di nero, fatta eccezione per i jeans. E in parte perché Moose ebbe la sensazione, forse l'intuizione, che la tensione in quello strano gruppo, aveva a che vedere sopratutto con l'uomo bruno dai modi autoritari.

"Andremo via a mezzanotte".

Fu tutto quello che disse, prima che il gruppo si dirigesse verso le stanze comunicanti che Moose aveva loro assegnato.
Volesse il cielo che non gli dessero problemi, pensò. Chiunque fossero, facevano presentire guai.

**

 

The Squirrels Inn
Stanza 21
08: 15 a.m.

La stanza odorava di naftalina. Un odore che trasportava Mulder immediatamente alla casa d'estate a Conocotaugh. L'odore di armadio chiuso, vacanze e bugie ben custodite. Padre assente e madre distante. Sentì disgusto al sentirlo, mentre invadeva i suoi polmoni come un virus, ma allo stesso tempo quell'odore di vecchio e chiuso gli diede l'impulso finale per mettere in atto il suo piano.Gli ricordò suo padre. E immediatamente dopo, lo trasportò nel tempo all'unico momento nel quale suo padre cercò di essere onesto con lui per finire con l'incontrare la propria morte.
E ora? Lui stava lì, vivendo con il suo assassino e consentendogli di portarlo da un posto all'altro senza sapere dove né perché. Un minuto ancora così e Mulder sapeva con certezza che la frustrazione avrebbe finito col bucargli lo stomaco. Un secondo ancora di tortura e sarebbe finito vittima della combustione umana spontanea.
Doveva porre fine a quello. Riprendere il controllo della situazione.
Si guardò intorno con attenzione.
Scully camminava davanti a lui, piano e controllando i suoi movimenti, traspirando tensione e stanchezza. Krucek andava dietro, afferrando il braccio di Eve affinchè nessuno potesse scorgere il brillio metallico delle manette che li univano.Con un gesto casuale, Mulder si girò e calcolò la distanza che li separava. Fortunatamente, la ragazza camminava un poco più piano di quel porco di Krycek. Più o meno ad un passo di distanza.
Aveva pensato a questo per quasi tutta la notte, ma all'ora della verità avere la meglio su Krycek in una maledetta volta avrebbe richiesto una buona quantità di fortuna. Molto più di quella che Mulder credeva di possedere.
Ciò nonostante, era la prima volta da ore che c'era luce sufficiente per tentarlo. E la prima volta che Krycek non impugnava la pistola. Non riuscirci era una possibilità, chiaro. Continuare ad essere prigionieri di quel verme, no. Per Mulder, era già abbastanza.
Doveva fare qualcosa e lo fece quando sentì il primo passo di Krycek all'interno della stanza. Tanto rapidamente come poté, Mulder si girò e si lanciò verso la porta per chiuderla immediatamente contro di lui.
Krycek ricevette l'impatto troppo rapidamente per poter reagire e senza riparo, il colpo del legno sulla testa fu sufficiente per fargli perdere l'equilibrio.
Trascinata dalle manette, anche Eve cadde al suolo, anche se al contrario di Krycek, lei non sentì Mulder che si slanciava sul suo corpo. Vide solamente il gesto di dolore di Krycek quando un pugno gli colpì la mascella. Quando i suoi occhi si chiusero per la prima volta da quando lì aveva conosciuto. Quando cadde incosciente sul pavimento del motel.
Scully si mosse velocemente. Afferrò per i piedi Krycek senza fare una sola domanda e chiuse la stanza dell'hotel. In un secondo era riuscita a perquisirlo, togliergli le pistole, e trovare la chiave delle manette.
I due colleghi dell'FBI sembravano senza dubbio, un ingranaggio perfettamente sincronizzato. Niente da vedere con gli esseri silenziosi che si erano lasciati trascinare verso il niente per tutta la notte. Il giorno gli aveva restituito l'energia, e sopratutto, il controllo della situazione.
E a Eve, libera dalle manette, le avevano dato la libertà.

"Grazie", disse, guardando Mulder e Scully. "E ora, per favore, qualcuno potrebbe darmi una spiegazione di ciò che sta succedendo?" Il corpo immobile del suo sequestratore sembrava osservarla dal suo stato d'incoscienza."Chi è quest'uomo?"

Fu Mulder quello che rispose mentre si strofinava il pugno. "In realtà", i suoi occhi riflettevano una certa sensazione di vittoria "Ancora non ho ben chiaro se Alex Krycek incastri nella definizione di uomo".

**
The Squirrels Inn
Stanza 21
14: 30 p.m.

Il dolore gli attraversava il cranio come un ferro bollente. Incominciava vicino alla mascella e finiva nello stesso inferno, installato in qualche posto dietro alle orbite. Sapeva per sua esperienza che quando avrebbe aperto le palpebre l'agonia si sarebbe moltiplicata per mille. La maledetta porta gli era stata sbattuta in mezzo alla faccia e era possibile che avesse gli occhi gonfi.
Nota mentale: mai sottovalutare Mulder.
Il resto del corpo nemmeno stava in condizioni migliori. Gli faceva male il polso e aveva le dita tumefatte.Lo avevano legato con le mani dietro la schiena con quelle che sembravano manette. Le sue manette, probabilmente. E un pezzo di corda grezza lo teneva ammanettato, unendo le mani con i piedi e circondando il petto. Senza dubbio, avevano fatto un gran lavoro perché gli era impossibile muoversi.
Respirò alcune volte prima di azzardarsi a vedere ciò che stava succedendo. E si mise in ascolto. Non voleva far sapere che stava sveglio senza prima assicurarsi che non si sarebbe incontrato con le sbarre di un carcere quando sarebbe tornato al mondo cosciente.
A qualche metro di distanza avvertì il rumore delle macchine. E poi, più vicino, il gocciolio di un rubinetto e voci lontane. E poi più niente.
Ad eccezione del rumorino di una respirazione. Che inspirava ed espirava. Ritmico e quasi impercettibile. Dolce e femminile.
Forse erano passati anni dall'ultima volta che era stato a letto con una donna, ma sapeva riconoscere quel suono.
Si decise ad aprire gli occhi, sorpreso quando il dolore non lo colpì con l'intensità temuta. La stanza stava in penombra. Tra le pesanti tende color crema, i raggi di luce filtravano caldi e intermittenti, lasciando piccole strisce luminose e aumentando la temperatura della stanza fino ad un'afa intollerabile.
Paradossalmente, l'avevano legato al tubo del riscaldamento. Che razza d'imbecilli. Sicuramente, avevano un piano geniale, come avvisare la polizia dello stato o lasciarlo lì, a marcire di pura noia fino a che qualche vecchio rimbambito avrebbe preso in affitto la stanza per approfittare dei favori di qualche prostituta disperata e l'avrebbe trovato, solo, legato e sicuramente, disidratato. Avrebbe dovuto sapere che implicarli in tutto questo tramite Frohike e il maledetto video poteva dare cattivi risultati.
Mulder poteva essere molto utile come modo di risolvere il problema stando nell'ombra. Ma anche poteva investigare più del dovuto e deragliare come un treno alla deriva che distrugge tutto al suo passaggio.
Lui e la sua maledetta mania di trovare la verità, come se una simile cosa fosse possibile.
Povero ingenuo.
L'origine del respiro che aveva richiamato la sua attenzione stava giusto di fronte a lui. Eve Worthington, niente di meno. La bella addormentata. Qualche volta stava sveglia quella ragazza?
Giaceva coricata sul letto. Con le palpebre chiuse. Intorno a lei, niente. Nessun segno visibile della presenza di Mulder e Scully. Niente vestiti, o pistole. Niente di niente. Gli unici indumenti che si vedevano nella stanza, erano le scarpe della ragazza. E il suo maglione buttato ai piedi del letto.
Dormiva con una maglietta. Grigia, per essere precisi. Con le bretelline.
Una minuscola camicia che lasciava vedere una piccola striscia del suo stomaco bianco.
Che doveva fare ora? Aspettare? Cercò di liberarsi dalle manette, cercando di togliere la protesi, ma lo avevano legato da su a giù e non poteva nemmeno muovere le spalle senza slogarsele. Cazzo, odiava stare legato. Dalla sua esperienza nel silo qualsiasi stato d'immobilità gli era quasi insopportabile.
Tornò ad osservare la ragazza. Quando aveva saputo di lei non l'aveva mai immaginata così. Così giovane. Così estranea alle forze che si muovevano intorno a lei. Così piena di fede nelle persone che non meritavano nemmeno un grammo di questa fiducia.
Così estremamente fuori dal mondo, portando a spasso la sua delicatezza dappertutto senza la minima preoccupazione.
Nemmeno aveva immaginato che fosse così maledettamente testarda. Quando si metteva qualcosa in testa, senza dubbio, era un incubo. Faceva venir la voglia di chiuderle la bocca con un bavaglio. E la cosa peggiore era che come si erano sviluppato le cose, avrebbe avuto bisogno della sua collaborazione per tutto quello. Avrebbe dovuto essere intelligente e giocare la partita con quel poco di vantaggio che aveva.
Osservò la striscia di pelle che si intravedeva tra la maglietta e il pantalone.
Lì stava.
Appena disegnata, lieve come un sussurro. La cicatrice. La lunga striscia che le attraversava il corpo e che solleticava la curiosità di Krycek. Fin dove arrivava?Sembrava scendere dalla costola del lato sinistro, serpeggiando e nascondendosi all'interno dei pantaloni. Discendendo in picchiata e rasentando, all'interno, l'osso pelvico sporgente.
Era strano vederla così. Addormentata. Con i capelli sul viso e questo atteggiamento così piacevole. Era strano pensare a ciò che poteva star passando per la sua testa. Era strana, la capacità che possedeva e che era impossibile indovinare vedendola così tranquilla.
La cicatrice, venne in mente a Krycek, era come un punto e a capo. Così fuori luogo nella calma candida del suo corpo, sembrava il ricordo di un antico dolore o la premonizione di uno che sarebbe venuto. La risposta a qualcosa di più profondo e più oscuro che forse viveva in lei sotto la corazza d'eterna e perfetta bontà. La porta verso il suo inverso tenebroso.
Addormentato, come la sua proprietaria.
Aspettando di essere svegliato.
Una voce lo strappò improvvisamente dalle sue riflessioni. "Fai sogni molto strani, Alex Krycek" disse Eve, svegliando l'aria della stanza e trasformandola in una presenza viva.
Krycek si incontrò con i suoi occhi. Un poco a mandorla e di color nocciola. Orlati da ciglia lunghe e ben disegnate. Sereni e inquisitori.
Non seppe perché, ma sentì, improvvisamente, che lo stomaco faceva una capriola.

"Krycek" disse, "preferisco che mi chiamino Krycek".

**
Distributore di benzina della statale 812
14: 35 p, m,

C'era da impazzire. Se fosse stata un poco più arrabbiata sicuramente, avrebbe preso il volo, sollevata verso la stratosfera della rabbia pura. Il sonno, la stanchezza appena sopportabile che sentiva, erano le uniche cose che avevano salvato Mulder da un altro colpo nella spalla.
O forse, solo forse, un poco più in basso della spalla.
Per incominciare, quella manovra per mettere Krycek fuori combattimento era stata un'imprudenza. Una manovra pericolosa tenendo conto che aveva almeno un arma e un ostaggio. Che tutto fosse andato bene era qualcosa per cui doveva ringraziare più la fortuna che l'intelligenza del piano. Anche se alla fine, aveva dato un risultato. Questo Scully poteva riconoscerlo.
Quello che non riusciva a capire era perché ancora continuavano ad andare per quel posto desolato, comprando cibo e bibite in un distributore di benzina senza aria condizionata. E quello che senza dubbio, non riusciva ad assimilare era l'atteggiamento maschilista e dominante di Mulder, che le si avvicinava dal frigorifero delle bevande con due bottiglie in mano.

"Pepsi o Coca Cola, Scully?"

Non si prese il disturbo di rispondere. perché? Per caso la sua opinione importava minimamente? Per caso che Mulder si sarebbe degnato di ascoltarla? Per caso l'aveva ascoltata dal momento in cui erano riusciti a legare Krycek?No. perché? Per che cosa? Fox Mulder già aveva tutte le risposte agli enigmi dell'universo, non aveva bisogno di conoscere le sue opinioni. Poteva fare le sue cretinate da solo.
E senza dubbio le faceva. Con allarmante frequenza.
Cretinata numero uno: Aveva deciso lui solo di lasciare Krycek con l'ostaggio.Non servì a niente che gli suggerisse che non potevano avere fiducia in lei conoscendola appena. Non servì a niente che Scully facesse notare, che anche avendo fiducia in lei, non potevano rischiare di lasciarla con un assassino come Krycek. Mulder aveva deciso che doveva telefonare ai Pistoleri e - lungo la strada- comprare cibo per la macchina divora-zucchero che era Eve Worthington. E per questo stavano lì.
Perfetto.
Cretinata numero due: Credere per un momento a Krycek. Era evidente- tutti e due erano d'accordo, accidenti- che Krycek li aveva messi in tutto quello. Frohike lo confermò. Avevano ricevuto un avviso da un informatore non identificato che li aveva contattati in varie occasioni. "L'anarchico" lo chiamavano. Ovviamente, Krycek. Anche cosi, Mulder era impegnato a seguirlo dovunque avesse voluto portarli. Alex Krycek. Un assassino e bugiardo riconosciuto.
Molto intelligente.

"Krycek ci ha portato fino alla ragazza e pretendeva portarci più lontano. Voglio solo sapere dove" aveva detto a Scully nel motel, poco dopo aver messo al corrente Eve delle attività non proprio morali del suo sequestratore.Lei si era opposta, chiaramente. "Mulder, non possiamo lasciarci manovrare a suo piacimento. Non ti rendi conto che stiamo cadendo nella sua trappola?"

Ma lui fu stupidamente risoluto."E cosa proponi?Qualcuno ha cercato di uccidere questa ragazza, Scully. Ed è evidente che cercheranno di farlo di nuovo se non scopriamo cosa sta succedendo. Per ora, Krycek è l'unico che sa qualcosa in più di noi."

Niente di ciò che lei disse riuscì a convincerlo."Krycek, ci voleva manipolare da dietro le quinte, Mulder e se continuiamo gli risparmieremo la fatica."

"Voglio solo sapere che cosa sta accadendo", disse. Con il suo cieco, inopportuno e inappropriato sguardo di giovane eroe.Con i suoi modi di cavaliere solitario in cerca della verità. Con l'impertinente testardaggine con la quale mesi prima aveva difeso Diana Fowley contro tutte le evidenze. Contro di lei.

La rabbia sgorgò dalla bocca di Scully senza pensarci troppo." E a quale prezzo?", domandò.

Si pentì subito. Premere sul bottone dei sensi di colpa di Mulder non stava nella lista delle sue attività preferite. L'aveva detto senza pensarci. E senza pensarci, sentì lo sguardo addolorato che gli diresse Mulder. Un insieme di colpa e superiorità morale.
Per questo non gli dava diritto, pensò Scully. Non gli dava diritto a prendere le decisioni da solo senza ascoltare niente e nessuno. Non gli dava il diritto di decidere unilateralmente che non avrebbero chiamato Skinner fino a che non avessero saputo quello che stava succedendo. Non gli dava diritto a trattarla come una valigia.
Scully lo sentiva di nuovo. Quel profondo buco nello stomaco che le faceva presente, dalla discussione nell'ufficio dei pistoleri solitari, una verità che non voleva riconoscere. Che Mulder non voleva una compagna. Voleva uno sguattero. Qualcuno che dicesse di sì a tutto e che affettasse le cipolle per il sugo senza fare troppe domande.
Il ragazzo della stazione di servizio vendette loro una carta stradale che avrebbe dovuto portarli in Florida in meno di tre giorni.
Mulder, certamente, aveva tutta l'intenzione di obbligare Krycek a portarli a destinazione.
Un cicerone esemplare, senza dubbio.
Guardandosi appena, entrarono in macchina e ritornarono al motel. Solo la voce stucchevole e sentimentale di Olivia Newton John che canticchiava per radio li accompagnò fin lì.
A Scully le sembrò di riconoscere le parole di "Hopelessly devoted to you"
Che malvagia metafora della sua relazione di malata dipendenza da Mulder.

**
The Squirrels Inn
Stanza 21
14: 32 p.m.

Eve continuava a stare coricata sul letto. Si era addormentata poco dopo che i due agenti erano usciti dalla porta. Le succedeva a volte. Il sonno, semplicemente, la ipnotizzava senza possibilità di lottare contro di lui. Capì che la stavano guardando prima di svegliarsi. In un'immagine dei molti sogni che le arrivarono, sentì degli occhi.
Stava in una cella oscura. Un posto umido che puzzava di escrementi. Le pareti erano verdastre e molli. Una figura giaceva a terra, informe e palpitante. Qualcuno si avvicinava piano, strisciando nell'oscurità. Portava nelle mani un'iniezione, una siringa che gocciolava. E quando la iniettava alla figura per terra, questa si trasformava a velocità vertiginosa, fino a sparire, in una nube di vapore e acido.Le pareti si trasformavano in luce e la trasportavano in una sala bianca violentemente illuminata. Vedeva uomini. Dottori con le mascherine che parlavano, mentre intorno, milioni di corpi palpitavano su letti imbottiti.Le voci dei dottori, stridenti e intelligibili, le bombardavano le orecchie e riusciva a distinguere solo una parola.
Prometeo.
Ripetuta all'infinito. Angosciosa. Insistente. Intermittente.
Prometeo.
E improvvisamente tutto spariva. E c'erano solamente gli occhi, che la guardavano dall'esterno del sogno.
Facendola svegliare.
Quando lo fece, s'incontrò con la figura ammanettata di Krycek, che aveva gli occhi fissi in un punto indeterminato del suo corpo. Sembrava concentrato, attento a ciò che l'interessava tanto.
Un uomo tanto strano quanto il suo sogno, senza dubbio. Gli agenti dell'FBI le avevano parlato di lui. Non troppo. Con frasi concise, come parlano loro.Sembrava che si trattasse di una specie di spia che faceva il doppio gioco. Non sapevano nemmeno quale era il suo obiettivo, ma sapevano che lavorava per la maggior parte del tempo per conto suo. Sicuramente, le avevano detto, che aveva saputo di lei in qualche modo. Del suo...Come l'aveva chiamato l'agente Mulder? Ah, sì, suo "dono". Quello che non era chiaro era quale fossero i suoi piani in questo senso. Voleva ammazzarla come sembrava volessero gli assassini di Lynus? O voleva utilizzarla in qualche modo? Ma come? E perché cosa?
Eve non trovava senso in niente. Quell'uomo, chiunque fosse, le aveva salvato la vita. Anche se Mulder e Scully insistevano che era un assassino e quando parlavano di lui le loro parole si tingevano di disprezzo.Di rabbia. Di un odio mal contenuto." Quest'uomo uccise mio padre", aveva detto Mulder. "E sicuramente, era implicato nell'omicidio della sorella dell'agente Scully" Le ordinarono di non liberarlo per nessun motivo. In più le lasciarono una pistola, se avesse avuto necessità di difendersi.
Ma Eve non sentiva paura vicino a lui. Anche se il primo contatto con il suo corpo, di notte, nel laboratorio, era risultato spaventoso, il timore era andato sparendo durante la notte, a gocce, come la cera delle candele.Non sapeva il perché, ma la sua presenza le dava sicurezza e allo stesso tempo, una stana sensazione di disagio. Tutto allo stesso tempo. Si sentiva costantemente osservata da lui. Minacciata? No.
Se avesse voluto ucciderla sarebbe già morta, no?
Eve l'osservò per alcuni secondi mentre lui teneva la vista fissa in questo punto astratto che assorbiva tutta la sua attenzione. Doveva avere una trentina d'anni, forse qualcuno in meno, o qualcuno in più.Sembrava indurito. E i suoi sogni, queste visioni di celle e creature strane, erano oscuri. Come i suoi capelli. Come i suoi occhi.Erano isterici, come la fretta dei suoi movimenti. Come la sua maniera di muoversi, guardando sempre dappertutto, attento, e aspettando una disgrazia da un momento all'altro.
Disperato, quasi.
Anche così, legato, indifeso, incapace di muoversi, sembrava veloce. Agile, come le aveva dimostrato nel laboratorio. Letale, come dicevano gli agenti dell'FBI. Pericoloso e disposto a saltare alla giugulare quando ne avesse l'opportunità
Eve esaminò tutte le sue fattezze, e le paragonò all'incubo dal quale si era appena svegliata. Naso diritto, sogni criptici, si disse. Corpo atletico, sogni a velocità vertiginosa. Mascella forte, sogni di violenza sommersa.
Una cosa era chiara. Gli ultimi tre giorni della sua vita si erano girati al contrario e solo quell'uomo enigmatico poteva darle delle risposte. Su Lynus. Su questi supposti esperimenti ai quali l'aveva sottoposta senza che lei nemmeno lo sapesse. Sulle persone per le quali lavorava. Su questo tradimento che Eve sapeva in tutta chiarezza essere impossibile. Su chi era lei. All'agente Scully non le era piaciuto ma lei, come Mulder, credeva che solo questo uomo poteva rispondere ad alcune di queste domande.
Perché dopo la morte di Lynus, tutto quello che aveva erano domande. Non aveva dove andare, né con chi stare.

"Fai sogni molto strani, Alex Krycek", disse alla fine.

Trasalendo, Krycek la guardò diritto negli occhi. Una manovra che aveva evitato per tutta la notte senza che Eve capisse il perché. Di fatti era la seconda volta che si guardavano dal loro incontro nel laboratorio. Dal momento che i loro sguardi si erano incrociati, e per un attimo, Eve aveva sentito quella cosa. Quella specie d'elettricità. Un indizio infinitesimale di un'emozione remota. Qualcosa di strano per la quale non voleva cercare una definizione.

" Krycek", rispose. Subito, come se sparasse parole che erano proiettili." Preferisco che mi chiami Krycek".

Singolare. Nessuno dei componenti di quello strano gruppo sembrava avere una speciale predilezione per il suo nome. "Già. Niente nomi. E' successo lo stesso con Mulder, anche se nel suo caso ho pensato che fosse giustificato". Chiunque fosse che aveva deciso di chiamarlo "Fox" non doveva avere unaparticolare amore verso i bambini.

Messo letteralmente alle corde, Krycek sembrava a disagio e si muoveva continuamente, cercando di liberarsi dalla sua prigione. " Dove sono gli eroi?"

"Avevano bisogno di una carta topografica. E zucchero". Eve si levò a sedere sul letto. " Così che tu sei il cattivo del film". Disse per curiosità. Anche se Scully l'aveva avvisata di non parlare con lui. La risposta di Krycek fu un cinico sorriso, una smorfia arrogante di quelle strane labbra, che erano leggermente femminee senza essere effeminate.

" Dipende da chi ti legge il racconto", disse e cercò ancora una volta di liberarsi dai sua legatura. " Ma sì, si potrebbe dire di sì".

" Quello che mi hanno raccontato non è precisamente quello di Cappuccetto Rosso". Piuttosto, un racconto del terrore gotico, di assassini di padri e sorelle e alte cospirazioni internazionali che Eve non comprendeva.

" Potrebbe esserlo", disse lui, fermandosi per un momento e guardandola negli occhi, con uno scintillio malizioso, " se mi consideri come il Lupo Cattivo".

Faceva caldo nella stanza. E Krycek sudava. Gli brillava la pelle scura e la traspirazione incominciava a farsi sentire nella camera. Maschile e intensa. A Eve sembrava di poterla sentire dal letto. Ma sicuramente era la sua immaginazione, si disse.

Krycek parlò di nuovo. Secco. Impaziente. " perché non è ancora venuta la polizia?"

" Perché nessuno l'ha chiamata". Eve incominciava a sentire il caldo. Denso e umido. Le stava lasciando la gola secca. "perché questa notte mi hai salvato la vita ?" Le sarebbe piaciuto sapere il perché.

" Morta non servivi a niente", fu tutto quello che lui le rispose. Che tenero. Sembrava facesse ogni sforzo per risultare sgradevole. Come se la sua facciata di durezza fosse tutto ciò che aveva.

" Nemmeno, credo, di servire molto da viva", aggiunse Eve.

Il suo commento sorprese Krycek. Fu evidente per il modo in cui si trasformò il suo viso. Aggrottò la fronte e lo shock disegnò un'ombra strana su di lui. Sembrava incredulo. Quello che rispose e la gravità con cui lo fece, agitò il sistema nervoso di Eve come una scarica elettrica.

" Non hai la più pallida idea di ciò che puoi arrivare a valere. perché se ne avessi un leggero sospetto, Eve Worthington", pronunciò il suo cognome come un insulto, " non staresti in questa stanza a parlare con me. Staresti in Florida, cercando l'unica persona che può salvarti la vita".

"Chi?"

Krycek si mostrò vittorioso. Trionfante, quando le disse, "Il dottor Frankestein, chi altro"

E davanti allo sguardo confuso di Eve, adottò un atteggiamento di sfida. "Slegami e ti dirò tutto quello che vuoi sapere".

**
Furgoncino di Alex Krycek
14: 40 p.m.

La comprendeva. Veramente la comprendeva. Le sue argomentazioni erano, come sempre ragionate e ragionevoli e era facile vedere che aveva ragione. Lasciare Krycek solo con l'ostaggio del quale non sapevano niente era a dir poco arrischiato. E seguirlo in Florida, era, effettivamente, una pazzia. Scully aveva, di nuovo, tutta la ragione del mondo.
E ciò nonostante, come farglielo capire? Come spiegarle che dovevano fare quel viaggio, seguire quell'assassino? Contro ogni logica, Mulder doveva andare. Doveva capire quello che significava l'esistenza di Eve. Doveva proteggere ciò che quegli uomini volevano distruggere. E scoprire perché Krycek era interessato a lei.
Una donna che leggeva i sogni. Professori morti. Il dipartimento della Difesa. Una facoltà saltata per aria.
Doveva andare.
Va bene i ragionamenti, però l'istinto, il suo istinto gli stava parlando forte e chiaro.
E indicava verso la Florida.
Scully si mosse sul sedile accanto per la milionesima volta e per la milionesima volta cercò di nuovo di trovare un emittente in cui non cantasse Olivia Newton John. Ma le leggi della sua scienza non stavano dalla sua parte. L'australiana stonava in tutte le scarse emittenti locali e Scully dovette darsi per vinta. Si sedette di nuovo e sbuffò qualcosa che denunciava frustrazione.
Come d'abitudine.
Quando Mulder la guardò l'unica cosa che fece fu borbottare un " fa caldo" con un pò di rabbia.
Era vero. Il mezzogiorno aveva colpito la strada con un'intensità di un rullo compressore. Il furgone non aveva l'aria condizionata e il contatto dei vestiti sulla pelle era fastidioso.
Sì, viaggiare di notte sarebbe stata la scelta più favorevole per tutti. Inoltre non era una buona idea guidare per queste strade con un assassino riconosciuto in pieno giorno. Sì, per ultimo, la mancanza di sole poteva contribuire affinchè Scully recuperasse la sua compostezza, tanto meglio. Chiaro che sarebbe stato un peccato perdere la visione delle goccioline di sudore che scivolavano all'interno della sua scollatura.
Scully curiosò nelle borse che contenevano ciò che avevano comprato nella stazione di servizio per prendere una lattina di Coca Cola Light e bere un enorme sorso che risuonò all'interno del veicolo. Non era affatto tipico di lei bere con tanta ansia. Normalmente era così femminile. Beveva a piccoli sorsi, maneggiando le lattine con una delicatezza reverenziale. Mulder si sentiva ipnotizzato quando la guardava. Poteva impiegare mezz'ora a mangiare un gelato.
Una mezz'ora che lui cercava di memorizzare con tutta l'abbondanza di dettagli per poi poterla riprodurre a rallentatore e con un lacerante particolare nella videocassetta della sua memoria fotografica durante la solitudine delle sue notti.
Chiaro che Scully aggressiva, che sudava nel sedile accanto, con la chioma arruffata e un'espressione di eterna rabbia, nemmeno era male. Un piccolo rivolo di sudore scendeva dalla radice dei capelli e si nascondeva dentro la camicia. Sudore di Scully. Mulder ebbe un brivido.
Sudore di Scully. Che insolito concetto. Come Monna Lisa con il rossetto. In verità, Scully passava tanto tempo nella sua immacolata apparenza di perfezione che era difficile assimilare un concetto così umano, così primitivo, e così animalesco come il sudore associato a lei.
Difficile, anche se...bene, tentatore.
Male, Mulder. Pessima deviazione mentale. Devia verso il caso

" Continui a non crederla?"

Olivia Newton John, si affannava ad arrivare alle note più alte di Hopelessly Devoted To You.

" Non trovo una spiegazione. Ancora", rispose. Senza guardarlo in faccia, attenta al paesaggio fuori del furgoncino. Bene. Questo in se stesso era sorprendente. Non aveva detto "no". Scully accettava la possibilità della lettura dei sogni? "Ma Krycek non si sarebbe preso tanto fastidio per lei se non avesse pensato che fosse vero".

Ah, Krycek. perché no. Andava benissimo che Scully pensasse a Krycek come il miglior garante per le sue "sinistre" teorie. Era confortante dopo sei anni di cameratismo osservare l'importanza che dava Scully al comportamento di quel criminale.
A Mulder gli sembrò di sentire un lieve lampo di gelosia che si rigirava in qualche posto dello stomaco, ma lo ignorò e si concentrò nell'analizzare il caso ancora una volta. Era troppo affascinante per non farlo.

" Dice che non può controllarlo, Scully. Si addormenta solo e appaiono i sogni di altre persone. Ti rendi conto di quello che significa? T'immagini cosa sia avere accesso ai sogni più remoti di qualsiasi persona?" Come ha avuto accesso ai tuoi, pensò. E ancora una volta ricordò le immagini della cassetta. Il panico di Scully.

"Mulder, solo come teoria e senza accettare che una simile cosa sia possibile, non vedo che utilità possa avere. Teoricamente". Rispondeva in modo quasi automatico. Sulla difensiva. Probabilmente nel tentativo di prendere le distanze dalla scena del motel.

Forse specialmente, nel tentativo di prendere le distanze da quell'ultima frase. Mulder mi sta toccando. Queste quattro parole stavano lì, tra di loro, messe nella conversazione. O stavano solo nella mente di Mulder?

"Parli seriamente? Scully, i sogni sono la porta al subcosciente. La medicina li ha studiati per millenni. Platone credeva che fossero ricordi di vite precedenti. Gli indiani d'America credono di poter comunicare con gli dei tramite i sogni e praticamente tutte le culture attribuiscono loro in significato magico. Anche la medicina occidentale da loro un valore psichiatrico, Scully. L'analisi dei sogni è la base della terapia psicologica".

Bene. Forse era andato oltre con la conferenza. Ma lei doveva ammettere che era una scoperta favolosa. Come poteva non vederlo? Dio, era così frustrante.

" Che possano avere un significato simbolico per ognuno, non significa che siano rappresentazioni alle quali si possa dare un valore assoluto, Mulder. Sono solo migliaia d'immagini che non possiamo elaborare in maniera logica.Ma come i nostri atti e i nostri pensieri sono il risultato di una quantità infinita e indecifrabile di stimoli e per tanto, il fatto che qualcuno possa o no, avere accesso a queste immagini, non significa che possa conoscerci meglio o scoprire i nostri segreti".

Qui stava. Il contro-discorso solito dovuto alla cortesia della Dottoressa Scully, laureata in Ragionamenti Più Che Perfetti.Solo che la sua veemenza era offensiva per Mulder. Dava la sensazione che aveva un interesse molto personale per dimostrare che i sogni erano immagini alla rinfusa senza nessun valore o significato.
Mulder mi sta toccando. Non significava niente? Era questo quello che voleva dimostrare?

" I sogni non sono un atto della mente, Scully?"

" Della mente incosciente", rispose lei immediatamente.

Mulder mi sta toccando. Andiamo. Doveva significare qualcosa. Dio, lascia che significhi qualcosa.

"E non si potrebbe dire, allora, che sono una maniera di sapere ciò che succede in questa mente incosciente? I sogni siamo noi, Scully, liberi dai legami del giudizio degli altri".

Gli sarebbe piaciuto credere a questo. Credere che nei sogni, questa Scully forte e razionale cercava il suo tocco. Che nei sogni, gli era permesso toccarla. Le era permesso accarezzare questa pelle brillante per la traspirazione. Baciare il contorno delle sue orecchie. Dio, gli sarebbe piaciuto credere a questo. Lui la sognava tante volte, sarebbe stato così brutto pensare che era umana? Che aveva desideri? E che suoi desideri includevano lui?

" I sogni sono reazioni neuro-fisiologiche, Mulder. Non è controllabile. Non si può analizzare in modo razionale, ma non è la porta magica e automatica alle risposte dell'universo", assicurò, mentre finiva le ultime gocce di Coca Cola della lattina." Sono solo sogni", disse. E poi si portò la lattina al collo, accarezzandosi con essa per cercare di rinfrescarsi.

Mulder mi sta toccando.
Forse nei sogni, quella lattina potevano essere le sue mani. E le goccioline di sudore che macchiavano la sua camicia potevano essere piccole tracce della sua saliva. Forse nei sogni, Scully non era così offuscata nel contrattaccare con logica alle sue argomentazioni. Forse era più vicina, più umana, non così maledettamente distante.

"Se non significano niente, Scully, potresti spiegarmi perché tardasti mezz'ora ad uscire dal bagno dopo aver visto la cassetta?"

Se due secondi prima di domandarlo Mulder avesse assicurato che era impossibile vedere Scully ancor più sulla difensiva, definitivamente, si sarebbe sbagliato. perché la domanda di prima, fece sì che lo sguardo di Scully diventasse ancora più indecifrabile del solito. Molto più duro.

" Che questa ragazza sia capace di raccontare con tutti i dettagli uno dei miei sogni, Mulder, è stato sufficiente per rendermi inquieta. Ma non significa che ciò che lei ha visto e quello che ho sognato abbiano qualche significato o servano a qualcosa. L'unica cosa che mi preoccupa è come lo ha fatto e perché".

I contorni del motel apparvero improvvisamente all'orizzonte e Mulder guidò fin lì in silenzio. Scully guardava dal finestrino, in un modo che indicava" fine della conversazione" forte e chiaro.
Mulder mi sta toccando, aveva detto Eve.
Se non significava niente, perché le dava tanto fastidio ricordarlo? E, perché lui sentiva tanto desiderio di farle confessare che le importava?

**
The Squirrels Inn
Stanza 21
14: 40 p.m.

"Slegami e ti dirò tutto quello che vuoi sapere"

Per un secondo, Krycek ebbe la sensazione che veramente stava per farlo. Avvicinarsi e liberarlo. Meditò sulla sua proposta con quella che sembrava autentica serietà. Ci pensò su. E sembrava interessata. Si alzò anche nel letto. Allora aprì la bocca e distrusse completamente la sua fantasia di libertà.

"Veramente hai ammazzato il padre di Mulder?"

Caspita la monachina. Ora voleva giocare al gioco della verità. Se avesse almeno potuto scegliere tra domanda o pegno il gioco avrebbe avuto un certo interesse."Giusto dopo aver messo nel forno Hansel e Gretel e poco prima di rubare il natale."
Suo malgrado, un mezzo sorriso apparve sul viso di Eve, incontrollato e lieve, ma un sorriso.

" perché?" E lo domandava con genuina curiosità. E perché cazzo doveva rispondere a quell'interrogatorio?Non era arrivato dove stava rispondendo a domande, per l'amor di Dio. L'avevano sottomesso ad interrogatori che quella bambina non avrebbe potuto immaginare nemmeno nel suo peggior incubo. Amputazione del braccio senza anestesia? Questo era stato un gioco da ragazzi se paragonato alle torture che aveva dovuto sopportare prima e dopo.

E ciò nonostante si ritrovò a rispondere. " In quel momento ho pensato che fosse una minaccia" perché stava rispondendo?

" Minaccia? Per che cosa?" Stava di nuovo lì con le domandine.

" Per tutto", disse, schivando il suo sguardo mentre parlava." Per tutti". Eve sbuffò. Uno sbuffo frustrato, probabile conseguenza del non capire niente di ciò che stava accadendo. Era normale, in verità. Già era abbastanza sorprendente che non avesse avuto una crisi isterica tenendo conto di ciò che era avvenuto negli ultimi giorni.

Prima perde il tizio che crede che la comprende e l'aiuta meglio di tutti. Poi cercano di ammazzarla, la sequestrano, vede come la sua università vola in pezzi, si accorge che il suo professore l'ha tradita e alla fine, finisce in una stanza con un tipo legato di cui sa solo che è un assassino e un sequestratore. Era normale che fosse confusa. Krycek le avrebbe voluto raccontare dell'imminente colonizzazione extraterrestre che avrebbe messo fine alla vita umana sulla faccia del pianeta, ma gli parve che non era ancora matura per assimilarlo.

Ancora incuriosita, Eve continuava a chiedere." Chi ci aspetta in Florida?"

La riserva di pazienza di Krycek stava incominciando ad esaurirsi." Fai sempre tante domande?"

" Rispondi sempre in maniera evasiva?"

Maledetta bambina insistente. Non sapeva capire un'allusione? " Sempre che mi fanno domande a cui non voglio rispondere, sì"

Niente. Non si dava per vita. E sembrava ogni volta più arrabbiata a misura che si infervorava nella sua discussione. " Ah perdonami, Non mi rendevo conto che le mie domande ti davano fastidio. Forse non sono una buona compagnia, eh? Mi dispiace, è la prima volta che mi sequestrano". Ironia. Molto appropriato. " Nemmeno ti ho offerto qualcosa, tè? Caffè? Un arma automatica per tenere sotto tiro qualcuno ? un cd dei Sex Pistols che si abbini con il tuo atteggiamento."

Aveva cercato di essere divertente? Questo le era sembrato divertente? " Ascolta, io non ho tutte le risposte.

" Allora io ho tutte le domande!" gridò Eve. Un impennata di tono che alterò la calma perfetta del suo viso e le accese lo sguardo come una torcia facendola sembrare più grande e forse, più sexy. Anche se questo, Krycek lo riconobbe solo per circa mezzo secondo. " Voglio sapere cosa c'è in Florida, Krycek. Se questo è il tuo vero nome, chiaro. E poi, che razza di nome è questo?"

Rispose prima di rendersene conto, in modo automatico. E se ne pentì subito." Russo. E' russo". Cazzo. Che gli stava succedendo per rendere noti improvvisamente dettagli della sua vita?Si stava distraendo, questo era ciò che stava accadendo. Perdendosi nel colore delle sue guance e nel dolce dondolio del letto che si agitava sotto di lei.
Concentrati, Alex.
Ripetè a se stesso una delle frasi che l'aiutavano a mantenere viva l'attenzione quando era necessario. Quando aveva passato vari giorni senza dormire o aveva bisogno di portarsi a letto qualcuno che in condizioni normali gli avrebbe fatto venire il vomito. In situazioni così, si ripeteva continuamente lo stesso lemma.
Vivrai solo se fai attenzione. Concentrati nel sopravvivere.
Eve sembrava aspettare una risposta. Krycek tornò a fissarla. Questa volta con attenzione, pensando ad Eve Worthington per quello che era: la sua missione. Il suo piano all'origine era stato portarla in Florida. Prelevarla dalla facoltà prima che loro la incontrassero. Proteggere il progetto. Aveva ottenuto che Mulder e Scully la trovassero. Che scoprissero il suo segreto. E finalmente li avrebbe condotti fino in Florida da dietro le quinte.
Era cambiata solo una cosa.
Che ora doveva farlo in pieno giorno.
E che quella ragazzina non gli avrebbe lasciato custodire tutti i segreti. Di giorno o di notte avrebbe finito per scoprirli. Una delle cose che la facevano tanto preziosa era che non era facile nasconderle le cose.

" Che cosa c'è in Florida?" domandò di nuovo. Con l'ostinazione della Grande Muraglia Cinese

Al diavolo tutto. Forse aveva diritto di saperlo, dopo tutto.

" Il professor Yuri Guranov, dottore in neurofisiologia" incominciò a dire, " uno dei pochi sopravvissuti al progetto Prometeo" Le pupille di Eve si dilatarono al sentire quel nome come se lo riconoscesse da qualche parte. "Alla fine degli anni sessanta il dipartimento della difesa incominciò a fare ricerche sulle alterazioni del sonno a scopi militari" Eve ascoltava attentamente." Uno dei propositi era riuscire a ridurre le ore di sonno necessarie ai soldati, aumentare la loro capacità di stare svegli per poter creare soldati migliori".Krycek fece una pausa, e soppesò una volta ancora quello che doveva dire. "Oottennero qualcosa in più di ciò che pensavano "Il calore della stanza lo spossava e stava incominciando a sentire un acuto dolore di testa tra i globi oculari. "La mancanza di sonno procurò cambi fisiologici nei soggetti sottoposti ad esperimenti, risposte mentali insolite".

" Che genere di risposte mentali?" domandò Eve. La sua espressione era il ritratto vivente della curiosità. Una curiosità quasi da gatta che lasciava intravedere una certa apprensione mal dissimulata. Veramente era pronta per sapere?

"Capacità extrasensoriali", rispose Krycek. "Lynus March era a capo dell' equipe e fu il primo a suggerire nuovi sviluppi della ricerca basati su queste anomalie". Se almeno facesse meno caldo, pensò Krycek, il bruciare della corda contro la pelle del suo polso DESTRO gli sarebbe risultato meno doloroso. " Al principio utilizzarono marines, forze speciali destinate al Vietnam. Presentavano disturbi psichiatrici e March credeva di poterli far migliorare con le sue tecniche di manipolazione del sonno. Ma la maggior parte vennero meno. Morirono e dovettero essere annientati per gli effetti secondari".

A Eve tremò la voce quando chiese, " Quali effetti?"

" Comportamento violento, tendenze psicotiche. E in qualche caso, poteri eccessivamente forti per correre il rischio di liberarli in soggetti così instabili " Krycek dovette fare un nuovo sforzo di concentrazione per continuare a parlare. Le fitte del dolore stavano incominciando a lasciarlo senza forza. " il dipartimento iniziò ad avere dubbi sulla necessità del progetto ma continuarono a far ricerche con persone che non fossero così esposte ad un comportamento violento":

Con meraviglia di Krycek, Eve sussurrò, "Donne".

" I livelli bassi di testosterone le facevano meno suscettibili agli effetti secondari. March e la sua equipe riuscirono a modificarne qualcuna con un buon successo ma il Dipartimento della Difesa chiuse il progetto negli anni settanta" Si era guadagnato la sua attenzione, questo era evidente. Forse, anche un lieve sprazzo di fiducia. Doveva darle solo qualche informazione in più.

Non distrarti, Alex. Giusto il necessario.

" March riaprì il progetto in segreto. Reclutò i membri dell'equipe e i dottori per tutto il paese. Ottenne certi appoggi importanti nell'ombra. Di industrie farmaceutiche, soprattutto". Era incredibile. Quando si pronunciava il nome di March Eve diventava una statua di ghiaccio, rigida e distante. Come poteva avere tanta fiducia in lui? Era qualcosa di spaventoso, quasi offensivo. " Ma March aveva una propria agenda, nascondeva la maggior parte dei dati e lavorava da solo con alcuni membri dell'equipe in altre direzioni. Nascose loro i risultati più interessanti. E ora c'è gente interessata a questi risultati".

Eve fece di no con la testa." Non capisco che interesse possa avere per qualcuno..."

Krycek non la lasciò finire." Non lo capisci? Lo stare sempre svegli creò soldati con poteri di telecinesi e una capacità mentale migliaia di volte superiore a quella normale. Le donne del progetto iniziarono ad avere la capacità di controllare la mente degli altri o a conoscere i loro pensieri. Non vedi che interesse possa avere?"

"Io ", gridò Eve, " non ho niente da vedere con questo. Lynus non mi ha parlato di ciò, io non so niente". Gridava frustrata, arrabbiata. Spaventata.

" Non si tratta di ciò che sai, Eve". Era la prima volta che Krycek la chiamava per nome e a tutti e due suonò strano." Ma quello che sei". Prima che lei riaprisse la bocca per negare ancora una volta ciò che era evidente, Krycek continuò a parlare. " Sei il risultato di quarant'anni di ricerche segrete".

Il cervello di Eve funzionava alla velocità della luce, cercando di dare un senso a quella storia di fantascienza. " Ho conosciuto Lynus tre anni fa. Io sono così da quando sono nata. E' un'anomalia, ma non è il risultato di niente". La sua voce si velava man mano che parlava e il luccichio delle lacrime faceva capolino sul ciglio degli occhi, nel perimetro della sua calma.

" Ho visto tue registrazioni, prese cinque anni fa dove fai la relazione davanti ad una videocamera dei sogni di altre donne, Eve. Può darsi che ti ricordi di March da tre anni, ma credimi, lo conosci da molto prima" Si stava rompendo. Lì di fronte a lui, in quella stanza che bolliva ad una temperatura impossibile, Eve si rompeva in due, scossa da quello che sembrava una crisi nervosa. Krycek sentì il desiderio irrazionale di sciogliersi dai suoi legami per abbracciarla. Ma si autocensurò immediatamente per quella traccia d'umanità.

" Questo è impossibile", disse lei, senza poter contenere la lacrime.

" Se vuoi sapere la verità dovresti incominciare a cambiare il significato di questa parola" Il mal di testa l'obbligò a chiudere gli occhi per un momento " Se non mi credi, l'agente Scully potrà confermare l'esistenza di un video di quattro o cinque anni fa dove racconti uno dei suoi incubi al dottor March" Fin qui tutto quello che aveva detto era verità. Includere la testimonianza della più che perfetta agente Scully dava alla sua storia una certa aria di verosimiglianza. " Ti cercano, Eve. March nascose la tua esistenza ai soci per molto tempo, ma è stato sempre dietro di te. Credevi che fosse un amico, ma era solo uno scienziato con un topo da laboratorio" fece una pausa, per concentrarsi sulle sue parole, invece di pensare al lancinante fischio della sua testa." Tu"

" Le altre donne. Dici che avevano poteri telecinetici, che leggevano la mente, io non faccio niente di ciò. perché mi cercano?"

Krycek meditò la sua risposta durante un silenzio elettrico. Eve era una bambola tremante, con il viso gonfio e rosso, tempestato di lacrime. Sembrava milioni di volte più piccola.

Krycek continuò a parlare. "Hai molta importanza per loro, Eve. Stanno portando a termine il progetto, raccogliendo i frutti e ti cercano. perché? Non lo so, ma spero di trovare le risposte in Florida". Eve lo guardò di nuovo, con lo sguardo ancora brillante, ma asciutto. " So che Yuri Guranov è uno degli uomini che collaborava con March alle spalle di quelli che finanziavano il progetto. Gli mandò una e-mail prima che morisse. Ho localizzato il suo indirizzo. Egli è l'unico che saprà risponderti".

Con un filino di voce, Eve riuscì a fare ancora una domanda." Che ottieni tu?"

" Per il mio genere di lavoro, l'informazione è potere", fu tutto ciò che lui disse.

Eve si mise in piedi, comminando piano per la stanza. Sudava leggermente, una velo di traspirazione cristallina sulla sua pelle. Guardò dalla finestra per un secondo e poi riportò la sua attenzione su Krycek. Si avvicinò a lui con passo sempre più sicuro e si piegò vicino al riscaldamento, a pochi centimetri da lui.

Quando parlò il suo alito sfiorò il viso di Krycek. Dolce, lieve. " Credo che non scapperai se ti slego", disse. E con le mani fredde e delicate incominciò a sciogliere la corda. " Non voglio che nessuno sia legato in questo viaggio" Quando si avvicinò al suo polso, sentì il contatto rigido della protesi di plastica di Krycek. Ma se ne fu sorpresa, non fece nessun commento. Si limitò a domandare ancora qualcosa, tranquilla, di nuovo padrona del suo forte aspetto.

" Come ho potuto fare i sogni dell'agente Scully se non la conoscevo?"

A Krycec gli solleticava ancora la mano lì dove lei l'aveva sfiorato. Anche se era stato uno sfiorare casuale e quasi furtivo.

" Hai sentito parlare dei rapimenti extraterresti?" disse. E si guadagnò un meravigliato gesto della ragazza.

Che diavolo. Rendeva bene raccontare la verità. Non è che ciò che le aveva raccontato fosse tutta la verità. Forse una parte, una versione ridotta della verità. In fin dei conti la verità non era il Santo Graal che inseguiva Mulder con adorazione. Era solo una storia, un punto di vista concreto. E ora, gli aveva dato punti con Eve. E gli dava un margine di vari giorni fino in Florida.

**
In qualche posto ad Ovest della Carolina
15: 48 p.m.

L'uomo con il revolver automatico mise in marcia il motore della macchina e aspettò che la porta del garage si aprisse completamente. Non fece caso al calore, che provocava allucinazioni acquose sull'asfalto bollente della strada. Quando doveva lavorare, questo genere di dettagli passavano inavvertiti.
L'unica cosa che occupava la sua mente era la missione che doveva realizzare. Una missione sempre chiara, ordinata con poche parole, sempre difficile nella sua esecuzione, ma semplice da capire.
Trovare il gruppo. Portare la ragazza. Liberarsi del FBI, senza ucciderli possibilmente.
Eliminare il quarto.
Era la prospettiva più allettante della missione, senza dubbio. L'uomo dal revolver automatico si mise in marcia e accese la radio. Se avesse potuto permettersi qualche emozione davanti a quel caso, sicuramente avrebbe scelto il pregustare l'esito della missione.
Il desiderio quasi lascivo di poter compiere presto quel lavoro.
Era solo un altro caso, chiaro. Ma era anche un'opportunità.
Avere il collo di Alex Krycek nelle sue mani e sentire come l'aria smetteva di arrivare ai polmoni gli dava un piacere superiore a quello del migliore dei suoi orgasmi. E muovere finalmente, la sua testa per dividere on due la colonna vertebrale, questo, senza dubbio, era un meraviglioso incentivo per quella missione.
Alex Krycek gliel'aveva fatta molte volte, ma questa partita l'avrebbe vinta lui.
Sospetti

Sulla targa che sta sulla mia scrivania, scritto in caratteri seri e dorati, si può leggere il mio nome. Walter S. Skinner. E più giù: Vice Direttore. Non finisce mai di essere una barzelletta di cattivo gusto perché in realtà non dirigo niente. Mi lascio trasportare, preso da un fiume sempre più torbido di bugie, tradimenti e cospirazioni.

Al contrario di ciò che dicono, gli anni non riescono ad indurirti mai abbastanza. Non importa quante volte sei caduto, quanto ti abbiano colpito. Il tradimento e l'inganno hanno sempre l'amaro sapore della prima volta. perché quando non è così, quando ti sei abituato ai colpi, sei all'altro lato della linea e sei tu quello che da colpi. Se non riesci a sentire il sapore dell'inganno, è ora di guardare ai tuoi piedi, perché sicuramente, c'è qualcuno che stai calpestando.
Se guardo indietro, mi domando da quando vivo in bilico, intrappolato tra uomini senza volto e consumato da forze più grandi di me. So che la mia forza è stata sempre relativa e che uno sopravvive sempre che non sia troppo fastidioso o troppo rumoroso. Ho giocato le mie carte e ho perduto più mani di quelle che ho vinto. Ma ultimamente mi domando perché continuo la partita e l'unica risposta che trovo è che mi muove la rabbia.
O forse mi muovono loro. Queste creature che stanno più in là del tecnico e più in là dell'umano e che strisciano nel mio sangue controllate dalla volontà di qualcuno nel quale non potrei aver fiducia nemmeno se volessi.
Non so molto di Alex Krycek ma disgraziatamente la mia unica conoscenza su di lui che sono obbligato a ricordare è che ha la mia vita nelle sue mani. Tutti siamo dei pedoni, chiaro, e io lo sono sempre stato. Ho fatto ciò che ho potuto di quello che ho saputo e che mi hanno lasciato fare. Ma questo. Questa sensazione d'impotenza risulta quasi insopportabile. E ci sono giorni, e specialmente notti, nei quali l'unica cosa che desidero è avere vicino Krycek per poter scaricare su di lui quest'ira. Spremere il suo cervello fino ad ottenere di nuovo il controllo della mia vita.
In mattine come questa, quando la notizia è su tutti i giornali e quest'insensato di Mulder non ha il senso comune di chiamarmi, i nanorobots diventano piccoli spilli di colpevolezza. So che se non fosse per me, i miei due miglior agenti non starebbero giocando al gioco dell'oca alla mercé di quest'assassino senza pietà. La cosa triste è che non conosco i suoi obiettivi, né dove si trova, né i suoi piani, né il ruolo che aveva preparato per Mulder e Scully. Conosco solo il suo potere, che posso constatare giorno dopo giorno nelle mie vene.
Mentre rispondo alle telefonate dei superiori che mi domandano dei due agenti dispersi e evito gli attacchi della stampa, mi rendo conto che sono vittima della mia stessa medicina. Io ho concesso a Mulder il permesso di investigare su questo. Io ho obbedito a Krycek e ora, devo affrontarne le conseguenze.
L'unica cosa che posso pensare è che forse arriverà il giorno in cui le conseguenze saranno troppo fatali per poter far qualcosa a rispetto. Credo che in quel giorno i nonorobots non avranno necessità di fare il loro lavoro. In qualche modo, sarò già morto.
**
Squrrel's Inn
Frontiera con il Sud Carolina
Autostrada per Columbia
Mezzogiorno
 
Il riflesso della luce era tenue e pigra all'interno della stanza e il rumore della doccia si confondeva con il mormorio, che quasi non si sentiva, del televisore che emetteva immagini di una guerra remota in qualche paese indecifrabile. Eve stava da vari minuti seduta sul letto, con gli occhi chiusi. Aveva incominciato a sentire la mancanza di zucchero quando si era alzata da terra, dopo aver liberato Krycek. Ma finse di sentirsi bene perché non voleva perdere il controllo in quella situazione. Dove stavano Mulder e Scully?Aveva bisogno di mangiare e aveva bisogno di farlo subito. Aveva bisogno di essere cosciente e serena quando gli agenti sarebbero apparsi. Aveva bisogno di spiegare loro che Krycek non avrebbe viaggiato ammanettato anche se lei stessa non era capace di capire perché.
L'ipoglicemia la scuoteva a volte come un indebolimento dei muscoli che faceva sì che la realtà intorno diventasse confusa e sbiadita. In alcuni giorni era una nausea annunciata, e arrivava piano piano, dondole il tempo di sedersi e riprendersi. Quel mattino le era sopravvenuta come una violenta scossa elettrica. Troppo tardi Eve si rese conto che parlare con Krycek le era costata più energia nervosa di quanto potesse permettersi. Da che il suo antico sequestratore era entrato nella doccia, il rumore del suo sangue era diventato quasi insopportabile e le incominciavano a fischiare le orecchie.Naturalmente in momenti come questi, la sua mente trovava un certo sollievo e riusciva a riposare un momento, libera dai sogni altrui, in bianco, come un televisore acceso che emetteva un segnale luminoso e niente più. Invece, il rumore della doccia non la lasciava riposare, penetrava nelle sua coscienza addolorata, nel mormorio del suo sangue. Obbligandola a pensare, espandendo la sua mente, estranea alla sua volontà.
Alex Krycek, pensò. Fox Mulder. Dana Scully.
La sua mente riconobbe i nomi e la stanza divenne un poco più confusa. Continuò a sentire la doccia ma smise di avvertire il peso del corpo sul letto.
Zucchero, pensò. Subito.
Non stava né addormentata né sveglia. Vagava solo per gli angoli della sua mente. Gli ultimi giorni ballavano incoerenti intorno a lei. Erano pezzi di un puzzle che prendeva significato quando non ci si pensava.. I segreti di Lynus si rivelavano davanti a lei, i suoi silenzi a volte molesti, le sue preoccupazioni enigmatiche. Si chiese perché l'aveva tradita e perché lei aveva avuto fiducia. Poi vide Dana Scully , vicino a lei, in una stanza che non poteva riconoscere, in un posto più in là dei sogni. " Io ti conosco" pensò. E seppe che Krycek le aveva raccontato la verità. Scully e lei si erano incrociate in qualche momento, sicuramente durante il periodo in cui l'agente era stata rapita. Dove? Quando? Come, se lei non lo ricordava? Non lo seppe. La sua mente pensò all'agente Mulder. Aveva fatto i suoi sogni qualche ora prima. Ora lo rivedeva molto più chiaramente. C'era Samantha. Sua sorella, dedusse, senza sapere come. "L'agente Mulder sta cercando sua sorella perduta" apprese. E il resto della sua personalità fiorì davanti a lei come una sola frase senza parole.
Allora sentì, o le parve di sentire il rumore della porta, lo stridio dei cardini mescolato al rumore caldo della doccia. "Krycek sta nella doccia", si disse. "Sta nella stanza" si disse." Non puoi svenire ora", si disse. Ma anche se cercò di parlare non trovò la strada verso la sua gola e continuo ad essere trascinata da quella strana trance. E senza sapere come si trovò nella doccia, sognando da sveglia o vedendosi addormentata, in un sogno. L'acqua cadeva su di lei come un manto che dava conforto. Tra le ciocche dei capelli, le gocce formavano passaggi intrigati e rimbalzavano per il resto del suo corpo. E dietro di lei notava una presenza mascolina, nuda, bruna e muscolosa che l'assaliva, le tappava la bocca, la premeva contro il muro e dolcemente, con le dita di una sola mano, di una mano orfana, l'accarezzava sotto il rumore spento dell'acqua , salendo l'interno liquido che ruggiva di elettricità tra le sue gambe. Infiammandole le vene.
Mulder e Scully erano entrati nella stanza quando la debolezza ipoglicemica di Eve l'obbligò a stendersi sul letto, con gli occhi aperti e le pupille dilatate. Intorno a lei la doccia si chiuse e Eve perse di nuovo la nozione del tempo.
Non sognò niente.

**

Ufficio Centrale dell'FBI
Washington DC

Walter Skinner si muoveva inquieto da un lato all'altro dell'ufficio. Camminare avrebbe dovuto aiutarlo a pensare, anche se non stava funzionando per niente. I cellulari di Mulder e Scully continuavano a non essere accesi. Se riascoltava un'altra volta la voce elettronica di un'operatrice virtuale che diceva" il numero chiamato non è al momento raggiungibile" si sarebbe sparato un colpo in fronte e finire finalmente con quell'agonia. I titoli dei giornali gli rimordevano la coscienza ma non poteva smettere di guardarli.
Agenti dell'FBI scomparsi. Stupendo, Mulder, stupendo. Un edificio incendiato, poteva sopportarlo. Un cadavere non identificato, anche.Che diavolo, il cadavere era il capro espiatorio perfetto per l'incendio. Ma il fatto dei due agenti alla stampa stava sembrando intrigante.
Dove cazzo stavano Mulder e Scully . E perché il suo istinto di investigatore gli diceva che stavano seguendo il gioco di Alex Krycek. E perché diavolo non lo chiamavano. Non si rendevano conto che mentre erano scomparsi erano deboli? Potevano essere accusati di tutto, giudicati dall'opinione pubblica e assassinati in un fosso senza che nessuno potesse fare niente. Nascosti stavano dall'altro lato dell'autorità della legge e nell'altro lato, Skinner lo sapeva meglio di chiunque, sopravvivere era un eroismo che dipendeva più dalla fortuna che da altro.
Skinner poteva sentire l'odore della mano di Krycek e l'incoscienza di Mulder in tutto quell'imbroglio. La sua unica speranza era Scully. Avrebbe usato il ragionamento e avrebbe chiamato? O si sarebbe lasciata trascinare, frustrata, impotente e furiosa dai deliri megalomani di Mulder? Era impossibile saperlo e Skinner non aveva tempo per cercare di scoprirlo.
C'era solo una cosa che lui poteva fare. Scoprire non dove stavano, ma cosa cercavano e dove erano diretti. L'FBI stava facendo la sua investigazione, chiaro, ma erano solo carte, burocrazia e coperture assurde. Qualcuno doveva investigare su Krycek, e la morte di quei professori. Lì era iniziato tutto, anche se questo, Skinner non poteva raccontarlo ai sui superiori.
Bene, quando i canali ufficiali diventavano pericolosi, poteva sempre tentare alla maniera di Mulder.
La voce della sua coscienza gli parlava forte e chiaro- questa maniera può portarti solo più problemi, Walter- ma non l'ascoltò e prese il telefono della sua linea privata per fare il numero che per una strana ragione sapeva a memoria.

Gli rispose una voce gracchiante. " Lone Gunmen. Resti in linea mentre controlliamo il numero."

**
Squirrel's Inn
portineria dell'hotel
21:02

Il cielo annunciava una tormenta. Moose non aveva avuto tempo per ascoltare le previsioni del tempo perché aveva passato il pomeriggio vedendo la replica del campionato di nuoto, ma si sarebbe giocato un milione di dollari che avrebbe piovuto prima di due ore. Il vento sembrava carico di particelle di elettricità e il tramonto tingeva l'orizzonte con colori pazzi e angosciosi. Di tanto in tanto lanciava un'occhiata verso le stanze dell'A-Team, ma non aveva visto nessun movimento in tutto il pomeriggio . La rossa e il meno bruno dei due tipi erano usciti presto ed erano tornati verso mezzogiorno. Poi più niente. Dovevano star dormendo. Avevano la faccia stanca. Li aveva battezzati A-Team in mancanza di qualcosa di più originale e stava ancora decidendo il ruolo di ognuno. Quello dai guanti neri era Annibal? Sembrava il capo, ma sembrava anche non in sintonia. Forse era Murdoch. Sembrava anche un tipo aggressivo-represso. Forse gli si addiceva meglio essere PE dopo tutto.
Stava pensando sciocchezze, chiaro. Ma è che la finale dei 100 metri stile libero aveva messo Moose di buon umore. L'aveva scommesso con Edena che l'australiano si sarebbe avvantaggiato di mezzo corpo sull'olandese e aveva vinto. Questo significava che questa notte toccava a lui scegliere la cena. Pizza di pollo e prosciutto con doppia razione di formaggio per celebrare la prodezza.
Una finale bellissima, sì signore. Moose non si stancava di vedere i replay. L'affascinava quel ragazzo australiano dai grandi piedi. Galleggiava sulla superficie dell'acqua come un'orgogliosa balena, spinto da piedi enormi che riempivano la piscina di onde. Tutto uno spettacolo per qualcuno che, come Moose, aveva sognato per un certo tempo di guadagnarsi la vita con il nuoto ed era finito a lavorare in un motel.
Era così distratto mentre pensava alla sue competizioni alla scuola superiore che sussultò al sentire che aprivano la porta della hall.
La donna dai capelli rossi gli chiese il conto e alcune indicazioni per arrivare in Florida nel minor tempo possibile.

"Forse sarebbe preferibile aspettare fino a domani. Ci aspetta una buona tempesta" l'avvertì Moose.

Lei gli restituì uno sguardo diretto ma distante. Educato ma indurito. Aveva una voce molto gradevole. "Non ci starebbe male un poco di pioggia"
Pagò il conto con una carta di credito e tornò verso la stanza dalla quale usciva l'altro uomo. Quello meno bruno. A Moose sembrò sentirla sospirare. Un sospiro profondo, forse nervoso, forse furioso, forse stanco.
Il fatto è che , se si osservavano con attenzione i suoi lineamenti fermi, la rossa sembrava ferita a morte dalla stanchezza.
Moose le augurò un buon viaggio e quando lei rispose, gli fece un mezzo sorriso educato.Aveva occhi azzurri impressionanti. E emanava una certa energia che la rendeva attraente. "Grazie", rispose, e uscì dalla porta diretta al furgoncino. Camminando come se nuotasse.
Può darsi che fosse lei Annibal dopo tutto.

**

Furgoncino di Alex Krycek
Autostrada per Columbia

La strada si apriva sotto i fari del furgoncino, come una promessa sinuosa e diseguale.Striata dalla linea gialla di separazione delle carreggiate, il suoi limiti sparivano nell'oscurità della notte. Solo una piccola isola d'asfalto sembrava dimostrare che la strada era reale. Questa piccola porzione di ghiaia che lasciava intravedere la luce del veicolo. A 100 chilometri l'ora verso il sud l'isola di luce si muoveva rapidamente, sempre in avanti.La notte era calata da una mezz'ora e il furgoncino era una lucciola solitaria. Al suo passaggio la strada si illuminava e dopo pochi secondi, tornava a chiudersi nell'oscurità.
Eve guardava dalla finestra del sedile anteriore, ipnotizzata dalla quiete del paesaggio e i raggi di luce delle macchine. Di tanto in tanto guardava di nascosto l'agente Mulder, che guidava in silenzio, tamburellando con le dita sul volante. Di notte i suoi occhi erano anche più piccoli che di giorno e sembravano più verdi. Erano occhi molto belli, curiosi, come quelli dei gattini. Facevano un'allegra coppia con quelli azzurri e placidi di Scully.
Nel sedile posteriore, Krycek lottava per non addormentarsi. Eve poteva notare il suo sforzo in quella battaglia contro il sonno e notò anche il momento esatto in cui la perse e scivolò verso un sonno profondo e inquieto. Scully l'aveva fatto già da qualche minuto e dormiva, raggomitolata sul sedile di dietro. Fra lei e Krycek c'era spazio sufficiente per parcheggiare un camion ma Mulder lanciava ogni tanto uno sguardo attraverso lo specchietto retrovisore. Solo per rassicurarsi.
Probabilmente aveva motivi per diffidare di Krycek anche se era evidente che non aveva di che preoccuparsi. Scully gli era così fedele, che sembrava un'appendice della sua mente iperattiva.

" Le do fastidio se cambio canale?"

Mulder negò con la testa e sussurrò un "no" che quasi non si sentì.
Eve si sentiva viva e piena d'energie, come se avesse dormito per anni e al momento di alzarsi avesse scoperto che aveva i muscoli appena lubrificati. Si sentiva forte, viva. Sopratutto sveglia. Spinse il pulsante della ricerca automatica della radio una decina di volte finchè non trovò un canale che miscelava canzoni degli anni ottanta con temi lenti e ballate non troppo stucchevoli.

"So già che non ha fiducia in Krycek e che preferirebbe tenerlo ammanettato".

Mulder non rispose.

"E che è arrabbiato con me per averlo liberato"

Niente. Nemmeno una parola. Continuava ad essere così impenetrabile come quando Eve si era svegliata nel motel. Quante ore fa? Stava incominciando a perdere la nozione del tempo. Ricordava che aveva appena aperto gli occhi a fatica, giusto dopo essersi addormentata sul letto.La prima cosa che vide fu Mulder che tirava fuori la sua arma e Scully che correva vicino a lei. E poi Krycek che usciva dal bagno con un asciugamano e quell'atteggiamento arrogante che assumeva quando Mulder era nei paraggi. Le era costato del bello e del buono convincerli che non si sparassero a vicenda. E se non fosse stata per Scully probabilmente non ci sarebbe riuscita.

"Veramente credi che Krycek collaborerà se diventa un ostaggio?"

L'unica ragione per cui tutti avevano accettato di andare in Florida era stato l'ultimatum di Eve. Era molto semplice, in realtà. O tutti e tre o nessuno. In quella trance strana del motel, aveva compreso una cosa. Quelle tre persone non si erano incrociate nella sua vita per caso e se voleva comprendere la sua esistenza, doveva stare vicino a loro in quel enigmatico incrocio del destino. Non sarebbe andata in Florida senza Krycek e le risposte che custodiva. Nemmeno sarebbe andata senza Mulder e Scully e la protezione che potevano darle. Così sarebbe stato. Così doveva essere.
Lo sapeva al di là di ogni logica. Lo sapeva e basta. La prospettiva le faceva paura e allo stesso tempo, la faceva sentire libera.

Improvvisamente, Mulder sembrò stanco del suo stesso silenzio e si decise a parlare. "Non credo che Krycek collabori né come ostaggio né in nessun altro modo. Seguirà solamente i suoi interessi perché è l'unica cosa che sa fare."

"Come me". Mulder sembrò sorpreso ma non disse niente. Eve continuò a parlare. " Io, l'unica cosa che voglio è sapere quello che succede e non m'importano le vostre liti, né chi sia il buono o chi sia il cattivo. Voglio solo sapere chi sono e chi dice la verità. Come lei. O come Krycek, forse." Mulder pareva pensoso. "Non si preoccupi tanto non scapperà" fece una pausa." Abbia fiducia nel mio istinto, Mulder".

Impassibile, l'agente dell'FBI continuò a guidare e Eve affondò un poco di più nel suo sedile. Non si poteva cercare di calmare qualcuno per forza. Ancor meno quando si trattava delle fiamme di un odio così antico come quella che pulsava tra Mulder e Krycek. Era meglio concentrarsi sulla radio e ascoltare i grandi successi di Bonnie Tyler. Pensare era troppo complicato e la voce del conduttore era ruvida e carezzevole, quasi ipnotica. Era una buona emittente, con molta musica , niente pubblicità e conduttori abbastanza taciturni che lasciavano che le canzoni si potessero ascoltare dal principio alla fine. Di tanto in tanto, facevano qualche dedica un poco sdolcinata.

"Ray del Arkansas ci scrive per farci i complimenti e ci chiede, come favore speciale, che dedichiamo questa canzone a Jean, che ora ci starà ascoltando da qualche posto sulla strada. Guida con prudenza, Jean; ti aspettano a casa. Ray ci ha detto che siete una coppia di sognatori, così che questa canzone è per voi, ragazzi"

Eve non conosceva né Ray, del Arkansas, né Jean, che stava in qualche posto del mondo, ma li ringraziò per la loro richiesta con tutto il cuore mentre canticchiava le prime note di "Daydream Believers". Era stata la sua preferita per anni e le piaceva la versione acustica. Cantò a bassa voce, per non svegliare nessuno e perché Mulder non si arrabbiasse ancora di più. Le piaceva perché parlava di persone che sognano di giorno, e reginette del ballo di fine corso e perché aveva come un'aria d'infanzia perduta.

" E' bellina", disse Mulder improvvisamente, senza muovere la testa né smettere di guardare la strada. Eve non poté evitare un piccolo sorriso per quel minimo trionfo." Mi piaceva quando ero piccolo", sussurrò aprendosi a lei, quasi senza volere, o senza rendersene conto." Avevamo il karaoke a casa, ed ero solito cantarla con mia sorella" Eve sentì come cadevano le sue difese e prestò attenzione all'emozione che spezzava la sua voce quando nominò quella sorella che cercava incessantemente in sogno. Sembrava triste e assente, circondato dalle ombre della notte. Era facile sentirsi connessa a lui. Sentirsi compresa.

Eve guardò attraverso lo specchietto retrovisore e vide Scully addormentata, che si agitava e che respirava. E Krycek vicino a lei, con gli occhi chiusi e le lunghe ciglia che disegnavano ombre sul viso.

" Sa, Mulder? Addormentati siamo tutti uguali. Abbiamo paura o stiamo soli o cerchiamo qualcosa". Una macchina attraversò la strada in direzione opposta e illuminò l'interni del furgoncino in un lampo. Durante una piccola frazione di secondo, Mulder si rivelò come una fotografia fatta con la Polaroid. Un uomo alto, solo, notturno. A Eve sembrò accarezzare i contorni delle sue paure.

" Che cerca Krycek?"

Eve non aveva ancora fatto i sogni di Krycek. Sussultò pensando alla trance che aveva avuto nel motel. Che cosa era stato? Una fantasia provocata dal discorrere di una mente esaurita? Aveva avuto accesso a quel che Krycek aveva sognato? O si era trasportata in qualche modo nella sua mente, o ciò che pensava in quel preciso istante? Era impossibile saperlo perché mai aveva avuto una simile esperienza e perché le si faceva un nodo nello stomaco quando cercava di trovare risposte. "non lo so" rispose." Forse cerca solo di mantenersi in piedi. Sopravvivere". Sembrava isterico per la sua sopravvivenza, attanagliato da un'agonia di una morte improvvisa.

"Come i pescecani, che smettono di nuotare solo quando muoiono", rispose Mulder.

Eve non seppe cosa rispondere, così che non disse niente e preferì domandare." Che cosa crede che cerchi Scully?"

Il viso di Mulder si trasformò quanto sentì il nome della sua compagna. Sorrise alla notte. Un sorriso spontaneo che lo fece sembrare molto più bello e più giovane." Non né ho idea. Ma dimmelo quando lo scopri." Pareva sincero e curioso. Sembrava sempre curioso. A Eve questo piaceva. Le dava fastidio la gente indurita dalla vita, malata di noia.

"Approvazione", disse Eve, anche se non sapeva se stava facendo bene perché mai aveva parlato dei sogni di qualcuno con una terza persona. Bene, fatta accezione per Lynus, chiaro. Ma solo per le sue ricerche. " Ha paura di sentirsi impotente, come quando era malata e rinchiusa, in quel posto. Ha paura di non essere abbastanza forte" sentiva l'impulso di parlare a Mulder della sua compagna, perché poteva sentire la distanza tra di loro, la barriera senza parole, l'agonia per arrivare all'altro e non raggiungerlo. "Ha paura di non essere alla sua altezza" disse alla fine osservando l'espressione perplessa di Mulder. "Paura di essere debole".

Mulder borbottò qualcosa di impercettibile ma le ultime note della canzone , non permisero che Eve lo sentisse. Parlava più per se stesso che per un'altra persona.

"Che cosa cerco io, Eve Worthington?" domandò dopo. Guardandola fissamente negli occhi, con una certa solennità che la fece arrossire. Era difficile sostenere quello sguardo così pieno di segreti. Impossibile nascondere niente.

"Io credo che lei voglia che la perdonino"

Mulder tornò a concentrarsi sulla strada, apparentemente assorto di nuovo nei suoi pensieri. Il conduttore della radio continuò con le sue dediche e sul sedile posteriore Krycek si svegliò improvvisamente, mentre fissava lo specchietto retrovisore, spaventato, come un gatto selvatico. Eve si sentì trasportata di nuovo a quella trance a quella doccia. A quel mormorio dell'acqua, a quella invasione tra le sue gambe.
Distolse lo sguardo dallo specchio e sentì come si tendeva il nodo nello stomaco.

Un'eternità di silenzio più tardi, Mulder tornò a parlare." E che cerchi tu?", domandò. Con un tono strano che Eve non riuscì a capire.

"Non ho mai fatto un sogno mio"

Krycek si agitò sul sedile posteriore. Ad Eve sembrò di sentire la sua voce, che mormorava un " per ora" debole, appena possibile da sentire. Cercò di non dargli importanza e cercò di continuare a parlare con Mulder, sventrando tutti i pezzi di quel puzzle.

"Il rapimento dell'agente Scully" le venne in mente improvvisamente, catturando immediatamente l'interesse di Mulder," quando accadde esattamente?"

**

Lone Gunmen
In qualche posto di Washington DC
00:33 a.m.

Un odore di pizza mangiata a metà si mescolava nell'aria con i campioni dell'inchiostro per la stampa che aveva portato Langky quella stessa sera. Era la terza volta che avevano dovuto ritardare una edizione per la maledetta linotipia e Frohike stava incominciando a sospettare che il padrone della stamperia anche lui voleva chiudere con il loro giornale. La cosa migliore era indagare, solamente come misura precauzionale. Lo annotò in un post-it per non dimenticarlo e l'attacco vicino al suo computer personale. Annotò anche di comprare jalapeños e chili piccante per la barbecue messicana del sabato. Chiaro che, se non riuscivano a scoprire qualcosa subito, l'atmosfera non sarebbe stata di festa per questo fine settimana.
Era una buona cosa pregare quando veramente desideri che accada qualcosa? Frohike non era precisamente un membro della chiesa cattolica apostolica romana, e gli sembrava che ricordarsi di Dio solo nei momenti d'angoscia, era abbastanza interessato. Suo padre era stato quaqquero e sua madre, va a sapere, probabilmente presbiteriana o qualcosa di simile e alla fine, lui non sapeva nemmeno come doveva pregare ma avrebbe preferito saperlo. Avrebbe voluto avere una relazione più facile con l'Altissimo per chiedergli di localizzare il maledetto numero della maledetta carta di credito di Mulder l'ultima maledetta volta che l'aveva usata. O il numero di Scully, chiaramente. Dio mio, Dio mio fa che avessero utilizzato la loro carta.
Avevano fiutato qualcosa la mattina, leggendo la stampa, ma era stato Skinner che li aveva messi al corrente. Di fatti, se Frohike non l'avesse fermato gli avrebbe raccontato tutto per telefono. Come poteva un uomo della sua posizione azzardarsi a parlare per telefono di una cosa simile? Langly andava sempre personalmente a prendere le pizze per non dover chiamare la pizzeria e il "calvo" voleva parlar loro di Alex Krycek attraverso una linea telefonica della maledetta FBI, niente di meno. Allucinante. Alla fine aveva accettato di passare per la redazione. Pover'uomo, probabilmente pensava che Oswald aveva sparato a Kennedy. Illuso.
Né Byers né Langly parlarono troppo del fatto, perché il senso di colpa non li aiutava per niente, ma il silenzio dell'ufficio era abbastanza significativo. Erano stati loro i primi a mettere Mulder sulla pista dei professori morti. Ora Mulder non si faceva vivo, Krycek ne era al corrente, c'era un mucchio di morti e- peggio di tutto- erano stati ingannati.
L'anarchico. Già! Stronzo. Krycek aveva passato loro informazioni al meno per sei mesi con il ridicolo pseudonimo che li avrebbe dovuto far sospettare fin dalla prima volta. Ma è che non erano solo pettegolezzi di seconda mano, no,no. Erano buone informazioni. Avevano scritto i migliori articoli della storia grazie al maledetto anarchico, cazzo! Tutti nel circuito si fidavano di lui! Dio, era umiliante essere stati ingannati per manipolare Mulder. Anche se, le cose stavano così, il tizio se l'era faticato e aveva fatto un eccellente lavoro ingannandoli. Eccellente veramente.
Ad ogni modo, Frohike non poteva smettere di pensare ad un altro dettaglio. Skinner era convinto che Krycek stava dietro a tutto quello, bene. Ma, perché? I giornali non sapevano un accidente, Mulder non aveva chiamato. Chi cazzo gli aveva dato la pista? Già avevano sbagliato a fidarsi dell'anarchico, stavano sbagliando anche a fidarsi di Skinner?

"Ce l'ho!", gridò Langly, facendo sentire la sua voce al di sopra del rumore sordo dei computer.

Frohike fece il numero di Skinner e aspettò che si svegliasse. Non aspettò molto e immaginò che nemmeno il "macho" avesse la coscienza tranquilla.

" Ce l'abbiamo!", gli disse. E riattaccò, calcolando che sarebbe arrivato entro mezz'ora.

Dentro di lui continuava a pensare che "Skinnettino" non gli aveva detto tutto ciò che sapeva. E anche così, era evidente che si sentiva colpevole e voleva con tutti i mezzi aiutare Mulder e Scully. Forse anche lui era stato vittima della stessa manipolazione dei pistoleri e rifiutava di riconoscerlo. L'errore con l'anarchico aveva ricordato a Frohike una lezione facile da capire e difficile da applicare con tutte le sue conseguenze: Molte precauzioni non sono mai precauzioni sufficienti.
Era l'emendamento numero uno della Legge Universale Sulle Cospirazioni Globali: non è paranoia se tutti stanno contro di te.
Skinner arrivò in venticinque minuti. Se questo non era senso di colpa che scendessero Dio Padre, Kennedy Figlio e la stessa Jackie a vederlo.

**
Periferia di Rock Hill (Sud Carolina)
Stazione di servizio
4:40 a.m.

Scully si svegliò odorando benzina. Un odore penetrante che si era insinuato nel suo subcosciente e l'aveva obbligata ad aprire gli occhi. Tardò alcuni secondi a riconoscere il luogo, quel furgoncino del demonio che la stava portando nella bocca più scura dell'inferno con la peggiore di tutte le compagnie possibili. Ricordarsi degli ultimi avvenimenti la portò a tendersi immediatamente, come una sbarra d'acciaio. Era sola sul sedile posteriore e non c'era nessuno che guidava la macchina. Le luci, rosse e gialle, richiamarono la sua attenzione e respirò di nuovo un poco più tranquilla nel rendersi conto che stavano facendo rifornimento. Dal sedile anteriore si affacciarono degli occhi tranquilli e Scully si trovò di fronte a Eve. Sembrava rilassata. Ma, chiaro, liberare Krycek era stata una sua idea. perché non doveva essere rilassata, se ovviamente non si rendeva conto di quanto fosse pericolosa la situazione nella quale si era messa?

" Tranquilla, non si sono ancora ammazzati". Parlò a mezza voce , come si parla a chi si è appena svegliato. Scully guardò dal finestrino e vide Mulder all'interno del negozio della stazione di servizio. Ci impiegò un momento per scoprire Krycek, che andava verso il bagno.

" Che ora è?". Il sogno aveva privato Scully della nozione del tempo. Poteva aver dormito secondi o vari millenni.

" Non sono ancora le cinque", rispose Eve, che continuava a stare reclinata sul sedile anteriore, guardandola fissa negli occhi, con un atteggiamento difficile da definire. Quel miscuglio di curiosità e serenità. Era scomodo quell'esame. Che cosa era? Per caso aveva potuto vedere i suoi sogni? Dio, era qualcosa di malato pensarlo. Malato e angoscioso. Non è che lei ne avesse colpa, ma questo non lo faceva più sopportabile.

"Avevo voglia di parlare con lei" disse allora. E con sorpresa di Scully aggiunse" da sola" lanciò una rapida occhiata all'esterno per assicurarsi che Mulder come Krycek stavano fuori e continuò a parlare. Scully si sentiva troppo frastornata per interromperla." So che c'è un video nel quale racconto un suo incubo". Prima che potesse chiedere come, Eve l'anticipò," l'agente Mulder mi ha detto che Krycek glielo fece arrivare, anche se lui non dirà mai dove l'ha ottenuto" mentre parlava, guardava intorno e manteneva il tono di voce in un sussurro quasi non si sentiva." Voglio che sappia che non ricordo niente di questo, né so cosa significa, ma sono la prima a volerlo scoprire." Stava cercando di essere sua amica? era questo? "So che fu sequestrata da qualcuno che non conosce e Krycek mi ha raccontato un film di fantascienza su alieni e rapimenti che non riesco a capire". Sembrava sincera, sembrava chiara, cristallina e completamente sincera. " Mi ha detto che lei ed io ci siamo conosciute in quell'epoca e che per questo ho avuto accesso ai suoi sogni. Non ricordo niente né sono sicura di averla conosciuta prima". Mulder stava pagando la cassiera e Krycek usciva dal bagno nello stesso istante avvicinandosi alla macchina. " Ma lei sa che ci conosciamo, Dana, anche se non capiamo come e perché". C'era un'emozione controllata negli occhi di Eve, un ansia per farsi capire. Erano occhi familiari, pensò Eve. "Non ho liberato Krycek perché ho pensato che mi avrebbe detto la verità, anche se so che non ci farà del male mentre sono nelle sue mani. L'ho liberato perché è l'unico legame con la verità" Krycek stava quasi nel furgoncino e la voce di Eve si abbassò di un'ottava." La pace ai tuoi incubi, Dana, è la risposta alle mie domande. Volevo solo dirti che sono qui perché so che ci possiamo aiutare. ".

La porta del furgoncino si aprì e Scully deviò lo sguardo verso il finestrino, per vedere come Mulder usciva dal negozio. Krycek si lasciò cadere sul sedile posteriore e osservò l'improvviso silenzio che si era fatto nell'abitacolo.

"Ho interrotto qualcosa?",ringhiò." Discutevate dei sogni dell'agente Scully, forse?". Guardava fisso negli occhi Eve quando parlava, con quel tono controllato e di sfida. Lei, lungi dall'arrendersi, gli restituì lo sguardo con uguale intensità.

"Discutevamo il mio stato di salute",disse, " ho avuto molti svenimenti in poco tempo"

Scully stava ripensando a ciò che aveva appena sentito. Se era sincera con se stessa doveva riconoscere che Eve le era familiare e lì stava la cassetta per dimostrare la connessione tra loro due. Tutto il resto erano domande. Erano state insieme durante il suo rapimento? Era stata anche Eve sottomessa a qualche tipo d'esperimento che potesse spiegare la sua straordinaria capacità? Per la prima volta, a Scully venne in mente che per quanto terribile fosse vedere i suoi sogni in bocca ad un'altra persona, doveva essere ancora più terribile vivere facendo i sogni degli altri. E peggio, renderti conto improvvisamente, un giorno, che la tua vita non è come pensavi, e che forse non sei chi credi di essere, ma qualcosa di molto diverso.

"Sa? Sono stata ricoverata in un ospedale di Norfolk una volta agente Scully", le disse Eve, come se da un poco le stava raccontato la sua anamnesi." Ebbi uno shock anafilattico per una reazione alla penicillina e presi una polmonite nell'ospedale."Dove voleva arrivare con tutto questo?" Non mi ricordo niente, tra la febbre e i sedativi". Quando si assicurò che Krycek non prestava loro troppa attenzione, fissò lo sguardo sul Scully e passò un braccio tra il sedile e la porta per poterle dare la mano. Aveva le dita fredde e piccole. "Stetti tre mesi in tutto, nel autunno del '94".

In quel momento, Mulder aprì la porta del conducente e mise in moto il motore mentre Eve si voltava.
Autunno del '94, pensò Scully. La stessa data del suo rapimento.

"Cerca di non guidare come una ragazzina, Mulder, non abbiamo tutto il tempo del mondo",disse Krycek, approfittando del fatto che il veicolo usciva dalla stazione di servizio.Mentre parlava tirò fuori un piccolo oggetto, avvolto in carta e lo lanciò verso il sedile anteriore vicino al guidatore. Dalla sua posizione A Scully sembro che fosse un cioccolatino." E tu, cerca di non svenire di nuovo fino a Charleston".

Eve si girò per guardarlo e Scully ebbe la sensazione che stava per dire "grazie" perché i suoi lineamenti si erano addolciti più del solito, con leggero rossore. Quello che disse, invece, confermava solamente che quella apparenza di fragilità nascondeva una interiorità più solida di quanto si potesse sospettare a prima vista. "Cerca tu di non ammazzare nessuno durante lo stesso tragitto", rispose. La reazione di lui prese di sorpresa Scully. Nemmeno sette anni negli XFiles potevano prepararla per una cosa simile.

Alex Krycek sapeva sorridere?

"Stupendo, quello di cui abbiamo bisogno è che ti arrestino per il furto di un cioccolatino, Krycek", disse Mulder dal sedile anteriore, mentre pigiava sul pedale fino a raggiungere la velocità massima.

L'autostrada si apriva davanti a loro come una spaccatura nella crosta terrestre e il furgoncino graffiava il silenzio, veloce, come un proiettile.

**
In qualche posto a Ovest della Carolina
5:22 a.m.

Il dottore stava studiando i documenti. Si era alzato alle cinque incapace di continuare a rigirarsi nel letto che aveva ordinato di mettere vicino alla sala operatoria e al laboratorio. Era assurdo cercare di conciliare il sonno quando era evidente che le preoccupazioni non l'avrebbero lasciato dormire. Come poteva dormire se non aveva nessuna notizia? Sapeva che la caccia non era un fatto suo. Già l'avevano assegnata a qualcuno e certamente l'avevano assegnata al migliore. Ma anche così si sentiva inquieto. Tutto stava avendo un ritardo. Tutto stava andando in malora. Doveva trovare il soggetto, presto. Aveva bisogno di sapere se avevano fallito o avevano trionfato.
Odiava la sensazione d'impotenza. Da quando avevano deciso di chiudere il progetto non era riuscito a dormire nemmeno due ore di seguito. La colpa l'avevano i burocrati, si disse. La gente che non capiva il lavoro di ricerca. Anni di studio perché improvvisamente qualcuno decidesse che si erano investiti troppi sforzi, denaro e energia nel progetto che doveva essere chiuso. Bah, stupidi burocrati. Chiudere il progetto in questo momento era una stupidaggine. Il fatto che Lynus li avesse traditi non era una scusa sufficiente.
Sempre lo stesso. Prima il Dipartimento della Difesa negli anni '70. Ora, loro. Nessuno sembrava disposto ad arrivare fino alla fine.
Forse che non era evidente che stavano solamente riuscendo ad intravedere una piccola parte di un continente vergine? Le sue fonti gli avevano detto che Lynus già aveva ottenuto in segreto i risultati che tutti stavano aspettando. Il suo soggetto era praticamente il prototipo perfetto in attesa della cura adeguata. Il dottore pregò che fosse così. Anche se non poté evitare una fitta d'invidia al pensare che Lynus aveva ottenuto da solo e senza aiuti, quello che loro avevano costruito in collaborazione.
Stupido egoista. perché aveva nascosto a loro i suoi migliori risultati? Pazzo di un genio bastardo, aveva voluto ottenere la gloria da solo. O forse si trattava di vendere l'informazione al miglior offerente. Poteva essere anche che era diventato sensibile e stesse cercando di proteggere il soggetto. Era sempre stato un vecchio debole.
Anche se il dottore pensava pure ad un'altra possibilità ancora peggiore. E se l'informazione era sbagliata e il soggetto di Lynus nemmeno era quello che cercavano? I sudici burocrati erano stati chiari: il progetto non si poteva sostenere per molto tempo ancora, con o senza risultati. Se il soggetto era quello giusto, ci guadagnavano tutti. Se no, non avrebbero perso altro denaro nell'attesa di risultati incerti.
Militari, industrie, tutti erano la stessa porcheria. Non erano mai disposti ad assumersi i rischi. A loro interessavano solo i profitti. Non capivano che la scienza non poteva essere fermata.
In nessun modo. E a nessun prezzo. Danni, spese, erano solo stupidate. I soggetti perduti non importavano, erano poco più che animali. Topi che si sacrificavano per un futuro migliore.
Il dottore si decise a fare la telefonata. Sapeva che il cacciatore sarebbe stato sveglio. Non poté contenere la sua allegria quando questo gli dette la buona notizia.

" Sto sulle sue tracce", aveva detto.

Era una notizia stupenda. Sì, signore.

**
Furgoncino di Alex Krycek
5:45 a.m.

Nell'anno in cui compì sedici anni Dana Scully aveva dovuto passare l'estate nel collegio per ragazze cattoliche di Sant Andrew's. La colpa era stata unicamente e esclusivamente di Missy, come sempre. Mesi prima, Achab l'aveva beccata che amoreggiava con Mitch Di Franco nella veranda di casa. Quello che più irritò il capitano non fu che Mitch avesse quasi dieci anni più di Melissa, o che avesse precedenti penali, quello che veramente gli dette fastidio fu che sua figlia maggiore avesse scelto di disobbedire sotto il suo naso. Durante le settimane successive la tensione in casa Scully si poteva tagliare con una sega elettrica e forse per questo, venne in mente a sua madre di mandare Melissa lontano per le vacanze. La necessità di mandare anche Dana, perché facesse da bambinaia, l'ebbe suo padre. perché no? Anche se lei era più piccola, era stata sempre corretta, razionale, educata, ordinata, studiosa e obbediente. O come piaceva a Melissa definirla, noiosa. Per colpa di una testa pazza con ormoni in subbuglio e solo per colpa sua, Dana aveva dovuto lasciare la base e privarsi di una vacanza in casa, per andare in quel maledetto posto a vedere passare le ore a fare trekking e aiutando le monache a cucinare ciambelle. Per finire, la correzione era stata completamente inutile per sua sorella maggiore, perché ogni notte, lei e le altre ragazze della stanza scappavano dalla finestra per andare a bere, fumare e fare amicizia con la gente del paese, mentre Dana, sempre educata, corretta e bla, bla, bla rimaneva nel suo lettino a leggere un libro.
Non è che non desiderasse uscire, chiaro. Ma sapeva che non doveva uscire. E se la beccavano le monache? E se per quei corridoi lunghi e stretti del collegio fosse apparsa improvvisamente sorella Mary Margaret e vedeva la stanza vuota? Che cosa avrebbe detto Achab? No, era meglio rimanere nel lettino e non scoprirlo.
Naturalmente a volte Dana pensava. C'era un ragazzo nel collegio. Un giovanotto un poco più grande di lei che veniva dalle monache insieme con suo padre, e portava loro le provviste con un furgoncino sgangherato. Non era nessuna stella del cinema, ma a Dana piaceva da quando avevano incrociato gli sguardi una sera. Dall'allora lui non smetteva di guardarla quando veniva con il furgone e lei, a volte, giocava a sostenere lo sguardo.Una mattina il resto delle ragazze uscirono per giocare a badminton e lei rimare in cucina, impastando un dolce per il compleanno della madre superiora. Allora arrivò lui, portando una cassa di lattine di conserva. E la vide in cucina, con il viso coperto di farina e cioccolato. E le sorrise. E quando le monache guardarono verso la porta, le toccò la punta del naso, e le mostrò il dito, coperto di cioccolato. E le disse" ti stai sporcando molto, rossa" E poi si portò il dito alla bocca e succhiò il cioccolato.
Nelle notti solitarie d'estate, oppressa dal contatto delle lenzuola e angosciata per il timore che le monache scoprissero le fughe delle sue compagne di stanza, Dana pensava a quel dito e alla gocciolina di cioccolato. A quello sguardo brillante e a quel "rossa" che le aveva provocato un nodo nello stomaco per la prima volta in vita sua. Pensava che quel ragazzo tornasse di notte, scivolando nei corridoi e eludendo le monache. E più forte del suo senso di colpa che minacciava di distruggere la sua fantasia, sentiva il desiderio palpitante che quel ragazzo trovasse la sua stanza. Immaginava che si apriva la porta, e che si avvicinava al lettino e portandosi un dito alle labbra sussurrava,"sssshhhh" e la faceva zittire. E eretto, illuminato dalla luce del finestrone, Dana poteva vedere le sue fattezze. Non quelle di un ragazzo di diciasette anni, ma quelle di un uomo ferito dalla vita. I tratti del viso di Mulder che riconosceva così facilmente e che in sogno, sostituivano quelle del ragazzo.
Stava lì, in quel collegio di monache della sua adolescenza, Mulder, che si denudava davanti a lei. Togliendosi la maglietta, sfilandosi i pantaloni e la biancheria. Maestoso nella sua nudità. Guardandola fisso negli occhi e sussurrando "ssshhh", ancora una volta. Una supplica inutile perché Scully non poteva reprimere un debole gemito, quasi soffocato, a contemplare la sua bellezza di animale selvatico. Lì, in mezzo ad una stanza come una statua di velluto.
E forse, in sogno non aveva sedici anni, ma anche i rimanenti. Forse lui camminava verso il letto, con passi sicuri. Sorridendo con gli occhi, con un sorriso pieno di secreti e doppi sensi. Forse scostava le lenzuola con un gesto fiducioso e si avvicinava al suo viso, leggendo la paura nei suoi occhi. Può venire qualcuno, pensava. E pregava affinchè non venisse nessuno e allo stesso tempo, l'idea che poteva essere scoperta con quell'uomo era eccitante e la faceva sentire quasi orgogliosa. perché lui era venuto a cercarla ed era lei con chi voleva stare, no Missy, no. Con lei.

" Scully". Diceva e faceva scivolare la mano sotto la giacca del pigiama, accarezzandole la pelle con il palmo della mano e la punta delle dita. E era il primo ragazzo che toccava i suoi seni e il primo a raccontarle peccati all'orecchio. Il primo a metterle la lingua tra le labbra per baciarla, il primo a chiederle di togliersi la biancheria perché potessero toccarsi nudi. Era Mulder e allo stesso tempo, uno sconosciuto che l'aveva fatta svegliare al sesso.

Era prima ed ora in quel sogno erotico, che era di Scully e nello stesso tempo anche di Eve, che poteva vederlo nitidamente pure nella sua mente.
Entrambe dormivano, dividendo quel miscuglio di fantasia e ricordo nel quale Mulder era nudo e pieno di desiderio e le monache stavano in agguato per scoprire gli amanti.
Eve si era messa sul sedile posteriore in una fermata durante il tragitto. Le era venuto sonno e pensò che l'agente Scully non si sarebbe riaddormentata. Si era sbagliata, chiaro. Qualche minuto più tardi, dormivano tutte e due, una davanti all'altra e viaggiavano verso Sant Andrew's e verso qualche posto della coscienza di Scully. E quando in quella stanza in penombra Mulder supplicava" lascia che ti tocchi", anche lo stomaco di Eve si contraeva, con le stesse emozioni di Dana.
E quando, Scully si svegliò dal sogno, nello stesso momento in cui sorella Mary Margaret entrava nella stanza per la sua ronda notturna, Eve aprì gli occhi. E l'una e l'altra, ognuna al proprio posto tornarono alla coscienza con un brusco salto. E l'una e l'altra si sentirono fuori luogo, perse, ancora afferrate dalle immagini del loro sogno.Ma forse per abitudine o per la capacità di salvaguardare le proprie emozioni, Scully seppe recuperare il senso della realtà quasi nell'istante in cui si era svegliata, mentre Eve continuò ad essere prigioniera di quel sogno di umidità e segreti notturni.Le succedeva a volte svegliarsi con le fantasie di altri. Il suo stesso essere rimaneva diluito in quel maremoto e tardava un pò di tempo per riconoscersi e tornare dal mondo dei sogni e dai residui delle emozioni di quei sogni che per lei non avevano significato. A maggior vergogna di Scully, in quei momenti d'incertezza; Eve non seppe contenersi e parlò, con un tono impossibile da confondersi. Con una voce umida, supplicante, notturna. Con una voce che profumava di fantasie proibite.

" Mulder", gemette. Giusto prima che il sonno l'abbandonasse del tutto e tornasse in sé.

Sul sedile anteriore, Mulder e Scully si scambiarono un'occhiata fugace. Eve riconobbe il rossore e la vergogna e colpa e qualcosa più difficile da definire negli occhi di Scully. E aspettazione, e un poco di meraviglia e una traccia di desiderio nello sguardo di Mulder.
Si girò immediatamente. Mortificata per aver messo a nudo l'anima di qualcuno quando non aveva nemmeno il permesso di accedere a qualcosa di così privato come un sogno.Si odiò per un attimo, nauseata per quello che l'agente Mulder chiamava il "suo dono" e che non le aveva portato altro che problemi durante la sua vita e specialmente, in quegl'ultimi giorni.
Nel cambiare posizione, invece, si incontrò con lo sguardo ostile di Krycek.Durante il sonno e senza che lei se ne rendesse conto era scivolata verso la sinistra e praticamente era finita appoggiata al suo braccio destro. Al suo unico braccio, d'altra parte. Cercò di balbettare qualcosa simile ad una scusa ma rimase a metà, perché gli occhi di Krycek trapassavano i suoi. Erano così vicini, che Eve poteva respirare il suo respiro, nello stesso modo che aveva fatto nel laboratorio la notte del suo sequestro. Poteva distinguere il calore tenue della sua respirazione e l'odore maschile, lieve della sua traspirazione. E sopratutto non smetteva di sentire l'intensità di quello sguardo.
perché le era sempre sembrato che Krycek avesse gli occhi scuri, quando in realtà visti da vicino era evidente che erano verdi? Furiosi, sì, ma non scuri. Solo verdi, come l'ardore degli smeraldi. Arrabbiati, con una sorta di rabbia improvvisa e implacabile.
Bruscamente, Krycek distolse lo sguardo e si mosse verso il finestrino, allontanandosi da lei. Portandosi il calore del suo corpo e lasciandola abbandonata e persa.
perché improvvisamente si sentiva così nervosa? perché quell'orribile nodo nello stomaco stava incominciando ad essere doloroso? E perché lo sguardo di Krycek le aveva detto qualcosa che non aveva senso?
Quella rabbia, quella stizza. Sembravano qualcosa che non potevano essere. Eve era brava a leggere gli sguardi delle persone però questa volta doveva essersi sbagliata. Quello che aveva visto negli occhi di Krycek non era gelosia.
Non poteva essere.

 

Tranelli

Sono un cacciatore. Non è solo un'occupazione ed è più di una forma di vita. E' tutto ciò che so fare ed è l'unica cosa che ricordo di essere stato. Seguo le piste, annuso, cerco. Non fallisco. Trovo, seguo, do la caccia. Questo è quel che faccio e non prendo in considerazione non riuscire. Un errore ti rende prevedibile. Se sei prevedibile, sei morto. Eseguo gli ordini, e non faccio domande. Mi chiedono se non ho sentimenti, se non desidero altre cose. E' una domanda inutile perché mi permetto d'avere solo i sentimenti che mi aiutano nella caccia. Gli altri, ti rendono solo debole. E nel mio lavoro, i deboli muoiono. E' la parte difficile di ciò che faccio: morire è sempre una possibilità. Non è stata mai la mia. Per questo sono il migliore.

O lo sono stato per molto tempo. E lo sarò di nuovo quando avrò finito questa missione. perché questa volta, la caccia in se stessa è una ricompensa deliziosa. Per questo non m'importa guidare senza riposare. Ci sono abituato. Non ha importanza che devo affrontare due agenti del FBI troppo svegli. E' il mio lavoro evitarli. Non m'importa nemmeno dover sequestrare la ragazza che cerca il dottore. Sarebbe più comodo ammazzarla, chiaro. Odio dovermi fare carico di qualcuno. Ma non lo decido io, né è mio dovere metterlo in discussione. Lei è vitale e la missione è chiara: portarla viva. Sono cose che non m'importano, dettagli tecnici. E solo un'altra missione nella quale non si può fallire. Un altro passo avanti per sopravvivere all'apocalisse e vedere l'alba del giorno dopo.
L'unica cosa che importa e l'unico sentimento che mi permetto di assaporare è il pregustare lascivamente che sto per ammazzarti, Alex. Voglio vedere come mi guardi quando ti renderai conto che sono io che la faccio finita con te. Voglio dirti in quel momento che la vendetta è mia e che quando hai giocato con me, hai sbagliato gioco. Voglio guardarti negli occhi mentre ti stringo il collo, tovarich. Saranno solamente secondi, chiaro, ma in quei secondi il tuo dolore sarà la mia ricompensa e anche se non supplicherai, prego perché ti penta.
Tu sapevi le regole, Alex. Il nostro lavoro era eseguire. Non siamo mai stati qui per decidere, o per pensare. Non era la nostra missione scegliere un partito o schierarsi. Dovevamo solo andare avanti. Sopravvivere, Alex. E' la prima regola che ti ho insegnato e questa regola implicava sapere quello che ti conviene.
Sai cosa c'è? Scegliesti male.
Quando ti scelsero eri un ragazzino miserabile. Ma eri abile fin dal principio e utilizzavi tutta quella rabbia per mantenerti in piedi. Eri più sveglio di tutti gli altri. Eri veloce e apprendevi in fretta. Non facesti nessuna fatica ad emergere. Un giorno eri un sacco d'ossa linguacciuto e con il viso pieno di brufoli. E prima che qualcuno se ne rendesse conto, stavi in prima fila, pronto per l'azione. Oleato come una macchina perfetta. Io continuavo a farti lezione, chiaro, perché in fin dei conti, io ero il maestro e tu l'alunno. Ma l'alunno che non superi il maestro, non è degno di lui e tu volesti superarmi, caspita se volesti.
Eri un'opera d'arte, Alex. Preciso, esatto, ambiguo. Se avessi dovuto lasciarmi morire per catturare una preda, l'avresti fatto perché facevi quello che dovevi fare e questo ti faceva grande. Mi offende che dicano che non hai morale come se fosse un insulto. So quello che costa separarsi dalla morale, Alex, e so che lo facesti bene per un certo tempo. E, nonostante ciò, un giorno mi tradisti. Mi vendesti per dimostrare la tua fedeltà alle nazioni ribelli. Mi vendesti per cambiare bandiera, Alex. Ho pensato sempre che mi avresti tradito per salvare il tuo prezioso culo di spia, ma no. Volesti schierarti in una guerra che non puoi vincere. E lo facesti così bene, Alex. Che perfetto gioco di scacchi, tovarich. Prima distrarmi, poi vendermi.
In realtà non so perché mi meraviglio. Questa regola te l'ho insegnata io: trova le debolezze degli altri e usale per vincerli. Tutti desiderano qualcosa e saperlo ti fa invincibile. Fosti scaltro a scoprire che la mia unica debolezza eri tu.
Quando la gente pensa ad un cacciatore immagina ogni tipo d'emozioni. Che siamo psicopatici con occhi di ghiaccio, che godiamo del perverso piacere di assestare colpi mortali. Che viviamo torturati, perseguitati, malati di sangue. Ma non immaginano la nostra unica verità. Che siamo soli. Condannati a non farci vedere per poter continuare a vivere. Solamente un altro cacciatore conosce questa verità e questa fu la verità che Alex Krycek utilizzò per tradirmi. La cosa patetica è che glielo avevo insegnato io. Fui io colui il quale gli disse che se era disarmato, se poteva contare solo sul suo corpo per sopravvivere, doveva utilizzare quest'arma. Io glielo insegnai: la promessa del piacere è il cammino più facile per controllare chiunque. Fu una lezione che non gli fu difficile da apprendere. Aveva un dono naturale. Sapeva vedere quello che volevi solo a guardarti negli occhi.
Con me funzionò, Alex. Ma non fu una bella cosa. Metterti nel mio letto per poi abbandonarmi nelle mani di quegli esseri senza volto è una mossa che pagherai. Credo che ti perdono la seconda cosa, malgrado il fatto che ancora non so come sopravissi a quella tortura senza nome. Ma la prima cosa ti costerà la vita, Krycek. perché per un momento, mi hai ingannato. Anche se ti avevo visto andare a donne, nel momento che ti ebbi nudo insieme a me, pensai che fosse vero. Non vidi il gioco, non vidi le intenzioni, né il tradimento che bolliva dentro di te. Non vidi che stavi facendo con me quello che io stesso avevo fatto mille volte. Pensai che avessi bisogno di uno come te e che non t'importava che fosse un uomo. Sapevo che non era amore e forse, sapevo che non era nemmeno attrazione. Ma volli credere che avevi bisogno di uno come te. Per una volta, volli credere che avevi bisogno di me. Eri bravo, Alex. Eri delizioso perché sapevi che solo così mi avresti ingannato
Chiamala vendetta, se vuoi. Il fatto che questo tradimento ti costerà la vita perché sono il cacciatore e sono sulle tue tracce. Per ogni minuto di quel piacere sublime che mi offristi, soffrirai un minuto di mortale agonia.
Preparati per una morte lenta.

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Furgoncino di Alex Krycek
05 :55 a.m.

Il furgoncino aveva percorso migliaia di chilometri. L'avevano rubato in un paese del Colorado, vicino alla riserva navajo. Un contrabbandiere di ormoni di bestiame offrì ai ladri il triplo del suo valore e l'abbandonò in Nuovo Messico. Krycek lo comprò a Ciudad Juarez. Lo revisionò, gli cambiò il motore e lo prese a poco prezzo. Lubrificato, veloce, sicuro, correva per l'autostrada con i suoi pneumatici nuovi e sotto le sue ruote la Georgia era una promessa piena di possibilità notturne. L'alba minacciava di rompere la pelle del cielo e l'oscurità aveva acquistato uno scintillio fluorescente. Nel ventre metallico del veicolo i quattro passeggeri rimanevano in silenzio, assorti nei loro pensieri.
Fox Mulder guardava con attenzione la linea gialla che divideva i due sensi della circolazione. Non c'erano molte macchine e quel fiume d'asfalto interminabile addormentava le sue funzioni cerebrali. Guidava per istinto e pensava, divagando per un torrente di possibilità e preposizioni condizionali. Si ricordava dell'estate scorsa e di quell'accenno di bacio. Che sarebbe successo se non si fosse incrociata con la sua vita un'ape africana? Pensava a Scully, che aveva voluto abbandonarlo e poi aveva accettato il suo bacio. Come era lei veramente? " Leale, onorevole, sensata, testarda, indipendente, ragionevole", pensava. E come era in sogno?, si domandava. Com'era quando gemeva il suo nome dal profondo della gola, quando l'immaginava nei suoi sogni, che la toccava, facendola supplicare? Veramente lo sognava? Lui? Poteva far supplicare Scully? Gli si accelerava il sangue se ci pensava accuratamente e incominciavano solleticargli perfino le dita dei piedi.
Antartico, pensava. Ghiaccio polare. Ricordava la sensazione bruciante del primo contatto della neve sulla pelle, quando il freddo era più simile ad una bruciatura. Lo torturava una possibilità: Che quel ghiaccio, che quella distanza glaciale tra Scully e lui, fosse solo la superficie cristallina di un fuoco intenso. Eve aveva detto che Scully cercava approvazione. " Teme di essere debole" aveva detto. Debole? Scully? Quella dea con una risposta sempre pronta? Forse era questo. Forse, se il ghiaccio sembrava fuoco al primo contatto, il fuoco poteva apparire ghiaccio
Ghiaccio. Scully. I suoi sogni. Gemito. Lui. Fuoco.
Sufficiente per fargli perdere il controllo del volante per un attimo.
In questo momento di disorientamento, Dana Scully si svegliava brevemente dal suo erratico filo di pensieri ma subito, tornava a rimanere intrappolata nella rete confusa della sua mente. I suoi sogni, pensava. Esposti, pubblici, vergognosi. Sogni vecchi che erano incominciati dopo la morte di Gola Profonda e che si erano manifestati in modo più vivido quando peggiore era la sua relazione con Mulder. Sogni intensi, vividi. Carne contro carne,.Saliva contro saliva. Sudore contro sudore. Diana Fowley li aveva trasformati in pornografici. La fiducia di Mulder in lei li aveva fatti insostenibili. Scully aveva pena di se stessa, una donna solitaria che cercava di afferrare nei sogni lo stesso uomo che la ignorava di giorno. Un uomo che diceva " mi mantieni onesto" e riusciva a fonderle il cuore. Un uomo che voleva solo uno scudiero, qualcuno che dicesse sempre "sì" a qualsiasi teoria. Qualcuno dalle gambe lunghe, capelli scuri, con una tavola ouija e trucchi da strega.
Studiando per la sua laurea in Fisica a Scully avevano insegnato la geologia. L'affascinava la trasformazione degli elementi. La termodinamica e la tettonica a zolle. L'affascinava Mulder, l'aveva sempre fatto. Forse anche la sua relazione aveva una spiegazione scientifica, forse erano una combinazione geologica di elementi. Quello che di giorno era tra di loro freddo e distanza, di notte era calore e umidità. Forse erano carbone diurno e sottomessi ad una pressione insopportabile, per millenni di scartoffie e casi assurdi, si trasformavano in diamante notturno.
Pressione, calore, molto, molto tempo. Carbone e diamante.
Era triste e irritante che Mulder avesse bisogno, tanto bisogno di lei ma che volesse baciarla solo quando era convito che stava per perderla. Che perversa manipolazione, pensava e fissava lo sguardo verso l'esterno scuro, tempestato ancora di stelle.
Sul sedile posteriore di quel furgoncino, dove avevano viaggiato trafficanti di ormoni, ladri, assassini a pagamento e venditori ambulanti, Eve Worthington e Alex Krycek non pensavano tanto come i loro compagni di viaggio. Era difficile con quel rumore sordo nel sangue. Sforzandosi per non guardarsi e mantenersi tanto lontani l'uno dall'altro come lo permetteva la strettezza della macchina, entrambi dividevano la stessa tortura. Una sensazione martellante nello stomaco. Una stessa arsura nella bocca screpolata. Uno stesso dolore nervoso. Uno stesso battito accelerato del cuore, che dava colpi con forza nel petto, pompando sangue a eccessiva velocità. Al suo passaggio, ogni cellula dei loro corpi riceveva quel sangue nuovo e si caricava di un'energia diversa.
Nel mondo esterno, dall'altro lato dei vetri del furgoncino, la mattina minacciava di trasformarsi in giorno e in tutto ciò che il giorno portava con sé. Come un serpente multicolore, il mondo si sgranchiva e cambiava la pelle notturna e tutte le cose contenevano il respiro, desiderose di vedere quello che si nascondeva sotto il manto della notte.

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In qualche posto della Carolina
9:00 a.m.

La macchina esaminò l'iride con precisione meccanica. Per lei un occhio non era solo un organo dai colori più o meno belli. Un occhio era un codice unico. Verdi, bigi, marroni , azzurri, questo non aveva importanza. Importava se l'occhio era autorizzato ad entrare nella camera sotterranea oppure no.
L'occhio del dottore aveva la massima autorizzazione. Nessuna restrizione per nessun livello.
Dopo alcuni secondi di controllo la porta si aprì automaticamente. Prima un ronzio acuto, poi un fischio lungo che risuonò nella stanza delle pareti immacolate. Il dottore strizzò gli occhi un paio di volte. Un gesto provocato dall'esposizione al lettore di sicurezza e alle luci fluorescenti della stanza.
L'equipe aveva già controllato i segni vitali durante la notte e i documenti erano pronti per essere firmati. Tutto sembrava normale. Nell'ambito dello straordinariamente anormale dei soggetti, chiaro. Ma senza cambiamenti. Le vasche continuavano a funzionare, ossigenando con i loro piccoli motori il contenuto delle cisterne. All'interno, galleggiando nel verde degli uteri artificiali, decine di originali senza volto erano ancora vivi.
Aspettando, come il dottore.
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Era un mattino spettacolare. Eve non ricordava d'aver visto mai niente di così intenso.Stava scoppiando lì, di fronte a lei, e non poteva smettere di ammirarlo. Sembrava il primo giorno di un mondo nuovo. Il sole ancora, ancora invisibile, fiammeggiava dietro la linea dell'orizzonte. Il cielo era un guscio rugoso, una tormenta di strisce. Rosso come la coda dell'araba fenice. E viola come gli occhi di un demonio millenario. Era porpora, arancione, verde e blu. Quando il sole salì tra le montagne, lo fece con un ardore giallo e rosso , come un enorme uovo preistorico. Eve sentì che le si allargava il cuore nel petto, cercando di catturare tanta bellezza. Si domandò se le cose erano sempre state così o se le stava guardando con occhi nuovi.
Tutto sembrava nuovo.Si sentiva diversa. stanca, addolorata, frustrata, ma sveglia, attenta a tutto, forte, poderosa come un dio della creazione. Perfino la nausea della ipoglicemia le era più tollerabile. E soprattutto il suo corpo, si sentiva più connessa ad esso di quanto non fosse mai stata.Era meraviglioso perché per tutta la sua vita, Eve aveva vissuto nei meandri della sua fantastica mente. Lynus era convinto che l'ipoglicemia era un effetto collaterale del suo dono. L'aveva definito bene quando le disse, " il tuo corpo non sopporta il ritmo della tua mente". Era vero. Il suo corpo, lungo, magro, tutto braccia e gambe, era sempre stato per lei un'appendice ai suoi pensieri. Da prima ancora di averne memoria, quella capacità che possedeva l'aveva distinta dal resto del mondo. Gli altri parevano notarlo, come se lei emanasse un'energia differente, come se i segreti che le si rivelavano di notte, lasciassero segni sul suo viso. Per questo nessuno aveva cercato di rompere il vetro che Eve metteva tra lei e il mondo. E per questo aveva scelto di vivere nella sua mente. Il corpo stava lì, chiaro, reclamando cibo ogni due ore, affaticandola, trattenendola e poco più.
E improvvisamente, in qualche momento della stessa notte, tutto aveva incominciato a cambiare e ora Eve sentiva ogni emozione come se fosse la prima. Poteva sentire la brezza del mattino, che le rinfrescava la pelle e solleticandole la peluria delle braccia; sulla pelle notava una fine pellicola di sale che le aveva provocato il sudore dei suoi sogni; sentiva perfino le dita dei piedi, dolenti dentro le scarpe. Sentiva anche, intenso e acuto come il morso di un serpente, un fastidioso mal di testa, che incominciava da qualche parte della schiena e moriva dietro le orbite, battendo lì, come un sordo tamburo.
E tutto quello, tutto quel destarsi di sensazioni, avevano avuto inizio, nello stesso momento in cui l'uomo che le stava seduto vicino l'aveva penetrata con l'ardore smeraldo dei suoi occhi furiosi. Occhi che ardevano costantemente e che in questo momento sembravano chiusi, assorti in uno stadio prima del sonno.

Senza rendersi conto di ciò che faceva, Eve richiamò la sua attenzione. "Alex", disse e lui si girò bruscamente, come se udire il suo nome fosse stato simile ad sentire uno sparo in una chiesa. Eve si autocensurò per quell'impulso idiota. Non sapeva nemmeno perché l'aveva chiamato per nome. "Scusa, Krycek", si corresse. Lui rimase in silenzio e schivò lo sguardo. " Da quando mi sorvegli?", volle sapere.

"Sei settimane", disse. Senza guardarla ancora.

"Mi sorvegli da sei settimane e non me ne sono resa conto?" Era ancora di più di quanto Eve immaginava.

" Non pretendevo che te ne rendessi conto", rispose Krycek. Sembrava terribilmente stanco. Eve sapeva che stava resistendo al sonno da ore, ma le occhiaie stavano incominciando ad essere evidenti e l'abituale apparenza di velocità letale che emanava stava incominciando a rompersi. Erano fratture piccole, chiaro, ma stavano lì. Come il suo mal di testa, che cercò di calmare strofinandosi la schiena e massaggiandosi la nuca.

" Dove ti nascondevi?" Lo domandava per autentica curiosità. Le dava fastidio che fosse stato a guardarla per tanto tempo. Doveva essersi annoiato mortalmente. Che faceva mentre la guardava? Che cosa cercava?

Lui rispose con una di quelle frasi criptiche che tanto gli piacevano e che erano una lezione di incomunicabilità con le parole." Dipende da dove stavi". Pf, che razza di risposta.

"Non ti risulta sgradevole invadere così la vita di qualcuno?" che cosa avrà visto? Non che la sua vita forse un'orgia sfrenata, ma anche così, era la sua vita. Pensare che qualcuno fosse stato a guardarla era strano e violento. Pensare che era stato Krycek era più strano ancora e abbastanza più violento.

Mulder, che non smetteva di guardare attraverso lo specchietto retrovisore, rispose per lui." perché gli risultasse sgradevole dovrebbe avere scrupoli e non è il caso" Anche lui sembrava stanco, ma riacquistava una certa vivacità nello sguardo quando litigava con Krycek. L'odio, senza dubbio, era un buon stimolo per andare avanti. Questo era chiaro.

Krycek non si disturbò a guardarlo. " Hanno parlato i Custodi della Morale". Ma chi lo guardò fu Eve, direttamente negli occhi. " vedevo ciò che facevi ma non potevo sapere ciò che pensavi. Non è così brutto come quello che fai tu, no?" voleva importunarla, punzecchiarla, sfidarla . Non ci sarebbe cascata. Le faceva male la testa e non l'avrebbe peggiorato la cosa cercando di vincere quella battaglia nella quale Krycek sembrava che stesse lasciandoci al vita. Si portò la mani alle sopracciglia e cercò di massaggiarsi per non sentire dolore. Krycek continuò a parlare. " domanda all'agente Scully cosa le sembra dell'invasione della sua intimità".

Al sentire quelle parole, l'abituale immacolata compostezza di Scully vacillò per una frazione di secondo. Ma era brava a dissimulare e non lasciò che le venisse meno la voce." Invece di questo, Krycek, perché non mi domandi se m'interessa ciò che hai da dire? perché la risposta è no.". Eve ebbe voglia di chiederle scusa. Qualunque fosse la relazione che aveva con l'agente Mulder, era evidente che non desiderava che i suoi sogni fossero di dominio pubblico.. era anche evidente che quel dono come l'aveva definito Mulder, era un'anomalia vergognosa. Krycek aveva ragione. Era lei la vera molestatrice. Era nauseante e Scully aveva diritto di essere arrabbiata.

Per questo la sorprese la sua domanda." Sai sempre di chi è ogni sogno?". Mulder girò la testa automaticamente davanti a quella domanda e incrociò lo sguardo con Dana, fino a che lei si ritirò e fissò negli occhi Eve, aspettando una risposta.

"Sì". Scully aveva occhi bellissimi, enormi come pozzi infiniti. Erano stanchi e sembravano limpidi, nobili, chiari. Parevano interessati e compassionevoli. " E' difficile da spiegare ma ogni persona sogna in maniera diversa". Eve voleva spiegarlo, anche solo per ricompensarla per la vergogna che le aveva fatto sentire. " E' come la calligrafia di ognuno o il tono di voce, anche se sognano sciocchezze o immagini alla rinfusa, tutti sognano con un aroma tangibile ed è facile riconoscerlo". Era come se l'avessero chiesto come si respirava : facile da fare, difficile da spiegare. " Credo di saperlo e questo è tutto". Anche Krycek la guardava, Eve poteva sentire i suoi occhi inchiodati su di lei.

" Dove sono i tuoi genitori?" domandò Scully. Con quella curiosità comprensiva, così differente dalla curiosità ansiosa e creativa di Mulder.

"Non li ho. Mio padre se ne sarà scappato quando mia madre rimase incita, non lo so. E lei morì dopo il parto, per un coma diabetico". Era una storia triste e Scully sembrava afflitta, in una certa maniera." Sono cresciuta in un orfanotrofio", continuò Eve. E dopo sorrise, con una scintilla negli occhi. " come Annie, ma senza le canzoni", concluse. E l'agente Scully le restituì in parte il sorriso, anche se era solo un debole accenno e quasi invisibile.

Improvvisamente, il veicolo perse velocità e Mulder annunciò che da dieci chilometri stavano in riserva. A pochi metri, Eve vide l'insegna gialla e arancione della Shell. Mulder frenò e si rivolse a Krycek. " Se questa stazione di servizio non starà lì, dovrai spingerci fino in Florida con un solo braccio, Krycek".

Eve trattenne un sorriso ma Krycek rimaneva imperturbabile. Krycek l'Impassibile. Un buon nome. Gli stava bene. L'unica cosa che sembrava rivelare una certa emozione in lui erano i suoi occhi, cangianti, intensi, pieni di segreti. Quanto più era disdegnoso il suo atteggiamento, tanto più brillavano quelle gemme furiose.
Quando fermarono davanti ai distributori, Mulder scese per aprire il serbatoio e Scully si diresse verso il bagno. Era presto ma già era giorno fatto e presto avrebbe fatto caldo. Eve stava pensando di scendere per comprare qualcosa di fresco e si girò per aprire la porta.
Allora lo sentì. E rimase paralizzata, fermata nella sua intenzione di scendere dalla macchina.
Prima sentì la pressione. Meravigliosa per la sua improvvisa intensità. La sentiva ovunque. Sopratutto all'interno delle orecchie come un fruscio. Poi poté distinguere le dita. Le sembrò che fossero due, forse tre. Quando si abituò alla sensazione sentì dove stavano. In un punto delle cervicali, pensò, vicino alla nuca. Le sentiva attraverso la maglietta e il pullover, che effettuavano una formidabile pressione quasi senza sforzo. Una pressione stupenda che fermò bruscamente il mal di testa.

"Shhh", le ordinò la voce di Krycek. "Buona", le disse. Era una voce vicina, molto di più di quanto Eve avesse creduto. E non ammetteva repliche. Si poteva solo obbedire.

" La testa ti fa meno male?" ripeté. Come poteva saperlo? E, come aveva trovato il punto esatto per fare in modo che il dolore sparisse? Era praticamente magia. " mantieni la colonna vertebrale diritta quando ti addormenti". Un altro ordine. perché non smetteva di darle ordini? Aveva abbassato il tono di voce o così le sembrava? Era come un sussurro, senza esserlo del tutto.Abbinato al movimento circolare verso la nuca che stava tracciando Krycek, era sufficiente per frenare qualsiasi accenno di pensieri ragionevoli. "Digitopressione. Aiuta anche se stringi tra le dita il lobo dell'orecchio".Le stava parlando direttamente nell'orecchio o cosa? Poteva sentire l'aria di ogni sillaba sulla sua pelle, come un sibilo caldo. Le stava lasciando la pelle d'oca per tutto il corpo. " C'è un punto nella mano, tra il pollice e l'indice. Se riesci a trovarlo, ti toglie praticamente qualsiasi dolore".Gli credeva. Ciecamente. Se era riuscito a far rilassare tutti i muscoli del corpo con solo due dita nelle cervicali, credeva a tutto ciò che diceva sulla digitopressione. Qualsiasi cosa fosse la digitopressione. Non poteva nemmeno aprire gli occhi, le pesavano le palpebre e la sensazione di essersi liberata del dolore era così gradevole che le sembrava di star levitando nella macchina. perché tutto stava risultando così fisico, così reale o cos' intossicante era qualcosa di inesplicabile.

Quando la pressione si fermò e senza preavviso, Eve sentì una terribile sensazione di perdita. Un freddo nucleare. Ma prima che avesse il tempo di reagire, le dita tornarono. La mano di Krycek,- l'unica mano di Krycek-, si era infilata dentro del pullover, e saliva lungo la schiena, come un rettile, sfiorando lieve e quasi invisibile, la pelle e la peluria, che trovava sul suo cammino. Si fermò quando arrivò al punto che aveva massaggiato e premette di nuovo lì, questa volta senza che i vestiti dessero fastidio.
Eve si contenne per non gemere, anche se non fu sicura di riuscirci. La sensazione del massaggio, pelle contro pelle, era completamente diversa, molto più vicina. Notava il disegno delle impronte digitali di quelle dita, che scrivevano parole indecifrabili su i suoi muscoli, salendo verso la nuca. Era la sensazione più appagante che avesse mai sperimentato, ogni nuovo posto dove Krycek la toccava , sembrava un punto chiave del suo corpo. Allo stesso tempo rilassava i muscoli e scioglieva le ossa. Le ricordava il sogno che aveva fatto nel motel, quella trance nella quale si era sentita trasportata in una doccia irriconoscibile e aveva sentito la violenta aggressione di dita tra le gambe. Non poté evitare di chiedersi se si trattava di quelle dita, precise e magiche. E nel domandarselo sentì un andata di puro calore nel centro dello stomaco.

"perché mi liberasti?". Domandò Krycek, quasi nell'orecchio. Eve non trovò sufficiente voce per rispondere. Le bruciava la pelle lì dove la sfioravano le sue parole. E sentiva calore nella mascella. Un calore soporifero. perché? Già glielo aveva detto. Non voleva che nessuno viaggiasse legato. Era per questo, questa era la ragione. " perché?" ripeté lui, muovendo le dita verso destra, sfiorandole la spalla al passare. La sua risposta fu una rivelazione tanto per lui come per la stessa Eve. " perché farai ciò che è necessario per me".

E così rapidamente come finì di dirlo, la mano scomparve. Scivolò sotto i vestiti e Krycek si allontanò da lei, uscendo dalla macchina verso il bagno degli uomini. Immediatamente dopo, l'agente Mulder entrò nell'auto e Eve pensò che il suo ritorno fosse il motivo della fuga di Krycek.
Non solo le aveva fatto il massaggio più straordinario della sua vita.
Aveva voluto che fosse un segreto.
Disorientata, si accomodò sul sedile posteriore, dimenticando completamente di comprare la bibita. Mulder si abbottonava la cintura di sicurezza e la guardava con la coda dell'occhio. Dovette notare qualcosa sul suo viso perché le domandò come stava.

"Sto bene. Mi faceva male la testa ma mi è già passato".

" Siamo tutti stanchi", rispose lui, osservandola con curiosità. Anche con ansia. Eve sapeva che stava ricordando il sogno. Stava ricordando il suo nome sulle labbra di Eve. Stava pensando a Scully e cercare di conciliare tutto ciò che stava accadendo. Si poteva leggere tutto sul suo viso e nei tenui segnali del suo corpo. Lo stesso corpo che Eve ricordava nitidamente nel suo sogno. Alto Atletico, di colore tra il miele e il bronzo. Bello, visto attraverso gli occhi di Scully.

" Eve", disse Mulder, guardando in direzione di Krycek," qualsiasi cosa possa dire, dammi ascolto" Sembrava sincero e perfino preoccupato. " Non confidare in lui"

Le sarebbe piaciuto dirgli che non lo faceva. Non confidava in lui. Era qualcosa di più complicato di questo. Qualcosa per cui Eve non aveva parole.
Qualcosa di più primitivo e più pericoloso.

**
United Airlines 9657
Spazio Aereo della Virginia
09: 10 a.m.

"Ecco a lei, signore".

L'hostess avvicinò il vassoio fino al sedile di Walter Skinner e il Vice Direttore prese il piccolo bicchiere di plastica con un accenno infruttuoso di finto sorriso che lei gli restituì nella stessa maniera. La larghezza insufficiente del sedile era per lui più fastidiosa del solito e nel suo intento di trovare una posizione più comoda urtò il passeggero che era seduto vicino a lui. Si scambiarono un " mi dispiace" e Skinner cercò di concentrarsi sulla rivista delle linee aeree.
La sua mente era troppo occupata a soppesare le scelte che aveva fatto negli ultimi giorni. A temere che qualcuna di esse potesse essere fatale. Per Mulder, per Scully e per sé stesso. Se Alex Krycek lo avesse visto seguire le sue tracce, Skinner sapeva molto bene che l'avrebbe pagata. Il suo corpo si sarebbe ribellato contro di lui, milioni di piccoli esseri avrebbero gonfiato le sue vene, annerendo tutto il suo sistema sanguigno, condannandolo alla più orribile delle morti. Un solo click di un interruttore e quell'assassino avrebbe potuto chiudere con lui con la stessa facilità con la quale una farfalla batteva le ali.
Era difficile vivere con questo peso sulle spalle, ma per Walter Skinner c'erano cose più importanti di una possibilità di una morte lenta. Come per esempio persone innocenti che morivano per colpa sua. Il Vietnam e l'FBI gli avevano insegnato lezioni impossibili da dimenticare sulla fragilità delle cose. La cosa brutta dei nonorobots, non era vivere sapendo che poteva morire. Questo già lo sapeva. La cosa insopportabile, era continuare ad andare avanti con quella spada di Damocle sulla testa, sopravvivere come una marionetta senza la più remota idea di controllo dei propri atti.
A novemila piedi d'altezza, volando verso quel motel dove Dana Scully aveva utilizzato la sua carta di credito qualche ora prima e per la prima volta dopo troppo tempo, Skinner aveva la sensazione di star ritrovando la sua vita.
Prima di andar via, aveva lasciato l'incarico dell'investigazione ai pistoleri solitari, a quei tre esseri quasi mitologici che sfidavano la capacità di comprendere e catalogare le stranezze del genere umano. Mulder e Scully erano scomparsi cercando le tracce di Lynus March. L'ultimo professore di neurologia morto in una lunga serie di omicidi. Era lì dove doveva incominciare la sua ricerca.
La sua missione era trovare Mulder e Scully.
Quando la hostess ripassò per raccogliere le bibite, gli venne in mente un'immagine inquietante. Era la sua immaginazione o Frohike si era messo sugli attenti quando lui era uscito dal loro rifugio? E se era così, che diavolo significava? Era quasi come se quel piccolo hacker l'avesse preso per un generale in capo in una missione segretissima.
Era strano pensare a se stesso come un generale, ma immaginare Frohike, Langly e Byers come suoi soldati, faceva venire i brividi.

**
Shell Oil- Stazione di servizio 8936
Bagno degli Uomini
7: 51 a.m.

L'odore dell'ammoniaca e dell'urina erano insopportabili. Puzzava di prigione, di uomini ammassati e pipì di vari giorni. Krycek aveva un album completo di ricordi associati a quel fetore ma si concentrò per non ricordarne nessuno. Non fu difficile perché aveva cose più urgenti a cui pensare. Come la missione. Come la sua stessa vita. Sopratutto alla sua stupidità.

Che cavolo ti succede , Alex?

Se lo domandava da un bel pó di tempo. Troppo tempo a secco? Era questo? Come cazzo riusciva a concentrarsi Mulder dopo tanti anni di castità? Da quanto tempo era che non leccava il sudore di una donna? Mesi? Settimane? Aveva voglia di far saltare la macchina per aria solo per sfogarsi. Improvvisamente, era facile capire quell'impegno dei suoi istruttori perché non mancasse loro di tanto in tanto una donna. Lo facevano per una ragione molto semplice. perché altrimenti diventi stupido, Alex, Per questo, idiota.

Inalò a fondo, concentrandosi per non sentire nessun odore. L'aria gli gonfiava il petto e respirò ancora più profondamente per sentire il respiro nello stomaco. Trattenne l'aria sotto il diaframma, come aveva fatto tante altre volte. Ma quando aprì gli occhi si incontrò con il suo riflesso nello specchio. Mascella tesa, mani sudate e occhiaie. E nessun controllo sulle sue emozioni.Concentrati per sopravvivere, Alex. Fai attenzione. Mantieni il controllo.

Senza attenzione, senza concentrazione, senza controllo tutto diventava pericoloso. Gli oggetti perdevano nitidezza, le azioni perdevano precisione e le reazioni diventavano imprecise, impulsive, immediate e stupide. Lo sapeva troppo bene perché già gli era successo prima. Le emozioni erano il cammino più facile verso la sconfitta. Gli era costato molti anni apprenderlo e non avrebbe dimenticato tutte queste lezioni dalla sera alla mattina solo per una maledetta bambina. Non era più l'Alex Krycek impulsivo e ingenuo che aveva lavorato per il fumatore senza sapere a quale scopo serviva. Non era più l'Alex Krycek che si era inorgoglito per la promessa di piacere che gli aveva offerto una bionda traditrice un anno e mezzo prima. Aveva smesso di esporsi a pericoli non necessari, come in quel fatidico viaggio in Russia. Ora lui pensava solo a se stesso e non avrebbe sbagliato. Aveva eliminato gli errori del passato per gli obiettivi del futuro.
E di tutti i possibili errori, il desiderio, lo sapeva bene, era il peggiore. Quanto più desideri qualcosa, tanto più diventi vulnerabile. L'avrebbe ingannato Marita Covarrubias se non l'avesse distratto con il sesso? Per Dio! Ma se lui stesso l'aveva fatto cento volte: giocare con la testa del nemico, giocando con le sue zone erogene. Vuoi la testa di qualcuno? Arriva ai suoi pantaloni. Era una manovra di base. perché non poteva controllarlo se per lui era così chiaro? perché stava incominciando a sentirsi impotente e fuori controllo davanti all'intensità di quel fuoco repentino?

perché sei uno psicopatico pervertito, Alex.

Era solo una donna, diamine. Appena questo. Quasi una bambina, troppo incosciente del suo potere e del suo ruolo nel gioco più pericoloso di tutti. E la sua missione era ottenere risultati da lei. Portarla in Florida.
Questo sì che doveva farlo. Ma doveva guardarla mentre dormiva? Era la sua missione?
Non lo era.
Prestare attenzione all'apertura sognante delle sue labbra quando si accoccolava nel furgoncino vicino a lui, nemmeno. Ancor meno, sentir voglia di mettere le dita in quella bocca perché lei, con quella piccola lingua e questi occhi di persona buona, gliele leccasse, le succhiasse e le mordesse. Non stava lì per immaginare che cosa poteva star sognando Eve quando ansimava o arrossiva. O per fantasticare sulle varie cose che lui avrebbe potuto fare per ottenere le stesse reazioni. Era la sua missione mettere la mano dentro i suoi vestiti per toccare quella pelle di pesca con la punta delle dita? Decisamente, no. Nemmeno lo era voler scivolare sotto quel reggiseno che aveva sentito facendole il massaggio. Non l'aveva mai sorvegliata per sentire il suo alito sul viso mentre dormiva. Questo non entrava nei suoi piani. E, certamente, di tutti i motivi per ammazzare Fox Mulder, il più stupido e il più infantile era voler fargli saltare la testa per la gelosia. Una gelosia rabbiosa, indescrivibile nella sua intensità. Una gelosia irrazionale che gli faceva venir voglia di prendere la testa di Eve tra le mani e stringere fino a toglierle l'immagine di un altro uomo da lì dentro e mettere la sua.
Quando? Quando aveva perso l'autocontrollo e aveva incominciato a sentire brividi per tutto il corpo e calore tra le gambe e la mascella? Era così stupido, così ridicolo. Quando aveva incominciato a pensare a ciò che avrebbe dato perché Eve Worthington gemesse il suo nome?
Cazzo, Alex! L'aveva chiamato Alex nel furgoncino. Ed era rimasto senza flusso sanguigno nel cervello al sentirlo, immaginando come poteva suonare se lo gemeva in un letto con le lenzuola sottosopra e sudate. Con i capelli sul viso e i vestiti per terra. Per questo le aveva proibito di chiamarlo così, cazzo. perché con quella vocina tenera e quegli occhi che non abbassavano mai lo sguardo, il suo nome sembrava intimo. Sibilante e segreto, pieno di promesse come quelle che conservava quel corpo di pesca, solcato da una misteriosa cicatrice.
Dio, quella ferita lo stava chiamando con urgenza. Era da lì che voleva entrare nei suoi sogni e nel suo letto e nel suo corpo. Era la x che marcava il posto da cui iniziare a scavare. Poteva iniziare di lì a leccarla e non smettere fino a vederla ardere tra le fiamme. Questo era l'epicentro del terremoto che voleva provocare in lei. perché questo era quello che voleva fare e in nessun modo, forma o maniera l'avrebbe fatto. Voleva distruggere tutta quella apparenza di santità e d'ingenuità e saggezza. Voleva introdursi da quella apertura e farla piangere, gemere, supplicare ed esplodere. Voleva tenerla in ginocchio davanti a lui, chiedendo pietà.
Farla svegliare? Era questo ciò che avevo detto? Chiaro che voleva farla svegliare, solo che le sue stesse parole avevano improvvisamente più significati di quelli che lui stesso sospettava." Farai ciò che è necessario per me". Aveva ragione, chiaro. perché lui faceva sempre ciò che era necessario in una missione. Questo era lei, no? Una missione? Questo era quello che aveva voluto dire, vero?

Controllati, Alex. Tutto è questione di disciplina. Sopravvivere è una questione di disciplina. Resisti o servi.

Se lo avesse ripetuto varie volte avrebbe sortito l'effetto.
Probabilmente.
L'odore di quel posto era insopportabile. Tirò la catena e uscì da lì più presto che poté. Questa volta si sarebbe seduto davanti com'è vero che si chiamava Alex Krycek.

**
In qualche posto della Florida
10: 05 a.m.

Il dottore ricordava di aver letto qualcosa su i tibetani. Sembrava che, seguendo la tradizione buddista, i tibetani parlavano con i defunti affinchè potessero trovare la pace dello spirito e potessero viaggiare verso la luce. Insistevano che, per tre o sei giorni dopo la morte fisica, le anime continuavano a stare nel mondo dei vivi e facevano visita ai parenti e alle persone amate, cercando di guadagnare la strada verso il cielo. Se in questo periodo le anime si sentivano sconsolate, o incompiute o disperate, rimanevano fluttuando vicino ai loro congiunti, tormentando la loro vita. Per questo motivo si doveva parlare con loro e chiedere che abbandonassero il piano fisico e che si unissero all'eternità.
Yuri Guranov non era credente, nè lo era mai stato. Aveva solo letto quelle bazzecole nei libri di filosofia orientale che aveva consultato durante un'incursione giovanile nella libreria di suo padre. Lui credeva a ciò che vedeva, con gli occhi e attraverso il microscopio. Credeva nella scienza e nel progresso. Per questo si stava biasimando per la sua irrazionalità.
Era veramente infantile e assurdo, e specialmente per qualcuno della sua età. E ciò nonostante, non aveva potuto evitarlo.
Gli era successo nelle prime ore del mattino, mentre preparava il caffè in cucina. Improvvisamente, gli si era annodato lo stomaco al sentire qualcosa alle sue spalle. Gli tremarono i polsi al girarsi, convinto l'avessero beccato prima del previsto. Sapeva che alle sue spalle la canna di un revolver automatico mirava al cuore e che non avrebbe più fatto colazione. Gli assassini di Lynus l'avevano trovato. Era sicuro.
Invece, quando si girò non trovò niente. Solo il salone, in penombra. E quella intensa sensazione fisica che qualcuno stava lì. Con lui.
Molto vicino.
Cercò di muoversi, ma non fu capace. Paralizzato, osservò ogni angolo del locale, controllò ogni posto appartato. C'era qualcuno, questo era evidente. Erano anni che viveva nell'ombra, poichè era sorvegliato, spiato, braccato. Sapeva distinguere se qualcuno l'osservava.
Non era solo. Poteva giurarlo.

"Lynus?"

Gli era uscito senza pensarci, naturalmente. perché se ci avesse pensato mezzo secondo, non l'avrebbe detto. Lynus era morto. Lo sapeva senza ombra di dubbio. perché lo stava chiamando? La risposta gli venne in mente, senza sapere da dove fosse uscita.
Lo stava chiamando perché Lynus stava lì. Con lui.
Lo percorse un intenso brivido. Incapace di mantenere il controllo del suo corpo, la tazza che aveva in mano gli scivolò e cadde per terra, rotolando fino a sbattere contro il muro. Aveva freddo, improvvisamente. Era una giornata caldissima ma lui sentiva un freddo immenso.

"Lynus", osò dire, a bassa voce.

La stanza era puro silenzio. Gli oggetti rimanevano a loro posto, le persiane quasi chiuse, le tende tirate per tenere fuori il caldo. I chiavistelli delle porte chiusi. L'aria, densa e immobile. Elettrica.
Yuri chiuse gli occhi. Gli pesavano. Nell'oscurità, senza controllo della sua volontà, evocò Lynus March. Un'immagine di gioventù. Lui aveva in braccio una neonata. Era rossa e piena di rughe come un verme e March sorrideva soddisfatto. E gliela offriva, anche lui era giovane, perché potesse godere della realizzazione di entrambi. L'avrebbero chiusa in un orfanotrofio e si sarebbero presi cura di lei. Anche la madre stava con loro, ma le rimaneva appena un alito di vita e guardò solo una volta la sua bambina prima di morire. Era un sacrificio indispensabile per avere tra le braccia quel miracolo.
Prometeo. Che successo per Lynus battezzarlo così in quel preciso istante.
Erano anni che non se ne ricordava. E se l'aveva ricordato in quel preciso istante, non era per caso.
La bambina stava arrivando. Lynus lo stava avvertendo.
Impossibile ma possibile. Morto ma non morto.

"Mi prenderò cura di lei". Le parole di Yuri risuonarono in tutti gli angoli della casa, ripetendo l'eco in ogni luogo. Pregò perché da qualche parte Lynus March potesse esserne consolato, prima di andare verso il suo ultimo viaggio.

Sotto l'auspicio di quelle parole, la boccettina dei sonniferi che stava sulla mensola della cucina, oscillò nel suo posto, girò su se stessa e cadde per terra . Quando si ruppe contro il pavimento, decine di pillole bianche circondarono il dottor Guranov e lui rimase a guardarle, subito liberato da quella sensazione penetrante.
Era di nuovo solo in casa.
Pillole pensò. Lynus stava cercando di dirgli qualcosa.

**
Furgoncino
11:30 a.m.

Il mezzogiorno incominciava ad acquistare le proporzioni minacciose di un inferno sulla terra e Scully dovette abbassare il parasole per spegnere il fulgore scintillante del sole d'autunno. Incominciava a farle male la testa e per aggravare la situazione, Krycek, che per qualche motivo aveva insistito per sedere sul sedile anteriore, non la smetteva di cambiare le emittenti della radio.
Dieci minuti prima gli aveva suggerito amabilmente che la smettesse.

" La vuoi smettere di fare questo, Krycek?"

Ma lui aveva trovato il modo di dissuaderla con una sola frase. "Certo, invece di ascoltare la radio parleremo tra di noi". Messa così, qualsiasi porcheria di musica country era una gradevole alternativa.

Mulder, invece, sembrava che ne avesse abbastanza del suo stesso silenzio." Possiamo sapere in che posto esatto della Florida ci dirigiamo?"

"Certo, Mulder, ti do l'indirizzo e ci aspetti lì".

perché si disturbava a parlare con lui? Tipico del suo compagno avere una condotta ossessiva, potenzialmente pericolosa e fastidiosa solo perché sì. Si meritava le risposte senza risposte di Krycek. Che testardo.

"Divertente. Ho sempre pensato che se un giorno fossi andata in Florida sarei andata a Disneyworld", disse Eve. Senza rivolgersi in effetti a nessuno. Solo una riflessione senza pensarci su che riempì il furgoncino del suo enigmatico miscuglio di innocenza e forza.

Krycek non smetteva di guadarla dallo specchietto retrovisore. Scully l'aveva notato per tutta la mattina. Era vero che Eve non la smetteva di muoversi, inquieta, sul sedile posteriore. Ma era anche vero che Krycek non perdeva l'opportunità di girarsi verso di lei continuamente. " Puoi dire a Mulder che ti porti. Lui vive permanentemente nell' Isola Che Non C'E'".

Se Alex Krycek non fosse stato l'essere più disprezzabile sulla faccia della Terra, Scully avrebbe giurato che era abbastanza divertente. E che, anche se detestato, aveva una malevola ragione. Mulder viveva nel mondo della fantasia, in fin dei conti. Un mondo abitato da esseri di un altro pianeta ed ex-fidanzate affettuose.

" Se sono così ridicolo, Krycek, perché mi hai messo in tutto questo?", domandò Mulder incominciando alla fine a ragionare sul caso. Fece in modo che Scully si sentisse repentinamente ottimista.

La sua risposta fu enigmatica. " Sei più difficile da uccidere di me. Non tutti possiamo contare con il tuo livello di protezione". Contro la sua volontà a Scully si fece un nodo nello stomaco. Non era la prima volta che intuiva che Mulder non era vivo solo per la sua perizia. Chiedersi di più era il cammino più breve verso la pazzia, anche se era una strada che presto o tardi avrebbero dovuto intraprendere.

Faceva caldissimo e il furgoncino incominciava ad essere ciò che più si avvicinava al forno di una panetteria. L'unico che non si era tolto la giacca era Krycek. Che tenero, che fosse ancora più civettuolo di Mulder e non volesse mostrare la protesi del braccio. Scully, da parte sua, stava sudando e pensando a creme idratanti, tonici per il viso, latte per il corpo e vestiti puliti. E c'erano ancora ore di viaggio per poter fermarsi in un hotel. Sul sedile posteriore, Eve lottava con il suo maglione e tirava le maniche per sfilarselo. Krycek osservava con la coda dell'occhio ogni suo movimento.

Quando riuscì a liberarsi finalmente dell'indumento che le dava tanto fastidio aveva le gote arrossate e le brillava l viso per il sudore. Si appoggiò al sedile anteriore per poter parlare meglio con Scully. " Scully, che nome è? Irlandese? ", domandò

Lei assentì, senza smettere di guardare la strada.

" E' stata lì qualche volta? In Irlanda, voglio dire".

Scully negò con la testa. "No".

"C'è un posto sulla costa ovest, la baia di Kilkeey. Dovrebbe andarci. Tutto profuma di mare". Mentre parlava, cercava di raccogliere i capelli in una specie di nodo disordinato. Mulder e Krycek la guardavano attenti. "Sono stata in un posto chiamato Ocean Cove, un hotel con vista sul mare, era bello." Assorta in quello che diceva, continuava a cercare di dominare la sua capigliatura diseguale. Indossava solamente una maglietta grigia con bretelline e sembrava non rendersi conto di ciò che provocava il suo modo di muoversi negli uomini che aveva intorno. Era un aura d'innocenza e fragilità, sicuro. Sognare donne che dipendessero da loro, faceva impazzire gli uomini, quando in realtà era esattamente il contrario. Scully era tentata di distribuire bavaglini ma Eve si manteneva completamente fuori dal suo stesso carisma. Il quale, serviva certamente solo per alimentare la sua aura di magnetismo e di persona indifesa. Pff, tipico. Lì stavano, Mulder e Krycek, i due uomini più antagonisti del pianeta, ridotti entrambi a cani di Paulov, senza poter togliere gli occhi da dosso alla povera bimba.

Stava diventando ingiusta. Territoriale. Possessiva. Cercò di dominarsi. "Sicuramente è un posto molto bello", disse cercando di sorridere. Lei non aveva colpa del fatto che tutti gli uomini fossero dei caproni senza flusso sanguigno sufficiente a mantenere attivo il cervello e il pene simultaneamente.

"Anche a lei, Mulder, piacerebbe. Sono sicura".

Che cosa stava insinuando? Che Mulder e lei erano il genere di persona che pianificavano insieme le loro vacanze? Era questo ciò che il suo sogno le aveva fatto capire? Bah! Come se Mulder, tanto per iniziare, si prendeva qualche volta una vacanza. perché, signore? perché doveva sopportare tante umiliazioni tutte di seguito? Si concentrò per non arrossire e non guardare Mulder ma le sembrò che Krycek avesse la faccia tosta di accennare ad un sorriso. Che imbecille, godere delle miserie altrui.
Doveva ricordarsi di ringraziare Mulder per quel viaggetto quando sarebbe terminato.

Apparentemente Krycek continuava ad avere voglia di parlare. " Ti sei pagato il viaggio con la borsa di studio che il buon professore si era adoperato con l'astuzia a farti ottenere?"

Mulder si sentì così sorpreso come lei."La borsa di studio per le ricerche fu ottenuta con l'inganno?"

Eve sembrava pentita. " La ricerca era autentica, però non era mia, ma di Lynus. Lo fece perché potessi continuare a stare all'università e continuare il suo lavoro".

Scully suppose che questo spiegava il suo scarso interesse per la sua stessa tesi e l'assenza dei libri di medicina nel suo appartamento. March l'aveva trattenuta all'università ingannando il rettorato. perché? Krycek sembrava disprezzarla e insinuava costantemente che il dottore aveva i suoi oscuri motivi. Un traditore che giudica un altro traditore. Aveva il suo lato divertente.

"Che cosa hai studiato veramente?". Scully sentiva una curiosità genuina.

" Psicologia, letteratura medievale. Di tutto un poco."

Mulder sembrava offeso. Come se la menzogna di Eve fosse un'offesa personale. Quando si rivolse a lei, il suo tono era inquisitorio, vagamente aggressivo. " Che genere di ricerca portava avanti con te?"

Eve stava per rispondere ma Krycek non poté evitare di buttar fuori uno dei suoi sarcastici commenti. "Raccontaci solo la parte adatta ai minori". A Scully le si rivoltò lo stomaco. Stava facendo uno sforzo per risultare sgradevole? perché se era così era veramente in gamba. " Cosa gli davi in cambio del denaro che otteneva per te?". Sarebbe stato facile spaccargli la faccia. Mulder non avrebbe trattenuto la voglia se lo avesse tenuto a portata di mano. E aveva fortuna che Scully stava guidando perché le vennero in mente alcune parti del corpo che potevano essere bucherellate con la leva del cambio.

Avrebbe voluto dire a Eve che i commenti di quel mollusco non meritavano nessuna attenzione. Ma lei non sembrava offesa. Meravigliata, più che altro. Nauseata , forse, per l'immagine che aveva evocato Krycek. "Forse Lynus aveva un programma che io non conosco e non potrò conoscere finchè non arrivo in Florida". Era un tono più secco del solito e abbastanza più rispettoso. Krycek non le toglieva gli occhi di dosso e lei non abbassava lo sguardo.

" Non voglio sprecare energie difendendolo e non voglio cercare di odiarlo perché mi farebbe solo male. Ti dirò quello che farò, Krycek. Aspetterò finchè non conoscerò la verità e ti chiederò di non sporcare il suo ricordo". La sua voce suonava chiara ma Scully dubitava dell'effetto che potesse avere su qualcuno senza nessuna statura morale. Chiaramente, Eve non sembrava trattarlo come qualcuno senza principi. Questo era il problema, che lei si aspettava ancora un poco di decenza da parte sua."Se mi hai spiato per sei settimane, sai perfettamente ciò che significava per me. Lynus è stato l'unico essere umano che mi ha conosciuto veramente. Io avevo fiducia in lui e lui aveva fiducia in me. Ci volevamo bene e questo è tutto. Non fingere di non capire quello che significa, Alex".

Sostennero lo sguardo per un lungo momento e poi, lentamente, Krycek si girò e guardò verso l'infinito. Nessuno parlò di nuovo per molto tempo.
Fiducia. Pareva semplice quando Eve ne parlava. Ma non era semplice tra lei e Mulder.
O forse si. Forse era più semplice di quanto Scully volesse riconoscere. Così semplice che la fiducia si era rotta. Pensarci, non faceva in modo che si sentisse triste, come le ultime settimane, ma al contrario immensamente arrabbiata.
Bruciante di rabbia.
Per qualche motivo, vedere come Mulder e Krycek avevano osservato Eve con quell'atteggiamento di maschietti soddisfatti le aveva ricordato intensamente Diana Fowley e i suoi intrighi di donna fatale. Patetici trucchi che contro ogni pronostico, le avevano fatto guadagnare la fiducia di Mulder. Il signor" Non Mi Fido Di Nessuno Ma Voglio Fidarmi di Te" era caduto nella trappola dell'ex fidanzata sfortunata come un adolescente.
Ricordarsi di questo, sommato alle ore di insonnia, ad un caso surreale, ad un'indegna esposizione dei suoi sogni intimi e la presenza di Krycek era sufficiente perché Dana Scully desiderasse prendere il suo compagno per il collo e stringere fino a soffocarlo.

**

 Squirrel's Inn
13: 32 p.m.

La macchina si fermò bruscamente, con uno stridio di pneumatici che sollevò un piccolo turbinio d'aria nel parcheggio dell'hotel. La porta della accettazione era chiusa ma attraverso i vetri il cacciatore poteva distinguere facilmente la figura di un uomo di mezza età. Sembrava distratto, concentrato. Davanti aveva un apparato televisivo appeso al muro. Lo guardava con interesse, dando un'occhiata al giornale di tanto in tanto. Se la sua ricerca era esatta questi doveva essere Moose Squirrel, il padrone del piccolo hotel dove Alex Krycek era stato alcune ore prima. Il cacciatore pensò a questo e gli venne in mente un'immagine cristallina, un eco del passato. Dopo tanto tempo poteva ancora ricordarsi di un hotel simile, in una notte fredda. Lui era andato a letto presto e ad certo momento della notte, l'allievo si era intrufolato nel suo letto, completamente nudo. Poteva ancora sentire la forza delle sue braccia e il calore della sua lingua, quando gli sussurrava all'orecchio menzogne lussuriose. Ricordava i suoi primi baci e lo sfiorare della sua pelle e la sicurezza dei suoi movimenti quando l'aveva spogliato e gli aveva ordinato di girarsi.

"Ti darò ciò che vuoi", aveva detto. E anni dopo, le parole continuavano ad essere incise nella mente del cacciatore.

Pensò a quelle parole mentre si metteva la Smith and Wesson nella fondina, sotto la giacca. Il pregustare ciò che sarebbe avvenuto era così intenso che dovette ingoiare un eccesso di saliva per calmarsi.
Ci stava vicino. L'aria odorava di vendetta. Poteva sentirlo.

**
Moe's Grill and Bar
12:25 a.m.

"Io voglio il numero otto con maionese, patate doppie, una bibita grande di qualsiasi cosa che non sia light e una torta della casa con crema di cioccolato".

La cameriera non poté evitare di guardarla con perplessità. Mulder aveva familiarità con quello sguardo. L'avevano guardato così mille volte in altri a tanti XFiles

"Altro?". Si chiamava Lorna e doveva essere intorno alla trentina o poco più. Sembrava stanca. Era impossibile che fosse stanca come lui, ma anche così, Mulder sentì un moto di simpatia verso di lei.

Eve le rispose senza scomporsi né fare caso all'ironia della domanda. "No". Faceva questo spesso, disarmare la gente con la sua maniera brutalmente onesta di dire le cose. Se la cavava bene nel mettere qualcuno a posto, questo senza dubbio. Era una qualità che Mulder poteva apprezzare. A lui aveva fatto guadagnare diffidenza e inimicizie ma per Eve sembrava funzionare.
Perlomeno riusciva ad irritare Krycek, la qual cosa era una splendida visione. Se non poteva ucciderlo con le sue stesse mani, almeno poteva godere vedendo come cercava di far arrabbiare qualcuno che era incapace di sperimentare quest'emozione.

"Non credo che questo posto passerebbe un'ispezione della sanità". Ah, Scully irritata. Che cosa rinfrescante. Al contrario di Eve, lei sì che sapeva arrabbiarsi. Molto bene, veramente. In realtà, sembrava sempre più arrabbiata. Che lo sparassero se Mulder sapeva perché. Stava incominciando a rinunciare a capirla. Anche se una parte di lui immaginava il motivo, ma era meglio non pensarci.

Meglio mangiare al più presto, uscire di lì e contare le ore per trovare un motel dove poter dormire.
La cameriera arrivò con le bibite e un sorriso educato. Mentre ritornava in cucina osservò Eve con la coda dell'occhio e la vide lanciarsi sulla Coca Cola con voracità e prendere una scatola di pillole dalla tasca dei pantaloni. Erano le stesse che l'avevano portato alla facoltà. perché aveva detto che le prendeva? Per controllare i sogni?
Se era così, non erano molto efficaci.

" Credi che devi continuare a prenderle?". La domanda veniva da Krycek ma Mulder si preoccupò che potesse leggergli nel pensiero.

Eve emise uno sbuffo esasperato. " Lo so. Poichè me le ha prescritte Lynus devono servire per qualche oscuro proposito del quale, io stupida, non me ne sono resa conto fin'ora. Non è così?"

L'espressione di Krycek era impenetrabile. "Più o meno".

Scully, fedele al suo stile, pareva assente. E così irritata come prima. Improvvisamente e senza scambiare parola si alzò dalla sua sedia e si diresse in un angolo del bar. Mulder meditò quello che doveva fare per tre o quattro secondi e poi si alzò andando dietro di lei. Lasciò Eve e Krycek con quella specie di discussione.
Lei richiamava l'attenzione sul suo atteggiamento altezzoso e lui replicava qualcosa su quanto risultasse infantile il suo comportamento.
Bla, bla, bla.
Scully sembrava concentrata nella lettura del giornale del bar. Si spaventò anche quando Mulder le si avvicinò. Quando vide di chi si trattava, lontano dal rilassarsi, si tese ancora di più e si scostò leggermente da lui. Solo per marcare il territorio.
Solo perché Fox Mulder sapesse senza nessun dubbio che Dana Scully era irraggiungibile, intoccabile e inattaccabile e che gli era permesso avvicinarla solo nei suoi sogni. Sentì una punta di dolore nel petto nel rendersene conto, ma si affrettò ad ignorarlo.

"Contento, Mulder?". Gli mostrò il giornale mentre glielo chiedeva. Il titolo faceva riferimento all'esplosione dell'università. Le indagini in corso, un cadavere identificato come il presunto portiere dell'edificio e qualcosa su tre persone scomparse, tra di loro, due agenti dell'FBI.

" Immaginavo che quando fossi arrivato in prima pagina, sarebbe stato per qualche scandalo sessuale, ma per qualche cosa bisogna iniziare".

Forse una battuta non era la migliore idea. Scully si stava inumidendo le labbra. Ansia. Non era un buon segno. " Presumo che è abbastanza divertente che ci diano per morti".

" Posso affermare che si sbagliano, Scully".

perché continuava a fare battute? Non voleva ma nemmeno poteva evitarlo. La Scully irritata lo metteva sulla difensiva.

"Non ti rendi conto di cosa significa questo? La stessa gente che ha fatto saltare l'edificio per aria davanti a noi e ha mandato qualcuno per uccidere Eve, sarà ora dietro di noi. Non pensi che gli sarà facile ucciderci se già siamo morti? " Gli stava dando la colpa di tutto, come al solito. Come se lei non lo avesse seguito di sua spontanea volontà. "Non ti rendi conto in che situazione hai messo tutti noi avendo fiducia in un assassino?"

"Krycek? Non ho fiducia in lui, Scully". Erano le circostanze, era l'istinto. Le cose si presentavano in un certo modo e bisognava seguire la corrente della vita. Per caso lei aveva proposto un piano migliore? Dovevano proteggere la ragazza e sapere che cosa stava succedendo. Scully lo capiva. Faceva solo finta di essere arrabbiata, doveva essere così.

"Non hai fiducia in lui ma ti lasci manovrare da lui". Prima che Mulder potesse replicare Scully mormorò quasi per se stessa, "Mulder, che cosa ti è accaduto?"

" Che vuoi dire?" Era inutile cercare di guardarla negli occhi perché lei lo stava evitando costantemente. "Ti chiedo solo di confidare nel mio istinto. "La prese per le braccia per poterla mettere di fronte alle sue parole. "Anche tu devi riconoscere che indovino più volte di quelle che mi sbaglio". Aveva gli occhi impenetrabilmente stanchi. " Krycek non sta a suo agio in questa situazione. Guardalo, voleva manovrarci da dietro le quinte, come sempre. Ora lo sorvegliamo, Scully". Dio, come spiegarle le cose? Come arrivare a lei quando si impegnava ad allontanarsi?

" Vuoi che abbia fiducia nel tuo istinto?". Mulder annuì con la testa. " E dimmi, che cosa ne è del mio istinto?"

" Tu lo sai tanto bene come me che troveremo le risposte in Florida, Scully". Stava fingendo disinteresse, stava cercando di scappare. Voleva fargli del male, ma non stava dicendo che non le importava. Non stava dicendo questo.

Questo no.

Era tutto come un flashback del caso con Ed Jerse e quella cretinata della scrivania. E cavolo, aveva quella maledetta espressione. Questa espressione di "non valgo niente" che lo faceva uscire dai gangheri. Come l'estate scorsa quando aveva minacciato di dimettersi. Che cos'era? Una tattica femminile?

"Quello che non so, Mulder, è il prezzo che sei disposto a pagare per trovare le tue risposte. Quello che non ti domandi è se il tuo istinto ti guida dove deve o dove vuoi".

"Dimmi che non mi dirai di nuovo la storia che sono il capitano Achab, per favore". Non era il momento migliore per fare una battuta. Ma continuava a non poterlo evitare.

"perché? Comunque non mi avresti ascoltato". Nel dirlo, lasciò il giornale sul bancone e passò vicino a lui per andare al tavolo. Mulder riuscì a fermarla, afferrandola per il braccio. Era stato un movimento involontario ma Scully sembrava sorpresa per l'aggressività del gesto.

Anche lui era sorpreso.

"Ti ascolterei se mi dicessi la verità", disse, contenendo la rabbia meglio che poté. Il fondo di tutta quella discussione, di tutta quella rabbia non aveva niente da vedere con il caso, né con il giornale, né con la stanchezza. Era un'altra cosa e se lui non riusciva a scoprirlo, lei avrebbe dovuto dirglielo.

Non era nessun maledetto indovino e al contrario di lei, non era disposto a perdere la relazione più significativa della sua vita per un malinteso.

"La verità?". Scully lo guardava fissamente. Con tutto quel miscuglio di emozioni nei suoi enormi occhi azzurri. Frustrazione, irritazione, rabbia, ansia, stanchezza, onestà. " La verità è che ti costa meno aver fiducia in una persona qualsiasi, che aver fiducia in me".

Diana.
Mulder lo seppe con chiarezza. Era questo. Scully continuava ad essere arrabbiata per la storia di Diana. perché credeva che lui l'avesse scelta, che non aveva avuto fiducia nel suo istinto. Che la sua opinione non avesse valore. Che gli importava solo la sua verità. Dopo tutto quello che avevano passato insieme, tanta sfiducia, in fondo, era il peggiore degli insulti.

" Tutto questo è per Diana, no? E' questo", sembrò sorpresa a sentirlo, ma le si dilatarono gli occhi, sempre così facili da leggere. Lui non la lasciò rispondere. La risposta era chiara." Si suppone che il paranoico ufficiale di questa relazione sono io, Scully". Desiderava che Diana fosse corrotta. Questa era la verità. Che la vena territoriale degli Scully era super sviluppata.

Con più durezza del solito, lei si liberò la mano. Goccioline di sudore le brillavano sulla fronte. " Si supponeva anche che io ti mantenevo onesto". Lo disse senza pensarci, ma al Mulder gli si rivoltò lo stomaco. Stava utilizzando le sue parole contro di lui. Lo stava obbligando a seguire unicamente il suo criterio sotto la minaccia del tradimento. E lo faceva perché sapeva che lui dipendeva da lei più che da chiunque altro.

O hai fiducia solo in me o mi stai ingannando. Maledetta manipolatrice.

" Forse nei tuoi sogni". Disse Mulder. Non come rimprovero, ma come una constatazione di fatto tanto triste quanto vera. Da tempo la loro relazione doveva essere buona solo nei sogni misteriosi di Scully perché nella piena luce del giorno stava andando tutto in malora. Scully, invece , lo interpretò come un insulto e l'odore della delusione segnò l'espressione del suo viso, come un stilettata improvvisa.

"Vado a mangiare".

Sputò le parole, reprimendo quello che veramente voleva dire. Mulder avrebbe voluto fare lo stesso dieci minuti prima.
La cosa brutta delle parole era che non si potevano ritirare una volta dette.
perché non poteva mai avere mai qualcosa senza che si rovinasse?

**
Moe's Grill and Bar
12:26 p.m.

Discussione nel più che perfetto e casto focolare dei signori Spettrale. Era una visione gradevole sapere che anche la perfezione nascondeva vermi sotto la facciata. Da suo angolo del tavolo, Krycek non poteva vederli chiaramente e ancor meno ascoltarli, ma aveva la sensazione che Mulder avesse tutto da perdere.
Uh, che pena.

"Non credi che potresti almeno mascherare e fingere di non godere vedendoli arrabbiati?". La maionese le scivolava dalle labbra. La pulì con un dito e lo portò alla bocca per leccarlo. Solo che nell'immaginazione di Krycek né il dito era un dito né la maionese era maionese.

Cazzo. Stava diventando un maledetto malato a velocità vertiginosa.

"Quei due si credono migliori di qualsiasi persona al mondo. Può darsi che stiano qui per proteggerti, ma credimi, in fondo, hanno il loro interessi e tu sei solo una pedina che per loro è conveniente tenere in vita". Quando Eve si metteva la cannuccia della bibita in bocca, succhiava con intensità ma senza fare rumore. E l'espressione del suo viso diventava intensa e concentrata. Più adulta.

"Se cerchi di dire che non ci sono differenze tra loro e te, puoi risparmiarti lo sforzo. Questo già lo so." Era troppo stanco e questo spiegava perché aveva sentito una specie di tenerezza nello stomaco ad ascoltarla.

Ah, no, no,no. Nemmeno a parlarne. Una cosa era fissarsi su come beveva da una cannuccia e fantasticare. Era una tortura ma era accettabile. Un'altra cosa molto diversa era fissarsi su come sembrava maledettamente saggia e sentirsi fuori posto.

" Tu più degli altri dovresti riconoscere che è patetico". Guardò Mulder e Scully mentre lo diceva. Sembravano ancora più immersi di prima nella discussione. " Alla fin fine hai visto i loro sogni".

Eve finse di non capire. " Hanno problemi per comunicare", disse, cercando si mostrare disinteresse. Krycek, al contrario, si sentiva in special modo motivato. Era la prima volta che la vedeva evitare una conversazione. La prima breccia nella corazza di saggezza e comprensione infinita.

Pudore. Era questo che c'era nei suoi occhi? Valeva la pena scoprirlo.

" Hanno solo un problema". Eve evitò di guardarlo mentre beveva la sua bibita e guardando la cannuccia come se fosse la chiave dei misteri dell'universo. " Che si rifiutano quello che più desiderano fare". Continuava ad essere rossa in viso quando sollevò gli occhi dal bicchiere.

" Non credo che sia così semplice", rispose.

Era, evidentemente, pudore. Una velata allusione alla castità dei signori Mulder e la bambina si era innervosita più di una vergine la notte di nozze. Se Krycek fosse stato una buona persona, avrebbe sentito pena, o simpatia, o compassione o qualsiasi cosa che sentono le persone buone. Per fortuna o per disgrazia tutto ciò che sentì fu un caldo improvviso in tutto il corpo e l'aumento del flusso sanguigno.
E non precisamente nel cervello.

"Quanti anni hai, in realtà?"

"Quasi ventidue"

Perlomeno non era minorenne. Se si buttava su di lei lì su quello stesso tavolo avrebbe dovuto rispondere solo di violenza, non di abuso di minore. Era un bel vantaggio. Unito ai suoi rimanenti delitti, non l'avrebbe liberato dall'iniezione letale, però era un vantaggio.

" E tu? Quanti ne hai?" Continuava a sporcarsi con la maionese mentre divorava le patate. Mangiando, perdeva parte di quella pallida fragilità e le si riempivano le guance di colore. Gli occhi lanciavano scintille.

Era una domanda difficile. Da molto tempo Krycek non compiva gli anni secondo gli standards soliti. Non aveva mai avuto l'età di Eve, nemmeno a ventidue anni. Questa aura di verginità che emanava da lei, era qualcosa che lui non aveva mai posseduto.Nemmeno ricordava di essere stato vicino a qualcosa di così genuinamente puro." Un milione di anni più di te", rispose. Ed era la verità.

La sorprendente reazione di Eve fu una specie di attacco di risate. Era l'ultima cosa che Krycek poteva capire. Stava ridendo di lui? Non gli piaceva la sensazione.

Così come era iniziato, la risata si fermò bruscamente. Eve assunse un'espressione seria e difficile da definire. " Il mio professore di matematica del primo anno delle elementari era un pederasta e durante la ricreazione si masturbava davanti ai bambini della mia classe. Ne venni a conoscenza ad una gita scolastica quando si addormentò nell'autobus". Aveva smesso di mangiare e continuava a guardarlo. Lo stava guardando sempre. " Una volta mi sono persa in un centro commerciale, verso i dieci anni e la polizia mi portò al commissariato finchè non mi cercarono. Mi addormentai e sognai tramite due prigionieri".

Krycek non volle domandare.

"Uno di loro era chiuso in un seminterrato e attaccato da vari uomini e lui doveva mordere loro il collo per difendersi. Immaginava la sensazione della carne umana sotto i denti e sentiva il sangue della giugulare che usciva a fiotti dalla ferita e l'asfissiava". L'unica emozione che c'era nella sua voce era compassione. Stranamente, questo era tutto quello che sentiva. "L'altro sognava una spiaggia e una ragazza e una barca e cose così. L'ufficiale di polizia mi disse che erano uomini molto cattivi e che sarebbero stati giustiziati". Mise un certo tono ironico ad evocare le parole di quel poliziotto. "Non mi piace giudicare la gente, Krycek, e ancor meno condannarla. Ma non sono una bambina".

No, era qualcosa di ancora più strano.
Era un maledetto angelo.
Forse questo spiegava perché aveva voglia di strapparle i vestiti a morsi. In fin dei conti, tutti lo consideravano un demonio sulla terra.
La sua missione era corromperla, no?

**
Autostrada direzione Columbia.
13:32

La voce di Frohike suonava roca attraverso l'auricolare del cellulare. " Abbiamo seguito le loro impronte fino a Releigh. Sono andati via dall'hotel due notti fa e non sono tornati da allora."

Malgrado il rumore delle altre macchine, che lo sorpassavano a più di centosessanta all'ora, Skinner poteva sentire le voci che si sovrapponevano di Langly e Byers che parlavano conteporaneamente. Gli sembrò che Frohike li facesse zittire.

" La loro macchina a noleggio stava davanti alla facoltà che saltò in aria. Lì finiscono le tracce, ma abbiamo qualcosa d'interessante".

Il calore produceva sull'asfalto un effetto vetroso. Skinner faceva uno sforzo per guidare e ascoltare al tempo stesso. " Che cosa?".

"Un rapporto della polizia dice che vari testimoni hanno visto una delle alunne entrare nella facoltà prima che la facessero esplodere, una certa Eve Worthington. La danno per dispersa da due giorni". perché gli stavano parlando come se non avesse letto il rapporto?" ha un trascorso medico molto pittoresco". L'aria condizionata della macchina funzionava appena e Walter Skinner sudava in più posti di quelli che credeva conoscere. "E una scheda della polizia curiosa. Quando aveva sei anni denunciò uno dei suoi professori per abusi sessuali".

"Che importanza ha?". Gli stava costando troppo seguire quell'accozzaglia di dati.

"Che gli abusi che denunciò erano sugli altri compagni più piccoli. Nella sua prima dichiarazione disse che aveva visto le cose che faceva loro il professore". Era incredibile come accedevano a tutto quello, senz'altro, ma non aveva nessuna relazione con il caso. Skinner stava incominciando a dubitare dell'equipe che si era cercato.

" Fu testimone degli abusi?"

"No". Frohike sembrava quasi che si stesse divertendo con tutto quello. " Nelle sue dichiarazioni successive disse che i suoi compagni glielo avevano raccontato in segreto ma nella prima, disse che aveva visto gli abusi in sogno."

" In sogno?"

Mulder. perché il suo olfatto per le anormalità doveva seguirlo ovunque?

"Arriverò presto al motel. Continuate ad investigare".

Riattaccò e mise l'aria condizionata al massimo. Faceva troppo caldo.

**
Furgoncino di Alex Krycek
13: 35 p.m.

Né vivi, né morti, i corpi palpitavano. I fragili vasi interni si erano convertiti in nidi di lava oscura. Lo stomaco era un vespaio bollente che cambiava forma a velocità vertiginosa. Gli occhi avevano perso lo splendore, la loro espressione, la loro umanità. E vicino al corpo, appesi in fila come larve di processionarie in un bosco millenario, giacevano migliaia di altri corpi. Bambini, donne, anziani, giovani, adulti, uomini buoni e cattivi. L'unico rumore di questo mondo di mosche era l'insopportabile crepitare delle creature che crescevano a migliaia, strisciando, muovendosi. Parassiti che si alimentavano di altri corpi. Figure umane che si dissanguavano, che si laceravano, si rompevano e morivano una volta compiuto il loro lavoro di anfitrioni. Le creature nascevano a migliaia, lasciando indietro donne e bambini squartati. Dietro, dimenticavano i gusci che una volta erano stati esseri vivi. Conchiglie piene di ematomi, che suppuravano bava inumana.
All'esterno della grande astronave dell'alimetazione, il mondo era il regno degli automi, dei bambini clonati, del fuoco dell'inferno. La razza superiore dominava l'esistenza e gli esseri umani erano alimento e albergo di un futuro di embrioni alieni. All'inizio, a Eve costò fatica distinguere le fattezze dei provveditori di cibo, i grandi umani che servivano come utero. Presto si rese conto che avevano tutti una stessa faccia.
La sua.
Allora gridò e gridò e continuò a gridare quando si svegliò dal sogno di Alex Krycek.

 

Sfide

Qui, tra queste fredde mura del laboratorio, tutti mi chiamano Dottore. Non c'è bisogno di specificare il mio cognome, nessuno chiede il mio nome e se lo facessero non saprei quale dare. Ci fu un tempo che io ero solo un altro medico in una squadra di visionari. Guranov, Klein, Sars, Landau, tutti morti, March, Rogers, Jones, Arnheim, tutti uccisi. Tutti sono stati dissidenti, hanno tradito, hanno avuto dubbi, commesso falli, errori alla fine.Tutti sono stati giustiziati e oggi, rimango solo io. Questi uomini in nero, questi mercenari di coloro di cui mi servo e a cui servo, si sono disfatti di noi con la stessa diligenza con cui ci cercarono più di trent'anni fa. Più che per lealtà ai loro valori, ho saputo rimanere vivo per la mia devozione al progetto e alle risposte che illuminerebbero questo viaggio imprescindibile. Ho saputo restare vivo, anche se non so fino a quando. Se Lynus March è morto, significa che tutto sta arrivando alla fine, tutto si deve concludere.

Mi considero fortunato per poter assistere all'ultimo atto della nostra commedia. Di notte guardo le vasche e osservo i prototipi, identici, avvolti nel liquido verdastro che li mantiene vivi. Prego per avere quanto prima l'ultima chiave, la grande risposta a tutti i nostri enigmi.
Chiamo il nostro cacciatore ogni sei ore e ho il presentimento che presto avrà la ragazza. Devo contenere l'impazienza di aprire l'ultima porta nel viaggio del nostro moderno Prometeo.
Presto, lei starà qui e dalla tomba, Lynus March terminerà ciò che non avrebbe mai dovuto lasciare incompleto.
L'uomo nuovo, era solito dire, è colui il quale può parlare un nuovo linguaggio.
Ora, più che mai, sono ansioso di ascoltare la sua musica.

**
Furgoncino di Alex Krycek
13: 33 p.m.

Intrecciate, le loro menti addormentate viaggiavano nella stessa direzione. Vedendo le stesse cose, visitando gli stessi luoghi, vibrando con pensieri gemelli. Eve era caduta addormenta sul sedile posteriore poco dopo essere salita in macchina. Le sue digestioni da boa constrictor le provocavano riposi soporiferi, profondi silenzi di sonno a metà del giorno. Krycek aveva lottato contro la fatica con tutto l'ardore della sua coscienza. Ma erano giorni che non dormiva e settimane con non più di quattro ore di seguito di sonno. Il termometro della macchina marcava quarantatre gradi centigradi e il suo corpo non poté sopportare il miscuglio di stanchezza e calore. Chiuse gli occhi per un attimo e cercò un poco di riposo sul poggiatesta. Nemmeno l'ansia di mantenersi sveglio mentre Eve dormiva fu sufficiente per tener accesa la sua coscienza.
E il sonno l'avvelenò
E improvvisamente, non stava più nella macchina. E nemmeno era oggi, ma domani. Un domani che aveva immaginato milioni di volte. Lo scenario variava, ma le situazioni si ripetevano. Vedeva sempre gli invasori, che si alimentavano con enormi corpi umani e crescevano al loro interno, come lumache. Sempre bambini replicati, senza espressione nello sguardo. Sempre fuoco e calore, umidità, il sibilo dei colonizzatori e il silenzio degli umani, ridotti a schiavi, a cibo. Ombre di un'antica e poderosa razza, sterminata come insetti incoscienti.
Non lo sorprese che le larve umane avessero il volto di Eve. I visi cambiavano sempre. A volte era lui stesso che ospitava dentro di sé un piccolo mostro dalle unghia lunghe. A volte il fumatore, o anche Mulder. O qualcuno che aveva incrociato per la strada. Poteva essere chiunque perché tutti gli esseri che abitavano la Terra erano condannati ad uno stesso e ripugnante destino se la guerra che si svolgeva alle sue spalle avesse avuto un vincitore sbagliato.
Solo che nessuno conosceva la guerra, eccetto gli eletti. Come lui.
Ora, anche Eve era un'eletta.
Lo seppe quando sentì il grido. Si svegliò con il respiro mozzo e il cuore palpitante e si girò a guardarla.Era tutto sul suo viso. Quello che aveva visto rimaneva impresso lì. Sapeva che l'Armageddon era prossimo. Lo dicevano i suoi occhi infossati, il suo grido di animale selvaggio che doveva averle fratturata la gola e l'anima.
Persino Scully aveva perso la sua studiata compostezza da collegio di monache al sentirla ed era stata sul punto di ribaltare il furgoncino nel fosso più vicino. Ma il primo a reagire, naturalmente, era stato l'eroico Fox Mulder, il bambino prodigio delle cospirazioni e Gran Santone della Verità. Ah, sì, lui sì che sapeva comportarsi in queste situazioni di crisi Era riuscito a farla stare zitta, prendendola tra le braccia e ripetendo ottocento milioni di volte fraterne e patetiche parole."Sssshhh", le diceva, " è solo un incubo", le ripeteva. " L'agente Scully ed io siamo qui" diceva. Che Dio lo liberasse dal menzionare che anche Krycek stava lì. Che Dio lo liberasse dal sapere che ciò che Eve aveva sognato era qualcosa di più di un incubo.
Era il futuro ed era meglio affrontarlo quanto prima.
Ma no. Mulder preferiva abbracciarla, come se fosse in neonato a qualcosa di simile. Preferiva accarezzarle i capelli e lasciare che Eve piangesse sul suo petto lacrime alle quali lei stessa non prestava attenzione. Preferiva fare il bravo ragazzo che consola la dama nei guai. E' che non poteva superare il complesso del Buon Samaritano Che Ha Perduto Sua Sorella per una maledetta volta e smettere di pensare che tutte le donne avevano bisogno di aiuto? Era così patetico vederlo con Eve, abbracciato a lei, con gli occhi chiusi. Vederli insieme, come due bambini, accoccolati l'uno nelle braccia dell'altro, respirando quasi all'unisono. Vedere come Eve andava recuperando la sua compostezza e lo stesso Mulder sembrava consolato da quel maledetto abbraccio che si sforzava tanto perché risultasse asessuato, che stava incominciando ad essere sospetto.
L'unica che sembrava irritata come lui per il penoso spettacolo era la sempre efficiente dottoressa Dana Scully. Probabilmente e se era così sveglia come Krycek aveva sempre creduto, si stava fustigando mentalmente avendo la prova che Mulder utilizzava con tutte le donne la stessa tattica che utilizzava con lei da cinque anni.
Giocare al fratellino maggiore. All'eroe torturato. Al salvatore della patria. Dare abbracci e consolazione a tutte quelle che passavano al suo lato chiedendo aiuto. E chiedere loro in cambio di seguirlo in tutte le sue crociate ad occhi chiusi.
Patetico.
Krycek stava pensando come potesse sortire effetto questa ridicola tattica quando si rese conto che Eve l'osservava da un pò. I suoi occhi avevano un'espressione più triste del solito. Ma non era più distrutta. Lo shock era passato. La sua voce, rivelava calma. Serenità. " Ci conquisteranno?". Era una domanda ma anche una constatazione.

"Ci ripopoleranno".

Eve assentì. Continuava a stare abbracciata a Mulder. perché continuava a stare abbracciata a Mulder? Era questo ciò che le piaceva? Qualcuno che l'abbracciasse come se non sapesse cavarsela da sola? E perché cazzo questa idea gli faceva rivoltare lo stomaco.

" Che ruolo gioco io in tutto questo?"

Krycek valutò la migliore risposta. "E' la domanda a cui voglio rispondere in Florida". Non era una menzogna. Se lei sospettò che non era tutta la verità, non disse niente. Lentamente si sciolse dall'abbraccio di Mulder e si asciugò le lacrime che aveva sul viso. Era pallida.

" Ho bisogno di scendere dalla macchina", disse, con un gesto lievemente nauseato.

Krycek osservò Mulder. Sembrava disorientato. Disorientato? No, sembrava uno che stesse cercando un asciugamano dopo essersi fatto un bagno nell'acqua gelata. Sembrava una persona inutile, questo è quello che sembrava. Tanto l'aveva coinvolto un abbraccio? In tal caso, la castità era veramente qualcosa da evitare a QUALSIASI costo. Doveva ricordarsene quando sarebbe finito tutto questo. Mulder incominciava a farneticare più del solito.
Scully lo guardava per lo specchietto retrovisore. Era bella. Sudata, arrabbiata, nauseata dal calore e probabilmente, gelosa come un animale in gabbia. Molto più sexy della solita ed altera Scully. Con un poco di fortuna, se Mulder avesse continuato ad abbracciare Eve per un pò più di tempo, Scully gli avrebbe risparmiato il lavoro e gli avrebbe sparato con la sua arma.
Per la seconda volta.

Eve era molto pallida." Seriamente, Dana, ho bisogno che fermi la macchina. Devo vomitare".

Approfittando di uno spiazzo particolarmente largo sull' argine della strada, Scully fermò di colpo. Eve uscì sparata e tardò meno di dieci secondi a restituire al fango da cui era uscito il pessimo cibo del Moe's Grill and Bar.
Bene, era il segnale che l'aveva capito. Bene o male, il suo sogno di una razza superiore, del futuro del genere umano e della sopravvivenza tranquilla era finito. Eve Worthington, si era svegliata alla verità.
La verità non era una maledetta sorella sparita che torna al focolare dopo venti anni. La verità non ti faceva libero e non ti salvava. La verità era una responsabilità. Un chiaro appello a combattere il destino. Una scelta di sangue e fuoco. La verità era che si doveva resistere o servire. E non si poteva pensare, come Fox Mulder, all'onore, agli ideali o alla morale. perché c'erano cose più importanti da fare prima.
Come vomitare le tue illusioni infantili e sopravvivere alla realtà.
Avrebbe capito Eve Worthington la verità e il suo ruolo nella guerra?

**
Squirrel's Inn
13:35 p.m.

Gli scenari di un crimine hanno sempre qualcosa in comune. Non solo le strisce gialle che impediscono il passaggio ai curiosi che gironzolano sempre vicino morbosamente attratti. Non solo i visi dei poliziotti e degli investigatori, che facevano il loro lavoro post-mortem con la stessa indifferenza con la quale un beccaio tagliava le costole ad una vacca. Non solo il rumore delle macchine fotografiche o il nastro adesivo che delineava il luogo dove stava il cadavere. No.
C'era qualcosa di più profondo che definiva la scena di un crimine prima che arrivasse la polizia con i suoi strumenti. Qualcosa di marcio, inerte, terrestre. L'alito di una vita tagliata di colpo, protesa in maniera violenta verso la frontiera tra ciò che è vivo e ciò che è eterno, l'inesistente.
Skinner lo sentì, pungente come un'iniezione, nel momento che attraversò la soglia che divideva il parcheggio e la reception del Squirrel's Inn. La sua statura era minacciosa in quel minuscolo abitacolo dove Moose Squirrel ore prima si era occupato di Dana Scully. Il bancone era coperto da una finissima cappa di polvere e la televisione accesa sul canale dello Sport, faceva un riassunto dei mondiali di nuoto, muta e senza volume. L'aria era una minaccia, un presagio, un avviso. Qualcosa era morto.
Prima che Skinner potesse assimilare le sue sensazioni, avvertì un odore, ancora lieve ma impossibile da ignorare. Senza muoversi dalla porta d'entrata, si portò la mano alla giacca e tolse la sicura al revolver. Ispezionò tutti gli angoli e guardò dietro alla porta, tenendo sotto tiro qualcuno che non stava lì. Sapeva che non avrebbe dovuto sparare quando guardò dietro al bancone. La persona che giaceva stesa, marcendo al calore afoso della Georgia, non era un pericolo per nessuno.
Nemmeno si poteva fare qualcosa per lui. Moose Squirrel era morto dalla mattina.

**
Rosalin's Drugstore
In qualche posto alla periferia di Albany
02 : 05 p.m.

Quindici chilometri. Quindici benedetti chilometri erano l'unica cosa che separavano Scully da un letto con lenzuola pulite e una doccia di acqua calda. Poteva resistere per quindici chilometri se si concentrava. Doveva resistere ancora un poco e continuare a lottare contro il sonno e le rimanenti ripugnanti sensazioni del suo corpo. Mai in tutta la sua vita si era sentita così sporca, stanca, frustrata e stufa di tutto come in questo mezzogiorno bollente, in quel supermercato che era sopravvissuto alla guerra di Secessione senza fare un solo ammodernamento. Gli scaffali erano pieni di scatole di conserva. Li attraversò come un fulmine fino ad incontrare i prodotti per l'igiene personale.
Igiene personale. Che concetto sottovalutato.
Quanti giorni erano che non faceva una doccia? Non ci voleva pensare.

"Credo di non essere l'unica che ammazzerebbe per un poco di crema idratante".

Era la voce di Eve alle sue spalle. Doveva averla seguita dalla macchina. Il commesso, un ragazzo di sedici-diciasette anni, la guardava con la coda dell'occhio. Aveva i capelli attorcigliati in un nodo diseguale, la maglietta stropicciata e i pantaloni che cedevano per essere stati troppo usati. Il ragazzo non la smetteva di fissare l'ombelico. Doveva essere questo che attraeva gli uomini come una calamita. Questo era il suo problema, che lei non faceva mostra dell'ombelico.

" Se non faccio presto una doccia, credo che avrò una crisi nervosa". Perfino la voce suonava strana per l'assoluta stanchezza. Le faceva male la gola e le costava fatica parlare. Forse stava incubando un'influenza. Il calore era una coltura perfetta per qualsiasi virus che potesse sopportarlo.

" Anch'io", disse Eve , sorridente e dolce. C'era d'ammettere che aveva un sorriso accomodante. E sembrava una brava ragazza. Che gli uomini la seguissero con lo sguardo non sembrava nemmeno importarle. Stare con lei era come tornare all'infanzia ad essere la sorella piccola di Melissa Scully, l'ombra intelligente dietro la bella ragazza. Solo che era peggio, perché ora Scully era la donna adulta che nessuno guardava e chi le faceva ombra era una ragazzina di ventidue anni appena compiuti. Patetico.

L'immagine di Mulder e Eve abbracciati le tornò in mente, come una fotografia illuminata nella notte.

" Posso chiamarti Dana?"

Rispose senza guardarla. "Certo". Doveva scegliere tra un gel da bagno di estratti d'avena o uno al profumo di limone. Cercò di pensare a questo e non alla faccia di Mulder mentre abbracciava quella ragazza.

" Stava pensando a te, Dana". Eve la seguiva. Cercando di richiamare la sua attenzione e guardando all'esterno di tanto in tanto, per assicurarsi che nessuno le guardava. Eccetto il commesso, chiaramente, ma questo non sembrava importarle.

"Scusa?"

" L'agente Mulder, voglio dire". L'ombra scura delle occhiaie minacciavano d'irrompere sul suo viso in qualsiasi momento. E l'incubo della macchina le aveva cambiato l'espressione. Sembrava triste, stanca. Ma Scully continuava a non sapere a che cosa si riferiva. " Mentre mi abbracciava nella macchina, ho potuto sentire quello che pensava Mulder". Lo disse con apprensione. Preoccupata. " Non mi era mai successo prima, non so come spiegarlo".

C'era qualcosa d'insolito sul suo volto. Qualcosa simile alla paura.

Scully afferrò uno dei barattoli di gel e lo mise nella cesta del supermercato. Istintivamente, si avvicinò ad Eve e le accarezzò il braccio per farla continuare a parlare. "Credi d'aver letto la sua mente? E' questo quello che mi stai dicendo?" Non è che lei credesse in queste cose, ma niente di ciò che stava accadendo era qualcosa in cui lei potesse credere o comprendere. Era stanca anche per continuare ad essere se stessa.

Non era stato Krycek quello che aveva domandato se non si stancava mai del suo personaggio? Forse stava incominciando a farlo.

" Non lo so, è stato un momento, una sensazione".

Scully continuò a camminare tra gli scaffali, con Eve dietro. Aveva bisogno di un deodorante e di un tonico per il viso che le restituisse il senso della realtà. Eve aveva sperimentato le sensazioni di Mulder? Gli alieni avevano un piano per ripopolare il pianeta? perché no? Il mondo era un caos e lei non trovava la crema idratante. Tutto aveva un senso.

"Eve, eri confusa, avevi avuto un incubo. L'agente Mulder è riuscito a calmarti e forse ti sei sentita vicino a lui. Ma non credo che fu nient'altro. Non dovresti preoccuparti". Disse tutto automaticamente, usando lo stesso tono di voce che aveva usato con milioni di vittime prima, in milioni di casi diversi. In realtà non aveva nessun interesse per quella conversazione. Stare con Eve le ricordava l'espressione di Mulder quando l'aveva abbracciata nella macchina. Era un'espressione troppo familiare, troppo dolorosa.

Era da molto che Mulder non aveva quest'espressione quando stava con lei.

"E allora come so chi è Diana Fowley?"

Il cuore le fece una capriola nel petto e Scully sentì un dolore acuto allo stomaco. Come poteva saperlo?

" Mulder pensava a lei?" Non era ciò che voleva chiedere. Dio Santo, da dove era uscito questo? Si stava comportando come una moglie gelosa. La stanchezza la stava lasciando a pezzi, doveva essere questo. Per questo avrebbe preferito morire seduta stante prima di sentir parlare questa donna.

" Pensava alla fiducia". Eve sembrava che volesse dimostrare che veramente aveva avuto accesso alla mente di Mulder. Ma dava anche l'impressione che voleva farle capire ciò che aveva visto lì dentro. Era tutto troppo surreale per assimilarlo. " Vuole farsi capire e capirti" Stava cercando di riconciliarli? Era questo?

" Non c'è niente da capire, Eve". Non era disposta a parlare di niente di personale. Non aveva forza e non conosceva abbastanza quella ragazza. " Ebbe fiducia in qualcuno che non la meritava prima di ascoltare ciò che io avevo da dire". perché lo stava raccontando? perché Eve faceva in modo che non potessi conservarti niente dentro? Era stanca per capire. Stanca per lottare. Per non credere.

" Ha paura".

" Di cosa?". Contro ogni fibra ragionevole del suo corpo, Dana Scully desiderava con ansia la sua risposta. Qualcosa che le spiegasse Mulder. Che spiegasse le loro liti, le loro distanze. Qualcosa.

Voleva ancora credere in Mulder e lei? Era questo?

" Teme che Diana lo abbia tradito dall'inizio e che lui si sia lasciato manipolare per anni". Sapeva farlo. Eve sapeva guardarti negli occhi e perforare tutte le tue difese. Sapeva trasmettere una sincerità brutale. Lo sapeva e basta.

" Mulder crede che sono come lei? Che anche io lo tradirò?". Era una domanda retorica. La risposta era chiara. Mulder era il tipo d'uomo che vedeva le donne divise in categorie. Le sante e le donne fatali, le amiche e le amanti. Forse credeva che lei e Diana erano della stessa categoria. Forse per questo voleva credere in lei.

Era penoso ma era una spiegazione. Dolorosa e orribile da ingoiare, ma una spiegazione. Mulder credeva che lei fosse uguale a Diana.

"Non è questo. Quando qualcuno che hai amato ti tradisce, la prima persona di cui dubiti è te stesso, Dana". Stava parlando per esperienza personale. Stava parlando di Lynus March e la sua voce si spense di un tono. "Mulder non ha paura che tu sei come Diana. Ha paura di esserlo lui. La paura di essere una frode".

Fu come se si accendesse un interruttore. Come se quelle parole attivassero i meccanismi della speranza di Scully. Mulder aveva paura di finire come Diana? Di servire il lato oscuro della verità? Era così inaudito, così impossibile. " Dana, Mulder ha bisogno della tua approvazione per sapere che sta sulla via giusta e se non ce l'ha si mette sulla difensiva".La sua approvazione? Mulder aveva bisogno della SUA approvazione? Mulder faceva sempre quello che voleva! Cercò di dirlo ma Eve l'interruppe. " Ha bisogno che confidi in lui perché ha paura che tu lo lasci".Come Samantha. Temeva che anche lei lo abbandonasse. " Non sa che anche tu hai bisogno della sua approvazione".

Ci fu silenzio. La mente di Scully funzionava a migliaia di pensieri al secondo e le rivelazioni di Eve le giravano in testa, mentre lei stava lì, in piedi, come un oracolo.

Improvvisamente fragile. Spaventata, ma convinta di quel che diceva con una convinzione assoluta.

" Anch'io ho paura". Non seppe da dove erano uscite quelle parole. Nemmeno quello che significavano esattamente. Solo aveva la necessità di dirle e le disse.

" Dovrebbe dirglielo, Dana, perché non lo sa". Eve si mise le mani in tasca e respirò profondamente, visibilmente più tranquilla. Come se si fosse tolto un peso dal cuore nel raccontare tutto quello. " Se fai la forte e non gli dici che hai bisogno di lui, crederà che non hai bisogno di niente".

Fece un mezzo giro e si diresse al frigorifero delle bibite. Il commesso continuava a guardarla. Per la prima volta, Scully fece attenzione al segno che le attraversava lo stomaco, vicino l'ombelico. Una cicatrice che si perdeva dentro i pantaloni, stretta e diritta, come se l'avessero realizzata con un bisturi di precisione.
Aggiungeva solo altro mistero al mistero di Eve.
Definitivamente, destava meraviglia. Non solo perché aveva ottenuto da Dana Scully più informazioni personali di quanto ne avesse ottenuto nessun'altro con così poche parole e con tanta apparente facilità. Ma, sopratutto, perché la sua veemenza a parlare di Mulder aveva restituito a Scully in certo sentimento di speranza.
Dopo settimane di letargo, e al di là della estrema stanchezza del suo corpo, incominciava a sentirsi sveglia.

**
Lone Gunmen
In qualche posto di Washington DC
14: 00 p.m.

A volte Melvin Frohike si chiedeva in che cosa fosse bravo. Non perché non avesse talento. Sapeva che aveva talento. In talento inusuale che solo un altro illuminato poteva intravedere, ma talento. Era un "tappo" piccolo e con un aspetto singolare. Forse, ma i fiori più strani nascono per non essere visti e i talenti più rari sono i più incompresi e lui, nel fondo del suo cuore paranoico, lo sapeva. Ciò nonostante, a volte gli costava fatica capire che cosa lo faceva unico nel piccolo ingranaggio del " Lone Gunmen". Sapeva cucinare, chiaro. Ma, a parte la sua collezione di foto agli infrarossi di Dana Scully, che apporto dava lui, esclusivamente lui, al gruppo o all'investigazione che stavano portando avanti? Alcuni giorni se lo domandava
Era in gamba per molte cose, certamente. Ma, non era il migliore in informatica dei tre, come Langly. Nemmeno era unico nel momento di studiare linguaggi criptici o archivi tecnoscientifici, come Byers. Senza dubbio, non era un eroe pronto all'azione, come il buon Mulder. E, nemmeno a dirlo, una dea calda e eccitante come Dana Scully. Nemmeno un ex- marine con una faccia dura e un posto influente nel FBI, come Skinner.Chiaramente in una cosa era di gran lunga superiore a Mulder o Skinner: se lui avesse avuto l'aspetto di uno dei due si sarebbe occupato da molto tempo che l'enigmatica dottoressa Scully non dovesse fare da sola il suo bucato. Questo era sicuro.
La qual cosa non poteva distrarre l'attenzione dal nudo fatto che lui era solo Melvin Frohike, piccolo paranoico delle cospirazioni, bravo in tutto, brillante in varie cose, ma unico in niente. Un personaggio secondario nella grande ricerca della verità. A volte si sentiva depresso al pensarlo.

" E' sicura questa linea?". Aveva preso il telefono automaticamente, accendendo nello stesso tempo il registratore e il localizzatore che Langly aveva ottenuto dalla polizia. Per questo, per un secondo, non riconobbe la voce di Skinner e non fu capace di capire immediatamente che il guardaroba che Mulder chiamava affettuosamente "capo" avesse appreso la prima lezione di un buon paranoico.

Certo che la linea era sicura. Stava cercando di insultarlo, o cosa?

"Skinner?"

Quando sentirono il suo nome, Langly e Byers sollevarono la testa dalle tastiere e guardarono Frohike. Il biondo sudava e a Byers sembrava che la cravatta lo stringesse troppo. Frohike capì che non era l'unico ad essere nervoso. Se non trovava presto Mulder e Scully avrebbe dovuto fare i conti con Skinner e aveva tante possibilità di vincere, come una corista di Las Vegas di mettere fuori combattimento Muhamad Alì dei tempi buoni.

" Squirrel, Moose. Età, quarantadue anni. Sposato. Era il gestore di un motel in Georgia e ora è morto a dieci metri da me. Voglio sapere il perché". Scrisse il nome senza perdere un dettaglio. Skinner sembrava arrabbiato. Mulder se la sarebbe vista brutta quando gli avrebbe messo le mani addosso.

Se fino ad allora, Scully non fosse riuscita a colpirlo, umiliarlo, castrarlo e metterlo in ginocchio, chiaramente.

" Hanno ammazzato il gestore dell'hotel?"

"Che cosa ho appena detto?". Irritato. Bene. Messaggio ricevuto, spilungone. Dio, perché tutti erano così suscettibili? Langly aveva gridato mezz'ora prima perché aveva tolto dal suo posto il plastico di " Dungeons& Dragons". perché tutti se la prendevano con lui?

" Cerchi un portatile e invii l'informazione all'ufficio regionale del FBI di Atlanta". Mentre sentiva Langly si preparava ad avere accesso alla rete interna del Bureau.

"Non c'è molto da dire. Due colpi. Il primo gli ha reciso l'aorta. Il secondo, gli ha attraversato il cranio. Grande calibro. Silenziatore e nessun testimone".

Frohike aveva davanti i dettagli del caso. Poteva essere lo stesso tipo che aveva fatto fuori March. O qualcuno che faceva lo stesso lavoro, inviato dagli stessi uomini. Poteva essere mille cose, ma Frohike aveva il presentimento che fosse esattamente questo.

"Qualch'un altro sta cercando Mulder", disse.

"Forse non è lui che cercano, ma la ragazza di cui parlarono. E' l'unica cosa che ha che mette in relazione March con questo!". Stavano perdendo la copertura della linea e Skinner doveva parlare a bassa voce, forse per nascondere la sua conversazione alla polizia, il cui rumoreggiare indicava che erano già arrivati sul luogo del crimine.

" Ci stiamo lavorando. Byers sta confrontando il curriculum di March per confrontarlo con gli altri professori morti e Langly..."

Skinner non lo lasciò finire.

"C'è ancora una cosa sul cadavere". Sembrava che ci fosse una certa apprensione nella sua voce. "Ha una ferita post-mortem, in verità". Ci fu un attimo di silenzio ma Frohike non osò romperlo. " I colpi li ha sparati un professionista, questo è chiaro, ma dopo averlo ammazzato..." La sua voce si perse tra le voci di altri uomini e il suono di una sirena. Di un'ambulanza inutile, forse.

" Come ha detto?" Frohike alzò il volume del telefono e la voce di Skinner suono subito profonda e chiara sul rumore di fondo.

" Gli hanno aperto la scatola cranica. Letteralmente. Ho il suo cervello in una borsa di plastica, Frohike".

Cazzo. La cosa si stava mettendo sempre più al peggio.

**
All'esterno del Rosalin's Drusgtore
Periferia di Albany
14: 05 p.m.

Come era quella frase idiota di Moby Dick? Che l'idea dell'inferno era figlia di un budino di mele mal digerito? Mulder pensava a questo e a Herman Melville. Era evidente che Melville non aveva mai dovuto passare un mezzogiorno in mezzo alla Georgia, bruciando di caldo, supplicando di arrivare ad un hotel, seduto nella sottile linea d'ombra che proiettava l'edificio del drugstore nel quale Scully si era ostinata a fermare. Melville non aveva dovuto vedere come tutta la sua vita diventava opaca, sparpagliata e priva di significato, né aveva dovuto sopportare la vuota sensazione di rimanere arido e senza passione. Senza obiettivi, senza Scully, senza meta, mosso solo dalla routine delle cose e l'inerzia dei difetti acquisiti. Questo era l'inferno sulla Terra. Mulder aveva anche la sua personale e loquace versione di Satana.

"Illuminami, Mulder". Krycek, stava in piedi, guardando attraverso la vetrina ciò che succedeva dentro al supermercato. Sorvegliava Scully ed Eve costantemente, come un avvoltoio che aspetta di attaccare. "perché fai questo a Scully?"

Non doveva assecondarlo. Doveva mantenere il controllo. Doveva ignorarlo e l'avrebbe fatto.Non avrebbe risposto. "Che si suppone che io faccia?". Era debole. Era solo il protozoo dell'uomo forte, con il senso dell'onore, sensato e attento di cui aveva bisogno Scully e non poteva fare qualcosa di così semplice come ignorare Krycek. Era detestabile.

"Sette anni d'amore platonico, Mulder. Non so se ti meriti una medaglia o un colpo nella nuca". Suonava come se stesse parlando seriamente. Suonava come se non si rendesse conto che la sua sudicia e schifosa bocca non era autorizzata a parlare di niente che avesse una relazione con Scully. Suonava come qualcuno a cui sarebbe stato un piacere sparare fino a vederlo morire di una lenta agonia.

"Suppongo che ti piacerebbe molto offrirmi la seconda delle due possibilità, Krycek"

Faceva troppo caldo per quello. La discussione con Scully aveva messo a dura prova la serenità di Mulder. Ed ancor peggio, gli aveva fatto perdere le speranze che tutto si sarebbe sistemato. Quello di cui ora non aveva bisogno era del giochetto mentale di Krycek.

"Non ho mai voluto ucciderti". Continuava a guardare attraverso la finestra. Prudente, pensieroso. Arrabbiato? Forse.

" Sono un Mulder fortunato. Mio padre non può dire la stessa cosa".

Al sentirlo, Krycek, distolse lo sguardo dal negozio e cercò i suoi occhi."Hai avuto la tua opportunità di spararmi". Certo. Mulder ricordava il momento con precisione matematica. L'aggressione di Krycek nel suo appartamento e poi, il discorso sulla guerra civile tra le nazioni extraterresti con cui aveva cercato di guadagnare la sua fiducia. E quella specie di bacio russo con il quale suggellò quello che lui doveva considerare un sinistro patto tra uomini d'onore. Si, era questo che aveva voluto dire, chiaro. Era impossibile tentare di analizzare le sue motivazioni o studiare le sue azioni cercando un nesso nella sua condotta o un certo filo di sensata logica. E finalmente, Mulder ricordava il momento in cui nell'appartamento in penombra, Krycek gli aveva offerto la sua arma e gli aveva dato dieci lunghi secondi per sparargli. Pensandoci freddamente, forse quello era un contorto gesto di "qui pro quo" nella sana tradizione del dottor Lecter. Forse quella lumaca umana credeva che dare la sua arma a Mulder era una maniera di saldare il suo debito per l'omicidio del padre.

Ingenuo pensiero per un demonio.
Da parte sua, l'unica cosa che pensò Mulder in quel momento, in quegli interminabili dieci secondi che si allungarono come un chewing gum cosmico, era che, senza dubbio alcuno, Alex Krycek meritava di morire. L'unico problema era che lui non meritava di diventare un assassino per colpa sua. Così che non sparò.
Ascoltandolo, era facile pentirsene.

"Spiegami come funziona il tuo rapporto con Scully, Mulder. perché la guardo e non capisco, sul serio". L'ombra dell'edificio era sempre più stretta e Mulder preferì alzarsi in piedi. Lo sguardo di Krycek era fisso su Scully, che parlava con Eve, vicino agli scaffali dei saponi e deodoranti. " Lasci che ti segua dappertutto, che rischi per te e che ti salvi il culo ogni volta che fai una sciocchezza. Tenendo conto del tuo indice di sciocchezze, si può dire che ce l'hai tutto il giorno dietro".

"Mi da nausea sentirti parlare di lei, Krycek. Non ti insegnarono che non bisogna essere blasfemi?"

Si sentiva sempre nello stesso modo vicino a quell'uomo. Minacciato per la sua sola presenza, pieno di energia violenta che incominciava a marcirgli le interiora.

"All'inizio ho pensato che non fosse il tuo tipo. Alla fin fine lei non ti ha ancora venduto". Smise di guardare quando Eve scomparve indietro ad uno degli scaffali. Il suo sguardo arrogante sembrava ancora più cinico del solito. Non avrebbe resistito ad ascoltare la sua voce per molto altro tempo.

" Sta zitto, Krycek"

"E' migliorata con gli anni, non credi? Le ha fatto bene che le rovinassi la vita". O stava zitto subito o avrebbe pagato tutta la stanchezza e l'irritazione che Mulder aveva accumulato durante le ultime ore. E era molta stanchezza e ancor più irritazione. "Cancro, sterilità, non basta ancora? Non si merita che tu vada a letto con lei? Cosa stai aspettando? Che ti supplichi?"

Fu un impulso. Mulder non lo vide venire e forse per questo, non si seppe contenere. Il suo pugno, semplicemente, si mosse sparato in direzione di Krycek con tutta la forza del suo corpo. Voleva rompergli la testa. Voleva vederlo sanguinare e chiedere perdono in ginocchio per ogni genere di schifezze che erano uscite dalla sua bocca. Specialmente, doveva chiedere perdono per tutte le verità a cui aveva girato intorno perché suonassero così orribili come le aveva fatte suonare.
Aveva insinuato che Mulder torturava Scully rifiutandosi di andare a letto con lei? Che genere di ripugnante menzogna, che sporca interpretazione della realtà era questa?
Per disgrazia, Krycek, stava sempre all'erta e seppe reagire al pugno. Fermò il colpo nell'aria, nello stesso istante che la porta del negozio si aprì con un suono di campanelle. La distrazione non fu sufficiente perché Krycek lasciasse la mano di Mulder, ma bastò perché questi potesse colpirlo nello stomaco con l'altro braccio.
Doveva avere un sinistro migliore di quello che credeva perché Krycek si piegò in due dal dolore ed emise una specie di gemito soffocato. Ancora infuriato, Mulder gli afferro i baveri della giacca e lo spinse contro la vetrina. Aveva il suo viso a due centimetri di distanza. Poteva sentire la rabbia che gli bolliva in corpo. La frustrazione, la solitudine, il progressivo allontanamento di Scully, le assurdità della vita, Krycek poteva pagare per tutto questo. Doveva pagare per tutto quello.
Aveva ammazzato suo padre giusto nel momento in cui Bill Mulder aveva deciso di essere onesto con suo figlio. Gli aveva strappato quel momento e qualsiasi altro momento che avrebbe potuto esserci dopo.
Bastardo.

"Dovrei ucciderti qui, Krycek"

L'energia fluiva per tutto il suo corpo, come una corrente viva di pura elettricità. Tutto ciò che voleva era cancellare la perenne espressione di superiorità dal viso di Krycek. Fargli pagare sette anni di ricerche inutili.

"Non è una monaca, né una santa, Mulder. Cosa credi che sogni, eh?" C'era paura sul suo viso, apprensione per il colpo che poteva ricevere. Ma sopratutto sfida, come se volesse essere colpito.

Questo bastò. Approfittando che lo teneva preso per le braccia, Mulder lo lanciò di nuovo contro il vetro e solamente la voce di Eve, che era uscita dal negozio a metà della lite, potè fermare di colpo il pugno che avanzava in direzione della sua testa.

"Basta!"

Non fu un grido molto forte. Niente al confronto dell'urlo del furgoncino, che era stato sul punto di provocare un infarto a Mulder. Ma fu sufficiente perché Krycek la guardasse con intensità e bastò perché Mulder lo lasciasse. La rabbia era scomparsa improvvisamente, forse per influsso di Eve. Mulder ricordò l'abbraccio nel furgoncino, momenti prima. L'aveva fatto sentire così bene per un istante. Così in pace e così pieno di rimpianto per qualcosa di simile con Scully.

Ora, invece, sembrava arrabbiata. Stufa, più che altro. " Se aveste tredici anni stareste nel bagno a misurarvelo".

Camminava verso la parte posteriore del negozio e Krycek la seguiva con lo sguardo, improvvisamente dimenticandosi della lite che si era impegnato tanto ad incominciare. "Dobbiamo andare via subito", gridò verso di lei.

Eve non si girò per rispondere." Non andrò da nessuna parte!"

Forse parlava seriamente o forse no. A Mulder non importava minimamente. Appena poteva ricordare perché quel caso l'aveva interessato giorni prima. Consumata l'adrenalina della lite, il suo corpo era rimasto senza forze e si sedette dove potè.
Con la coda dell'occhio vide come Krycek seguiva Eve verso la parte posteriore del supermercato.
Toccava a lei litigare con Krycek. Lui era stanco perfino per questo.
Durante un certo tempo tutto gli era sembrato appassionante; ogni mistero, una sfida; ogni caso, un'opportunità. Si domandò quando aveva smesso di essere così e chi era lui.

**
Squirrel's Inn
14:10 p.m.

Stanze 20 e 21. Quattro ospiti alloggiati nel motel per qualche ora e tutto a carico della carta di credito di Dana Scully. Un'occhiata al libro della reception e Skinner sapeva già tutto quello che doveva sapere. Mulder e Scully si erano fermati lì il giorno prima. In compagnia di due altre persone. Non c'era bisogno di essere il vice direttore più sveglio del mondo per sapere che si trattava di Krycek e della scomparsa Eve Worthington. Tutti gli indizi portavano a lei.

"E' un caso che abbia trovato un cadavere nel suo primo giorno di vacanza".

Il sergente della polizia lo stava guardando da un pò di tempo. Di poco più di cinquant'anni, aveva tutto l'aspetto di qualcuno che ha sviluppato un istinto senza paragoni per gli omicidi. Il suo viso, di un nero mogano, aveva l'aspetto del cuoio ben conciato e il sudore gli conferiva una lucentezza luminosa.

"Qualcuno doveva trovarlo, immagino".

Era una spudorata menzogna ed entrambi lo sapevano. Quando avrebbe tardato la polizia a confrontare gli ultimi registri e imbattersi in Scully? Alcuni agenti del FBI alloggiati in un motel dove uccidono qualcuno poco dopo, perché lo trovi il loro diretto superiore? Nessuno avrebbe creduto a questa storia. Aveva solo bisogno di tempo per andar via da lì.

"Suppongo di si". Il sergente si portò la mano alla giacca e prese un fazzoletto di seta bianca per pulire il lucente strato di sudore dalla fronte. "Vuole dirmi che cerchiamo qui?"

La stanza rimaneva nell'ombra ma anche così, faceva molto caldo. Skinner aveva ispezionato ogni angolo nella speranza di trovare qualche indizio sopra i suoi agenti. O su Krycek. Qualcosa che indicasse per dove dovesse continuare a cercare.
Dove si stavano dirigendo? Con il gestore morto, nessuno poteva dargli nessuna maledetta indicazione. Stava in mezzo alla Georgia senza una direzione. Niente. E con un sergente troppo sveglio che sorvegliava ognuno dei suoi movimenti.

" Sono state le ultime stanze prese in affitto. Se ne sono andati stanotte". Fece una pausa e finse un certo disinteresse causale. "Forse l'assassino è uno di loro".

Un poema. Questo era la faccia del sergente. Un autentico poema di scetticismo che al confronto Dana Scully era una principiante. "Forse". Armadi vuoti, asciugamani non usati, letti rifatti, cestini vuoti e nessun indizio. "perché crede che si è preso il fastidio di togliergli il cervello?" Skinner non si scomodò a rispondere. Invece, fece attenzione che nelle pieghe del letto, così poco profonde ma evidenti per una stanza che doveva essere stata pulita quella stessa mattina. "Non sembra il profilo di un assassino in serie, fare un'estrazione, una volta che ha ucciso con due colpi precisi". Ancora affannato ad asciugarsi il sudore, l'ufficiale si era diretto verso la finestra e guardava attraverso le fessure delle tende, concentrato nelle sue stesse parole.

Sotto il letto, mezzo nascosto dalle coperte, un piccolo pezzo di carta richiamò l'attenzione di Skinner. Il sergente Al Jackson non poteva vederlo da quella posizione e lo conservò prima che si girasse. Ad una prima occhiata sembrava una semplice annotazione matematica. Un'equazione, una formula, qualcosa del genere.
Di Krycek? Forse.

"Ha trovato quello che cercava?" C'era uno scintillio malizioso negli occhi di vecchio segugio. Come se avesse potuto odorare la grandezza del caso che gli si presentava davanti.

"Niente", mentì Skinner. "Era solo un presentimento". Il nodo della cravatta lo stringeva e lo allentò un poco per poter respirare meglio in quel forno.

" Ha dei buoni presentimenti, di solito?". Lo guardò fissamente negli occhi e Skinner pensò a Mulder, alla sua abitudine di non abbassare lo sguardo quando diceva la più grande delle bugie. Pensò anche al suo grande istinto d'investigatore, alla sua sinistra capacità di vedere cose dove nessuno poteva vederle. Non per la prima volta, Skinner pregò per aver acquistato per contatto una minima parte di questa capacità per trovare i suoi agenti prima che Krycek la facesse finita con loro. E sopratutto prima che l'incontrasse l'altro uomo. L'uomo che si era preso il fastidio di togliere il cervello ad un insignificante gestore di un motel per qualche misteriosa ragione.

Il poliziotto continuava a guardarlo, aspettando una risposta.

"Lo spero", disse Skinner, uscendo dalla stanza. L'annotazione gli bruciava in tasca e pregò che i pistoleri avessero potuto darle un significato. Misteriosamente, il suo cellulare suonò nel momento che pensò a loro.

Non lo sorprese ascoltare la voce di Frohyke.

"Scully ha appena utilizzato la sua carta di credito in un supermercato alla periferia di Albany, in una strada secondaria verso la Florida", gracchiò." Stiamo facendo ricerche sulla faccenda dell'estrazione del cervello ma ci impiegheremo un pò di tempo per sapere qualcosa". Ci fu un mormorio di fondo, come una discussione soffocata, " Appena Langly riesce a connettersi di nuovo con il terminale federale".

Doveva essere irritato che quei tre fantasmi del cyberspazio stessero violando l'archivio del FBI, il sistema di sicurezza nazionale e tutte le leggi sulla protezione dei dati del mondo occidentale, ma al posto della rabbia, sentì qualcosa di più inquietante.
Orgoglio paterno?
Il calore gli stava fondendo il cervello. Non aveva bisogno di essere come Mulder: si stava convertendo in lui.

" Ho bisogno che scopriate il significato di una combinazione alfanumerica".

Il sergente Jackson era tornato dai suoi colleghi e Skinner abbassò la voce perché nessuno potesse sentirlo, mentre leggeva l'annotazione che aveva trovato nella stanza.
Attraverso il radar che captava il segnale del cellulare, il cacciatore prendeva nota di tutto e osservava la scena del crimine da una distanza di settecento metri. Era la sua creazione, il suo caos, la sua segreta opera d'arte che nessuno eccetto Alex Krycek poteva capire.
Caspita se l'avrebbe capita.

**
Fuori del Rosalin's Drugstore
Periferia di Albany
14: 15 p.m.

Schifosa afa irrespirabile. Il semplice atto di pensare risultava complicato in mezzo a quel calore umido. La strada sembrava puro liquido invece che solida. Le macchine passavano velocissime per l'autostrada e il piccolo recinto del negozio nel quale si trovavano, aveva l'aspetto di essere l'arredamento della fine del mondo. Non c'era nessuno nella via e l'unica compagnia di Eve nel patio dietro il drugstore erano le lattine di birra vuote e un paio di furgoncini senza il conducente. Lo gradì. Era tutta la compagnia di cui aveva bisogno, molte grazie.
L'aria condizionata del negozio, l'incubo di Krycek, il terribile momento di strana telepatia che aveva diviso con Mulder e i quasi cinquanta gradi che dovevano bruciare la Georgia in quell'ora del pomeriggio, le stavano dando una nausea quasi insopportabile e si sedette a terra per superare la sensazione di vertigine. Chiuse gli occhi e respirò profondamente per non sentire il fischio nelle orecchie, che stavano incominciando a otturarsi e anche per riempire con qualcosa il buco nello stomaco. Vomitare non l'aveva assolutamente aiutata. Continuava a sentirsi fuori luogo e continuava a sentire un vuoto angoscioso nel corpo.
Dio, Lynus, perché diavolo hai dovuto andartene ora quando ho più bisogno di te?
Nel petto, nel ventre, nel cervello. Ovunque, si sentiva vuota.Gli ultimi giorni ritornavano come folate asfissianti, ma non poteva soffermarsi su nessuna emozione concreta. Sentiva solamente energie confuse e contraddittorie che entravano e uscivano dal suo corpo senza un motivo né uno scopo.
Lynus era morto. Era ancora un pensiero estraneo, surreale, falso. perché non poteva sentire che era morto? perché non si sentiva perdura? Era shoccata? Era questo? E questo viaggio, Mulder e Scully e la loro strana relazione. I loro sogni, così coinvolgenti. La mente di Mulder, così caotica, così vulnerabile, così sensibile all'abbandono. perché aveva potuto sentire i suoi pensieri, anche da sveglia? perché sentiva che conosceva Dana Scully? perché si sentiva protetta da loro, se non li conosceva? E il sogno del motel? Che cosa era stato? Il primo avviso di questa strana telepatia appena acquisita? E allora? A chi apparteneva? E che importanza aveva saperlo se il mondo sarebbe cambiato dalla sera alla mattina per finire con tutto e tutti?
Troppe cose da assimilare. Si sentiva sopraffatta.

"Tutti dobbiamo morire". Non si rese conto che lo aveva detto a voce alta finchè degli enormi piedi che calzavano stivali e un paio di jeans entrarono nel suo ridotto campo visivo. Stupendo. L'ultima persona del pianeta che voleva vedere.

"Dobbiamo andare via se vogliamo dormire un poco prima di ripartire stanotte".

Forse non l'aveva sentita? Che parola non aveva capito? Non sarebbe andata da nessuna parte. Sarebbe rimasta lì, coricata nel bel mezzo del niente, aspettando che gli alieni si annidassero nel suo corpo, come avrebbero fatto comunque. Che senso aveva alzarsi?

"Sempre a dare ordini, che personalità scoppiettante, Krycek. Mi meraviglio che ci sia gente interessata ad ucciderti". Cercò di non essere ironica. Non era da lei e non aveva forze.

"Risveglio gli istinti più bassi", fu tutta la sua risposta.

Eve lo guardò per la prima volta, facendo uno sforzo per alzare la testa. Il sole batteva sull'altro lato della casa e Krycek rimaneva nell'ombra. Alto e imponente dall'angolatura dalle quale l'osservava Eve. Era un arrogante, un arrogante presuntuoso e innamorato di se stesso. Era anche un arrogante troppo bello. E lo sapeva, accidenti se lo sapeva. Per questo non doveva fidarsi di lui. Doveva diffidare, essere furba, pensare. Controllare. Calmarsi.

"Ci godi quando Mulder ti batte, no? E' la tua maniera di dimostrare che non è migliore di te". La risposta di Krycek fu un mezzo sorriso che nascondeva disprezzo. E forse, qualcosa di più profondo, una traccia d'onestà. Eve aveva la sensazione che Krycek guardava Mulder con più ammirazione di quanto era disposto ad ammettere.

"Stiamo perdendo tempo".

"Questa notte hai detto per ora". Fece un gesto che rivelava incomprensione ma non domandò niente. Eve cercò di spiegarsi. Anche se stava stanca per spiegarsi. "Mulder mi ha domandato se non avevo sogni miei e quando ho detto di no tu hai detto per ora" Seduta continuava a dominare la nausea. O quasi. "Che cosa volevi dire?"

"Che non vivi, osservi solamente, Eve". Pronunciò il suo nome con arroganza, quasi con disprezzo." Che sei la macchina della verità quando si tratta degli altri perché li osservi da dietro un vetro". A Eve si chiuse lo stomaco e si sentì pungere gli occhi per un accenno di lacrime che riuscì ad ingoiare con uno sforzo. "Che avrai qualcosa da sognare quando uscirai dalla bolla così comoda che ti sei costruita e ti permetterai di sentire qualcosa"

Per la prima volta nella sua vita, Eve Worthington sapeva quello che si sentiva quando qualcuno scopriva i tuoi segreti. Panico, pudore e qualcosa molto simile alla voglia di piangere. La cosa peggiore era che Krycek sembrava metterla a nudo senza fare nessuno sforzo.
Non era giusto. Non era affatto giusto che fosse riuscito di conoscerla meglio di quanto si conoscesse lei stessa e lei non sapesse niente di lui. La sua vita non era così, ma esattamente al contrario. Era lei quella delle risposte, quella che sapeva cose della gente.

"Ora alzati". Krycek sembrava vittorioso, soddisfatto della sua breve lezione di psicanalisi.

"Non mi muoverò di qui". Eve lo disse con tutta la convinzione che seppe dimostrare. Stava incominciando a sentire una rabbia isterica contro quell'uomo.

"Alzati"

Dio, come odiava che le dessero ordini. Lo aveva odiato tutta la vita. Si industriò ad odiare anche Krycek. "Non sai parlare senza dare ordini?"

"Posso anche trascinarti fino alla macchina. Come preferisci".

Trascinarla? Trascinarla fino alla macchina? A lei? Ma cosa credeva? Che erano uomini delle caverne? Lo guardò accumulando tanto odio come poté. Scully e Mulder avevano ragione. Krycek non era degno di fiducia. Non era degno di nessuna relazione umana. Aveva sentito dozzine di emozioni contraddittorie con i suoi sguardi, e con il suo massaggio e con le strane visioni sessuali che includevano lui nudo nella doccia, tutto questo era unicamente il risultato dello stress degli ultimi giorni. Risultato delle sue lunghe ciglia e dei suoi occhi smeraldo, e i suoi modi di animale soddisfatto e il suo insolito sorriso. Per un attimo sentire il suo incubo nella macchina l'aveva riempita di un alone di compassione e comprensione verso di lui ma era normale, succedeva sempre. Se entrava nella mente di qualcuno la sua personalità sbocciava davanti a lei, come un enigma di chiaroscuri. Chiaramente nella realtà, l'incubo le aveva solo portato altri tormenti. Altra ansia.
Altro vuoto nello stomaco e altro nervoso quando le gironzolava vicino. perché diavolo era tanto nervosa quando lo aveva vicino?

"Che succede ora?Non volevi sapere la verità? O non ti è piaciuto quello che hai visto?"

Appoggiandosi al muro, Eve si alzò da terra. " Quello che non voglio è continuare a parlare con te" Fece un paio di passi per allontanarsi di lì ma quando passò vicino a lui, Krycek l'afferrò per il braccio con la forza di un torchio meccanico e le impedì di continuare a camminare.

"Lasciami indovinare", disse, parlandole in faccia, martellando le terminazioni nervose della sua cute, con il calore maschile del suo respiro." Vuoi tornare indietro nel tempo? Non è così? Vuoi che March sia vivo. Vuoi tornare a sentirti normale, vuoi il controllo della tua vita, la tua casa, i tuoi amici, il tuo appetito. Vuoi sentire che conosci il mondo che ti circonda e che sai come sarà domani". Eve cercò liberarsi dalla sua morsa bestiale ma non ci riuscì. Il fischio nelle orecchie la stava lasciando quasi cieca e troppo nauseata. Aveva appena forza. " Vuoi sapere chi sei e cosa devi fare".

Sì, sì, sì. Voleva tutto quello con tanta intensità che stava impazzendo. Voleva credere che tutto fosse un sogno e che sarebbe finito svegliandosi. Voleva capire perché tutto stava cambiando e l'unico che sembrava capirla meglio di se stessa era un assassino che aveva fatto dell'ambiguità un'arte. E allo stesso tempo voleva dimenticare tutto questo e mettere la testa in un buco di felice ignoranza dove poter continuare a vivere per il resto della sua vita.

"Risparmiatelo, perché non accadrà". Eve poteva sentire letteralmente il sudore di Krycek come se fosse il proprio. Aveva un aroma unico anche se molto tenue. Odorava di sale, di terra, di dolore, e di qualcosa di più profondo e oscuro. Qualcosa di virile e pericoloso che Eve non aveva odorato mai." Sveglia! March è morto e non tornerà. Vuoi che ti dica com'è la verità?" La scuoteva quasi senza rendersene conto, come se avesse più forza di quella che era capace di controllare.

Con un rapido movimento, che tolse ad Eve il respiro, Krycek l'appoggiò contro il muro in ombra. "vuoi saperlo?". Così verdi. I suoi occhi erano così verdi. Erano onde di una tempesta in mare aperto, smeraldi in fondo ad un vulcano.

"Dimmelo tu". Questa era la sua voce? Così debole? Così infantile? Krycek le guardò le labbra fissamente e poi rivolse lo sguardo più in basso. Non la stava afferrando, ma Eve si sentì prigioniera contro quel muro di cemento. Legata, presa e senza via d'uscita. Ingoiare le costava fatica. Aveva la bocca più secca di quanto l'avesse mai avuta.

Sarebbe svenuta. Ora, subito.

" La porti scritta sul tuo corpo".

La confusione si rifletté nell'espressione di Eve. Portava la verità scritta sul suo corpo? Che stava cercando di dirle? La risposta arrivò nel modo più inaspettato possibile. Senza darle il tempo di reagire e senza spostare gli occhi dal suo viso, Krycek le mise la mano nella maglietta.
A Eve si fermò il respiro. Tutti i pori della pelle rinacquero improvvisamente, risorgendo alla vita come pelle d'oca. Balbettò un paio di sillabe ma non riuscì ad articolare nessuna parola coerente. La mano continuava a stare lì sul suo stomaco, alla sinistra dell'ombelico e Krycek la guardava fisso, senza muoverla. Finchè il suo pollice, incominciò a sfiorare dolcemente il contorno familiare della cicatrice, in circoli concentrici ogni volta più ampi, che salivano e scendevano, sfiorando la cintura dei pantaloni e la fine delle costole.

"La verità è una ferita e ti lascia marchiata per il resto della tua vita, anche se cerchi di voltarle le spalle." Ansimava con forza, come se ogni respiro, provenisse dal fondo del suo stomaco e gli costasse fatica respirare così profondamente. Eve fissò le sue labbra, forse per la prima volta. Erano sempre state così, un miscuglio perfetto tra maschili e femminili, tra dure e sensuali? " La verità fa male, Eve", disse e continuò a muovere la mano. Era più che grande, e sembrava gigantesca contro la superficie dello stomaco. E non era una mano qualsiasi, pensò Eve. Era violenta, aggressiva, capace di fare soffrire. Lo aveva visto uccidere, fare a botte.

E la stava vedendo che accarezzava. Sicura, precisa, lenta, come se apprendesse a memoria il cammino sinuoso della sua cicatrice. Era delicata, quasi timorosa, e si fermava sempre nello stesso punto, dove iniziava la cintura dei pantaloni. La ferita continuava serpeggiando più in giù e senza volerlo, Eve desiderò che la mano si abbassasse di più, molto di più. Pensarlo le provocò una specie di pozzo nello stomaco e un tremore sconosciuto nelle gambe.
Poteva muoversi, doveva andar via, doveva assolutamente andarsene.
Ma come, se riusciva appena a respirare? Il respiro affannoso di Krycek, che sembrava assorto in una disperazione angosciosa, si mescolava con il suo. Le pesavano gli occhi e la mano era fredda e calda allo stesso tempo. In un impulso, Eve respirò profondamente come potè e si scostò dal muro di qualche centimetro, cercando un'uscita che non era nemmeno sicura di volere.
Per qualche motivo, il suo tentativo di fuga, distrusse la poca serenità che sembrava albergare in Krycek. In un solo istante, Eve si senti spinta di nuovo verso il muro con una forza tanto controllata come violenta. E la cosa successiva che sentì fu il peso mascolino del corpo di Krycek che la schiacciava contro il cemento dell'edificio.
Era come quella prima notte nel laboratorio. Stavano di nuovo faccia a faccia, corpo a corpo. Krycek aveva solamente una mano ma gli bastò per contenere gli sforzi di Eve, più nauseata e fuori posto di quello che ricordava di essere mai stata.In qualche modo, riuscì a bloccarle le mani e metterle dietro la schiena, in modo che Eve non potesse muoversi. "Dimmi che lo vuoi ", sussurrò.

Era immobilizzata. Con la parte di sotto del corpo completamente unita a quella di Krycek, che esercitava una forza fenomenale contro di lei.

"Lasciami." Non è che si sentiva nervosa. Era solo che il nodo nello stomaco era avanzato a spirale nel flusso del sangue, pietrificandola per puro panico.

"No". Le strinse i polsi con forza per riaffermarlo e si strinse un poco in più contro di lei. Stava ovunque saturando i suoi sensi. Parlando così vicino che poteva sentire la vibrazione di ogni parola sulle sue labbra. Ubriacandola con il potere del suo corpo."Dimmi che lo vuoi veramente". Era tanto disperato quanto lei e con un gesto riflesso che non volle e non potè evitare, la investì con forza.

Attraverso i pantaloni, attraverso il panico, la disperazione, i respiri affannosi, la nausea e il calore, Eve sentì la rigidità furiosa della sua erezione. Il suo corpo rispose emettendo una corrente di umidità che le sciolse i muscoli e il pensiero, che le attraversò il cervello e i pantaloni.
Era questo ciò che voleva. Immergersi in quel miscuglio di liquido, calore e vapore. Sciogliersi, liquefarsi, soccombere.

"Fammi svegliare, Alex".

Prima che finisse di pronunciare l'ultima sillaba del suo nome, aveva già scatenato una tempesta. Krycek spinse il suo corpo contro di lei, impalandola contro la parete, bruciandole le interiora lì dove l'aggrediva la sua erezione. E senza liberale i polsi, le cercò la bocca con una bacio feroce. Un bacio senza preliminari, né languide carezze, che annullò tutto l'universo conosciuto riducendolo a stimoli e a reazioni istintive. L'unica cosa che esisteva nella coscienza di Eve era l'invasione di quella lingua e di quella bocca così dura. Selvaggia, scatenata. E la frizione animale dei loro corpi vestiti. I gemiti gutturali, incomprensibili di Krycek. E la sensazione d'averlo sopra di lei, sudando il suo desiderio sulla sua pelle e esibendo la sua energia sessuale come un castigo da godere. E il calore che formava spirali nei suoi organi interni. E l'ombra di una barba, che le irritava la pelle del viso e facendo aumentare la sensazione di umidità, dolce e calda della lingua che la penetrava nella bocca instancabile.
A Eve, fischiavano le orecchi, ardevano le gambe, bruciava il respiro. Sentì come le diventava umido il sesso. Voleva respirare con la lingua, affogare in Krycek.
Smettere di esistere. Incominciare ad esistere.

" Krycek! Dobbiamo andar via!"

La malia sparì con più rapidità di quanto forse sorta. Quando la voce di Mulder ruppe il silenzio di quel cortile posteriore, Eve e Krycek si separarono, muovendosi come bambole automatiche. Quando l'agente del FBI, girò l'angolo, li vide nascosti nell'ombra, tra le casse di birra. Con gli occhi lucenti e le guance in fiamme.

"Credo di aver ucciso il Mulder sbagliato". Krycek lo disse con la voce così bassa che Eve potette ascoltarlo facendo uno sforzo. Avrebbe voluto andare verso il furgoncino ma le tremavano le gambe.

Alex Krycek l'aveva baciata. Con qualcosa più simile ad un'esplosione termonucleare che ad un bacio. E suoi occhi erano diventati opachi, furiosi e irrazionali nel farlo. Le stava costando assimilarlo.
Un poco più sereno di lei, Krycek respirò profondamente e cominciò a camminare verso Mulder. Ma quando vide che era soddisfatto e spariva dalla sua vista, tornò immediatamente allo stesso posto dove Eve cercava di riordinare i suoi organi interni.
Si guardarono negli occhi. E la voce di Krycek suonò consumata, spezzata.

" Il primo te l'ho dato io, il secondo dovrai darmelo tu. Pensaci bene, perché la terza non mi accontenterò di un bacio" E senza altre parole, fece scivolare la mano per il percorso della cicatrice e la immerse dentro ai pantaloni, fino a incontrare la fine della ferita, e sfiorare l'inizio del pube di Eve. Allora, le affondò la testa nel collo, risalendo con i denti fino all'attaccatura dei capelli. All'interno del labirinto dell'orecchio, la sua lingua disegnava lettere di un alfabeto misterioso. Eve trattenne l'impulso di fare le fusa e strofinarsi contro di lui ma non potè evitare un movimento riflesso che fece sì che l'erezione di Krycek finisse nel buco delle due pelvi. Emise una specie di gemito involontario che vibrò nella sua bocca e la fece sentire debole e esposta come una frutta esotica.

Le sembrò che davanti a quello, Krycek aveva avuto l'indecenza di ridere. Dio, era un porco arrogante. Eve cercò di trovare il suo orgoglio, ma tutto ciò che trovò fu il desiderio cieco che Krycek abbassasse la mano un poco di più invece di tirarla fuori dai pantaloni come alla fine finì per fare.

"Come sai che ci sarà una seconda volta?" Cerco che suonasse con un tono di sfida e con un poco di autostima ma suonò ansante, sull'orlo della supplica.

Il suo sguardo diventò ancor più arrogante, anche se un secondo prima Eve avrebbe detto che la cosa era impossibile.

"Lascia che ti chiarisca una cosa, perché tu faccia attenzione": La stava guardando negli occhi, con le pupille dilatate. Arrogante, ma con un lontano fondo di tenerezza." Non sono una buona persona, Eve. E non vado piano, non sono paziente e non faccio attenzione". Le sfiorava le labbra con il pollice mentre parlava ma Eve poteva solo fissare i movimenti delle labbra e della lingua quando pronunciava ogni parola. Voleva sentire quella lingua ovunque. " Se vuoi giocare secondo le regole, non giocare con me, io non sono Mulder".

Non disse niente altro prima di andarsene e lasciare Eve sola contro il muro, respirando e cercando di trovare qualche espressione neutra per il suo viso. Qualcosa che non denunciasse il maremoto del suo intimo.
Nella sua maniera contorta, sinistra tronfia e malevola, Krycek stava cercando di salvarla da se stesso. Solo che lei non voleva essere salvata. Voleva essere consumata, divorata e saziata di quella fame nuova che era nata improvvisamente e che non sembrava aver fine. Quella sensazione che per la prima volta in tutta la sua vita, aveva ottenuto che Eve Worthington vedesse il resto della sua esistenza fino a quel bacio come un profondo letargo di indifferenza.
Camminò fino al furgoncino con il passo sempre più fermo.

 

Pericoli

Ho questo ricordo di mio padre, ubriaco e finito, che mi guarda con la coda dell'occhio, osservandomi costantemente. Io sentivo pena per lui, un esiliato inutile che non aveva saputo giocare le sue carte. Lui mi giudicava costantemente e tra i denti, mormorava quella frase che non riesco a dimenticare. "Troppo orgoglio, Alexander", diceva." Facendo sempre le cose alla tua maniera". Personalmente, mi sembrava la più grande delle manifestazione d'affetto che potevo sperare da quel sacco d'ossa. Il fatto che lo dicesse con un misto di preoccupazione e disprezzo, aumentava solamente il valore del complimento. Se lui avesse fatto le cose alla sua maniera, se avesse guardato di più ai nostri interessi, non saremmo stati scorie della guerra fredda, spazzatura dello stalinismo. Boris Krycek era tutto quello che io odiavo. Qualcuno che aveva avuto una posizione di potere e si era lasciato vincere. Qualcuno che si era ritirato dal gioco, solo per il suo atteggiamento di sconfitta. Non tanto dissimile dal morto Bill Mulder, se ci penso. Che riposino in pace insieme nell'inferno. Non ho tempo di pensare a nessuno dei due.

Il fatto è, e mi costa riconoscerlo, che il vecchio aveva ragione. Può considerarsi un difetto di fabbrica ma, per me, o è a modo mio, o non c'è nessun altro modo. Prendere o lasciare. Forse è un'eredità genetica della guerra fredda. Fa lo stesso. Il fatto è che dal mio lato dello spettro della realtà, c'è da capire una lezione molto semplice. Se non ti salvi il culo, lo prendi in culo. La cosa più difficile è non allinearsi e io l'ho trasformata in una forma d'arte. Rendo omaggio a me stesso, mi giuro fedeltà. Ho cura di me. Io sono mio fratello, in salute e in malattia, in guerra e dopo la guerra. Questa chiarezza d'idee, mi permette di sopravvivere nell'era della minaccia globale. Non lascio che le sciocchezze mi distraggano dall'obiettivo supremo.
Faccio il necessario. Alla mia maniera, padre. E' l'unica maniera che conosco ed è l'unica che funziona. La sola volta che non rispettai la mia regola d'autoprotezione fu per andare a letto con una Mata Hari di seconda classe il cui nome non voglio ricordare. Mi disperai tanto per avere quella donna, che stesi un ponte diretto verso la mia rovina. Si può dire che mi avvelenò la mia stessa medicina. Se fossi così sveglio come mi vanto di essere avrei dovuto imparare la lezione. Ho sempre pensato che l'uomo che inciampa per la seconda volta con la stessa pietra, merita che la sassata gli apra il cranio e lo lasci secco.
Ora posso sentire che sto a due centimetri da quella sassata. La vedo venire. Intuisco il suo percorso. So che va diretta a me. Solo che non è una pietra. E' un proiettile calibro quarantaquattro e esce direttamente dalla pistola di Fox Mulder, il faro della verità. Stronzo. Se sospetta che sto valutando la possibilità di scopare con Eve fino a che nessuno dei due ricordi il suo nome, mi farà saltare il cranio senza pensarci. E per di più crederà che le stia facendo un favore. Che la stai salvando.
Maledetto complesso del fratello maggiore.
Non è che forse non abbia ragione. Sicuramente la vita di Eve sarebbe molto migliore se questa febbre passasse improvvisamente e io potessi controllare il mio flusso sanguigno, dirigendolo al cervello e non tra le gambe. Ogni tanto mi domando perché non l'ho vista arrivare. Ma non cerco la risposta perché il mio istinto mi dice che l'ho vista arrivare dal maledetto inizio, quando incominciai a spiarla nell'ombra come un demonio. L'ho vista arrivare quando ascoltavo le sue conversazioni telefoniche o la vedevo rientrare a casa con qualche pappamolle universitario che non avrebbe saputo distinguere un problema di calcolo da un problema reale nemmeno nel migliore dei suoi sogni. La vidi arrivare la prima volta che uno di questi ragazzi andò via dalla sua casa senza un bacio della buona notte e pensai, "fottiti, perdente". E non ho fatto niente per evitarla e preferisco non pensarci perché mi spaventa la portata della mia stupidità. O della mia debolezza.
Eve Worthington è un genere di donna molto speciale. Ripeto a me stesso che con lei gli errori non sono ammessi. perché è vitale. Non è solo un'osservatrice nella guerra. Nemmeno un soldato, come me. E' una stramaledetta bomba atomica in questa guerra nascosta. Io dovrei rispettare questo e tenere la testa fredda. Lei è troppo importante per fotterla.
Letteralmente e metaforicamente.
Ma allora, mentre penso a tutto questo, posso ascoltare la sua voce nel mio cervello, perforandolo. Supplicandomi che la faccia svegliare. "Alex", dice, sussurrando ogni lettera. E io vedo i suoi occhi, vitrei di puro desiderio. E posso odorare questo profumo salino di una donna eccitata.
Ne ho avute altre prima. Un milione di donne senza nome e senza volto. Dubito che qualcuna di loro fosse una brava persona, anche se mai mi sono fermato a pensarlo, perché il genere di vita che conduco t'insegna a credere che non esistono le persone buone. Lei lo è. Probabilmente, perché non crede mai che la sua benedetta santità le dia diritto a giudicare la vita di nessuno. Niente è finto, niente di tutta questa delicatezza è un trucco. Tutto è reale. Per questo è così giovane come sembra, in mille modi diversi. La cosa sorprendente è che sa, in fondo alla sua mente, che quando si tratta di me, sta combattendo con chi uno psichiatra chiamerebbe generosamente "sociopatico". E anche così, le sue pelvi si aprono per me come un invito caldo, aperto e umido. O non le importa chi sono, o ancora peggio: le piace.
Se esiste una forza per resistere a questo, Fox Mulder deve essere l'unico che ha la ricetta.

**
Frank's motor Lodge
15:03 p.m.

Finalmente. Dal suo posto, Dana Scully poteva vedere la facciata del motel. Era, senza dubbio, la vista più splendida che avesse mai contemplato. Si trattava di un edificio modesto, di appena quattro piani, di mattoni color marrone escremento. Agli occhi di Scully sembrava l'anticamera del cielo. Calcolò mentalmente i minuti che ci sarebbero voluti per registrasi alla reception e salire nella sua stanza. Si era proposta di consumare tutta l'acqua calda che potesse contenere la cisterna del motel. Di fatti, la sua unica intenzione era fondersi sotto la doccia e rimanere lì fino alla fine del mondo. O fino a mezzanotte, almeno. Poi, si sarebbe avvolta nel letto come una chiocciola e avrebbe dormito eternamente.
Era cosi stanca che la parola "stanchezza" era poca cosa per descrivere le sensazioni del suo corpo. Era esaurita, svuotata, disidratata, sporca, esausta, rotta, a pezzi. Le bruciavano gli occhi, uno strato di sudore appiccicoso le copriva la pelle e le pizzicava i capelli. La strada dal supermercato era stata la più lunga e tortuosa di tutta la sua vita. Le dava la sensazione che tutto stesse succedendo a rallentatore, come se stesse guardando il mondo attraverso una lente deformata dal calore e dall'umidità. Si affannava a mantenersi sveglia e attenta ma anche la paura e l'apprensione per tutto quello che stava accadendo e il potenziale pericolo a cui erano esposti, impallidivano davanti al grido primitivo del suo corpo, che chiedeva con urgenza riposo.
Si domandò se Mulder fosse ugualmente stanco. Sembrava chiuso in se stesso. Sembrava che la lite con Krycek avesse messo fine alla sua riserva di adrenalina. Guardarlo era guardare l'ombra di un uomo. Dove prima c'era passione, ora c'era astio. Abbattimento. Noia.
Era come guardarsi allo specchio ed era scoraggiante. Dio, cosa stava succedendo a loro due? E quanto di tutto quello era colpa sua?
Una vocina interna, sospettosamente simile a quella di Eve, reclamò la sua attenzione e la deviò dal sentiero più pessimista della sua divagazione. Niente era perso, si disse. Avrebbe parlato con Mulder quando tutto quello sarebbe finito. Avrebbe sistemato le cose. Non avrebbe lasciato che il dissidio li uccidesse. Se le forze del male non l'avevano fatta finita con loro quando avevano fatto pressione su di loro da fuori, non avrebbe lasciato che li distruggesse la pressione interna.
Se abbandoniamo, essi vincono. Lo aveva detto mesi addietro, anche se sembravano anni. Continuava ad avere valore, continuava ad essere vero. Se lo ripeté mentre finiva la manovra di parcheggio. Prima che potesse spegnere il motore, Mulder uscì sparato dalla macchina. Mormorò un "entro io" senza sentimento.
Era troppo doloroso vederlo così. Più doloroso del suo stesso dolore, anche se era difficile riconoscerlo. Dana Scully sapeva vedersela con il suo dolore. Quello che le costava era sopportare l'idea del dolore di Mulder.
L'osservò mentre entrava nella reception. Con la macchina parcheggiata, finalmente poteva chiudere gli occhi e riposare un attimo. Si appoggiò al poggiatesta, godendo del silenzio del furgoncino. Il rumore della strada, suonava lontano e la Georgia continuava a sembrare disumanamente deserta. Nè Krycek, né Eve emettevano il più piccolo suono.
Non l'avevano fatto da che li aveva visti apparire dalla parte di dietro del drugstore, in verità. Eve non aveva cercato di proseguire con i suoi vani anche se apprezzabili sforzi per mantenere una conversazione normale in una situazione anormale. E ancora più sorprendente, Krycek non aveva cercato di irritare Mulder per tutto il tragitto. Scully li osservò, attenti tutti a due a stare ognuno ad un alto della macchina.
Evitando qualsiasi contatto. Anche quello visivo.
Che cosa era accaduto nell'ultima fermata? C'era una strana corrente di tensione sul sedile posteriore. Qualcosa di primitivo e indefinibile, che si poteva sentire nell'aria ma che non si poteva definire con precisione.

"Forse avremmo dovuto entrare tutti con Mulder, no?" Eve interruppe il discorso interiore di Scully con una vocina acuta. Sembrava ansiosa. E aveva uno sguardo decisamente strano. Come se avesse bevuto un paio di bicchieri.

"No". Krycek cercò i suoi occhi nel buttar fuori la sua brusca risposta. E si guardarono per un lungo istante, dopo di che, Eve arrossì e abbassò lo sguardo.

Scully era improvvisamente interessata. E sopratutto improvvisamente preoccupata. Che sporca strategia stava attuando Krycek? Che cosa le aveva detto? Che aveva fatto? Prima che potesse rispondersi, Mulder uscì dalla reception e si avvicinò alla macchina, con una certa fretta e un'espressione preoccupata.

"Scully, dovresti vedere questo", disse, facendo segno verso l'interno della reception. Lei aprì la porta automaticamente e ricevette un ardente schiaffo di calore. Nell'entrare nel motel fu sul punto di ringraziare tutti gli dei conosciuti per aver inventato l'aria condizionata. Era, senza dubbio, la migliore invenzione della storia della civiltà occidentale.

Anche se Mulder sembrava abbastanza più interessato al televisore. " Le da fastidio alzare il volume?". Rivolse la domanda all'impiegato, che era occupato a cercare qualcosa sotto al banco. Il televisore emetteva un notiziario della CNN. Man mano che aumentava il volume, la voce cristallina del giornalista dai tratti nativo-americani riempì la stanza.

In quell'istante la porta si aprì di colpo e una Eve Worthington rossa in viso si avvicinò a Scully. Il suo respiro era irregolare e pesante, come se avesse appena corso le cinquecento miglia di Indianapolis a nuoto. Definitivamente, lì stava succedendo qualcosa. Prese nota mentalmente per scoprire di cosa si trattava quando la voce dal televisore catturò la sua attenzione.

"Si tratta del gestore dello Squirrel's Inn. Un uomo di mezza età a cui, secondo la polizia, hanno sparato due colpi questa mattina".

A Scully si strinse lo stomaco. Erano immagini familiari, vicine nel tempo. Il parcheggio non asfaltato, il piccolo abitacolo della reception, le stanze austere e ardenti nelle quali erano stati ventiquattro ore prima. E nascosto sotto al lenzuolo, un cadavere. La sua foto, una foto scansita dalla patente di guida per la sua pessima qualità, stava in un riquadro dello schermo. I titoli della CNN erano scarni, come al solito. Possibile psicopatico assassina un albergatore in Carolina
Un serial killer?
Mulder sembrava tanto sorpreso come lei. Si guardarono per un istante, tenendo una conversazione silenziosa e piena di domande. Prima che potessero dirsi niente, sentirono entrare Krycek e immediatamente dopo, prestarono attenzione al viso del sergente di polizia dalla pelle nera e espressione seria, che parlava sullo schermo del televisore circondato da una nuvola di giornalisti. La maggior parte non si vedeva sullo schermo, fatta eccezione per le loro mani, che sostenevano microfoni multicolori. Parlavano all'unisono, cercando di superare loro colleghi.

Fu una di queste domande che inquietò Scully, con un terribile presagio." E' vero che gli hanno estratto il cervello dopo morto?" Il sergente, ovviamente a disagio per la domanda, cercò di schivarla però la risposta ambigua denunciò la veridicità della fonte del giornalista. A Moose Squirrel gli avevano asportato il cervello.

"Cazzo", articolò Krycek.

Non fu la sorpresa sul suo viso quello che meravigliò Scully, ma la paura che ci vide. Una paura tangibile, istantanea e reale. Non la paura di qualcosa di astratto, ma qualcosa di conosciuto e terribile.
Era chiaro: qualcuno aveva lasciato loro un avvertimento.

**
Frank's Motor Lodge
In qualche posto vicino alla Florida
Stanza 104
15: 08 p.m.

Contro l'opinione comune sulla sua persona, Mulder stimava se stesso un uomo abbastanza paziente.Doveva esserlo per aver impiegato venti anni a cercare una sorella che tutti davano per morta. Però in certi momenti e, specialmente con Krycek, la sua pazienza si volatilizzava con la stessa facilità con cui il suo nemico evitava di rispondere a qualsiasi domanda diretta. Erano tre giorni che lo faceva e stava incominciando ad essere insopportabile. La commedia ora doveva finire. Scully aveva ragione. Era stato stupido a confidare in lui e ora, l'ultima persona che aveva avuto rapporti con loro, era stesa nella morgue mentre il suo cervello riposava nel frigorifero delle prove della polizia. Parzialmente, forse era colpa di Mulder. O forse no. Ma la situazione sfiorava l'insostenibile.
Krycel aveva troppo un maledetto controllo su tutto quello. Questo era stato l'errore a Tunguska e non lo avrebbe commesso di nuovo. Fox Mulder si stava stancando del suo personaggio. Lo stupido, disposto a tutto quando gli agitavano in faccia la bandiera della verità.

"Chi è?". Chiuse le tende per liberarsi della luce soffocante dell'esterno. Non c'era bisogno di specificare a chi si riferiva.

" E' un cacciatore. Lo hanno mandato a cercarci". Krycek aveva avuto un momento di debolezza davanti al televisore. Scully e lui l'avevano potuto verificare. Fu come se al sentire la notizia, la sua faccia si fosse coperta di un velo di paura.Un secondo dopo, l'espressione era scomparsa, ma Mulder ne conservava il ricordo. Krycek sapeva chi era l'assassino. E Mulder avrebbe finito col saperlo. Con le buone o le cattive.

Gli piaceva la prospettiva di dover usare la seconda possibilità

"Non mi dire". Era gradevole poter essere cinico. Stando vicino a Scully raramente poteva esserlo, ma con Krycek era facile. " E di passaggio si è intrattenuto assassinando il gestore dell'hotel e gli ha estratto il cervello. Un attività di svago sottovalutata, secondo me".

Era una stanza abbastanza più confortevole della precedente. Aveva anche la televisione via cavo e un paio di quadri impressionisti falsi arredavano le pareti. Scully si era appoggiata contro la porta. Aveva un'espressione da lavoro, ma la stanchezza ci filtrava attraverso, come un riscaldamento che emetteva onde di sonno. Se Mulder aveva preso in considerazione l'idea di uscire da lì al più presto, al vedere Scully, la scartava: dovevano dormire per essere utili a qualcosa.

Krycek schivava qualsiasi contatto visivo mentre parlava." Era un messaggio. Per farci sapere che è sulle nostre tracce".

Eve si era seduta in un angolo del pavimento, sotto la finestra. Aveva la testa tra le mani e le ginocchia raccolte verso il petto. Sembrava minuta. Come se per la prima volta da quando era iniziata tutta quella follia, incominciava a perdere il dominio del suo sistema nervoso. Una crisi d'ansia stava aspettando da qualche parte del suo corpo, aspettando di svegliarsi come una tormenta in un giorno d'estate.
Non c'era da meravigliarsi. Era lei quella che stavano cercando.
Krycek la guardava di tanto in tanto. Uno sguardo opaco.

"perché?", disse Scully. Ammirevolmente, la sua voce non lasciava intravedere la stanchezza. " perché vuole che lo sappiamo?"

Krycek cercò di fingere innocenza."Come faccio a saperlo?". Disgraziatamente per lui, o non era un così buon attore o Mulder si era abituato troppo bene ai suoi tentativi di manipolazione, perché la sua domanda esaurì tutta la sua pazienza.

Alex Krycek avrebbe detto loro quello che avevano bisogno di sapere. E basta. Prima che potesse elaborare un piano per scoprire come, Mulder aveva la sua Sig and Sauer in mano e mirava direttamente tra gli occhi. Fu un piacere osservare il sobbalzo di Krycek al vedere la pistola che lo teneva sotto tiro. Cercò di fingere coraggio.

"Vuoi spararmi?", domandò. Ma il tono di sfida non poteva nascondere un lieve lampo di paura nella voce. Fece si che Mulder si sentisse soddisfatto e con la situazione sotto controllo. Era una sensazione gradevole. Quasi intossicante.

"O incominci a dire la verità, Krycek, o usciremo noi tre dalla stanza". Mantenne il tono di voce su quello che gli sembrò il suo timbro più intimidatorio e privo di sentimenti. "E mentre starai ammanettato, pensando alla tua personale miseria, potrai contare le ore finché questo psicopatico non ti incontri e ti torturi a morte. Quando lo farà, ricordati di me, perché io mi starò ricordando di te".

Krycek capì che parlava seriamente. Probabilmente perché non aveva parlato così seriamente in tutta la sua vita. Di fatti, in qualche posto vendicativo e contorto della sua coscienza, la prospettiva di sapere che quell'assassino avrebbe pagato per tutti i suoi crimini era per lui anche più attraente della ricerca della verità.

"Non sai dove vive Guranov. Non potrai trovarlo senza di me. Hai bisogno di me per questo, ti piaccia o no".

Mulder soppesò le sue parole. Poteva sentire gli occhi di Scully fissi su di lui. Giudicandolo, valutando la sua risposta. Si sarebbe fatto manipolare di nuovo? Avrebbe fatto ciò che sembrava corretto o quello che era sensato? La risposta si formulò nella sua mente in modo automatico.

"Forse ho bisogno di te, Krycek. Ma, sai una cosa? Mi ricompenserà sapere che sei morto".Buttò fuori le parole con aria trionfale. Era gradevole sentire che non potevano prenderlo in giro. Non avrebbe lasciato che Scully continuasse a rimproverargli il suo compromesso con la verità. Era stufo di sentire pena per se stesso.

Krycek e lui stavano giocando una partita di poker e non aveva intenzione di perdere.

"La verità, Mulder. Non ti interessa? Guranov ha le risposte che..."

Non lo lasciò finire. " Non farò il tuo gioco, Krycek. Dicci chi è e perché l'ha fatto o tutto questo finisce qui ed ora".

Gli sembrò che appoggiata contro la porta, Scully si fosse sentita improvvisamente sollevata. Felice, anche. Orgogliosa, forse. Era una sensazione ottimisticamente gradevole. Forse lei aveva ragione. Forse il suo amore per la verità lo rendeva troppo vulnerabile e facile da manipolare. Per questo aveva bisogno di lei. Per mantenersi onesto. Forse voleva essere illuminato dalla verità, ma non era disposto ad essere un apostata della retta via. Per questo Scully e lui dovevano aggiustare le cose. Qualsiasi cosa si fosse rotta, dovevano trovare una soluzione. Potevano farlo.
O no?

Krycek continuava a tenere la pistola puntata tra gli occhi. E sembrava comprendere la determinazione di Mulder. Eve era immersa nel suo silenzio. Sollevò solamente la testa quando Krycek la guardò e lanciò una domanda a Mulder, sempre senza toglierle gli occhi addosso. "Come sai che lei verrebbe con voi se mi lasciate qui? Come sai che non rimarrà con me?"

Che sciocchezza. Eve sapeva perfettamente chi era chi in quella situazione. perché credeva Krycek che avesse qualche possibilità che quella ragazza avesse fiducia in lui? Per la prima volta, Mulder fece caso allo strano modo di guardarsi di quei due. Eve, ovviamente, era incapace di rispondere, anche se la risposta era evidente. Ma, i sottili segnali del suo viso annunciavano che la situazione le era sfuggita completamente di mano. Mulder riconosceva uno stato di shock quando lo vedeva. Fu sorpreso che anche Krycek lo facesse. Il suo sguardo sembrò addolcirsi vedendo Eve, anche se si indurì immediatamente dopo.
Miracolosamente, si era deciso a parlare. E ancor più miracolosamente, sembrava onesto. Mulder non riusciva a credere alla sua vittoria.

"Nicholas Korodenko", incominciò a dire." Lavorava per il KGB finchè non scoprì i vantaggi del denaro all'altro lato della cortina di ferro. Lo ha mandato la Rousch, un industria di biotecnologia che da cinquant'anni fa esperimenti su donne rapite dagli alieni. Vogliono Eve ma l'estrazione del cervello non ha niente da vedere con questo".

"Cerca te", disse allora Eve. Un poco più tranquilla.

Krycek annui. "Lo chiamavamo il chirurgo. Nel 1992 il KGB lo scelse per disfarsi di alcuni civili che erano stati sottoposti a tests con le radiazioni. Dopo averli uccisi, tolse loro la massa cerebrale perché nessuno potesse analizzare i tessuti e scoprire il loro piccoli esperimenti". Una volta che aveva incominciato a parlare sembrava diverso. Molto meno arrogante del solito. Era incredibile la sua maniera di afferrarsi all'informazione, la sua ansia di nascondere tutto quello che sapeva.

Anche se in maniera contorta, Mulder aveva sempre invidiato tutto quello. Quell'incredibile accesso a tante cose che lui non poteva conoscere.

" Che relazione c'è tra questo e quello che sta succedendo ora?".Anche Scully sembrava interessata alla storia, anche se era evidente che le costava fatica prestare attenzione. Ma il suo istinto d'investigatrice era più forte della stanchezza. Mulder sentì un moto d'ammirazione verso di lei.

Qualcosa che aveva sempre sentito, ma che si era rifiutato di ammettere nelle ultime settimane.

"Niente, ma è molto orgoglioso. Questa è la sua maniera d'avvisarmi. Vuole che sappia che è lui che ci insegue. Suppongo che crede che questo mi incuterà timore." Mulder cercò di osservare i movimenti del suo viso, i segni che avvertivano che aveva paura o che stava loro mentendo. Ma la maschera di Krycek era buona e rivelava solo superiorità, e abbastanza stanchezza. Come se lo irritasse dare tante spiegazioni, davanti ad un auditorio di bambini ritardati. "A lui piaceva dimostrare che giocava solamente a fare il serial killer, ma in fondo ci godeva". Fece qualcosa simile ad un cinico sorriso.

"Hai delle strane amicizie, Krycek".

"Continuerai a tenermi sotto tiro con quella?"

Se avesse potuto scegliere, Mulder lo avrebbe tenuto sotto tiro tutta la vita. Solo per sentire che lo teneva nel posto che meritava e che non l'avrebbe preso in giro di nuovo. Solamente per fargli pagare le cose che aveva detto su Scully al supermercato. Maiale schifoso, che aveva insinuato che rifiutava a Scully il privilegio di andare a letto con lui. Che cavolo credeva quella spazzatura? Lentamente, ingoiando la rabbia, mise la sicura all'arma e abbassò il braccio.
Osservò Eve, che sembrava sollevata.

Scully continuava a mantenere il suo atteggiamento distaccato. Era un cambiamento gradevole sapere che la freddezza era diretta a Krycek. "Continuo a non capire perché si prende tanto disturbo a lasciarci delle tracce".

Sorprendentemente, fu Eve che rispose. "Lo tradisti e vuole vendicarsi, no? Vuole che tu sappia che è lui e che è personale". C'era materiale per elaborare un profilo criminale. Avrebbe potuto essere migliore di Mulder ai Crimini Violenti. " Pensa che tu hai paura di lui e ne gode", sentenziò.

Il silenzio di Krycek fu tutta la conferma di cui Mulder aveva bisogno.
Stupendo. Non solo avevano qualcuno che li seguiva. Questo era prevedibile. Avevano qualcuno, così profondamente tradito, che era disposto a commettere un orribile crimine solo per il piacere di spaventare Krycek. Ma c'era qualcuno sulla faccia di questo pianeta che quel bastardo non avesse preso per il culo, metaforicamente parlando?

"Che diavolo gli hai fatto, Krycek?"

Era quasi meglio non saperlo.

"Diciamo che la nostra associazione smise di sembrarmi proficua".

Più che una frase, quella era una filosofia di vita. Mulder si domandò se era possibile disprezzare quel l'uomo più di quello che lo disprezzava in quel momento.

**
In qualche posto di Washington DC
Lone Gunmen
3: 20 p.m.

Il fischi degli strumenti e il suono dei computers e l'equipaggiamento d'alta tecnologia dei pistoleri riempiva l'aria della redazione. Era un rumore familiare tanto che nessuno dei tre editori del giornale avvertiva la sua costante presenza. Si era convertito in una nenia che viveva nelle loro menti come un lieve ronfare che ricordava loro che non dovevano mai riposare, perché troppa paranoia non era mai sufficiente paranoia. Avevano appreso ad assegnarsi i compiti con tanta efficienza che avevano appena necessità di parlare per portare avanti ogni numero del periodico. Forse per l'abitudine acquistata con gli anni, neppure costò loro fatica decidere che cosa si doveva fare in quella situazione.
Langly cercava di scoprire buchi negli archivi del Interpol e incrociava i dati con la lista dei criminali più ricercati dalla NSA. Byers consultava le fonti la cui origine preferiva non conoscere e cercava di scoprire il significato della combinazione alfa numerica che gli aveva dato Skinner. Aveva il sospetto che i suoi informatori erano cervelli della NASA che preferivano rimanere in incognito.
Nel frattempo, Melvin Frihike si era auto-assegnato il compito più ingrato e in un certo senso, il più vitale. Cucinare "burritos" per tutti. I migliori da Georgetown fino a Gudalajara. Forse non era un lavoro così affascinante come gli altri, ma con lo stomaco vuoto era più difficile portare allo scoperto cospirazioni internazionali.
La sua filosofia era abbastanza semplice. Lo devi fare? Lo fai. E lo fai bene.

"Allucinante". La voce di Langly lo distrasse per un secondo e fu sul punto di aggiungere troppo peperoncino alla salsa.

"Cosa c'è?" Si avvicinò al computer, mentre Byers alzava la testa dalla montagna di carte tecnico-scientifiche.

Il computer era riuscito a scaricare gli archivi e Langly sembrava abbastanza orgoglioso, come lo era sempre quando riusciva a penetrare in un sistema con le sue tecniche da guerrigliero. "Sembra che il nostro amico cava-cervelli è un compatriota del compagno Krycek".

La stampate, veloce come un mostro che sputa cibo, incominciò a buttar fuori i fogli con l'informazione dello schermo. Frohike saltava dal un rigo all'altro, annotando i dettagli nella sua mente, e cercando le connessioni che potevano servire a Skinner.

"E' strano che non sapessimo niente di questo". Byers, come i suoi due compagni, era ugualmente concentrato a guardare il dossier di Nicholas Korodenko. Sospettato di strani delitti in Siberia, vicino a Krasnoiarsk. Addestramento in Cecenia, missioni in Afganistan, gruppi speciali. Un mercenario in piena regola che non si era ritirato con la perestroika. A meno che perestroika non significasse tendenze omicide.

"CIA, KGB, questo tipo ha lavorato per qualsiasi organizzazione di tre lettere da qualsiasi lato della cortina". Langly si tirò su la pesante montatura degli occhiali, mentre annusava la stanza, pregustando il delizioso sapore dei "burritos".

Frohike già stava camminando verso il telefono mentre gli ultimi fogli uscivano dalla stampante."Dovremmo avvisare Skinner". Osservò la foto dei dati e il viso che accompagnava un simile record di azioni militari, pseudo militari, terroriste e pseudo terroriste.

Alto un metro e novantadue, qualcosa come centocinque chili di puri muscoli, fitti capelli biondi, mascella prominente, un naso fratturato per quel che sembrava da un colpo brutale. Un muro di contenimento adatto al casting di "Danko" come un guanto. Frohike fissò i suoi occhi. Di un azzurro bruciato che sembrava grigio. Freddi in apparenza, nascondevano sotto il ghiaccio la furia tenebrosa di qualcuno che aveva imparato a dimenticare la compassione.

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Frank's Motor Lodge
In qualche posto vicino alla Florida
Stanza 103
3: 36 p.m.

La cicatrice era biancastra e quasi invisibile. Appena percettibile a tatto. Piatta, stretta, infinitesimale. Eve la percorse con la punta delle dita. Lo specchio del bagno era appannato. Strofinò con la manica dell'accappatoio dell'hotel e lasciò una zona pulita per potersi guardare.
Era solo uno stupido marchio e non aveva significato, non l'indovinello incomprensibile che Krycek sembrava vedere. Le dava fastidio quando portava il bikini ed era troppo sensibile al tatto. Anche se nessuno si era preso il disturbo di toccarla per molto tempo. La maggior parte dei ragazzi con cui era stata non le avevano prestato attenzione, anche se presto o tardi avevano finito per chiedere la sua origine. Per curiosità, non per altro.
Senza dubbio, nessun ragazzo aveva osservato quella vecchia lesione come uno stravagante feticcio sessuale. E nessuno l'aveva paragonata alla verità. Era sempre stata la parte del suo corpo che le piaceva meno. Era ironico che fosse la parte che affascinava di più Krycek. Eve si chiese il perché.

"La verità è una ferita che ti lascia marchiata per il resto della vita.

Cercava di evitarlo ma non smetteva di evocare le sue parole e il tono grave con cui le aveva pronunciate. Le si seccava la bocca quando ci pensava. E la doccia non l'aveva aiutata a rilassarsi. Al contrario. Stare lì, sotto l'acqua, solo con la propria nudità, aveva peggiorato tutto. In ogni posto che sfiorava il getto, sembrava acquistare vita propria sotto le sue carezze e perfino il lieve tocco scivoloso del sapone era elettrico. Mentre si insaponava la testa, le era sembrato di sentire che si fosse aperta la porta ed era rimasta paralizzata, trattenendo il respiro.Ma non era successo nient'altro e si era convinta che la sua immaginazione le stava giocando un brutto scherzo. Non poté reprimere una certa sensazione di delusione. Ma non si fermò ad analizzarne il significato.

"La verità fa male", ricordò.

Accidenti se faceva male. Un dolore intenso che, in condizioni normali, Eve avrebbe voluto bloccare con tutta la forza della sua mente poderosa. Per qualche ragione, questo pomeriggio non poteva ignorarlo e senza pensarci due volte si avvicinò al mini-bar, alla ricerca di qualcosa che placasse l'arcobaleno di confusione che non la lasciava riposare nemmeno un momento. Generalmente non beveva. Ricordava vividamente l'ultima ubriacatura. Erano bastati due cocktail tropicali per farla vomitare in uno dei dormitori dell'università, circondata da giocatori di football e secchioni con le mani lunghe. Non aveva la costituzione di una gran bevitrice e la sua poca tolleranza all'alcool toglieva il divertimento a tutta la questione, così che aveva optato per una vita di quasi astemia. Ma suppose che se gli ultimi giorni non meritavano un goccio, niente poteva meritarlo. Lynus era morto, un cava-cervelli la perseguitava dio solo sa perché e aveva baciato un assassino.
Ancor peggio: aver baciato un assassino l'aveva eccitata tanto che avrebbe potuto avere un orgasmo solo stando contro il muro e sentendo la tempestosa virilità di Krycek contro di lei.
Aveva il permesso di bere, senza dubbio sì.
Non c'erano grandi cose tra le quali scegliere. Un pò di rum, che era troppo forte. Un pò di whisky, che era troppo schifoso. Una mini-bottiglia di champagne, chiaramente insufficiente per creare la sensazione di cui aveva bisogno Eve. In fondo ad uno degli scaffali una bottiglia richiamò la sua attenzione.
Vodka
L'etichetta, era scritta in caratteri che imitavano quelli dell'alfabeto cirillico. "L'autentico sapore russo" diceva. Eve lo interpretò come un segno abbastanza appropriato e bevve un lungo sorso che finì col vuotare mezza bottiglia. Le bruciava la bocca. E il calore si estese per la gola e lo stomaco, coinvolgendo immediatamente il cervello, come una droga pura. Si sentì un poco instabile quasi subito.
Per una volta, l'etichetta corrispondeva alla realtà. Intossicante, inebriate e assuefacente. Quella vodka ERA l'autentico sapore russo, si signore.
Si alzò da terra, chiudendo dietro di lei la porta del mini bar e tornò in bagno. Il vapore era scomparso ma alcune gocce di umidità scivolavano lungo il vetro dello specchio e quando si guardò, Eve si vide coperta da quelle gocce, come se avessero pianto sul suo riflesso. O come se l'avessero baciata da capo a piedi lasciando goccioline di saliva. Evocò l'immagine contro la sua volontà e si vide nuda nel letto. Krycek era su di lei, mentre baciava il percorso della cicatrice e avanzava verso il basso con decisione. La prospettiva le fece sentire calore sulle guance e in altri posti nei quali ci avrebbe giurato non poteva sentire tanto calore.
Definitivamente stava incominciando ad ubriacarsi.
Le piacque.
Si chiuse l'accappatoio di mala grazia e prese in considerazione l'idea di lavarsi i vestiti. Con il caldo di quel posto avrebbero potuto essere asciutti per quando fossero partiti di nuovo. Pensò anche di chiamare la reception e domandare del servizio di lavanderia ma quando si avvicinò al telefono, qualcosa richiamò la sua attenzione. C'era qualcosa sul letto che non era stato lì quando era entrata nella doccia. Qualcosa che avevano portato espressamente per lei.
Un necessaire da viaggio.
Guardò dentro. Curiosò tra creme idratanti, saponi esfolianti, spazzolini usati, maquillage ipoallergenico e un'ampia gamma di spugne. Trovò aspirine, varie pillole sconosciute, lamette per radersi e anche, un paio di preservativi.
Bevve un sorso di vodka e senza fermarsi troppo a pensare, mise i due preservativi nella tasca dell'accappatoio.
Tutto ciò aveva solo una spiegazione: Krycek l'aveva rubato a qualche cliente distratta. Più concretamente: Krycek l'aveva rubato per lei. Di tutte le caratteristiche di quel fatto straordinario, Eve non dette peso a quelle morali o delittuose. Le venne solo in mente che il necessaire era la prova che lui era stato nella stanza mentre lei era nuda sotto la doccia, a pochi metri.
Il necessaire era qualcosa in più di un regalo rubato. Era anche il ricordo di qualcosa in sospeso
Si portò la bottiglia alle labbra e vuotò il contenuto con un solo sorso. Il lacerante sapore russo penetrò in lei come una cascata di calore.

"Alex Krycek è un assassino", si disse ad alta voce. Non aveva idea del perché aveva bisogno di dare voce ai suoi pensieri. Ma l'alcool l'aveva disinibita abbastanza per farlo e ascoltandosi, le sembrava avere maggior convinzione.

"Alex Krycek è un traditore bugiardo senza principi morali" Sentiva la lingua più sciolta del solito e le sillabe risuonavano addolcite per la vodka." Ed è egocentrico manipolatore pericoloso bugiardo" Già aveva detto prima bugiardo? Le costava fatica ricordarsene. In realtà l'unica cosa che le veniva in mente era quello che era accaduto nella macchina di Krycek mezz'ora prima.

Scully era uscita per andare alla reception lasciandola sola con lui. Era diventata così nervosa che credette di svenire. Krycek la guardava fisso, stringendo la mascella. Le si avvicinò, con un unico dolce movimento. Senza dire parole, le prese con forza una mano e se la passò tra le gambe. Eve sentì la forma esatta e rigida del suo sesso e in una frazione di secondo passò dalla vergogna al rossore e dal rossore ad una sensazione di vittoria. E sopratutto si sentì umida. Così umida, in realtà, che si domandò se poteva alzarsi da lì senza lasciare una vergognosa impronta sul sedile. La terrorizzò così tanto pensarlo, che si alzò immediatamente per rifugiarsi nella reception.
Dio, che cos'era? Che cosa aveva Alex Krycek che provocava in lei quest'atavico e soprannaturale sentimento di femminilità? Forse era l'intensità della sua presenza fisica. Per qualche motivo, la sua sola esistenza sembrava l'atto più fondamentale di mascolinità immaginabile, il suo cinismo ad alto voltaggio, inclusi i suoi modi da don Giovanni sembravano attraenti. Il problema non era solo che era bello. Era che camminava per il mondo prendendo quello che voleva senza fermarsi a chiedere. Facendo le cose a modo suo e concentrandosi su ogni obiettivo con l'aggressività di un animale costantemente in calore.
Sapere che era lei che voleva le risultava incomprensibile, inaccettabile e spaventosamente eccitante.
Per questo non aveva resistito al suo massaggio. Né al suo bacio. Per questo non aveva resistito ai suoi ordini senza parole e l'aveva accarezzato sopra ai pantaloni, sentendo come acquistava peso e forma sotto le sue dita mentre pregava a bassa voce che nessuno li vedesse.

" Alex Krycek è monco", disse ad alta voce. Fu un pensiero inaspettato, che entrò nella sua mente senza preavviso. Improvvisamente sentì una curiosità soprannaturale per sapere come era esattamente la brutale cicatrice che gli aveva separato il braccio. Lui aveva toccato la sua, no? Era giusto che si scambiassero le esperienze.

Senza pensarci troppo, dondolante e con la mente imbottita di alcool, si diresse verso la stanza di Krycek.
La vita era un caos. Instabile, pericolosa, ingiusta e emozionante. Eve l'aveva sempre analizzata da fuori, osservando il torrente di emozioni umane in gioco dalla sua comoda corazza di superiorità. Nessuna aveva attraversato la frontiera tra lei e il mondo. Ma, improvvisamente, stava sulla montagna russa dei sentimenti ritrovati.
Per colpa si un assassino russo. E di una bottiglia di vodka russa. Tutto era, in fondo, come una roulette russa che girava e girava facendola finita con Lynus e con Moose Squirrel e forse, molto presto, anche con lei. Niente aveva senso, ma nell'alcolizzato organismo di Eve, tutte le strade portavano in Russia.
Aprì la porta della stanza di Krycek senza bussare. Lo trovò che usciva dal bagno, con un accappatoio simile al suo. Aveva i capelli cortissimi e bagnati e gli si vedevano i piedi. Piedi grandi.
Piedi grandi, naso piccolo, penso Eve, chiaramente divagando a causa della sbornia.

"Parli russo, Krycek?"

**
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In qualche posto vicino alla Florida
Stanza 106

Dana Scully era disposta a rinunciare alle possibilità scientifiche. Come era possibile che non poteva dormire? Qualche sceneggiatore cosmico stava giocando a torturarla. Era impossibile che le stesse accadendo una cosa simile. Mentre arrivavano al motel si sarebbe potuta arrendere al sonno e avere un incidente stradale mortale e invece, arrivato il momento di mettersi al letto, sentiva che il sonno l'aveva abbandonata per una stanca veglia. La doccia era stata gloriosamente confortevole. Asciugarsi i capelli l'aveva fatta sentire pulita e vaporosa. Ma quando mise il corpo tra le lenzuola, la sua mente si riattivò e si rifiutò di compiere ciò che volevano il resto dei suoi sensi.
L'insonnia continuava a stare lì.
Credeva di ricordare il caso di un uomo con alterazioni neurologiche non classificabili che aveva perduto la capacità di dormire ed era morto dopo nove mesi di veglia. A quanto sembrava, in alcuni momenti riusciva ad entrare in uno stato mentale di sopore simile al sonno, ma non otteneva onde cerebrali di fase REM. Forse anche a lei stava succedendo qualcosa di simile.
O forse la sua coscienza le stava mandando un messaggio cifrato.
Che fosse un XFiles o un problema personale, c'era solo una persona che poteva aiutarla. La prospettiva di affrontarlo dopo la discussione la rendeva inquieta ma se doveva risolvere le cose per poter ottenere un poco di riposo, l'avrebbe fatto. Mai in tutta la sua vita, era stata tanto disperata per dormire.
Mulder aprì la porta prima del secondo colpo. Sembrava genuinamente sorpreso. Piacevolmente sorpreso, forse.

A Scully le si addolcì il cuore. "Posso entrare?"

Non ci aveva fatto caso prima ad un dettaglio, ma Mulder aveva una spessa ombra di barba che gli dava un'aria poco familiare. Più rude, sconosciuto e un poco selvaggio. "Certo", disse e aprì la porta per lei. " La mia casa è la tua". Il sonno aveva disegnato nel suo sguardo in luccichio sognante. Aveva ancora gli stessi vestiti di prima. Scully era scalza e subito avvertì che Mulder era immensamente alto e che stare vicino a lui, ricevendo il calore del suo corpo, era come tornare casa dopo un viaggio eccessivamente estenuante.

Non potè reprimere un sorriso.

"Cosa succede?"

Mulder la guardava fisso negli occhi e Scully non rispose, entrando nella stanza come una Monna Lisa piena di misteri.
Incredibile. Dopo tutto quello che era successo e tutte le parole offensive che si erano detti, quell'uomo estenuante, irritante, infantile e immaturo, poteva emozionarla in modo così profondo, così fisico e metafisico allo stesso tempo, facendo in modo che tutte le sue arrabbiature, le sue frustrazioni e le sue amarezze sfumassero improvvisamente come i ricordi di un brutto sogno. Era una reazione quasi subatomica alla sua sola presenza e faceva di tutta l'incomunicabilità che c'era tra di loro, un mistero ancora più grande e molto più frustrante.

Scully si sedette su bordo del letto e si concentrò sui suoi piedi, che pendevano ad alcuni centimetri dal suolo." perché non parliamo mai, Mulder?"

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Frank's Motor Lodge
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Stanza 104

Krycek chiuse gli occhi e accelerò il movimento familiare della sua mano. La doccia era un rifugio confortevole e gli permetteva di pensare a Eve. La piccola Eve che l'aveva accarezzato nel furgoncino per alcuni brevi e deliziosi secondi, con quell'espressione di desiderio e vergogna che erano benzina per il flusso sanguigno di qualsiasi uomo sano.
Non ebbe nemmeno bisogno d'immaginare qualcosa di più elaborato che quest'immagine per sparare il suo orgasmo e vedere come fluiva sotto la doccia e spariva nello scarico. Mise la testa sotto il getto, sorpreso per la forza fulminante della sua stessa liberazione. Dio. Se non fosse stato solo sarebbe stato imbarazzante. Quanto aveva tardato? Due minuti? Doveva stare sotto l'influsso dell'estamina. E questo in se stesso, era sorprendente, perché la scenetta di Mulder, pistola alla mano e occhi da pazzo l'aveva raffreddato abbastanza. E stare sul punto di essere scoperto da un'ospite matura mentre si portava via il suo necessaire nemmeno aveva fatto miracoli per il suo testosterone.
Il furto era stato un impulso, una ragazzata da tredicenne. Forse, per questo, era stato così divertente. Inoltre, gli aveva dato l'opportunità di infilarsi nella stanza di Eve e ascoltare il rumore dell'acqua mentre faceva la doccia. L'ultima volta che aveva fatto la doccia con lei a pochi metri, l'aveva assalito l'immagine improvvisa di averla sotto l'acqua, giocando con le dita per strapparle un grido. Era un'immagine violentemente eccitante. Pensare a lei, nuda, che si strofinava il corpo con il sapone e le sue stesse mani.
Per questo aveva tardato centoventi secondi per trasformare il suo ridicolo stato d'eccitazione in un orgasmo servaggio ed improvviso. Doveva aver battuto un deplorevole record personale. Gesù Cristo. Si ripromise che se qualche volta gli fosse accaduto stando con una donna, le avrebbe sparato solamente per mantenere intatta la sua reputazione.
Chiuse il rubinetto e uscì dalla doccia, cercando l'accappatoio dietro la porta del bagno.
Così che avevano mandato il chirurgo per dar loro la caccia. Non c'era da meravigliarsi. Nicholas Korodenko si era guadagnato con la forza di essere il migliore e lo era stato fino a che Krycek era entrato in gioco. Certamente, Eve si meritava che mandassero il migliore. Lo aveva colto di sorpresa sentire in televisione che era vivo ma già aveva superato lo shock. Korodenko era un arrogante, un povero psicopatico che aveva commesso una stupidaggine ad avvertirlo della sua presenza. La sua ansia di vendicarsi lo aveva portato allo scoperto e questo dava a Krycek un importante vantaggio.
Voleva che sapesse che stava dietro di lui? Lo sapeva. E che cosa importava? Lo aveva ingannato una volta e lo avrebbe rifatto ancora mille volte. Se doveva essere all'ultimo sangue tra di loro, che così fosse. L'ultima volta non l'aveva lasciato in vita per suo piacere, ma per necessità. Esattamente la stessa ragione per cui si era messo nel suo letto fino a che il grandissimo idiota non aveva gridato il suo nome in quattro lingue diverse. In fondo, era lusinghiero che continuasse ad essere così arrabbiato dopo tanto tempo.

" Continuo ad essere il tuo punto debole, tovarich", mormorò a bassa voce, mentre dava un'occhiata allo specchio del bagno, salutando la sua immagine nuda. La protesi stava sul lavabo, avvolta in un asciugamano e lontana da qualsiasi contatto con l'acqua che potesse rovinarla.

L'ultima volta che era stato con Nicholas aveva ancora tutte e due le braccia e il suo compagno lo guardava con la coda dell'occhio per dissimulare la sua lussuria. Anni dopo Krycek era una figura asimmetrica che si rifletteva nello specchio. Ma la deformità non era tutto ciò che aveva acquistato.Era anche più abile che mai. Aveva appreso ad essere forte nelle avversità e aveva trasformato il suo svantaggio in vantaggio. Forse a volte si alzava con la sensazione nitida di avere due braccia e gli costava ancora fatica abituarsi alla sua deformità, ma continuava ad essere un avversario che il chirurgo doveva temere.
Poteva ancora uccidere senza battere ciglio se fosse stato necessario. Poteva ancora ottenere che lo guardassero con gli occhi appannati e impazienti, come faceva Eve.
Ancora era Alexander Valeri Krycek. Un braccio in meno. Lo stesso pericolo di sempre.
Si mise l'accappatoio con la difficoltà che aveva fatto sua come una seconda pelle e prese uno degli asciugamani per asciugarsi i capelli con una sola mano. Non accese la luce della stanza, lasciando invece che la lampada del bagno la illuminasse indirettamente. Gli rimanevano alcune ore per dormire. Che sta facendo Eve?
La risposta apparve di colpo, aprendo la stanza come una tormenta.

"Parli russo, Krycek?" Le scivolavano le sillabe, come se gli angoli della sua bocca si fossero addolciti per colpa dell'alcool.

La santa si era ubriacata per andarlo a trovare? Per qualche motivo, questo risultava indemoniatamente attraente.

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In qualche posto vicono alla Florida
Stanza 105

"perché non parliamo mai, Mulder?"

Scully si era seduta sul bordo del letto e si osservava i piedi, assorta in una profonda meditazione. Era vestita con uno degli elefanteschi accappatoi dell'hotel e sembrava magrissima dentro l'indumento. Come quella notte ad Allentown, due anni prima, di fronte alla porta dove riposava il cadavere ancora caldo di Penny Northern.
Mulder allontanò dalla sua mente quel pensiero. Non voleva pensare a quello. Mai.
Nemmeno sapeva rispondere alla domanda di Scully, nè riusciva a capire cosa significasse questo suo nuovo atteggiamento. Quella specie di dolce apertura della sua corazza che rianimava tutte le sue speranze. Scrollò le spalle e si sedette sulla scomoda poltrona che gli arredatori della catena degli hotels avevano messo di fronte al letto. C'erano appena un paio di passi tra lui e Scully. Un paio di passi e un milione di conversazioni pendenti.

"Qualche volta parliamo". Volle che le parole suonassero prive di rimproveri e cercò di sorridere. Un poco. Si ricordava di una volta sopratutto. Nel corridoio del suo appartamento. Scully non aveva detto niente ma lui aveva parlato forte e chiaro in quella occasione. E poco dopo, non gli erano mancate le parole per dire "ti amo". Chiaramente nemmeno a Scully erano mancate le parole per rifiutarlo.

Rifiuto, rifiuto, rifiuto. Ci riusciva bene.

La voce di Scully era bassissima, quasi non si sentiva. "Non mi hai mai raccontato quello che accadde con Diana Fowley".Continuava a tenere lo sguardo in basso. Naturalmente le stava costando un enorme sforzo domandare di lei.

"Non me lo hai mai chiesto". Forse era una scusa. Forse non gliel'aveva mai voluto raccontare. O forse aveva avuto paura della sua reazione. Scully era famosa per la sua vena possessiva.

"Forse no". Alzò gli occhi. L'aureola dell'iride era diventata cristallina e intensa. Come una nota di colore impressionista in un volto per il resto immacolato. "Ma te lo sto domandando ora".

Certo una parte di lui non voleva rispondere. Lo sentì subito. Diana Fowley apparteneva ad un capitolo che credeva chiuso e pensarci non lo faceva sentire soddisfatto della persona che era o che era stato. Ma era una cosa così inconsueta che Scully fosse venuta a parlare con lui. Ed era onesta. Lasciando una piccola breccia nel muro che aveva costruito fra loro. Non era molto, ma Mulder non seppe come rifiutarsi.

"Non c'è molto da dire". Si reclinò sulla poltrona e Scully si accomodò sul letto, sedendosi più lontano dal bordo." Ci conoscemmo all'Accademia e m'interessò, non so perché. Le interessavano i fenomeni paranormali, parlava molto di questo". Scully ascoltava attentamente, come se qualsiasi commento sul suo passato potesse svelare un gran mistero. Era un esame che avrebbe rasentato il disagio con un'altra persona. Solo che non era un'altra persona. Era Scully e Mulder con lei già si sentiva sempre nudo come un neonato. "La assegnarono per un consulto esterno quando stavo ai Crimini Violenti. Indagammo su un pluriomicida di bambini a Boston e suppongo che ebbi un incubo perché mi svegliai gridando il nome di Samantha" Una volta che aveva incominciato a parlare i ricordi ritornavano facilmente. "Si spaventò, credo, e le raccontai che mia sorella era scomparsa. Era evidente che non l'avevo superato e mi propose la regressione ipnotica. Dopo un paio di sedute, incominciai a sentirmi paranoico con i miei stessi ricordi e lei mi parlo degli XFiles e dei rapimenti". Era passato tanto tempo da quello che tutto sembrava irreale. Mulder non ci aveva pensato per anni. Come se la sua vita non fosse esistita prima del suo primo caso con Scully in Oregon. "Lottammo per riaprirli nonostante avessimo contro tutti i miei superiori, ma la rimandarono in Europa. Io rimasi e lei se ne andò. Niente di drammatico. Il resto è storia".

Mulder esaminò attentamente i cambiamenti nel viso di Scully. Chiunque altro non avrebbe visto niente nell'espressione di lei ma per lui, c'era una tavolozza di emozioni diverse. Sollievo da una parte e dolore, dall'altra. Come se improvvisamente avesse scoperto quanto fosse stata importante Diana per lui.

"Lei non era come Phebe, Scully. Non sentii il suo abbandono come un castigo. Fu solo amichevole, in realtà". Ricordava il giorno in cui Diana sparì dalla sua vita. Erano così presi dagli XFiles che aveva incontrato nel seminterrato che non pensò nemmeno che avrebbe sentito la mancanza del sesso. Se avesse saputo che quello era l'inizio di una lunga siccità, avrebbe tratto più profitto da congedo.

"Non ho fiducia in lei".

Mulder sperimentò una genuina sensazione di sorpresa. Era la prima volta che Scully confessava apertamente la sua avversione.

"Avevo paura che i tuoi sentimenti ti rendessero facile da manipolare".

Per un momento tutta l'irritazione ritornò in Mulder come se non fosse mai sparita. Questo era quello che credeva? Che era un bambino facile da manovrare? Ma poi osservò l'espressione di Scully, piena d'apprensione e forse di pentimento. Che diavolo. Forse la sua paura era giustificata e che lui fosse veramente facile da manovrare.

"Credo che ti stavo chiedendo di confidare nel mio istinto". La voce della sua compagna suonava vagamente pentita.

Mulder rispose senza pensarci."Ho più fiducia in te che in me stesso".

Sembrò che lei facesse fatica a crederlo e sentì in dolore intenso in petto. perché le costava tanto credere in loro? Era una possibilità così remota? Così impensabile? Così tanto si erano guastate le cose? perché non poteva confidare in Scully e allo stesso tempo dare il beneficio del dubbio a Diana? perché doveva essere o bianco o nero?

"Se Diana Fowley è quello che dici che sia, allora poteva essere sporca dall'inizio, Scully. Forse mi fa paura pensarci"

"perché?"

Ah, la domanda da un milione di dollari. Scully aveva le sopracciglia aggrottate e un'espressione intensa. Mulder la guardò come se non l'avesse mai vista, come se stessero insieme nel seminterrato per la prima volta. E gli sembrò magnificamente onesta e milioni di volte più forte e coraggiosa di lui.

"perché?", ripetè, emettendo un lungo respiro. Che diavolo, forse era meglio buttar fuori tutto. "perché forse la mandarono per coinvolgermi negli XFiles. Forse sono stato solo una marionetta fin dal principio, Scully. Forse nemmeno inviarono te per invalidare il mio lavoro, perché faccio fatica a credere che qualcuno potesse pensare questo di te. Forse volevano che investigassimo".

Scully fece di no con la testa." perché avrebbero voluto questo? Hanno voluto sempre farla finita con noi due, Mulder. Non volevano che investigassimo".

"E allora perché continuiamo a stare qui? Ammettilo. Esiste la possibilità che giochino con noi in un modo che nemmeno voglio immaginare. Forse in questo momento, qui, si stanno servendo di noi".

Si guardarono intensamente. Lì stavano. Tutte le carte in tavola. Tutti i timori. Che la loro vita era un gran gioco, una gran farsa senza senso dove non si poteva aver fiducia in niente e in nessuno. Dove lui e Scully erano stati pedine di un gioco incomprensibile.

"Mulder", l'espressione di Scully, così solenne un minuto prima, si era trasformata in un sorriso franco." Qualche volta ti hanno detto che sei paranoico?"

Era prima volta da settimane che la faceva ridere. Si sentì pulito, rinnovato e venerato da lei e fu contagiato dal suo spontaneo sorriso." Dicono molte cose di me, Scully".

L'accappatoio si era aperto leggermente durante la conversazione e dalla poltrona a Mulder sembrò che poteva distinguere il contorno voluminoso e sensuale di uno dei suoi seni. Scully lo guardava con una dolcezza diversa, improvvisamente."Lo so. La maggior parte delle voci l'ho messe in giro io", disse, con timbro di voce intenso e ricco. Un ottimista avrebbe detto che si stava permettendo di flirtare con lui.

Mulder respirò profondamente. Quando l'aria gli riempì lo stomaco attraverso il diaframma, sentì che era una sensazione nuova e che erano mesi che tratteneva il respiro, funzionando con respiri troppo brevi. "Scully", buttò fuori l'aria nel dire il suo nome, improvvisamente serio, "non è giusto che tu mi faccia scegliere tra te e qualche altro". Gli occhi della sua compagna si trasformarono, indurendosi con un'espressione di difesa."Nessuno resiste al paragone", sentenziò Mulder, accennando un sorriso stanco e franco.

Scully sostenne il suo sguardo. Un minuscolo scintillio acquoso orlava il contorno dei suoi occhi. Ma sorrideva. Sorrideva malgrado se stessa.
Forse la ferita si stava incominciando a chiudere così rapidamente come si era aperta.

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In qualche posto vicino alla Florida
Stanza 104

Eve chiuse la porta dietro di sé e studiò il posto migliore per sedersi. Stare in piedi era più difficile che cercare di mantenere l'equilibrio sulla tavola del surf in piena tempesta tropicale. Scelse un divano beige che stava vicino ad un carrello con la teiera e un paio di bicchieri.

"Sì".Era la voce di Krycek. Eve sollevò lo sguardo dalla teiera che per qualche motivo, le stava risultando affascinante. A cosa stava rispondendo? Non ricordava di avergli chiesto qualcosa. "Parlo russo", chiarì, come se le avesse letto nella mente."Hai bevuto, krassavitsa?". Pronunciò ogni parola accentuando la durezza di ogni lettera. A Eve si rizzò la peluria sul collo.

Krycek portava un accappatoio e una delle maniche era vuota.

"Non sono ubriaca". Era una bugia. Non sapeva perché l'aveva detto." Ho bevuto vodka, ma solo un poco. L'alcool non lo reggo". Stava parlando troppo. Parlava sempre troppo quando beveva. Tutto diventava nebuloso e estraneo. Un sentimento strano, ma piacevole e dal quale si lasciava trasportare. "Come si dice vodka in russo?"

"Vodka", rispose, emettendo uno sbuffo simile ad una risata.

"Vodka, chiaro. Non è una lingua complicata, eh?" Lo sbuffo si trasformò in un sorriso che mise allo scoperto la sua perfetta dentatura con denti grandi e ben formati. Generalmente, a Eve non piacevano i sorrisi degli uomini. La metà erano troppo molli e li facevano sembrare stupidi. Ma Krycek aveva un buon sorriso che non riusciva ad allontanare l'affilato spettro della durezza che emanava.

"Mi troveranno, Keycek. E mi uccideranno".

"Non vogliono ammazzarti". Lanciò l'asciugamano con cui si era asciugato i capelli nel bagno, che era l'unico posto da cui sembrava venir fuori un poco di luce. Le tende erano chiuse e sembrava notte. Era molto strano osservare Keycek senza protesi. Quel vuoto non si addiceva al suo personaggio. Sembrava troppo poderoso per un difetto. Come era esattamente la cicatrice? "Vogliono darti la caccia, non ucciderti. Korodenko vuole morto solo me. Non aver paura o sarai una preda facile".

Inchiodò gli occhi su di lui." Che cosa gli hai fatto esattamente?"

Al posto di rispondere, percorse la distanza che li separava e si avvicinò a lei. Il flusso sanguigno di Eve impazzì e il cuore incominciò a bombardare contro il petto, con battiti che risultavano quasi dolorosi. "Alzati". Tese la mano e quando Eve gliela dette, la tirò per metterla in piedi. "Guardami e pensa" Gli odorava l'alito di dentifricio, ma anche di quell'aroma quasi narcotizzante che emanava sempre. "Cosa credi che gli ho fatto, krassavitsa?"

Ipnotizzata per la sua veemenza, Eve lasciò la mente in bianco. Le piaceva la rugosità sonora del russo, il tono estremo dei suoi suoni e quella parola strana che non capiva. Le piaceva che la chiamasse così, come se fosse uno strano pseudonimo che aveva inventato per lei. Mentre pensava a questo, all'improvviso, si perse nell'iride verde diamante di Krycek e evocò un'immagine la cui origine non conosceva.
Nella sua mente, poteva vedere una stanza piccola e in penombra. Un uomo biondo, dalle spalle larghe che dormiva bocconi tra le lenzuola. La sua schiena muscolosa respirava ritmicamente e una ciocca di capelli dorati si muoveva con il suo respiro, sfiorandogli un lato del viso. Aveva un'ombra di barba e dormiva con una pistola, sotto il cuscino. La prese tra le mani quando sentì un rumore vicino a lui, ma non sparò. Le sue pupille si dilatarono nell'oscurità, prima grigie e più scure dopo. Un altro uomo, aveva invaso il suo letto, nudo come un bambino. Si guardarono per un attimo elettrico prima di baciarsi. Si scontrarono come navi da carico, grugnendo e gemendo, in una lotta di poteri che l'uomo biondo perdeva ad ogni momento, più disperatamente immerso in quel bacio del suo compagno di letto. "Ti darò quello che vuoi", diceva l'uomo più bruno dei due e Eve riconosceva il timbro della sua voce e il contorno fermo della mascella.

"Mio Dio", mormorò, repentinamente libera della trance. Krycek era andato a letto con l'uomo che li inseguiva. Era andato a letto con lui e poi l'aveva tradito. Lo aveva fatto per distrarlo, per sottometterlo, per poterlo pugnalare alle spalle quando lui avesse abbassato la guardia. Sorprendente e non sorprendente allo stesso tempo.

Krycek continuava a darle la mano e stava in attesa, come se avesse sperato che Eve leggesse la sua mente. " Da quando puoi farlo?", domandò.

Eve ingoiò saliva. Niente di quello che stava accadendo aveva senso. "Ho sentito i pensieri di Mulder questa mattina. E due giorni fa, nel motel, mi successe qualcosa di strano mentre ti facevi la doccia ma pensai che era la mia immaginazione"

Le dita di Krycek, lunghe e dure, femminili e maschili, le accarezzarono la mano senza dare importanza al suo piccolo gesto. " Che cosa hai visto?". Li separava una minima distanza. Un semplice movimento delle loro teste in direzione dell'altro e il bacio sarebbe stato inevitabile. Eve poteva sentirne l'odore, quasi. Avvertire la sua presenza premonitrice nella stanza.

" Te e me". Aveva la gola irritata e le guance in fiamme. "Nella doccia".

Il mezzo sorriso di Krycek divenne segreto ma trionfante. Fu tutto ciò di cui aveva bisogno Eve per sapere che quell'immagine della doccia non era frutto della sua fantasia. Era stato il primo segnale dalle sua telepatia appena acquisita. Se avesse potuto pensarci, si sarebbe sentita terrorizzata per quello straordinario cambiamento. Ma con Krycek sembrava naturale. A lui non sembrava dare fastidio. Al contrario. La sfidava perché continuasse ad indagare dentro di lui e le aveva aperto la sua mente perché vi potesse entrare. Lui, Alex Krycek, quello che non rispondeva mai alle domande, quello che occultava ogni goccia d'informazione come se la sua sopravvivenza dipendesse da quello, le aveva aperto le porte della sua mente affinchè Eve penetrasse con la sua coscienza in lui e osservasse dall'interno il suo labirintico cervello. Una sensuale onda di elettricità si estese per il suo corpo riscaldando il suo desiderio come la nota grave di uno strumento sordo. Quello che aveva fatto era l'atto più strano di una possibile intimità.

" Che mi sta succedendo?", domandò.

"Ti stai svegliando, krassavitsa".

La sua unica mano scivolò dietro la nuca di Eve attraendola a sè. Ferma e tagliente come un coltello che attraversa un pezzo di burro. Affondò la lingua dentro di lei e si sfidarono per un momento che si riscaldò, si sciolse e si condensò per finire depositando una certa conoscenza di fondo in Eve. Aveva compreso qualcosa in quel bacio senza preliminari che odorava di sesso. Qualcosa a cui semplicemente non poteva dare un nome.
Non poté pensarci, perché la mano di Krycek scivolò tra di loro e tirò dolcemente la cintura dell'accappatoio. La stoffa si aprì subito come un sipario orientale che lasciava scoperto tutto il corpo di Eve, in una lunga linea verticale.

**
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Stanza 105

L'aveva raccontato a Mulder tempo addietro ma tornò a pensarci. A quelle mappe di antichi cartografi che segnalavano le terre sconosciute con un avviso ."Da qui in poi, mostri", scrivevano. Pensando, forse, di dissuadere i credenti dall'esplorare nuove possibilità. Se avesse trovato una di quelle mappe, Mulder sarebbe stato il primo a cercare di fare il biglietto del treno per la terre abitate dai presunti mostri. E non trovandone nessuno, si sarebbe sentito terribilmente deluso. Lei, invece, non si sarebbe mai addentrata in nessun posto che non fosse stato catalogato, esaminato e analizzato prima. Bene, questo non era del tutto vero. Probabilmente sarebbe entrata, ma armata di un buon equipaggiamento e prendendo tutte le debite precauzioni.
Sorrise tra sè e Mulder l'osservò senza domandare niente, mentre si inclinava sul letto per raggiungere un pugno di pistacchi. Scully li aveva comprati al supermercato e sembrava che entusiasmassero Mulder come i semi di girasole.
Era la prima volta da settimane che stavano insieme senza quell'onnipresente spettro della tensione che attanagliava e minacciava dietro ogni parola ed era così liberatore come un'iniezione di pura adrenalina. Tanto che gli allarmi interni di Scully la stavano avvertendo del pericolo di continuare per molto ancora con quella conversazione. Avevano già chiarito quello che riguardava Diana, dicevano i suoi sensori. La sua professoressa di religione in particolare l'avvertiva " a letto Dana" da qualche posto della sua coscienza. "Da qui in poi, mostri", pensava Scully. E allora osservava Mulder e l'aureola di complicità giocosa che aveva acquistato, e sentiva la curiosità malsana di vedere se veramente ci sarebbero stati mostri un passo più in là.
Si accoccolò un poco di più, reclinandosi sul capezzale del letto, circondata dai cuscini. Mulder aveva una maglietta troppo usata e odorava di sale della frutta secca. Il suo abituale odore aveva acquisito una maggiore forza e vibrava nel letto in disordine. Solleticando i sensi di Scully. L'ombra della barba, inoltre, lo faceva sembrare rudemente mascolino.

"Non mi avevi detto che soffrivi d'insonnia", disse. Grazie a Dio non c'era nessun accenno di rimprovero nella sua voce, Solo una comoda familiarità.

"Non le ho dato importanza". Era vero, almeno al principio." Inoltre, non potevo fare niente" Si portò un pistacchio alla bocca e lo assaporò per un lungo momento, godendo del suo gusto salato e intenso. Le piaceva più dei semi di girasole.

"Cosa dici, Scully? Mi offendi". Finse un'esagerata smorfia d'orgoglio ferito. "Avrei potuto mostrarti il rimedio più antico del mondo per una notte di buon sonno".

Lo faceva di proposito. Metteva quello scintillio malizioso negli occhi di proposito. Giocando sempre con i doppi sensi. Naturalmente Scully non stava al gioco, ma a volte la tentavano i mostri. "Latte caldo prima di coricarmi?". Cercò di assumere un tono di voce vagamente piccante. O qualcosa di simile. "L'ho provato e la mia opinione di scienziata è che si tratta di un mito".

"Credi che la cosa migliore che possa offrirti per dormire è latte caldo?". Avanzando sibillinamente gattoni, Mulder si avvicinò di più verso il letto e Scully poté vedere mostri. Enormi, spaventosi mostri a sette teste e sette grandi lingue di fuoco. Uguali alla lingua di Mulder, che si faceva strada con perizia tra le due parti del guscio dei pistacchi, aprendo succhiando con perfezionata maestria.

perché sembrava improvvisamente che la sera si stava riscaldando invece di rinfrescare?

"Ero gelosa di Diana". Era un cambio drastico di conversazione e Scully era cosciente di ciò. Si trattava di un'abitudine acquistata con Mulder che era diventata automatica quando l'atmosfera di civetteria sicura superava i limiti che Scully aveva appreso a fare suoi. Ma sopratutto era qualcosa che sentiva la necessità di dire. Non era giusto che Mulder si assumesse tutte le responsabilità degli errori passati, né che fosse l'unico capace di parlare a cuore aperto. " Mi ha fatto dubitare. Mi ha fatto chiedere se le cose non ti fossero andate meglio con una mente affine, come lei."

Quando osò guardare negli occhi il suo compagno, la turbò l'intensità della sua meraviglia. La sua perplessità. "Non ho bisogno di qualcuno che pensi come me" Era una dichiarazione appassionata. "Solo qualcuno che creda in me".

Il silenzio si fece palpabile nella stanza. Prendendo forma e coscienza, precipitando verso ogni angolo del letto.

"Credo in te Mulder". Lo disse con tutta la sicurezza che seppe esprimere. perché era vero. La cosa più vera che poteva immaginare. Credeva in quell'uomo e nel suo onore e nella sua crociata. I suoi unici dubbi si riferivano al posto che lei occupava in tutto questo. Era la contraddizione tra il sottomettersi al suo credo nella scienza e trovare, anche così, un posto nel suo sicuro cameratismo con Mulder ciò che non la lasciava dormire.

L'intensità di Mulder. La sua passione ardente. Come abbracciare questo senza perdere se stessa? "Da qui in poi, mostri", si diceva. "Da qui in poi, mostri da tutte le parti".

Fermato nella manovra di aprire un pistacchio, Mulder era rimasto completamente quieto. Insolitamente immobile e senza la sua costante energia nervosa. Soppesò le parole di Scully, il suo rinnovato giuramento di lealtà e dopo un periodo di tempo indefinito, crac!, divise in due uno dei pistacchi e s'illuminò con un sorriso pieno di significati.

Scully cercò di restituirlo." Credo che Diana liberò la vena territoriale degli Scully"

Il petto di Mulder vibrò per una leggera risata. "Se fossi in te non mi preoccuperei. Tutti sanno che Fox Mulder è al cento per cento territorio Scully"

Solo lui. Solo Mulder poteva dire qualcosa di così paurosamente terrificante e farne uno scherzo allo stesso tempo e fare in modo che Scully desiderasse che fosse serio e non lo fosse tutto con la stessa intensità. "Non restano parti da conquistare?", domandò, senza fermarsi a pensare. E prima che le parole finissero di uscirle di bocca si rese conto di come fosse suonato. E che forse, l'aveva detto abbassando la vista, in modo che un osservatore estraneo, avrebbe potuto pensare che stava osservando Mulder tra le gambe mentre parlava.

Da qui in poi mostri! La sua coscienza glielo gridava a pieni polmoni. Non avanzare o profonderai! Retrocedi fino alla terra ferma, Dana!

"Può darsi che ce ne siano", si affrettò a rispondere Mulder, "la questione è se t'interessano queste parti".

Che diavolo. L'unica cosa più pericolosa che affrontare i mostri, era rimanere tutta la vita sulla frontiera di quello che potevano avere, temendo qualsiasi cambio e lottando coraggiosamente per frenare qualcosa che era stata inarrestabile dal principio. Questa era, probabilmente, la maggior minaccia per la loro relazione. L'immobilità innaturale alla quale si stavano forzando.

"Non posso emettere un giudizio senza aver dato loro un'occhiata, Mulder. Sono uno scienziato".

Le pupille del suo compagno si dilatarono all'infinito e il cuore di Scully fece una capriola. Un cuore palpitante che martellava sangue a velocità della luce.

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Quando Krycek era piccolo, sua madre gli mostrò la sua collezione di bambole russe. A lui sembrarono il ricordo stupido di una paese stupido la cui fine era annunciata. Sua madre era affascinata e le incastrava una dentro l'altra, come piccoli cloni ognuno più piccolo dell'altro. "Matrioska" diceva quando prendeva la più grande, "trioska", con la seconda, "oska", con la terza e "ka" con l'ultima della collezione di famiglia. Krycek non ripensò a quelle bambole fino alla verde età in cui per la prima volta spogliò una donna. Indumento dopo indumento, gli sembrò che andava scoprendo donne diverse, uguali e differenti che si incastravano e disincastravano all'infinito offrendo mille volti che erano lo stesso volto di un eccitante mistero femminile. Fu una sensazione premonitrice perché col tempo apprese che le donne amavano queste sfaccettature di una personalità multipla, che fiorivano e si chiudevano più in là della loro nudità fisica. Amavano che un uomo approfondisse questi enigmi e godesse riuscendo risolvere i loro indovinelli. Sospettò ancora molto giovane, che una donna non voleva mai rinunciare a tutto questo mistero perché era nella sua sensuale sovrapposizione di bambole russe dove stava la più grande differenza con la qualità brutale e intera degli uomini.
Nel momento che il morbido accappatoio di Eve si aprì, Krycek sperimentò di nuovo la sensazione delle bambole russe e gli venne meno il respiro per l'ansia di perdersi in tutte le possibilità e assalire i suoi misteri con un'intensità così animalesca da fondere tutte le sue personalità nel lungo gemito dell'estasi.

"Moya krassavitsa", sussurrò, senza far caso a quello che diceva e perduto nella contemplazione di quel corpo. Dischiusa davanti a lui Eve tremava, con respiri agitati e Krycek poteva ammirare il dolce agitarsi dei suoi seni, tondi e morbidi, e il movimento veloce dello stomaco. Lì stava, sul limite della saggezza, la brutale cicatrice che li affratellava nel dolore. Il segno che Eve Worthington era molto più dura, molto più forte, molto più vitale e poderosa di quanto lei stessa sospettava.

Sentì un fiotto di sangue che ingrandiva la sua eccitazione. Così incredibilmente veloce che sfiorava il dolore con una squisitezza sublime. Gli mancava ossigeno al cervello.

"Krycek...", sospirò Eve. Aveva gli occhi socchiusi, soporiferamente vitrei. E supplicava per un bacio, inebriandolo di una squisita eccitazione di superiorità arresa.

Bruciava dalla voglia di baciarla ma lo stava chiedendo con il nome sbagliato.

"No". Gli suonò strana la sua stessa voce. Roca e piena di necessità. Non ricordava di aveva avuto bisogno di qualcosa con tanta disperazione in tutta la sua vita. Nemmeno quella maledetta notte nella quale dovette aspettare Marita per ore nell'umido rifugio di una nave puzzolente.

Eve aprì gli occhi immediatamente e nella profondità nocciola del suo sguardo, Krycek osservò il cambio di colore e d'espressione. Assistette al momento finale in cui capì quello che aveva voluto dirle. "Alex", pronunciò. Con la sicurezza di una bambina che ha scoperto la soluzione di un complicato indovinello. Allungando la x finale con una languidezza femminile. Sinuosa. Serpeggiante.

"Mi piace come suona", gemette. In realtà, gli piaceva tanto che il desiderio diventava irritazione e rabbia ad ascoltarlo. E la rabbia lo accendeva e si trasformava in desiderio in un circolo senza fine dove niente aveva senso eccetto afferrare quel corpo con tutta la sua forza e trascinarlo contro il muro come aveva fatto al supermercato. Non si fermò finché non sentì che stavano incastrati contro la porta della stanza.

"Chiedimelo", ordinò.

Eve non ci penso su troppo." Baciami, Alex".

Lo fece.
Erano giorni che non si radeva e le piacque. Dava al suo bacio la rugosità di una carta vetrata contro il velluto. Quando la piccola lingua di Eve scivolò tra i suoi denti, umida e calda come un nido di vipera, l'ombra della barba sfiorò le guance di lei. Il contrasto poteva fare impazzire un uomo sano. Ad Alex Krycek, che non era precisamente il più sano degli uomini, venne voglia di saltare ogni preliminare e venire quanto prima in quel corpo che emetteva intense onde di calore.
L'accappatoio si era aperto completamente e Krycek si slanciò su Eve facendo in modo che non rimanesse spazio tra i loro corpi. Vagamente ricordava di essersi tolto la protesi artificiale. E nell'ultimo angolo della sua sanità mentale, si pentiva di non averla messa. Odiava che lo vedessero senza. E d'altra parte, abbracciava l'idea che Eve lo facesse, che vedesse la sua cicatrice e lo desiderasse a prescindere da essa, o proprio per essa. Come faceva con il resto della zone oscure della sua personalità, forse avrebbe abbracciato anche la sua deformità fisica.
Mise la mano all'interno dell'accappatoio di Eve e la fece scivolare dietro di lei, godendo di ogni angolino che toccava. La battaglia dei baci era diventata caotica. In un momento aveva tra le labbra il lobo dell'orecchio per poterlo mordere e leccarlo, e tornare a mordere e leccare. L'istante successivo sentiva la suzione di una bocca sulla giugulare e conteneva un gemito. E poi, sorgeva nella sua bocca un'altra bocca che divorava e lo divorava in una spaventosa digestione che annebbiava la mente. E allora la sua mano scopriva la rotondità quasi infantile di una natica perfetta e perdeva completamente la nozione di se stesso che gli sembrava di stare sognando un sogno inebriante.
Non c'era niente, nessuna parte di quella donna che non gli facesse perdere la testa come un quindicenne con troppi ormoni. Si rese conto improvvisamente, che una mano non gli bastava quando c'era tanto corpo da toccare e mentre immergeva la bocca in quello che avrebbe giurato essere il seno più squisitamente fatto che aveva mai provato, tirò la cintura dell'accappatoio. Eve articolò un grido di dolore e gli affondò le dita nei capelli. Per impossibile che potesse sembrare, la sensazione svegliò cellule nervose in posti che Krycek non conosceva. Quando le morbide radici dei capelli si aprirono sotto quella carezza apparentemente inoffensiva, gli si drizzò la peluria del corpo e lasciò che lo percorresse un brivido glorioso che finì sulla punta della sua lingua e sul capezzolo che stava leccando e succhiando.
Cazzo. Quello che stava accadendo non era sesso, era un uragano dove non si poteva distinguere dove iniziava un corpo e dove finiva l'altro. Erano due ciechi che si affrontavano in un ballo frenetico che non avevano tempo di assimilare ogni sensazione prima di sperimentare un piacere più grande del precedente.
Krycek tolse la testa dalla scollatura di Eve. L'aveva bagnata con la saliva e la pelle aveva un colore rossiccio lì dove l'aveva strofinata. Era difficile immaginare qualcosa di più bello ma non poteva farlo tutto in una volta e i baci erano troppo buoni per allungare tutto quello per molto tempo ancora. Se non riceveva uno stimolo diretto gli sarebbe scoppiato il cervello. Dette grazia a Dio per aver avuto la brillante idea di masturbarsi minuti prima. Altrimenti a questo punto, avrebbe dato un nuovo e vergognoso significato all'espressione "eiaculazione precoce".
Con l'accappatoio mezzo aperto, cercò il maggior contatto possibile con il corpo di Eve. Avrebbe voluto baciarla ma lei l'aveva anticipato ed era corsa a leccargli il collo. Così che l'unica cosa che poté fare fu scontrarsi con lei mentre godeva di quella suzione che l'eccitava con un'intensità che sfiorava l'isteria. La base della sua erezione si era poggiata sulla peluria del pube di Eve, curvandosi lì e sollevandosi solenne, arrossata dal desiderio e quasi violenta. Così pochi centimetri per stare dentro di lei...Non gli sarebbe stato difficile. Una rapida manovra e poteva stare dentro, in quel posto terribilmente bagnato il cui odore di metallo e sale stava inondando i suoi polmoni e la stanza come una promessa a portata di mano. Era una sensazione asfissiante il desiderio di assaporare quell'odore.
Non gli costò molto toglierle l'accappatoio e lasciarla completamente nuda. Lei non sembrò nemmeno avvertirlo, ipnotizzata dal movimento costante e ritmico che Krycek aveva impresso alle loro gambe. Era incredibile che le piacesse tanto, quanto i loro genitali appena si sfioravano. Poco a poco, invece, Krycek incominciò ad avvertire che la sua erezione scivolava con maggior facilità attraverso il canale boscoso di Eve. Si lubrificava passando, bevendo la sua umidità e lei godeva di quella sensazione di strofinio, con le guance accese e gli occhi completamente chiusi, respirando con difficoltà e emettendo respiri ogni volta più caldi e pesanti
Era questo. Era la resa. Questo era ciò gli piaceva. Avere il controllo della situazione anche senza avere nessun controllo sull'altezza alla quale volava il suo desiderio. Se avessero avuto un orgasmo in quel momento, come due adolescenti in una notte di baldoria, avrebbero potuto considerala un esperienza sessuale di mitiche proporzioni.
Normalmente questo era il momento della notte nella quale Krycek poneva fine ai preliminari. Erano totalmente inutili e quasi controproducenti arrivati ad un certo livello d'eccitazione. E con Eve questo livello arrivava con tanta facilità come lo sforzo che richiedeva vederla mangiare un hamburger a un metro e mezzo da lui. Ma la vocina autosoddisfatta del suo orgoglio sentiva l'imperiosa necessità di vederla così disperata come si sentiva lui e senza pensarlo due volte si inginocchiò per fare qualcosa che aveva sognato la prima volta che la sua cicatrice si era affacciata dalla cintura dei pantaloni.
La carne della ferita era leggermente brillante e morbida come l'interno di una bocca. Eve gemette. Respirò con affanno. Inarcò la schiena e contrasse lo stomaco. E quanto più Krycek alternava carezze dolci a dure, rapide e lente, più piccoli suoni animali emetteva Eve. E quanto più scendeva per il cammino che indicava l'origine di tutte le sue fantasie, più costanti e strane diventavano le sue suppliche gutturali. Non cercò di essere delicato, né amabile, né sensibile quando trascinò la lingua all'interno del suo pube. Cercò solo di far aumentare il volume del suo piacere il più alto e più velocemente possibile. Si sentì soddisfatto quando Eve mormorò quello che sembrava essere il suo nome al sentire una miscela di bocca e lingua e labbra e denti in ogni angolo segreto delle labbra della sua vagina.
Se ciò che usciva da lei era veleno, doveva provocare la morte più dolce. Lì dentro era facile perdere la nozione del tempo, disegnando lettere e parole e sentendo il peso progressivo del clitoride sempre più eretto e duro. Ma non era sufficiente, perché la prima volta che quella donna si contraeva nello spasmo doloroso dell'orgasmo, sarebbe stato con lui dentro. E basta.
Si alzò da terra e la guardò fisso negli occhi. I capelli cadevano a ciocche umide che sfioravano dolcemente le sue magnifiche spalle e le lebbra avevano acquistato un color rosso intenso spettacolare. Avevano assorbito il sangue da resto del viso, più lucido del solito e si gonfiavano d'eccitazione prendendo quasi un colore sanguigno.

"Di il mio nome". Voleva vedere come si muovevano quelle labbra tanto perfette che sembravano un disegno animato.

"Alex", pronunciò Eve, finendo l'ultima lettera nella sua bocca. Fece scivolare le mani dietro di lui, scese per la schiena e infilando le unghie con forza al passare. Krycek sorrise. Stava cercando di fargli male di proposito perché stava incominciando a comprendere. Ad accedere all'ultima frontiera del dolore, quando questo diventava piacere e il piacere risultava doloroso.

Lui l'interpretò come un segnale e senza dare nessuna indicazione di ciò che avrebbe fatto, fece scivolare la mano tra le gambe di Eve. " Questo è il nome che voglio che tu debba gridare". Una morbida spinta in quell'umidità di miele e sentì le sensazioni nelle dita. Il pollice si immerse nell'apertura quasi gelatinosa della vagina e le due dita più lunghe, l'indice e il medio, attraversarono la resistenza muscolare dell'ano.

Eve gridò il suo nome.

"ALEX!"

 **

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Scully stava flirtando più in là di qualsiasi limite che Mulder avesse mai visto.Il gioco tra di loro non era mai tanto sfacciato. Era un linguaggio di sottigliezze e silenzi molto più sommerso e impossibile da capire per un osservatore estraneo. Generalmente, lei alludeva a qualcosa o lui faceva in modo che lei alludesse a qualcosa e si scambiavano una o due frasi a doppio senso e allora Scully cambiava radicalmente tema, come aveva fatto prima. Quello che non faceva era chiederle "come scienziato" di esaminare alcune parti del suo corpo. Per la prima volta in vita sua Fox Mulder era attonito e Dana Scully lo guardava come si guarda qualcuno quando hai il sospetto che lo bacerai.
Come erano arrivati fin lì?
Vediamo. Lei gli aveva confessato che Diana svegliava la sua vena territoriale. Lui aveva detto che non aveva di che preoccuparsi: già era proprietà di Scully. Allora lei aveva domandato se non rimanevano parti da conquistare e che Dio l'assista se non aveva guardato la cerniera dei pantaloni nel dirlo. E in quell'istante, Mulder pensò che si sarebbe ritratta e suggerì che qualsiasi parte le interessava era disponibile. Se lei era interessata.

"Non posso emettere un giudizio senza aver dato loro un'occhiata, Mulder. Sono uno scienziato".

Che cosa si supponeva che doveva rispondere? Avanti, Scully, dai un'occhiata, sarà un piacere, anche se credo che sarai sorpresa quando avrai la prova dell'effetto di questo sguardi ai miei genitali? Non poté pensare ad una risposta, perché prima che potesse decidere se uscire correndo dalla stanza verso l'Australia o finire con sei anni di amore platonico, si sentì un grido.
Che attraversava la parete. Che attraversava quello che sembrava il corpo ferito di un animale moribondo. Un grido breve. Un urlo fugace che Mulder non avrebbe sentito se non avesse regnato un silenzio così profondo nella stanza e se non fosse stato praticamente a dieci centimetri dal muro.
La magia dell'incantesimo con Scully si era rotta con quel grido.

"Non ti è sembrata la voce di Eve?". I suoi sensi si misero all'erta immediatamente e l'iniezione di adrenalina gli servì per tendersi e pensare alla pistola e ai secondi che poteva impiegare per entrare nella stanza e liberarla da ciò che l'aveva fatta gridare.

"Sembrava". Un riconoscimento fluttuava negli occhi della sua compagna, un pensiero che ballava senza concretizzarsi.

"Non c'era Krycek in questa stanza?" Aveva la strana sensazione che Scully stesse arrivando alla conclusione prima di lui.

"Credo di sì".Abbassò lo sguardo, a mezza strada tra l'apprensione e il rossore. Che stava succedendo?

"Non dovremmo vedere quello che succede?" Poteva essere in pericolo. Poteva essere un sogno. Poteva aver bisogno d'aiuto. Non c'era da fidarsi di Krycek, Scully stessa glielo aveva ripetuto perché non lo dimenticasse.

"Se quello che sta succedendo è quello che credo, no" disse alzando gli occhi" a meno che non stai desiderando vedere dove finisce la protesi di Krycek"

No. No. Neanche a parlarne.

Cercò di articolare qualche parola intelligibile. "Mi stai..." Non ci riuscì. "Che cosa stai...". Impossibile. "Eve?". Non poteva essere. "Krycek!". Il mondo non funzionava così. "Eve e Krycek?". Scully sembrava convinta. "Alex Krycek?!". Tutta la sua mente era un gran segnale luminoso che diceva "tutto è un sogno e questo non sta accadendo, Mulder". Ma il suo istinto, in fondo gli diceva che un grido così non era di dolore. Può darsi che anni di castità l'avessero messo fuori allenamento, ma le donne gridavano così solamente durante un'attività molto determinata.

Era stupefatto.

"Non hai visto come si guardano?", domando Scully. Seria.

Sembrava che l'accettasse. Che nemmeno n'era del tutto sorpresa. "Tu lo sapevi...?" Non si sentiva capace di finire le parole. Alex Krycek stava facendo l'amore con la principale testimone di un caso a mezzo metro da lui, tre giorni dopo averla conosciuta, mentre lui stava sul punto di baciare Scully per la prima volta in SEI ANNI? Forse il mondo non era completamente giusto ma QUELLO sfiorava l'apocalittico. Si ricordò improvvisamente delle parole di Clyde Bruckman. Che aveva detto? Che tutti facevano sesso tranne lui?

Le api lo facevano. Gli uccelli lo facevano. A quanto sembrava, anche gli assassini con un solo braccio lo facevano.

"Tu l'approvi?". Era confuso. Irritato. Quasi geloso. Anche se non di Eve, concretamente, ma del fatto astratto che Krycek aveva ottenuto qualcosa di buono. Dio, se Eve era praticamente una bambina. E Krycek era la prova che l'inferno sputava la sua spazzatura nel mondo dei vivi. Un essere invertebrato, libertino, avanzo di galera. Non meritava qualcuno come Eve, che emanava questa magia speciale, questa calma di natura divina. Non aveva senso. Il bene era bene. Il male era male. Il bene non gridava il nome del male in quello che sembrava un grido d'orgasmo. Lui lo sapeva, perché senza essere del tutto buono, nemmeno era tanto infernale come Krycek. E anche così, per anni aveva saputo che Scully brillava in un altro diverso e migliore universo dove lui non sentiva che aveva diritto ad entrare se lei non lo invitava. E nemmeno credeva che fosse meritevole di un simile invito. Ma chiaramente, Krycek non aveva questo genere di scrupoli.

Se voleva qualcosa lo prendeva. E questa doveva essere, precisamente, la ragione principale per cui Eve non doveva andare a letto con lui.

"Non lo approverei se qualcuno chiedesse la mia opinione, Mulder. Ma non è una mia decisione e non vedo cosa possiamo fare". Suonava abbastanza pratico.

"Ma Scully..." Balbettò per un attimo senza trovare un argomento convincente. Era così assurdo che non sapeva nemmeno da dove iniziare ad enumerare le ragioni per cui tutto quello stava male. Male, male, male." Lei non sa che genere di uomo è Krycek"

La sua compagna fece spallucce. "Non lo so, Mulder. Sembra che sappia molte cose." La sua voce stava incominciando a spegnersi, come se l'avesse invasa un sopore benevolo. "Forse deve commettere i suoi errori. Sta attraversando un momento molto stressante". Represse uno sbadiglio che fece in modo che le lacrimassero gli occhi. Una fiacchezza nuova annunciava quella che sembrava essere la fine della sua insonnia e tutto indicava che non aveva intenzione di muoversi di lì.

Dal suo letto.

"Possiamo parlare di questo domani, Mulder?"

Riuscì a mormorare qualcosa simile ad un sì. Gli si addolciva lo stomaco a vederla nel letto, presa dal sonno come una bambina. Nelle notti di sorveglianza era arrivato a passare ore osservandola ma mai aveva avuto il piacere di vedere la sua testa posata sul cuscino. Con i capelli sul viso e le palpebre rilassate. Iniziò ad alzarsi per lasciarla dormire tranquilla e andare via dalla sua stanza. Forse, avrebbe fatto anche una fermata lungo la strada per assassinare Krycek.

Scully lo fermò a mezza strada. "Puoi fermarti qui a dormire". Un permesso, ma sopratutto un invito. Una preghiera? Mulder non seppe dire di no.

Si accoccolò vicino a lei e incastrarono ragione su intuizione, lasciando che i loro corpi si adattassero e prendessero forma mutuamente. Il cuore di Mulder si espandeva e rimpiccioliva in quella posizione e per un momento tutto si ridusse a quel rifugio comune. Cospirazioni, paranoie, tradimenti, rabbia e gelosia si dissolsero in una gradevole calma e la sua mente rimase libera dal peso della coscienza.

"Sogni felici, Scully".

Fu l'ultima cosa che disse prima di lasciarsi vincere dal sonno.

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In qualche posto vicino alla Florida
Stanza 104

Eve non poteva respirare. Non poteva pensare. Si apriva. Il pollice di Krycek spingeva contro la parete interna della sua vagina e le sembrava di stare galleggiando in qualcosa di bianco. Allora, il resto delle dita di lui forzavano un punto stretto del culo e sentiva che tutti i muscoli del corpo cedevano a quella invasione. Si chiudeva. Non sapeva dove stava. Chi era? Non lo ricordava. Dove stava? Non le importava. Stava in un posto dove non era mai stata prima, in un posto dove la meccanica del sesso non aveva importanza, perché qualsiasi bacio, qualsiasi carezza, perfino la più brutale, aveva l'effetto magico di svegliarla a nuove sensazioni di piacere. Voleva stare lì. Sempre. In questo posto dove la portava Krycek senza chiedere permesso né fare attenzione.
La stanza girava su se stessa, il modo perdeva nitidezza. La stessa intensità delle sensazioni fisiche annullava la sensazione di avere un corpo. Non poteva muoversi, né agire.

"Il letto", sentì, o le parve di sentire. E non seppe rendersene conto finchè non avvertì che improvvisamente era vuota, priva del contatto violento di quell'uomo. Solo così riuscì ad aprire gli occhi e ad assistere al momento in cui Krycek perse l'accappatoio e si mostrò davanti a lei nella sua splendida asimmetria. I suoi occhi erano diventati smisuratamente intensi e l'iride era scomparsa quasi del tutto. Anche così, lo stretto cerchio che rimaneva era una gamma del verde più puro che Eve avesse mai contemplato. Il suo pomo d'Adamo, che all'improvviso sembrava mostruosamente grande, si muoveva nella gola, in un modo intenso e frenetico per ingoiare tanto desiderio. E la mascella, tesa e dura, si chiudeva e contraeva ad ogni momento.

Dove sarebbe dovuto stare il su braccio, non c'era niente. Anche se nella sua mente, Eve immaginò la forma perfetta che una volta era stata strappata a quel corpo con brutalità. Non c'era bisogno di sapere come. Bastava guardare la cicatrice irregolare per sapere che quella non era stata un operazione di un equipe di medici. Era il segno di un fatale incidente o di qualcosa di peggio.
Al contrario di quello che Eve aveva creduto prima di vederlo così, le sembrò che la mancanza completasse l'uomo. E che la deformità immaginata rilevava tutti i suoi chiaroscuri. Alex era così, brutale, pieno di dolore, angosciosamente imperfetto. E riusciva ad emanare, con o senza protesi, un'acuta sensazione di forza vittoriosa. Non sentì schifo, né repulsione al vederlo, anche se Krycek la scrutò per averne la prova. Se i suoi occhi dicevano la verità su i suoi sentimenti, dovette vederla affascinata e con la sensazione di aver acquistato una conoscenza trascendentale
Da quel momento, tutto si consumò in un momento fugace ed infinito. Lottarono per arrivare al letto e Krycek si mosse su di lei finchè Eve potette sedersi su di lui. Le sembrò un'opera d'arte, una Venere di Milo e un Michelangelo scolpito nel bronzo invece che nel marmo. Il suo sesso emergeva dal suo corpo con una curva superba e quando lo toccò, Eve credette che il suo calore le avrebbe tatuato un marchio sulle mani. Non perse tempo ad accarezzarlo e contenne la voglia di far affondare tutto quel calore nella sua gola. Aveva tanta voglia di unirsi a lui che le tremarono le mani quando avvicinò il pene dove voleva disperatamente che stesse.
Le sembrò che Krycek cercava di articolare qualche suono e stette sul punto di domandare che cosa voleva quando un accenno di coscienza penetrò nella sua mente e si rese conto di cosa cercava di avvertirla.
Tardò meno di quindici secondi per correre all'accappatoio, trovare ciò che cercava e toglierlo dall'involucro. Si domandò per un attimo se la signora a cui Krycek aveva rubato il necessaire era abituata ad un compagno della misura che lei aveva di fronte. perché, volendosi lasciare impressionare e anche se Eve non aveva mai pensato che potesse aver importanza, era una misura impressionante. Forse spiegava quell'atteggiamento di maschietto arrogante che Alex portava in giro per il mondo.
Non ci pensò su molto. Distese il latex sul suo membro e lo guardò negli occhi, sentendo che solo uno sguardo già era una penetrazione brutale e che poteva raggiungere il suo orgasmo solamente lasciandosi osservare da lui. Nuda e sudata. Montò su di lui e si lasciò penetrare in un solo movimento. Non volle abituarsi poco a poco, ma sentire la lacerante apertura dei muscoli finchè non ci fosse stato un solo millimetro di Krycek che non fosse entrato dentro di lei. Se senti un certo dolore profondo, ne godette come di un preludio al piacere.
Volò. Divenne piccola e si spezzò. Sentiva che lui la divideva in due e che lei lo avviluppava. Con altri uomini, la penetrazione le era sempre sembrato un atto sopravvalutato. Sempre il culmine di niente. Poteva contare sulle dita di una mano le volte che era riuscita ad avere un orgasmo in quel modo. E invece, in quel momento, non poteva vedere più in là e ogni volta che cercava di muoversi, tornava a cadere, incapace di controllare i suoi movimenti.
Krycek non stava solo nella parte più intima del suo corpo. Stava ovunque e ogni penetrazione era come avanzare e retrocedere verso lo stesso obiettivo che ogni volta sembrava più grande e più vicino. Un obiettivo che arrivò, bianco, lungo, sorprendente, prima che Eve fosse preparata a riceverlo. Iniziò in qualche posto all'interno della vagina dove Krycek si strofinava contro di lei e si espanse dentro e fuori, sopra e sotto, tagliando foglie aprendo strade e porte dietro le quali aspettavano nuove esplosioni e sensazioni più grandi.
Sorprendentemente, quando finì quel favoloso orgasmo, non aveva cancellato tutto il suo desiderio. Aveva messo fine solo alle sue forze, ma il sesso palpitante di Krycek continuava ad infiammarla, esigendo di più.
Gli lasciò prendere le redini. Lo lasciò uscire da lei e alzarsi dal letto. E lasciò che le desse ordini. " Faccia in giù", sentì. E obbedì. Con le ginocchia sul pavimento e il resto del corpo sul letto, si lasciò penetrare in quella posizione che le sarebbe sembrata animalesca e ridicola e vergognosa in qualsiasi altra situazione. Ma in questa situazione era esattamente quello che voleva. Sottomissione e vittoria. Krycek muovendosi freneticamente dentro di lei, atleticamente disperato e il letto che provvedeva al resto della frizione di cui aveva bisogno per arrivare di nuovo sull'orlo dell'orgasmo e cadere da lì. E osservare dal fondo della sua caduta, come Krycek precipitava con lei nell'abisso, senza smettere di dare spinte, senza smettere di cavalcare con una furia che non aveva pietà e che sembrava non aver fine.
Sazi, sfatti, incorporei, si addormentarono ad un tratto e per la prima volta, Eve sperimentò il preludio di un sogno proprio che le rivelò qualcosa che aveva sempre saputo. Comprese, alla fine, perché quell'uomo che ansimava vicino a lei poteva farla sentire come mai si era sentita e che loro erano così diversi ma uguali. Tutti e due possedevano l'arte della conoscenza totale. Eve comprendeva i chioroscuri del subcosciente e sapeva che in sogno la condizione umana era una sola, bianca e nera, né buona né cattiva. Alex Krycek, con il suo tenebroso pragmatismo, sapeva che la vita era sopravvivere fino alla morte e comprendeva la verità dei sogni e la futilità di tutto ciò che non era primario, istintivo e finale. Per questo dominava il piacere e regnava nel desiderio. Per questo poteva portarla nell'unico posto della vita che era come un sogno. Il posto dell'orgasmo, furioso e selvaggio, dove la vita raggiungeva il culmine della goduria e si trovava di fronte alla morte per un istante, amalgamando il nero e il bianco in una lunga estasi.

**
In qualche posto della Carolina
6: 50 p.m.

Il Dottore guardava la cisterna, ipnotizzato per la dolce iridescenza verdastra del liquido uterino. Sentiva i rumori della sua equipe ma li avvertiva solo vagamente. Preferiva guardare i prototipi e studiarli con severità e meraviglia infantile. Gli costava abituarsi ai miracoli. Improvvisamente, e senza nessun segnale che lo avvertisse, il liquido si mosse formando una piccola onda in quel placido mare. Il cuore del Dottore accelerò. Eccitandosi per alcuni secondi. Dovette impiegare tutta la sua volontà per rasserenarsi. Con passi timorosi, avanzò verso il vetro della cisterna e ingoiò l'eccesso di saliva che gli aveva provocato quella visione per la quale non era preparato.
Il prototipo aveva aperto gli occhi e si svegliava dal suo letargo con uno sguardo indecifrabile.

 

Presagi

Dormire non è solo un fatto fisiologico. Per la prima volta nella mia vita, sento che sogno, è la soglia di una conoscenza mitica, l'anticamera di queste risposte che non abbiamo imparato a formulare. Esserne privata per molto tempo, me lo fa apprezzare come un tesoro d'inestimabile valore e sento, mentre dormo, che avanzo man mano verso il vero riposo che mi darà il coraggio di raggiungere la conoscenza che non so nemmeno di cercare.

Oggi, dormire è un caldo abbraccio. E’ profondo e narcotizzante. E mentre scivolo nel suo inquietante abbandono, mi trovo circondata dall’essenza penetrante di Mulder. Quest’odore, che è come la nota cupa e costante di uno strumento invisibile. Pesante, quasi corporeo, impossibile da raggiungere e impossibile da evitare. Lo respiro mentre dormo sempre più e continuo a cadere nel pozzo del sonno senza sogni.
In qualche parte della mia mente, penso ad una donna di nome Diana Fowley e digerisco tutto quello che sentii per lei e tutto quello che so ora grazie a Mulder.E’ un turbinio d’immagini che non riescono a concretizzarsi prima di svanire. L’unica cosa che ricordo con chiarezza è la sensazione che annulla tutte le altre. E’tutto qui, in questo sopore.La paura di lasciarmi consumare da Mulder e perdermi nella sua passione, il terrore per non sapere chi sono se rinuncio a ciò che so fare, l’ira contro tutte le ingiustizie che mi lasciano impotente e vuota, il panico per aver perduto in questo viaggio troppe cose e stare sul punto di perderne altre peggiori e il dolore. Il dolore agonico di trovarmi divisa in mezzo a tante contraddizioni, rimproveri e solitudine.Però su tutto c'è l’altra cosa. Quella che ero sicura d'aver perduto.
Non mi viene in mente come descriverlo. A Mulder e a me le parole ci stanno strette. Abitiamo in un universo dove abbiamo appreso ad interpretare silenzi a costruire conversazioni di gesti, sfioramenti, sguardi. E questo è precisamente quello che avevamo perso e incomincio a raggiungere di nuovo. Questo legame contro il quale ho lottato per tante settimane senza essere cosciente del mio sforzo e del suo enorme fascino. Ora so che lotto tanto per Mulder e per me, come lotto contro di noi. Mi meraviglio di non averlo scoperto prima e so che lo dimenticherò, in parte, quando mi sarò svegliata. Prego per non dimenticarlo del tutto e lasciare che mi guidi questa scoperta incosciente.
Questa notte, abbracciata a lui, trovo miracolosamente il modo e il piacere di sentirmi me stessa. Non è difendendo quello che sono in opposizione a ciò che è lui. E’ comprendendo che sono parte di ciò che lui è e siamo, entrambi, il frutto di qualcosa più grande di noi.
Non so quali risposte mi aspettano quando mi sveglierò, né che domande mi assaliranno. Ma in sogno, abbracciata a Mulder, so qualcosa sulla verità che non riuscivo ad accettare. Lui l’ha saputa prima di me e ha avuto il coraggio di dirlo.Io lo so ora e spero di imparare, non solo ad accettarlo, ma goderne.
Mi consumi, Mulder. Ti freno. Mi spaventi. Mi sfidi. Mi fai paura. Mi appassioni. Ma soprattutto, Mulder, tu mi completi. E se penso per un momento, che siamo solo un sogno, desidero dormire per sempre nel suo dolce letargo.

**
In qualche posto della Florida
21: 30 p.m.

Durante la sua vita il dottor Yuri Guranov aveva accumulato molti ricordi. Per questo sapeva che la memoria era una clessidra e che il sapore del passato scivolava via senza rimedio quando non si ha con chi dividerlo. A chi raccontare le cose che aveva fatto, che aveva visto? Chi l’avrebbe creduto? Chi lo avrebbe capito? L’unica cosa che gli restituiva le immagini della sua vita era la collezione di fotografie sciupate che conservava in fondo all’armadio della sua stanza.
Era tutta la sera che le guardava, aspettando che facesse notte. Aspettando la piccola. Non c’era nessun altro in casa con lui e il telefono non aveva suonato per giorni. Anche così sapeva che la maggior parte del tempo non era solo. Come lui, Lynus March era presente ad un appuntamento che tardava. Aspettando.
La sua presenza era una voce così nitida, che Yuri si sorprendeva a parlare ad alta voce o a preparare il caffè per due. Mentre osservava le foto, si fermava specialmente, su quelle più vecchie. Quelle che sarebbero piaciute di più al suo vecchio collega.
Le foto della bambina. Così saggia, sempre. Così singolarmente magica, sempre. Così sua, in realtà. Il resto dei medici, degli scienziati erano stati lì, chiaro, con loro. Ma Lynus fu sempre il padre del suo progetto. Il padre di quel miracolo rosato che avevano creato.
Lo stanco cuore di Yuri pompava svogliato. L’attesa si stava facendo lunga. Tutta una vita aspettando una conclusione. Presto Lynus e lui avrebbero riposato.
Presto.

**
Frank’s Motor Lodge
Stanza 105
10:05 p.m.

Accadeva ogni sera ma era sempre un miracolo.
Il sole d’autunno scendeva e sprofondava nell’orizzonte, cadendo nel caldo stomaco dell’Alabama.Viaggiava per il sud attraverso le pianure e i deserti fino ad incontrare la frontiera frastagliata della California ed immergersi nel Pacifico. In giorni come quello, il calore fumante della sera, addolciva i contorni delle cose e il tramonto acquistava una certa qualità vetrosa. Quando finalmente, le ombre notturne sfumavano la luce, i grilli che erano sopravvissuti alla fine dell’estate, armonizzavano la loro sinfonia rumorosa e la Georgia grande e orgogliosa, abbracciava la notte in tutta la sua gloria.
Dalla finestra della sua stanza, Eve Worthington osservò quel rituale millenario in un silenzio reverenziale. Seduta sul davanzale, quasi coperta dalla tenda del motel. Assaporò il cambio di colore e il silenzio diverso della notte. C’era un non so che di mistico nel tramonto, un certo mistero che sfidava lo spettatore attento. Era la trasformazione più brutale di tutte, l’enigma della luce e delle tenebre, invece, accadeva con la naturalezza con la quale succede tutto ciò che è inevitabile.Come la vita e la morte. Si era alzata per andare nel bagno qualche ora prima, e le era stato impossibile tornare a dormire davanti alla grandezza di quel miracolo.
Pensava. In uno stato di meditazione rilassata. Pensava a Lynus March, che aveva amato tanto. E alle cose che le aveva nascosto. E ai motivi del perché l’aveva fatto. E alla sua tragica mancanza. E al tramonto. Al monumentale tramonto che oscurava il mondo e svegliava le ombre. Ma soprattutto pensava alle sensazioni del suo corpo. Il formicolio tra le gambe e la pienezza nello stomaco.Il rossore sulle guance e i brividi sulla pelle ogni volta che ricordava ciò che aveva fatto ore prima.
E con chi.
Krycek dormiva catturato in un sonno profondo, estraneo a quel paesaggio che rifletteva così bene la sua personalità tenebrosa. Respirava con un ritmo intenso e silenzioso. Quieto, come una statua. Si era mosso solamente al sentire che Eve abbandonava il letto. Però nemmeno allora si era svegliato. Aveva sbuffato, si era mosso ed era scivolato al centro del letto, ma non mai aveva aperto gli occhi.Dominava quel materasso di lenzuola spiegazzate come un territorio di sua proprietà, dormendo supino, esigendo i suoi diritti. La sua maestosa nudità si scontrava violentemente con il candore immacolato della biancheria del letto. Impossibile non ammirare il sua sagoma, sorprendentemente ben tornita. Ad Eve veniva la pelle d’oca al guardarlo. Krycek era sempre l’osservatore, mai l’osservato.Sempre l’assalitore, l’inseguitore, l’assassino.La passività era il maggiore dei lussi e non dava a se stesso mai il permesso di goderne.
Per questo, guardarlo era un privilegio più intimo che lasciarsi penetrare da lui. Eve si sforzò di approfittare del momento e memorizzò tutto il suo corpo. L’impressionane contorno delle gambe, i poderosi muscoli dell’addome e il tranquillo profilo del suo sesso, minaccioso anche nella sua quiete. Affascinante vedere tanta forza riposare. Come l’onda di un maremoto fermata al suo culmine.
Eve si alzò dalla finestra e si tolse l’accappatoio, lasciandolo cadere a terra. Si sentiva molto più alta di quanto non fosse mai stata. Non ricordava l’ultima volta che aveva passato tante ore senza la profonda sensazione di nausea all’orizzonte. Era come se fosse stata malata per anni e incominciasse ora a scoprire la sensazione inebriante di essere sana. Nemmeno aveva avuto la necessità di prendere le sue pillole. Era stata sul punto di farlo quando si era svegliata, però aveva ricordato il consiglio di Krycek di non farlo. Inoltre, Lynus gliele aveva date per farla sentire meglio e lei si sentiva gloriosamente forte. Di tanto in tanto, si portava un dito sulla cicatrice e l’accarezzava con una curiosità appena scoperta. Il ricordo da brivido della saliva di Krycek continuava ad essere marcato lì a fuoco lento e le piaceva la cruda sensualità delle sue carezze. La violenza con la quale aveva leccato la sua pelle e i contorni sensuali del suo pube. Non poteva ricordarlo senza che un intenso calore la scuotesse dalle dita dei piedi fino all’ultima fibra dei capelli.
Quando si avvicinò al letto, sentì il calore che emanava Krycek e ci si avvolse, cercando il contatto con il suo corpo per tirarlo fuori dal sonno.

Si svegliò immediatamente. "Che succede?" Sputò fuori le parole quasi con terrore, sollevandosi nel letto. A Eve ricordò un soldato che si era addormentato in trincea.

Represse un sorriso."Niente"

Krycek assimilò le parole in una decina di secondi e si lasciò cadere vicino ad Eve, pesantemente, mormorando un "dio" quasi impercettibile. Respirava rapidamente e cercò di calmarsi.

" Ho fatto un sogno", sussurrò Eve. Malgrado fosse notte, continuava a fare caldo nella stanza. Non c’era necessità di coprirsi con le lenzuola e nessuno dei due cercò di farlo. Una parte del cervello di Eve aveva vergogna della sua nudità ma si vergognava di più di doversi coprire e sfidare la disinibizione carnale di Krycek. Nah, non gli avrebbe dato questo piacere.

Osservò la linea ferma della mascella che ispirava una sensazione violenta di potere e l’ombra della barba che aveva lasciato marchi su tutto il suo corpo. E soprattutto il disegno fermo delle labbra che si erano immerse tra sue gambe strappandole suoni incomprensibili. Bruciava dalla voglia di baciare quelle labbra.

"Un sogno mio?" domandò Krycek

Eve scosse il capo. "No".

Si guardarono negli occhi. Il verde smeraldo di Krycek era tanto soddisfatto come sempre ma brillava di una nuova aura di possesso che sarebbe stata offensiva in qualche altro ma che risultava estremamente appropriata in lui. I suoi occhi ballavano andando su e giù, bevendo la nudità di Eve, sfidandola per farla sentire a disagio. Sorprendentemente, non sentì pudore, ma una benvenuta sensazione di femminilità vinta.

"Di Scully?"

"No".

"Di Mulder?" indagò alla fine, cercando di mascherare il suo istinto territoriale.

Eve lo guardò negli occhi, vagamente cosciente del suo potere in questo momento. Soppesò anche l’idea di dirgli di sì solo per vedere l'espressione gelosa del suo viso.

"No."confessò. "Mio", dichiarò. "Ho fatto un sogno mio" Le sue stesse parole suonavano strane ma la vocina interna non smetteva di ripeterle.Un sogno suo, pensò. Allora Krycek, si girò verso di lei e cominciò ad accarezzarle con un dito i contorni delicati di un seno e dimenticò completamente quello che stava pensando.

"Di cosa trattava?" Era sconvolgente che potesse fingere quel tono d'indifferente innocenza quando le sue dita giocavano ai mille modi per ottenere che la dolce oscurità dei capezzoli di Eve, si sollevasse e prendesse forma sotto le sue carezze.

"E’ divertente, ma non mi ricordo" mormorò. Era perduta per sempre. La lingua di Krycek faceva la coreografia di un ballo sinuoso nel canale dei suoi seni e scendeva allo stomaco leccando e lei era perduta. Lontana dal suo corpo, notava come questo prendeva peso e volume e si riempiva di forza e maree vive di liquido infiammabile. " Che sta succedendo?" Domandò in un sospiro. Le costava parlare. Krycek mise la bocca nel suo ombelico e svegliò terminazioni nervose di origine sconosciuta. Definitivamente, ora era completamente sveglio.

"Che dovrai affrontare la verità"

Vagamente, Eve si rendeva conto che avanzava in una spirale verso un punto nel quale la volontà spariva ed era sostituita dal desiderio disperato di arrendersi a quel piacere e dimenticare tutto, ma Krycek sembrava immerso nel compito di soggiogarla e lei era incapace di resistere.

"La verità fa male"mormorò Eve, in un respiro affannoso. La mano di Krycek cadde in picchiata verso le sue gambe e si intratenne accarezzando l’interno dolce delle cosce. Il contrasto con uno dei suoi baci profondi, furiosi e mal rasati, estese una specie di liquido evanescente nel cervello di Eve. Voleva quella mano in parti molto più intime. Lo voleva con tanta intensità da sentirsi soffocare.

Krycek interruppe il bacio bruscamente e si concentrò sulla sua mano. Faceva un contrasto sconcertante con le sue gambe. Nero contro bianco. "E esige sacrifici". Sentenziò guardandola fisso negli occhi.

"Come il braccio", disse Eve, tra sospiri.

Non era una domanda, ma anche così, Krycek assentì una sola volta "A volte quello che lasci lungo il cammino è più doloroso di un’amputazione". Senza altri preliminari, portò la mano fino al vertice e origine di tutto il suo desiderio e immerse le dita nel calore teso e umido che lo ricevette con uno spasmo involontario. Due, tre dita, era impossibile distinguerlo.

"C’è da pagare un prezzo per sopravvivere, Eve". Ponendo fine alle parole affondò la lingua nella sua bocca e come se fosse un ballo che aveva perfezionato con gli anni, mosse le dita in sincronia, dentro e fuori di lei. La combinazione brutale della barba, la ritmica penetrazione e i sicuri movimenti del pollice sul centro planetario del clitoride, la portarono ad una rapida e violenta esplosione dalla quale Eve tardò vari minuti per riprendersi.

Per l’amor di Dio, che aveva quell’uomo? Non ricordava di aver avuto un orgasmo così veloce in tutta la sua vita.

Krycek le accarezzava la cicatrice con le dita leggermente umide e affondava il viso nei capelli arruffati di lei. " Se Mulder si rende conto di questo. Mi strapperà il cuore con un cucchiaio e lo darà a Scully perché lo dissezioni".

Ancora leggera, quasi senza volontà, Eve riuscì a sorridere.

"Ti da fastidio che non ti ammiri come fai tu con lui" dichiarò. Non ci fu bisogno di specificare che si riferiva a Mulder. Era curioso. Non aveva bisogno di molte parole per comunicare con Krycek." Ti piacerebbe avere la sua approvazione, no? Malgrado quello che gli hai fatto, ti piacerebbe che comprendesse i tuoi sacrifici". Fece una pausa. Le costava ancora uno sforzo respirare regolarmente. L’orgasmo risuonava nelle sue estremità, solleticando con lievi esplosioni, intense onde di una tempesta appena scoppiata. "Che comprendesse la tua lotta"

Krycek aveva gli occhi chiusi e un sorriso enigmatico che Eve non poteva decifrare. "Credi che mi paragono a lui?"

Eve pensò alla sua risposta. Era convinta che Krycek vedesse in Mulder un sinistro fratello gemello. Uno che stava in un'avventura simile alla sua e che avrebbe potuto essere un formidabile alleato se non fosse stato un suo nemico mortale. Qualcuno che comprendesse l’importanza delle cose fondamentali in una guerra segreta. Lealtà, sacrificio. Lotta. Cose che la maggior parte della gente non potevano capire. Lezioni sull’apocalisse che si avvicinava. Sì, definitivamente, Alex Krycek considerava tutti e due parte del gruppo di eletti nei quali Mulder mai avrebbe voluto vedersi. Era troppo idealista. Credeva anche in un onore che per Krycek era ridicolo. Era una relazione contraddittoria e Eve era affascinata dal tentativo di scoprire i suoi misteri. Forse perché supponeva che se fosse riuscita a penetrare a fondo in quell'enigma gemello, sarebbe riuscita a capire il mistero più grande che si chiamava Alex Krycek.

"Credo che non staresti qui con me se non fossi stato geloso di lui quando ho fatto un sogno di Scully"

La risposta di Krycek fu una risata soffocata che gli rimbalzò nello stomaco in una contrazione divertita. Più in basso il suo sesso quasi eretto aveva incominciato ad alzarsi e vibrava con il resto del corpo. Improvvisamente, Eve si sentì affascinata da quell’organo che sembrava tenere vita propria. Era come se vedesse per la prima volta un uomo nudo.Quello era un pene? Lo stesso che ore prima le aveva provocato uno orgasmo senza fine come un fiore che apre i suoi petali uno dopo l'altro fino a fiorire completamente con un’intensità che non conosceva?Le sembrò strano e non sapeva il perché. Anche se aveva un sospetto. Ed era che il sesso con Krycek era così diverso da quello che aveva avuto prima, che anche il suo corpo era eccitatamente nuovo.

"La domanda non è che ci faccio qui. La vera domanda è che ci fai tu, krassavitsa". Krycek smise di ridere e la guardò fisso negli occhi. "Non ti faccio paura?" Più che altro sembrava una sfida. Eve scosse le spalle e negò.Improvvisamente sentiva una voglia terribile di baciarlo ma aveva l’assurda sensazione che avrebbe dovuto chiedere il permesso per farlo così che al posto di questo, incominciò ad accarezzargli lo stomaco con le dita e il palmo delle mano.Con la coda dell’occhio osservava i sussulti continui della sua erezione, che aumentava sempre di più.

Era una curiosità genuina e la sorprese l’improvviso tono di tenerezza nascosta della domanda. Così poco abituale in lui, così straordinariamente poco abituale che a Eve le si strinse lo stomaco." Per la distanza", rispose. E Krycek inarcò il sopracciglio. Non la stava seguendo. " Avevi ragione. Metto una distanza tra me e le cose e tutti la rispettano" Ingoiò saliva. Le costava sostenere il suo sguardo, così pieno di cose. "Meno tu".

L’intensità smeraldo degli occhi di Krycek era così esigente che a Eve incominciò a girarle lo stomaco e le piccole contrazioni residue del suo orgasmo si avvolgevano su se stesse e formavano quello che sembrava essere il principio eccitato di un nuovo maremoto di desiderio. Abbassò lo testa e cercò un capezzolo piccolo e maschile. Lo prese tra le labbra e si dedicò a baciarlo, a morderlo e accarezzarlo fino a saziarsi. I suoni gutturali di Krycek la infiammavano mentre lo faceva.

"Tutti quelli che mi conoscono hanno paura di me, Eve" Respirava con una certa difficoltà e lo scuotevano piccoli tremori che iniziavano dal petto e finivano col alzare e aumentare la sua erezione, quasi violenta per la tensione."Questo non ti dice niente?", più che parlare, ansimava.

"Può darsi che abbiamo ragione ad avere paura. Ma non ti conoscono." Senza smettere di giocare con il puntino color caffèlatte del capezzolo, Eve abbassò la mano dolcemente. Sotto allo stomaco, accarezzò per la prima volta la sua estrema durezza.Le bruciava il palmo della mano, come se il desiderio potesse lasciare una cicatrice. Pensò immediatamente all’acciaio e anche al velluto. E si dedicò a giocare con le dita intorno alla testa circoncisa. La perfetta combinazione di acciaio e velluto. Duro e morbido. Brutale e umano.

"Alex", le venne improvvisamente in mente. "Suona come un diminutivo, di cosa? Alexei?"

Cercò il suo sguardo ma lui aveva perso la concentrazione e si lasciava toccare con un’espressione intensa di desiderio che sfiorava la preoccupazione. Era la smorfia patetica di un uomo che non si lasciava toccare quasi mai. Perché lo lasciava fare a lei? Non aveva la risposta ma si sentiva fortunata.Si ripromise di fare buon uso di quell'opportunità e sfiorò con il pollice l’unica efelide che si distingueva alla base dell’erezione, vicino alle gambe.Era piccola e di colore molto scuro. Si domandò che sapore avrebbe avuto, che odore avrebbe avuto e senza osare frenare la sua curiosità, si chinò e si avvicinò con le labbra, tirando fuori la lingua solo un poco, solo per poter assaporare il contorno del neo.
Krycek si lasciò sfuggire una lunga boccata d’aria e un sospiro quasi sibilante.

"Alex" disse Eve. Lasciando che l’aria di ogni lettera risuonasse tra i suoi genitali. La x finale la colpiva sulle labbra come una carezza. "Voglio che tu mi dica il tuo nome completo". Improvvisamente ottenere quell'informazione era un fatto eccezionale. Perché l’informazione era il territorio più privato di quell’uomo e lei voleva qualcosa di privato. Qualcosa di suo. Qualcosa che potesse ricordare quando Krycek sarebbe sfumato dalla sua vita come il fumo di una sigaretta spenta. Come sapeva che sarebbe accaduto.

"Sei molto curiosa, Worthington". Non è che fosse male cercare di mostrarsi tranquillo ma le stava rivelando tutto il suo corpo. Eve s'inumidì le labbra e gli strofinò la lingua dalla base alla punta del sesso. Le pupille di Krycek si dilatarono all’infinito e con un sorriso soddisfatto, Eve fece del circoli intorno alla testa e la baciò con la bocca aperta, accennando senza però lasciarla entrare.

Era il più eccitante, il più intimo, il più sensuale dei baci.

"Alexei?" domandò, mentre vedeva il suo viso d'intensa disperazione. Provò a combinare il movimento delle labbra, con le carezze ferme e dolci della mano, che lo accarezzavano dalla radice alla punta, e Krycek emise un singhiozzo soffocato. La sua volontà lo abbandonava ad ogni secondo. Era evidente per il ritmo accelerato del suo cuore, che risuonava nel petto sempre di più. Eve lasciò che due dita scivolassero sulla parte finale dei testicoli e lo sfiorassero con una carezza lentissima che gli fece venire la pelle d’oca.S'intrufolò nella sua mente un'immagine. In quella stessa stanza, poco prima, Krycek aveva toccato un posto simile, penetrandola dal retto senza tregua né avviso. Se qualcuno le avesse detto che avrebbe potuto sentire un piacere così estremo non gli avrebbe mai creduto. E ciò nonostante, risentiva ancora piacere al ricordarlo.
Quasi involontariamente, copiò quello che lui le aveva fatto e il suo dito indice s'immerse in un calore teso, in un abbraccio mortale.

"Dio", sospirò Krycek, aprendo gli occhi per un attimo e richiudendoli di nuovo, come se non fosse capace di sostenere il peso delle palpebre." Te la farò pagare ". Resisteva con la volontà che non aveva, come resisteva sempre a tutto, con una ferma disperazione. Ma Eve non era disposta ad uscire da quella stanza senza aver ottenuto qualcosa da lui. Qualcosa che non voleva dare e che non poteva evitare di dare.

"E’ solo un nome, Krycek, dimmelo" Agitò la mano su e giù con maggior sicurezza e lasciò che i baci intorno alla testa diventassero più umidi e leggermente più profondi. Lambiva con tutta la lingua, di tanto in tanto succhiando. Accennò ad un morso leggero con il bordo bagnato dei denti, supplicando, "dimmelo".

Non era sicura che potesse continuare a torturalo ancora di più, il suo stesso desiderio stava incominciando ad essere assordante. Il sapore di quell’uomo era migliore dei cibi più strani. Aveva un sapore pulito e lieve e poderosamente maschile. Sapeva di sesso. Senza additivi, né coloranti, ne condensanti. L’autentico sapore del sesso.

"Mnye tak horosho" mormoro Krycek, che guardava tra l’attonito e il perduto più in la di se stesso. Eve non sapeva quello che voleva dire ma sentì un tremore elettrico nel pube. Il russo era una ninna nanna aspra e il suo suono le faceva rizzare tutto il corpo. Soprattutto perché Krycek non era cosciente di star parlando e mormorava nella sua lingua materna senza rendersi conto di ciò che faceva. Si domandò che cosa stava dicendo e le possibilità l’eccitarono ancora di più.
Avvicinò la bocca e lasciò che il calore rigido penetrasse in lei più in là di quanto un uomo fosse mai stato. Lasciò che l’erezione le solleticasse l’interno delle guance e la parte finale della bocca e l’inizio della gola. E quando superò gli involontari conati sentì un feroce calore sul viso che scendeva per tutto il corpo. Krycek emise un suono gutturale, qualcosa che nasceva dalla gola e finiva vibrando per tutto il corpo, uscendo dal sesso e entrando in Eve per andare a morire sotto il suo stomaco.

"Alexander" gemette Krycek, trascinando le lettere del suo nome. Arrendendosi. "E’ Alexander".

Eve perse il contatto con lui."E’ la prima volta che rispondi ad una domanda diretta, Alexander" Si abbassò di nuovo per riprender quello che stava facendo quando le venne in mente che doveva essere una delle poche occasioni in cui Alex Krycek aveva bisogno di qualcosa con urgenza e non poteva ottenerlo se non glielo davano. "Sto pensando…"Lasciò che le parole fluttuassero nell’aria mentre la faccia di Alex incominciava a contrarsi per la disperazione, " che se mi hai detto questo, potrei tirarti fuori qualcos’altro". Non aveva mai giocato alla donna fatale in tutta la sua vita e cercò di adattarsi al ruolo e s'inumidì le labbra, lasciando che la punta della lingua sfiorasse una delle vene sporgenti dell’erezione.

Se avesse avuto sufficiente serenità, Krycek si sarebbe intrattenuto mantenendole il gioco. E si sarebbe anche divertito, ma stava sull’orlo della supplica." Se vuoi ti sillabo quello che stai per tirarmi fuori "

Qualsiasi altro avrebbe fatto in modo che quello suonasse sudicio, volgare e antierotico. Miracolosamente Krycek lo trasformava in una carezza senza carezze. Benzina sul fuoco.

"Sei odioso, Alex" Eve finse di essersi offesa e accennò un gesto che lasciava intendere che il tema del sesso era liquidato.

Krycek non ci credeva. Sudava abbondantemente. Traspirando necessità."Ti avverto che ho ucciso gente per molto meno."

La cosa triste del fatto, era che probabilmente, non parlava tanto per parlare.Probabilmente era vero. Eve sentì una sferzata di elettricità nello stomaco e senza pensarci su affondò la bocca di nuovo su quella calda durezza che incominciava a palpitare mentre l’accarezzava, dentro e fuori di lei, fino a trovare il ritmo giusto. Voleva sperimentare il potere di trasformare Krycek in qualcuno tanto posseduto da desiderio come lo era stato lei istanti prima.
In un posto della sua mente che ancora funzionava, sapeva che ciò che c’era tra di loro era il gioco più pericoloso di tutti, una battaglia di scoperte miracolosa e naturale che nessuno poteva vincere. Il sesso con Krycek era come il tramonto, divino e di questo mondo e sempre ugualmente sorprendente. Fuori li aspettava la notte, ma in quel nido, come nel ventre di un serpente, il piacere annullava tutto il resto e metteva i fuga i timori che aspettavano all’altro lato della strada.
Sotto le sue labbra, Eve sentì improvvisamente una repentina tensione e Krycek cercò di spingere con i fianchi, spinto da un impulso primitivo che non seppe controllare. Sudava e il suo viso era una concentrazione selvaggia. Arrivati a questo punto, sempre Eve toglieva la bocca e finiva col provocare l’orgasmo con le mani, ma questa volta non era una volta qualsiasi. E Alex Krycek non era uno dei quei ragazzi inesperti e gradevoli con i quali era stata. Alex Krycek era il piacere primitivo della vita e della morte. Per questo Eve non fece caso ai suoi avvertimenti senza parole e immerse di più la testa nelle profondità del suo corpo, dove viveva il rifugio della sua umanità. Succhiò con forza e leccò tutto ciò che incontrava al suo passaggio, mentre gli accarezzava i testicoli e tentava dolcemente l’entrata dell’ano. E lo fece perché Krycek si stava facendo toccare e lei voleva restituirgli qualcosa.
Farlo sentire vivo come si sentiva lei per la prima volta nella sua vita.
In quel letto ciò che era sporco diventava pulito e il pulito sporco. E quando Krycek esplose e si abbatte afferrandosi alle lenzuola senza potere evitare istintivamente di spingere, Eve non lo lasciò. La gola bruciò per un sapore amaro e salato, metallico e caldo. Per il primo attimo sentì come se stesse per affogare ma sopratutto, si sentì la donna più potente di tutta l’umanità.

Qualche secondo dopo Krycek respirava agitatamente e Eve era stesa vicino a lui, cercando di calmare il battito del suo cuore, che sembrava essersi steso alle parti più intime del suo corpo. Non era colpa di Krycek che si fosse eccitata tanto con quello. Se voleva una "seconda parte", avrebbe dovuto aspettare. Krycek non poteva nemmeno aprire gli occhi e parlava con difficoltà."Se avessi dovuto scommettere, avrei scommesso che non avresti fatto questo, Worthington"

"Forse l’ho fatto per questo" Forse era vero. Un Krycek sorpreso era il Krycek più insolito di tutti. " Ma può essere che finiremo pagandolo. Ho sentito che questo è illegale nel sud." Era una evenienza assurda ma tutti dicevano che là giù avevano strane regole su le cose che si potevano fare "là giù"

Come se recitasse una litania che avesse appreso a memoria, Krycek riuscì a parlare, ansimando. " Mi dispiace dire, che noi del FBI, non abbiamo il potere per agire in casi di rapporti oro-genitali, a meno che non interferiscano in qualche modo con il commercio interstatale."

Sembrava genuinamente serio.

"Cosa?" Eve non poté reprimere una sonora risata.

" Lo disse J.Edgard Hoover". Il suo viso non rivelava nessuna emozione, ma era evidente che lo divertiva la sua strana conoscenza sessuale. " E’ vero". Ovviamente, Eve era incredula. "Credimi, ho fatto il maledetto allenamento della maledetta FBI. Posso citarti più porcherie puritane di quello che immagini".

Mentre continuava a ridere e non per la prima volta, Eve si chiese chi demonio fosse quell’uomo e perché dava dipendenza più dell’eroina liquida.

**
Fuori del Drugstore
10: 20 p.m.

Il radar era un sistema relativamente semplice. In apparenza non era molto più grande di una padella di un gioco per bambine. La sua misura così piccola non faceva sospettare la sua formidabile capacità. Ben diretto poteva captare suoni a varie miglia di distanza. Nicholas Korodenko non aveva bisogno di una simile distanza per seguire il direttore del FBI. Gli bastavano alcuni metri perché non avvertisse la sua presenza.Cambiare la macchina di tanto in tanto, anche aiutava. Per fortuna, non gli mancavano i mezzi per farlo e nelle ultime ore guidato una Mercedes, una Volkswagen dell’ultima generazione e un’enorme Audi grigio metallizzata. Erano gli interminabili benefici di lavorare in America.
L’unica cosa orribile era la musica. Odiava il Country con tutta la passione del suo corpo biondo e in quelle strade perdute nessuno sembrava trasmettere un’altra cosa. Se riascoltava una di quelle canzoni con l’armonica e chitarra sarebbe impazzito.
Avvolto nelle ombre incipienti della notte, osservò l’uomo del FBI scendere dalla macchina a noleggio e entrare in un supermercato. L’aveva sentito parlare con i suoi collaboratori, quegli esseri strani che era impossibile immaginare che lavorassero per il governo. Chiaro che, con gli Americani, non si poteva mai sapere. Avevano convertito l’essere informali in un modo di vivere.Suppose che quel supermercato era il posto di cui gli avevano parlato. Il posto dove il gruppo era stato localizzato l’ultima volta.
Mise in funzione il radar, con il presentimento che il vice direttore si sarebbe procurato una buona pista.
Era rinfrescato, ma una goccia di sudore apparve sulla fronte di Nicholas, infilandosi all’interno dei suoi vestiti.
Krycek era vicino. Poteva sentirlo.

**
Drugstore
10: 20 p.m.

Rachel si aggiustò l’orribile uniforme del negozio e tornò a pulire il bancone per la milionesima volta, cercando di occupare il tempo in qualcosa. Il supermercato nell’ultima ora era stato vuoto. A chi era venuto in mente di mettere le undici come ora di chiusura? Era ridicolo. Dall’apertura dell’autostrada, nessuno passava di lì andando in Florida, fatta eccezione per i nostalgici o i tarati o quelli che andavano cercando un motel più economico degli edifici con neon brillanti che avevano costruito negli ultimi anni. Ed venne fuori dal retrobottega e il rumore della catena del bagno si sentì per tutto il negozio.

"Per lo meno potresti chiudere la porta quando esci dal water. La gente viene qui per comprare da mangiare, ragazzo".

"Che gente?" Ed camminò verso il bancone mettendosi la camicia nei pantaloni. A Rachel piaceva molto prenderlo in giro per i suoi modi. Sembrava che passasse troppo tempo montando a cavallo. In realtà, le piaceva prenderlo in giro quasi per tutto. Era la cosa più divertente che si poteva fare in quel ridicolo impiego che dividevano di sera.

"La gente che ha il senso dell’olfatto, puzzola"

Eddie sbuffò e continuò a camminare per il negozio, parlando a voce alta e pavoneggiandosi. Era normale a diciasette anni appena fatti ma vederlo così faceva ridere Rachel, dopo un’infanzia di muchi, cacche e pipì divisi con lui.Da quando aveva fatto lo sviluppo, stare con lui e il suo super istinto sessuale era patetico. La sua attenzione era calamitata da ogni paio di gambe che passava nel raggio di venti chilometri. E la metà delle volte nemmeno c’era bisogno che portassero la gonna, che i pantaloni fossero stretti, questo già gli bastava.

"Rach, quanto tempo credi che potremmo sopravvivere qui se rimanessimo chiusi dentro?" si avvicinò al frigorifero e prese una latta di Coca Cola. La quinta in tutta la sera.

"Tu ed io? Non molto. Mi suiciderei in meno di sei ore". Gli diresse uno dei suoi sguardi cinici mentre lo osservava bere dalla latta. Il suo sviluppo tardivo gli aveva lasciato un pomo enorme che ballava ad ogni sorso. "Inoltre non credo che il tuo corpo mi alimenterebbe per molto tempo".

Bibita alla mano, Ed si avvicinò al banco. "Perché supponi che io morirò prima, ricciolo?".

Rispose facendo uno sforzo per non sorridere." Perché ti verrebbe un infarto se finisse la Coca Cola, idiota". Il ragazzo le fece una smorfia burlona e passo sopra al suo commento. Bah, vinceva sempre lei. "E ti conviene pagare questa"

"Con quello che mi pagano qui? Impossibile."

La porta si aprì improvvisamente, facendo suonare le campanelle che il capo si era ostinato a mettere. Secondo i calcoli di Rachel, questo fatto doveva essere accaduto in dopo la Guerra Mondiale.La prima Guerra Mondiale, naturalmente. Al capo non piacevano le novità.
Ed si raddrizzò immediatamente e nascose la lattina dietro un’enorme barattolo di sottaceti che occupava gran parte del banco. Rachel osservò l’uomo che riempiva l’entrata del supermercato. Quaranta anni o poco più, forse cinquanta. Ben vestito, calvo e con gli occhiali. Aveva l’aspetto più intimidatorio che avesse visto in vita sua. Dove trovava le camicie per quelle spalle? Santa Maria, era un pezzo d'uomo tre volte più grande di Ed.
Sembrava anche disorientato. Guardò dall’uno all’altro lato del supermercato e si diresse al banco con un modo di camminare molto studiato.

"Lavorate qui?"

Da bambina Rach era stata ossessionata dalle voci degli uomini. Anche quando era una tredicenne inquieta, ciò che più le piaceva di Kevin Costner era la maniera anacronistica e poco formale con la quale pronunciava il suo americano "consumato" in mezzo ai boschi di Sherwood. Forse per questo le si sciolse lo stomaco ad ascoltare quel pezzo d’uomo con la sua voce profonda, educata e incredibilmente virile.

"Sì", rispose. Con un entusiasmo eccessivo che Ed osservò con la coda dell’occhio.

"Eravate qui a mezzogiorno?" Rachel stava sul punto di rispondere quando il suo compagno la interruppe.

"Perché lo domanda?"

A prescindere che quel tipo avrebbe potuto stendere Ed muovendo il pollice della mano sinistra, il ragazzo sembrava cercasse di stare alla sua altezza.Come se fosse parte obbligata del suo rituale di maschio in cerca di accoppiamento.
Molto piano, il visitatore portò la mano all’interno della giacca e tirò fuori un piccolo porta documenti nero. Per Rachel non fu necessario che l’aprisse perché aveva visto "Il silenzio degli Innocenti" mille volte e sapeva perfettamente quello che era un agente del FBI. Chiaro che sulla placca che vide dinanzi a lei non c’era scritto "agente speciale" come quella di Jodie Foster. C’era "Vice Direttore" Non le dette il tempo di osservare il nome anche se le sembrò che il cognome fosse Skilman o Skinman o qualcosa di simile.

"Sto cercando alcune persone che potrebbero essere state qui a mezzogiorno".

"Le due ragazze e quei tizi che litigavano", rispose Ed. Soddisfatto di aver trovato la soluzione all’enigma. Come se fosse riuscito ad entrare nella CIA o qualcosa di simile, terribilmente penoso.

Rachel credette di vedere un accenno di sorriso negli occhi del visitatore. Le piacevano i suoi occhi. Sembravano onesti e duri, seri, come quelli di un militare. Al meno come quelli di un militare del cinema. Nella vita reale erano tutti ubriachi spacconi. Almeno i tre che stavano in paese.

"Sono venuti a mezzogiorno, durante la pausa di Rach", Ed si appoggiò al bancone mentre si dilettava con la sua piccola storia da eroe. "Ho fatto loro attenzione perché sembravano molto strani, sa? Le due ragazze sono state a parlare un momento a bassa voce e gli altri due hanno finito col litigare fuori".

Il visitatore tirò fuori una foto dalla stessa tasca dalla quale aveva preso il suo documento. Rachel la osservò. Erano un uomo e una donna, apparentemente presi su quella che sembrava la scena di un crimine.Dietro di loro si potevano vedere i nastri della polizia e quelli che sembravano i piedi di un morto avvolto in uno di quei sacchi impermeabili.La donna era bassina, rossa, con una pelle molto bianca. Vicino a lei, quindici o venti centimetri più alto, un uomo la guardava.Un bell'uomo con un mezzo sorriso sulle labbra, proprio come piaceva a Rachel.

"Si, erano questi", buttò fuori Ed." Lei parlava con l’altra ragazza. Una giovane, molto bella". Patetico, ma gli brillavano gli occhi nel ricordarlo.Come poteva tenere tanti ormoni in corpo? Rachele sentiva una vaga vergogna di stare con lui quando faceva così. "E questo tizio", e indicò il "bello della foto, "ha litigato con l’altro. Uno alto, con un viso torvo."

"Sapete dove sono andati?". Dio, che voce. A Rachel le veniva voglia di registrarla e ascoltarlo di notte per dormire bene.

"No, signore"

Le sembrò che il visitatore fosse deluso e Rachel sentì l’imperiosa necessità di cancellare quell’espressione di preoccupazione dal suo viso. "Qui non ci sono molti posti dove andare, sa? Se sono usciti dall’autostrada, può darsi che volessero andare in paese. E' a dieci chilometri".

"E cosa c’è nel paese?"domandò. Guardandola fisso negli occhi. Anche attraverso gli occhiali, quel modo di scrutare poteva essere difficile da sostenere. Aveva uno sguardo di puro acciaio. A Rachel le si rizzavano i peli e l’affascinava questa sensazione.

"Contadini", rispose Ed, emettendo un’intensa corrente di onde alfa. Che pena, pareva un cagnolino che marcava il suo territorio.

Rachel sorvolò sulla sua mania di fare il maschio davanti all’uomo dall'incredibile voce."Non molto, negozi, un distributore di benzina e un motel. Prima ci passava molta gente ma da quando hanno fatto l’autostrada, è quasi deserto."

"Hanno comprato molte cose per la pulizia. Shampoo e ammorbidente e cose del genere", completò Ed, " può darsi che siano andati all’hotel. Sembravano stanchi."

Il visitatore assentì con la testa e conservò la foto e il documento nella tasca interna. "Dove sta il motel?"

Rachel rispose prima che Ed potesse aprire la bocca."All’uscita del paese, ad una quindicina di chilometri in direzione sud".

Prima di andar via, l’agente del FBI, comprò un paio di bottiglie da mezzo litro di acqua. Si congedò ringraziando. Cortese, ma distante. Lontano ma amabile. Era una pena dovergli dire addio. Non se ne vedevano molti come lui in questo maledetto buco alla fine del mondo. Quando uscì dalla porta, Rachel ebbe l’impressione di star dicendo addio a qualcuno che viveva un’esistenza piena di avventure.Qualcuno pieno di mistero che avrebbe potuto raccontarle cose fantastiche con quella voce virile da uomo di mondo.

"Pulisciti la bava, Rach, potrebbe essere tuo nonno".

Ed interruppe il corso dei suoi pensieri dandole uno scappellotto affettuoso che lei gli restituì lanciandogli una dei suoi sguardi assassini. Forse era geloso il ragazzino.

"E Pamela Anderson potrebbe essere tua madre, nullità. Pensaci la prossima volta che tiri fuori il Playboy da sotto il letto. Sempre che riesci a girare le pagine, pervertito".

Non erano passati nemmeno cinquanta secondi, quando il visitatore rientrò nel negozio. Sembrava molto più inquieto di prima. Anche agitato." Ruote di scorta, ne avete?"

Gli dei avevano ascoltato Rachel bucando le ruote al tipo del FBI? Caspita, avrebbe dovuto andare tutte le domeniche a messa a ringraziarlo. Anche se Ed sembrava infastidito.
Se lo meritava. Così avrebbe imparato ad apprezzare ciò che aveva vicino.

**
Frank’s Motor Lodge
Stanza 104
23:00 p.m.

Maledetta Arcadia. Mulder la riconobbe subito, non appena era entrato in un sogno che aveva fatto milioni di volte. Sempre uguale. La stessa fantasia crudele. Se Amnesty Internacional sorvegliasse i subcoscienti altrui, cose come questa dovrebbero essere denunciate alle Nazioni Unite. Si trovava nella camera da letto che aveva diviso con Scully durante l'investigazione che finì con la morte del signor Gogolak e il mostro dell'immondizia scomparso.
Poteva riconoscere l’ampio letto e i colori pastello del bagno. E naturalmente poteva vedere Scully. Che non portava la camicia da notte lunga fino a terra uscita dalla Rivista delle Monache d’Occidente numero di ottobre. Ah, no signore. La sua mente era molto più diabolica e Scully portava uno di quei pigiama di raso, uno verde, di un verde intenso e elettrico. Gliel’aveva visto indossare una volta, durante un caso a Dallas, solo che, nel suo sogno non portava i pantaloni e la camicia aveva i primi bottoni sbottonati. Ugualmente poteva vedere se stesso, chiaro, Stava coricato sul letto, dal viso si vedeva che stava sul punto di fare una delle sue battute idiote sul quanto Scully desiderasse giocare a marito e moglie. Solo che al vederla il sorriso gli si gelava sul viso perché la sua compagna, la sua normalmente sensata, razionale e pratica compagna, "indossava" il più strano e invitante degli sguardi. E solo con questo sguardo Mulder poteva sapere che la sua fantasia sarebbe degenerata in qualche strana posizione dove Scully finiva per gemere e gridare il suo nome.
Arrivati a questo punto, gli si gelava sempre il sangue. O si infiammava. O ardeva. O perdeva la ragione. Cercava di riprendere la sua padronanza e finire di concludere la maledetta battuta, ma Scully, che poteva leggergli dentro, si portava un dito alle labbra e come una di quelle infermiere dei cataloghi di biancheria, mormorava, "sssshhhh" e scuoteva la testa. Lo rimproverava come se fosse un bambino irrequieto. Ed allora, mentre si avvicinava al letto, Mulder poteva vedere il suo neo, la deliziosa lentiggine che il trucco non poteva nascondere. Ad un certo punto, sbottonava i bottoni e si toglieva la camicia del pigiama, mentre camminava nuda come una sirena in quella stanza fantastica. E mormorava, mormorava con un sussurro che Mulder non conosceva così pieno d'inviti e insinuazioni."Vuoi la tua luna di miele, Mulder?"domandava mentre si inumidiva le labbra" Vuoi giocare a marito e moglie, Mulder?" E quasi al bordo del letto, con gli occhi resi vitrei dal puro desiderio si portava le mani ai suoi tondi e delicati seni e si accarezzava."Vuoi dormire nel mio letto, Mulder"
Normalmente, ad un certo punto della sua fantasia, Scully gli prendeva una mano e l’avvicinava dolcemente a qualche parte del suo corpo. Generalmente alla bocca, dove poteva leccargli le dita e mordere i polpastrelli. O, se era fortunato, poteva sfiorarle il petto. O anche, poche volte, tentare con la punta delle dita, il groviglio rosso del pube.Ma in quel momento, si fermava bruscamente. Paralizzato. Perché lo sguardo di Scully passava da caldo a duro ed era impossibile toccarla. Continuava a stare lì, ferma, nuda, gloriosa. E l’eccitazione di Mulder diventava dolore mentre l’immagine svaniva e lui rimaneva a gemere nel letto, che cadeva sotto terra all'infinito e si staccava dalla realtà fino a svegliarsi, solo e abbandonato.
Non c’era bisogno di nessun psichiatra per scoprire il significato della sua piccola tortura.
Nemmeno c’era bisogno di troppe ore di analisi freudiane per scoprire perché quella notte, Mulder sperimentava una benvenuta variazione del sogno. Al posto di sentirsi improvvisamente paralizzato, si sentiva vittorioso.Si inebriava alla vista di Scully nuda e carezzevole, come se osservasse i movimenti del fuoco in un falò estivo. E gli era permesso toccarla.Gli era permesso lasciarsi leccare le dita e osservare la lingua e le labbra di fragola di Scully. Poteva denudarsi anche lui e approfittare del letto per distendere il corpo nudo più glorioso che aveva mai visto in tutta la sua vita. E Scully rispondeva a tutte le sue carezze, restituendogli baci umidi e profondi, sensuali attacchi di lingua contro ogni centimetro della sua pelle. "Voglio giocare a marito e moglie, Mulder", diceva. E faceva le fusa parlando con un timbro di voce che provocava piccole esplosioni di calore. Era impossibile resistere. Non c’era forza umana capace di fermare i movimenti quasi involontari e istintivi dei fianchi di Mulder, che spingevano continuamente contro il corpo caldo ed esposto di Scully.
Il corpo minuto e dolce che si muoveva tra le sue braccia, addormentata e estranea a tutto ciò che la circondava.
Mulder si svegliò all’improvviso, cosciente in qualche posto della sua fantasia, che non era solo. Che qualcosa era diverso. Fu questa variazione o forse, qualche rumore all’esterno ciò che lo tirò fuori dal suo respirare erratico e gli fece rendere conto che non era solo come quando aveva una di quelle sue fantasie ripetitive. Stava, di fatti, nella stanza di un motel e incominciava a ricordare, velocemente, le cose accadute ore prima del sogno.Quello che non ricordava era il momento in cui Scully si era mossa per finire a riposare tra le sue braccia, abbracciata a lui come un regalo di porcellana. Nemmeno come si era ingegnato per collocare un braccio tra lei e il materasso e mettere l’altro dentro il suo accappatoio, dove poteva praticamente sfiorare il contorno sensuale del suo magnifico petto.
Tutti i suoi allarmi interni si attivarono, si accesero e inviarono messaggi urgenti ai sistemi del suo corpo, però non poté fare niente. Perché il suo sesso stava più o meno all’altezza del sedere di Scully e la rigida conseguenza del sogno le dava piccoli colpi ritmici tra le natiche, come se fosse un organo completamente indipendente che avesse deciso il proprio futuro.
Nella frazione di secondo che impiegò Mulder ad assimilare tanta informazione accaddero varie cose simultaneamente che lo convinsero che forse stava ancora sognando. Per primo sentì come cambiava il respiro di Scully. Notò la repentina scossa del corpo di lei e seppe che era sveglia. Rimase paralizzato, senza sapere che fare e dove mettersi. Come togliere la mano dall’accappatoio senza riconoscere che l’aveva messa lì, per esempio? Non ebbe il tempo di pensarlo perché Scully, che Dio l’abbia in gloria, sentì nel dormiveglia l’ultima spinta involontaria di Mulder e al posto di prendere la sua arma e sparagli nell’altra spalla o a qualcosa più in giù, non poté reprimere lo stesso istinto di muovere un poco il sedere. Solo un riflesso condizionato per prolungare il contatto.
Solo un movimento piccolissimo che fermò il cuore di Mulder e gli seccò la bocca e gli appannò la vista e gli sciolse le ossa, i muscoli, le vene e in generale tutte la parti del corpo, ad eccezione dell’unica che faceva resistenza a perdere un solo millimetro della sua insistente rigidità palpitante.
Dopo mille XFiles, stava lì. La situazione più assurda, più surrealista e più straordinaria a cui si era mai trovato.Aveva Dana Scully tra le sue braccia, mezza nuda. Con l’accappatoio chiuso male, assonnata, apparentemente desiderosa di qualcosa e tutto quello, senza nessun intervento della sua volontà cosciente.
In un momento come questo le parole erano così emormemente inutili, che l’unica cosa che passò per la testa a Mulder fu di rimanere quieto. In quest’attimo di tranquillità, si ricordò di due immagini che l’avevano perseguitato negli ultimi due giorni. Due immagini che si succedevano con la stessa intensità e si fondevano in qualche intersezione neurale come se fossero una sola. Il nastro che aveva visto nell’hotel della Carolina e la voce di Eve, che si trasformava in una insinuazione mentre diceva"Mulder mi sta toccando", con una intonazione insolitamente sporca che infiammava il desiderio come benzina pura. E di nuovo lei, che si svegliava vicino a Scully da un sogno, che mormora "Mulder" come se il mondo finisse in queste parole, sonnolento e finale.
Lui. Mulder. Toccava Scully nei suoi sogni. Lui. Mulder. Il suo nome. Era il suo nome che riecheggiava nel momento finale che separava Scully dallo svegliarsi. In condizioni normali era un’informazione tentatrice e difficile da assimilare, ma stando nel letto con lei la sua magia era un sortilegio potente a cui era difficile resistere.
I suoi fianchi risposero ancora una volta a quella informazione e la sagoma eccitata del suo sesso scivolò dolcemente tra le natiche coperte dall’accappatoio di Scully. Gli sembrò che lei rispondesse vagamente al movimento non riuscì a capire se era la sua immaginazione.

"Scully", mormorò. Non era sicuro di quello che voleva dire o ascoltare. Forse solo il suo nome pronunciato con il tono pieno di promesse con il quale l’aveva detto Eve. Forse era questo di cui aveva bisogno. La prova tangibile che non era l’unico che bagnava le lenzuola pensando a chi si suppone che non doveva pensare.

Come mosso da una volontà propria, la sua mano destra aveva iniziato a muoversi molto piano dentro all’accappatoio. La pelle era così morbida al tatto lì dentro che sembrava avvolta nel borotalco. A Mulder mancava l’ossigeno nel cervello. Questa era la ragione per cui accarezzava con il palmo aperto ciò che, secondo lui, era l’attributo femminile più sensuale che Dio aveva creato in tutta la storia dell’umanità. Probabilmente stava sognando e per questo Scully non si muoveva e gli lasciava continuare quella piccola tortura.

"E’ così, Scully?" Gli si screpolava la gola a pronunciare ogni lettera. E il flusso del suo sangue aveva acquistato una tale velocità che gli fischiavano le orecchie. "E’ così che ti tocco nei tuoi sogni?"

Sotto la sua mano, il petto di Scully incominciò ad agitarsi e i suoi polpastrelli avvertirono l’improvvisa accelerazione del sangue. Violento, intenso. Mulder non poté evitare di chiudere la mano e sentire, tra il pollice e l’indice, la cima eretta di un capezzolo granuloso.
Con un suono più simile ad un grugnito animale che a qualcosa vagamente umano, perse quel poco di senso comune che gli rimaneva e immerse il naso nei capelli di Scully. Aveva bisogno di qualcosa, del collo o della nuca, qualche pezzetto della sua pelle gloriosa, dove poterla baciare. Cercare di fermare il ritmo dei fianchi stava più in là della sua volontà e scelse di arrendersi. Al suo posto, continuava ad accarezzare tutto ciò che trovava sul suo cammino.
Se Scully aveva pensato di fare resistenza, avrebbe dovuto fare qualcosa in più che rimanere lì. Respirando quieta e in completo silenzio perché Fox Mulder, aveva il sospetto che forse, era una possibilità remota, la sua compagna desiderava quello così intensamente come lui. Era un sospetto che l’aveva assalito nelle sue fantasie più deliranti, ma una cosa era fantasticare e un’altra, molto diversa, sentire l’onda di calore che emanava il corpo aperto ed esposto di Scully.

"Mulder…"

Lo disse così piano che non l’avrebbe sentito se non fosse stato così attaccato a lei.

Mulder dimenticò dove conservava il suo senso comune. Se doveva supplicare Scully per continuare l’avrebbe supplicata. Come non aveva mai supplicato per niente." Lascia che ti tocchi, Scully". Gli costava fatica aprire gli occhi. Gli bruciavano le palpebre. "Per favore…"

Mai. Mai. In nessuna delle circostanze disperate della sua patetica vita Fox Mulder aveva chiesto qualcosa per favore. Meno che mai nel sesso. Ma era contento d’averlo fatto perché prima di pronunciare l’ultima sillaba di quelle parole, Scully si sciolse. Non c’era altra forma di descriverlo. Tra le sue braccia, si scosse con un improvviso tremore e tutta la sua controllata calma l’abbandonò. Mulder pensò alle onde di una tempesta, all’enormi pieghe che nascevano nel mare senza preavviso. Improvvisamente, la superficie dell’acqua era calma e un minuto dopo uno gigantesco muro si sollevava orgoglioso ed enorme senza che niente, apparentemente, l’avesse provocato. Nello stesso modo, Scully si riempì d’energia, allungando il corpo contro quello di Mulder e emettendo un gemito lungo e cupo che risuonò nel silenzio della stanza come un ronzio della corrente ad alto voltaggio. E insieme a quel suono, la stanza si riempì anche di un odore. L’odore ormonale, salino e inconfondibile di una donna eccitata che si estese per la stanza come un rumore particolarmente morboso.
Il controllo di Mulder, che era rimasto in allerta per sei anni, scomparve improvvisamente, sfumando in quell'odore e il suo corpo smise di rispondere a tutto ciò che non fosse di primaria importanza. Non pensò nemmeno che con la sua statura avrebbe potuto schiacciare Scully. Si eccitò mentre baciava la prima cosa che trovò. Gli sembrò un orecchio, pieno di piccoli passaggi come un labirinto nei quali far scivolare la lingua. Quando non gli bastò scese verso il collo e si incontrò con una nuca tesa che si muoveva per lasciarlo passare mentre Scully respirava con difficoltà emettendo un particolare suono costante che Mulder non aveva mai ascoltato e che nemmeno voleva smettere di sentire mentre era vivo. Aveva scoperto il proposito della sua vita: voleva far "fare le fusa" a Dana Scully.
La verità? Che cavolo è la verità? Dana Scully "faceva le fusa" se le baciavano il collo, per l’amor di Dio!
No seppe in qual momento andò troppo lontano e tentò la fortuna, ma improvvisamente si trovò con le dita che si bagnavano e facevano piccoli giri negli abbondanti ricci rossi che non poteva vedere però poteva immaginare con la nitidezza chiaroveggente di una mente iper sviluppata e iper eccitata. Sperimentò, ad un tratto, una sensazione brutale, come se scivolasse tra valli e montagne di sciroppo caldo e che fosse, non la sua mano, ma tutto il suo corpo che stava avvolto in quel calore sensuale. Prima che potesse assimilare il gemito gutturale di Scully. Il suono che nasceva in fondo alla sua gola, un rumore all’esterno penetrò nella sua coscienza e si fermò bruscamente. L'avevano strappato, improvvisamente, da quella marea di emozioni che annullava la realtà come un sogno.

"Mulder!", la voce di Krycek gli sembrò molto più spaventosa di quanto avesse mai pensato. Se prima gli era sembrata odiosa, in quel momento gli risultò criminale."Alzati! Dobbiamo andare!" bussò varie volte alla porta e poi si allontanò con passi pesanti che risuonarono nel corridoio come i colpi di cannone. Maledetto maiale cornuto!

Perché Scully aveva sparato a lui salvando la vita a quell’escremento sociale? Era sicuro che c’era stato un motivo sensato, ma non riusciva a ricordarlo. Non riusciva a ricordare niente. Nemmeno pensare. Poteva appena respirare.
Non ebbe nemmeno il tempo di cercare di farlo perché appena si sentì il rumore della porta del corridoio Krycek se ne era andato, Scully saltò giù dal letto come un animale in gabbia si annodò la cintura senza dargli il tempo di emettere nessun suono coerente. Che diavolo era successo? Senza degnarsi di girarsi, una Scully con le guance in fiamme, capelli arruffati e occhi di una intensità sconosciuta, aprì la porta e gli disse una frase evitando di guardarlo in faccia.

"Vado a vestirmi", disse. Come chi ascolta " ti amo" e dice "Oh, mio Dio"
E con questo chiuse la porta dietro di se per tornare nella sua stanza.

Mulder rimase a guardare il vuoto per un buon tratto, come se no riuscisse ad abituarsi all’idea di averla vista andar via, e dopo un tempo relativamente lungo di shock, si alzò dal letto piano, osservando il buco che il corpo di Scully aveva lasciato lì istanti prima. Le pieghe del letto formavano onde marine, impronte sinuose che erano la prova tangibile della frontiera che avevano attraversato.
Insieme.
Forse aveva iniziato lui. Incoscientemente. Ma non era lui quello che aveva mugolato avvolto in una calda umidità. La sua rigidità aveva colpito Scully, certo. Ma lei gli aveva restituito morbidezza, calore, puro piacere.
Mulder sorrise tra sé e si mise sotto la doccia. Sotto l’acqua, poteva ancora sentire l’odore della fragranza femminile di Scully sulla pelle.
Lei lo avrebbe negato, chiaro. Funzionava così. Rifiuto, razionalizzazione e finalmente accettazione.Con le sue sfumature, ma accettazione tutto sommato.Se lo faceva con qualsiasi fenomeno paranormale, c’era da sperare che l'avrebbe fatto anche con loro due. L’immagine di Scully che si strofinava contro di lui gli venne in mente, disinibita e reale, e senza rendersene conto si ritrovò avvolto nel suo solitario orgasmo
Anche lui poteva giocare al gioco del rifiuto. Non gli piaceva, ma poteva giocare.

**
In qualche posto della Carolina.
23: 23 p.m.

" Non possiamo correre il rischio!" Il suo grido suonò intenso nella sala delle riunioni e dette un pugno secco sul tavolo. Il resto dei burocrati lo guardavano e assentivano scambiandosi informazioni con sussurri e volgendo gli occhi accusatori verso il Dottore, che rimaneva seduto in una delle enormi sedie della sala. "Quanti si devono svegliare prima che ve ne rendiate conto?!"

La riunione si stava allungando troppo. Il Dottore lo sapeva. E sapeva che se continuava a fare pressioni su quegli uomini avrebbe finito per pagarla. Era chiaro che volevano chiudere il progetto e se continuava a insistere per il contrario, avrebbe incominciato ad essere fastidioso.
Eliminato. Come Lynus.

"Abbiamo il soggetto sotto narcotici, signore, E gli altri continuano a dormire". Il Dottore si schiarì la voce, cercando di controllare il suo nervosismo. "Ho solo bisogno di un poco più di tempo".

Il direttore del consiglio esecutivo lo guardò come se fosse un andicappato estremamente lento di comprendonio. "Più di venticinque anni, Dottore?"

Se qualche volta aveva odiato i burocrati quell’odio disparve quando ne sentì uno maggiore e molto più intenso che lo soffocava. Facendolo infuriare. Bruciandolo. Come osavano insinuare che venticinque anni erano stati inutili? Dopo tutto quello che avevano ottenuto…come poteva permettere tanti insulti? O peggio ancora, come poteva non farlo? Lui non aveva il potere. I burocrati l’avevano. Il consiglio esecutivo l’aveva. I finanziatori. I produttori. Non avevano cervello, ma avevano i mezzi per aprire o chiudere i progetti.
E Prometeo costava loro soldi. E non dava risultati.

Il Dottore ingoiò saliva e contenne la rabbia. " Ho bisogno solo di ventiquattro ore"disse. "Il nostro cacciatore mi assicura che la ragazza starà lì prima di questo tempo".

Non voleva apparire supplicante. Voleva apparire deciso e gli parve che l’avesse ottenuto. Vagamente.
I burocrati si guardarono tra loro di nuovo, mormorando in un linguaggio incomprensibile. Nel suo intimo il Dottore pregò e trattenne il respiro.

"Ventiquattro ore, Dottore". Il direttore si alzò dal suo posto e un paio di gorilla enormi lo seguirono immediatamente, pronti per l’azione."Se non avremo risultati per allora, il progetto sarà chiuso e dovrà disfarsi dei prototipi e della ragazza".

Il Dottore fece di sì con il capo. Ventiquattro ore era tutto ciò di cui aveva bisogno. Tutto ciò per cui pregava d'aver bisogno.

**
Parcheggio del Frank’s Motor Lodge
11: 30 p.m.

Il tramonto aveva contribuito a rinfrescare l’afa asfissiate che li aveva accompagnati tutto il giorno, ma la tranquilla brezza del sud, non riusciva a raffreddare il calore che sentiva Scully per tutto il corpo. Era una miscela di vergogna, rossore, umiliazione e qualcosa di più profondo a cui non voleva pensare. Qualcosa di proibito che la faceva sentire instabile, insicura e completamente fuori controllo.
Odiava sentirsi fuori controllo. Lo odiava con una passione che sfiorava l’angoscia. Odiava che Mulder la potesse far sentire così senza il minimo sforzo. E odiava non poter smettere di pensare a ciò che era accaduto venti minuti prima nella sua stanza.Però soprattutto, odiava che le si accelerasse il cuore ogni volta che ricordava la sensazione di Mulder che spingeva tra le sue natiche.
Dio. Come se svegliarsi tra le sue braccia non fosse stata una tortura sufficiente. No, chiaro. Per di più doveva sentire la sua mano che l’accarezzava dentro l’accappatoio con una sensualità così sconvolgente che era capace di fonderle il cuore. E naturalmente, doveva notare l’ardente rigidità della sua erezione.
L’erezione di Mulder, per dio! Era un concetto così sconosciuto, così straordinario come… bene, come la vita extraterrestre sul pianeta. Si era liquefatta sul letto a sentirla. Letteralmente e metaforicamente, ma soprattutto, letteralmente. Le sembrava di poter ancora odorare la prova umiliante di quanto l’avesse coinvolta tutto quello. Non era preparata. Non poteva essere preparata per il miscuglio di sicurezza e infantile meraviglia di Mulder dirette verso di lei. Per questa voce maschile e sexy che le diceva che voleva toccarla. Per favore! Glielo aveva chiesto per favore! Mulder! Non riusciva ad assimilarlo.
Non lo avrebbe potuto guardare negli occhi mai più. Mai. Si sarebbe sempre ricordata della cadenza della sua voce mentre le parlava all’orecchio, sciogliendo ogni muscolo del suo corpo." E’ così che ti tocco in sogno?". Maledetto arrogante. Chi credeva di essere per toccarla così? Per prendersi quelle libertà? Utilizzando i suoi sogni, la sua INTIMITA’ per immaginare che lei avrebbe accettato, senza nessuna protesta, qualsiasi tortura sessuale che lui volesse imporle.
Porco.
Bene, non è che lei avesse resistito, ma era mezzo addormentata e Mulder aveva la capacità di emettere un’energia sessuale così penetrante che si era sentita immobilizzata e incollata al letto. Nemmeno l’aveva invitato, o sì? Faceva fatica a ricordarlo. E si sentiva così arrabbiata. Sapeva, nel fondo del suo cuore, che stava custodendo quella rabbia come una difesa che la proteggesse dalla sconvolgente sensazione di sentirsi vulnerabile, ma era una vecchia tattica e la rabbia era un’emozione così facile, che era impossibile resistere alla tentazione.
Dio, perché? Perché ? Perché doveva essere lei quella esposta, quella vulnerabile? Perché Eve aveva dovuto rendere pubblici i suoi sogni? Perché Mulder le chiedeva un abbandono così completo? E perché la spaventava tanto questo fatto? Perché?
Persa nei suoi pensieri, non si rese conto che Eve era arrivata al parcheggio e stava vicino a lei.

"Una notte incredibile, eh?" disse guardando le stelle. Scully non le aveva viste prima, ma la verità era che erano spettacolari. Ce n'erano milioni, incastonate nella volta celeste come scintillati punti di luce tremula." Devono essere le uniche cose buone di questo periodo, no? Le stelle". Era concentrata nella contemplazione celeste e lei stessa sembrava splendere con un’intensità paragonabile al quella del cielo. Se, abitualmente. emanava un certo magnetismo di bassa intensità, in quel momento, appoggiata al furgoncino e guardando il cielo, sembrava genuinamente elettrica. Le brillavano gli occhi e aveva le guance accese. E una forza, una forza insolitamente intensa usciva da lei come una corrente di luce fluorescente. Dava la sensazione che fosse cresciuta da mezzogiorno.

Per qualche motivo, Scully si sentiva complessata. E pensare che Krycek, o meglio, il sesso con Krycek poteva essere l’origine di quel cambio post-orgasmo, era troppo schifoso per essere sottoposto ad analisi. Sentì la necessità di dirle qualcosa. In fin dei conti, era una bambina. O quasi. Quale diabolico impulso aveva potuto portare qualcuno tanto magnificamente puro come quella ragazza ad andare a letto con ciò che era la cosa più simile al demonio sulla terra?
Forse se Krycek non fosse stato un assassino, un traditore, un bugiardo, un mercenario, uno psicopatico omicida avrebbe potuto ammettere che era abbastanza bello per piacere ad una ragazza, ma questo sarebbe stato in un mondo completamente diverso. Dio Santo, che diavolo avrebbe potuto dire a Eve che non sapesse già?
Non è che le sue relazioni con gli uomini le permettessero di dare consigli a qualcuno.

"Stai bene? Sono ore che non mangi niente."

Bene. Un consiglio più medico che sentimentale, ma era la prima cosa che le era venuto in mente. La verità era che sembrava stesse stupendamente. Per quanto orribili fossero le conclusione che ne venivano fuori.
Le venne in mente un’immagine. Eve appoggiata alla parete della stanza contigua. E un grido che saliva dal profondo delle sue viscere. E Alex Krycek con lei. In lei. Sentì uno strano miscuglio di schifo morale e fisico e cercò di cancellare quella cosa inenarrabile dalla sua testa.

"Sì, è strano. Ma non ho avuto nessuna nausea da quando ho vomitato nella macchina". Guardò Scully negli occhi, sorridendo dietro il colore nocciola delle sue iridi spendenti "Starò guarendo?"

Difficilmente. Scully cercò di accennare un sorriso, ma venne fuori troppo forzato."Può darsi".

Due paia di passi si avvicinarono a loro dalla reception dell’ hotel e Scully vide le figure di Krycek e Mulder comminare vicini verso il furgoncino. Era una visione inquietante. Non riusciva ad abituarsi che quei due acerrimi nemici passassero in secondo vicini senza cercare di evirarsi. Inoltre, vicino sembravano un paio di motociclisti dei film degli anni ottanta. Con il loro camminare a grandi passi e lo sguardo duro che adottavano quando l'altro gli girava intorno. Era uno spettacolo strano. Come Batman che passeggiava mano nella mano con Jocker.
Arrivato al veicolo, Mulder tolse la chiave dal furgone e si diresse alla portiera del posto di guida, cercando uno sguardo che Scully non poté sostenere. Nemmeno a parlarne. Non era preparata a guardarlo negli occhi. Prima cosa doveva assimilare che Mulder l’aveva sedotta con una sicurezza completamente sconosciuta, con una sensualità piena di promesse carnali. Doveva farsi l’idea che quell’uomo, che in condizioni normali e senza fare il minimo sforzo poteva trasformare un caso sugli scarafaggi assassini in una litania sensuale, era stato nel suo letto. E che aveva toccato la parte più intima del suo corpo. E che lei aveva mugolato nelle sue braccia, mezza nuda. Dopo avrebbe potuto stargli di fronte.
Aveva solo bisogno di una decina o quindicina di anni.

"Guido io". Krycek si avvicinò alla porta, togliendo le chiavi a Mulder con un rapido movimento. "Voglio arrivare prima della fine dell’anno, se non ti dispiace."

"Con una mano?" domandò Mulder, con il più adirato dei suoi cinici sorrisi.

Eccoli. Guardandosi negli occhi e cercando di superarsi, come due adolescenti in calore.

"Ti sorprenderebbe, Mulder, sapere che alcuni possono fare di più con una sola mano che altri con due".

Puah. Se avesse potuto vomitare, Scully senza dubbio l’avrebbe fatto. Uomini. Se non erano di un’altra razza, che scendesse Dio a vederlo.

"Non credere. Me ne basta una per chiudere con te Krycek" Continuavano a guardarsi fissamente, tirando fuori il petto come tacchini reali.

" Lo immagino. Te ne basta una per quasi tutto"

Prima che potessero valutare se fossero arrivati alle mani o no, Eve passò in mezzo a loro, portando via le chiavi dalla mano di Krycek." Perché non fate una gara per vedere chi la fa più lontano?" domandò. Apparentemente era tanto nauseata come lei. Scully sentì un moto di simpatia femminile verso quella ragazza. Forse passava tanto tempo con Mulder che aveva dimenticato che più della metà dell’umanità viveva felice senza un pene con cui proteggere il proprio ego." Guido io" sentenziò Eve." Ti dispiace leggermi tu la mappa, Dana?" Le rivolse uno sguardo sereno e Scully fece di sì con la testa.

"Certo"

Estrogeni contro testosterone. Avevano tutti i numeri per vincere.
Mulder e Krycek continuavano a guardarsi, finché non si stufarono e abbassarono le penne per rendersi conto del fatto che avrebbero viaggiato sul sedile posteriore. Scully ebbe la sensazione che questo li facesse sentire sconfitti e fuori luogo e non poté evitare di rallegrarsi per quello. Eve entrò nella macchina e mise la chiave nella serratura. Le luci illuminarono il parcheggio e le poche macchine che erano lì stazionate. Krycek apri la porta e si mise sul sedile posteriore, giusto dietro al guidatore.

"Scully, posso parlare con te un momento?" senza darle il tempo di rispondere, Mulder le prese per il braccio e la scostò dal furgoncino, trascinandola senza sforzo. Scully sperimentò un impeto di furia contenuta davanti alla mascolinità di quel gesto villano.

Odiava, odiava, ODIAVA sentirsi fuori controllo.

Mulder non si disturbò ad aspettare una risposta. Invadendo il suo spazio personale con quell'irritante facilità che a Scully faceva rizzare i peli, si avvicinò al suo viso e sussurrò "Dobbiamo pensare a ciò che faremo quando arriveremo in Florida, Scully".

"Scusa?" Florida? Voleva parlarle del caso? Del CASO? Come se non fosse successo niente? Ah, no, non era così che gli agenti Mulder e Scully giocavano il loro eterno gioco. Le stava rubando la parte.

"Credo che dovremmo sorvegliare Krycek, perché non sappiamo quali siano le sue intenzioni una volta che avremo parlato con questo tale Guranov, se esiste realmente". I suoi occhi si erano riempiti di colore e cambiavano dal verde chiaro, al grigio e dal grigio metallico al bruno e al marrone scuro. E sembrava concentrato su quel maledetto caso. Come se non avesse fatto pressione contro di lei con la sua erezione mezz’ora prima.

Bastardo.

"Chiaro". Con uno sforzo enorme, Scully riuscì a restituirgli lo sguardo. Anche se solo per dignità, si sforzò di mostrare professionalità." E dovremmo chiamare Skinner quando arriveremo in Florida, Mulder"

Con sua meraviglia, non si oppose." Lo chiameremo nelle prossime ore per dirgli quello che sappiamo"

Bene, allora era stato detto tutto. Scully assentì una volta, solo per riflesso e si diresse verso la macchina. Ma la fermò il braccio di Mulder che la fece girare su se stessa. Prima che se ne rendesse conto, la stava guardando fisso negli occhi e il suo sguardo era cambiato completamente, riempiendosi di un'intimità che la trasportò immediatamente nel letto che avevano diviso."Solo perché non ho parlato di quello, Scully, non significa che l’abbia dimenticato"

E ora che cosa voleva? Era anche indovino?

"Non credo che ci sia molto da parlare, Mulder, n…"

Non ebbe il tempo di finire la frase. Con una confidenza che Scully non aveva mai visto, Mulder le avvicinò un dito alle labbra facendola zittire. Se non avesse sentito un brivido lungo la schiena, l’avrebbe sparato per quello."Non so quanto rifiuto pensi di impiegare in questo, Scully, ma ti anticipo che non sarà sufficiente." Le stava parlando così vicino al viso che poteva sentire l’aria calda di ogni lettera sulle sue labbra. Le labbra che non aveva baciato mai e che, improvvisamente, le ispiravano una curiosità febbrile. "L’ho sentito, Scully. L’ho toccato" Non aveva idea a che cosa si riferisse, ma era difficile trovare una buona replica. " Stavi ansimando, Scully e non lascerò che tu lo neghi. E se ti spaventa, va bene. Aspetterò". La sua veemenza era così insolita come inaspettata."Ma non lo ignorerò" Lo stesso dito che le aveva chiuso le labbra, passeggiava per il contorno del suo volto, con estrema dolcezza, come un tocco evanescente. " Non quando le mie dita odorano ancora di te, Scully"

Non aggiunse altro. In silenzio, si avvicinò al furgoncino e Scully respirò una volta prima di seguirlo. Non poteva pensare, così che non cercò di farlo. Aveva un’immagine in testa. Mulder l’accarezzava con le dita e dopo se le portava in bocca per assaporare il suo odore. Non sapeva da dove l’avesse presa né perché le risultava tanto reale ma faceva fatica a reagire.
Eve girò il volante e con una manovra esagerata che sollevò un’enorme nuvola di polvere, virò bruscamente e uscì dal parcheggio facendo stridere i pneumatici. Bene o era tutta pazza o aveva guidato solo modelli di Formula Uno.
Il resto degli abitanti della macchina la guardarono attoniti.

"E’ stato bello, no? Devo prendere la patente uno di questi giorni"

Dal suo posto, Scully poté vedere il brillio malizioso della sua espressione. Eve le strizzò l’occhio e imboccò la strada mentre Mulder e Krycek si allacciavano la cintura di sicurezza. Sembravano nervosi per averla fatta guidare. Se Eve aveva ottenuto ciò, senza dubbio, era una forza della natura. Scully si sentì orgogliosa.

"E dimmi, Dana, tutti i vostri casi sono così?" le domandò Eve, guardandola con la coda dell’occhio.

"No". La strada sembrava eterna e un enorme cartello verde indicava che erano vicini alla frontiera con la Florida. " A volte la cosa si complica abbastanza".

Il sorriso franco di Eve illuminò la macchina, allegro e quasi infantile. A Scully sembrò che i due uomini dal sedile posteriore contenessero un’espressione simile.
Così che là stavano. Mulder e Krycek. Sorridendo. Per un suo scherzo. E seduti. Insieme. Nello stesso posto. Quando tutto sarebbe finito doveva ricordarsi di classificarlo nella cartella che, affettuosamente, aveva intitolato NMLCDNHVCMPO nell’archivio degli XFiles. Sezione: Se non l’avessi visto con i miei occhi non ci crederei.

**
Parcheggio del Frank's Motor Lodge
11: 35 p.m.

Krycek non era cambiato con gli anni. Il piccolo bastardo. Al sentire la notizia del suo braccio, il cacciatore aveva avvertito un’intensa ambivalenza. Da un lato, aveva sperimentato il sapore di dipendenza della vendetta, che salendo dalle vene arrivava direttamente al cervello. Pregò perché fosse stata una tortura dolorosa e godette immaginando quanto quella macchina di ferormoni sentisse la mancanza del braccio.. Se l’era meritato, quel maledetto arrogante. D’altra parte, invece, non poté evitare un certa disillusione. Per incominciare, affrontare un monco non era divertente. La cosa buona di Krycek era che sempre era stato un nemico all’altezza delle circostanze. Questo faceva tutto più affascinante. E certamente, c’era il fatto che amputare qualcosa di quel corpo era violentare un pezzo sacro di un opera d’arte. Quello di Krycek non era un corpo che meritava la mutilazione.
No signore. Avrebbe dovuto essere distrutto in tutta la sua sanguinaria bellezza. Gli faceva pena non poterlo vedere morto nella sua completezza. Finendo nella sua perfetta gloria fisica.
Vedendolo nel parcheggio dell’hotel, Nicholas smise di sentire pena. Perché Alex Krycek, inconfondibilmente con il suo incedere paranoico e disinvolto, continuava ad essere magnifico. Forse gli mancava un braccio ma ad alcuni metri di distanza, poteva sentire la sua forza. Era ancora abile, forse più dell’ultima volta che si erano visti. Ed era forte. Più possente e muscoloso del loro ultimo incontro. E dalle notizie che aveva Nicholas, sapeva anche che era in gamba.
No, non in gamba. Il migliore.
Che bell’omaggio morire all’apice.
Nicholas Korodenko si nascose nella macchina e mise in funzione il radar per poter sentire la conversazione del gruppo. Aveva avuto fortuna. Dieci minuti a sorvegliare l’hotel e aveva potuto vedere la piccola agente dell’FBI nel furgoncino. Poi la ragazza. E finalmente, Alex. Accompagnato dall’altro uomo di Washington. Era stato così facile incontrarli, che in realtà, risultava deludente. Per questo aveva deciso di aspettare e di guardare. Mentre l’agente del FBI era sola, si avvicinò al furgoncino con naturalezza, fingendo di cercare una macchina. E in un momento, aveva messo la cimice sotto la macchina. Ora non li avrebbe persi. Poteva viaggiare a vari chilometri di distanza e tenerli sotto controllo in ogni momento. Al Vice Direttore già l’aveva piantato in asso. Bucargli le ruote era stato un gioco da ragazzi.
Un praticissimo gioco da ragazzi.
Cercò di sintonizzare il radar varie volte e finalmente, riuscì a trovare la frequenza adatta. Ascoltò la voce dell’uomo del FBI e la risposta di Krycek. Apparentemente, discutevano su chi dovesse guidare. In realtà sotto il tono minaccioso delle loro voci, gareggiavano per cose più profonde che arrivavano all’orecchio di Nicholas come l’ombra di un ricordo di quella che era stata la sua relazione con quell’uomo anni prima. Sì, in altri tempi, loro anche avevano discusso. E avevano litigato. E avevano fatto il loro lavoro.
Fino al tradimento. Fino a che quell’essere spregevole scivolò nelle sue lenzuola e penetrò nelle sue fantasie. Duro e letale.
A volte, gli bruciava ancora il ricordo del corpo di Krycek, quando stava con altri. Per fortuna, ammazzarlo avrebbe compensato tutto. Il piacere e il dolore.
Fece il numero e il dottore rispose immediatamente.

"Seguili" ordinò " E quando saprai dove vanno, uccidili e portami la ragazza". Fece una di quelle pause drammatiche che facevano uscire dai gangheri Nicholas." Ne abbiamo bisogno prima che si sveglino tutti."

Visioni

Dicono che ci sia calma prima della tempesta e che non ci sia mare così calmo come quello che precede un uragano. Se è vero, dobbiamo stare riposando nella sala d'aspetto di un maremoto biblico perché nel furgoncino regna il silenzio e noi ascoltiamo il suo vuoto. Anche io, Fox Mulder, bambino prodigio dell'iperattività cerebrale, mi sono arreso a questa strana pace che ci circonda mentre la notte illumina l'orizzonte stellato. A tratti mi domando se stiamo raccogliendo le forze per la battaglia di cui ho il presentimento, ma per la maggior parte del tempo mi limito a non pensare. Credo che il mio cervello si sia fermato nel tempo e che non riesce ad andare avanti.

Nastro bloccato. Impossibile riavvolgere. Impossibile andare avanti.
Tutto quello che vedono i miei occhi è Scully. Mille essenze di uno stesso profumo. La spia che mi ha sfidato dal primo giorno con la sua rigidità scientifica. La sentinella che mi ha impedito d'affondare da tanto ascoltare me stesso. La lottatrice che mi ha liberato dalla mia pazzia e mi ha legato a questo mondo, collegandomi al suo buon senso, e nei migliori momenti, al suo cuore. La dottoressa che non sorride se la guardo ma accenna un sorriso quando le do le spalle. L'amica che prende il telefono nel cuore della notte e nemmeno domanda chi sono. Dice solo "ora che succede?" e in fondo, nemmeno si aspetta che succeda qualcosa. E specialmente la Scully vertiginosa e aerea che sfugge sempre tra noi due, come un bicchiere d'acqua che si sparge. In realtà, non è che sto pensando a lei, perché il mio cervello non crea nessuna riflessione elaborata, evoca solo una sua immagine e non la lascia scappare.
Scully sta tra le mie braccia. Che si sveglia. La sua pelle sotto le mie dita. Il suo corpo caldo attaccato al mio. Le sue gambe che si muovono sinuose contro le mie. Il suo respiro accelerato. Scully che si lascia toccare. Che vuole essere toccata.
Da me.
E' o non è un pensiero che da assuefazione, una droga misteriosa? Cerco di immaginare che cosa sarebbe potuto accadere se il rettile strisciante che generosamente chiamiamo Krycek, non ci avesse interrotto. Non conosco la risposta ma godo pensando che avremmo potuto creare qualcosa che nemmeno Scully, la spaventosa macchina del rifiuto, avrebbe potuto ignorare. Forse, avrei potuto baciarla. Dio sa che tutto il rifiuto del mondo non sarebbe bastato una volta che avessimo attraversato questa barriera, molto più intima di tutta l'intimità che abbiamo diviso fin'ora.
Dove saremmo stati senza tante interruzioni? Dove, se un'ape regina africana non avesse fermato il tempo l'estate scorsa? Dove, se Krycek non avesse bussato alla porta? O se Scully non avesse attribuito una drogata, anche se sincera dichiarazione, all'effetto della morfina? Il topo di fogna bastardo che viaggia con noi in questa macchina, ha insinuato che io ero il colpevole di tutta questa castità. Lo stronzo non potrebbe capire questa relazione nemmeno con una carta stradale, ma anche se semplificassimo sette anni per "dare la colpa" a qualcuno, Krycek continuerebbe a sbagliare e credo che questo ha scatenato tanto facilmente tutta la mia rabbia. perché non sono io che fermo il tempo e fingo di non vedere l'elefante nel corridoio e mi offende che qualcuno lo creda. E' lei.
E' Scully quella che si rifiuta di dare l'ultimo passo verso di me. Conoscendomi, non posso fargliene una colpa ma a volte, in giorni molto, molto frustranti, mi domando se non sarebbe meglio scegliere tra il bianco e il nero.
Lasciami, Scully. O lascia che ti tocchi.
Quando sono disperato e mi bruciano le lenzuola, sono tentato dalla possibilità dell'ultimatum. Ma mi fermo bruscamente perché andrei in pezzi se lei mi lasciasse. E in realtà, questa è la patetica differenza tra di noi. Che io ho bisogno di lei per dare ogni passo e che lei ha bisogno di allontanarsi da me per fare la stessa cosa.
Rifiuto. E' la sua seconda pelle.
Ma, mi domando, Scully, se ti neghi a me con tutta la tua furiosa dignità o solo ti neghi a te stessa. Mi domando perché nei miei sogni, anche quando posso toccarti, non posso mai sentire il tuo tocco. perché non mi tocchi mai, Scully? Mi perseguita questa domanda ostinata e mi rispondo solamente pensando che forse, nemmeno nei miei sogni, posso immaginare che hai bisogno di me come io di te.
Forse.

**
Furgoncino di Alex Krycek
02: 30 a.m.

"Ho pensato che in un lavoro così era obbligatorio essere fan di "Guerre stellari".

"Non ho visto il nuovo film. Ma mi piaceva Harrison Ford"

"Lo dici alla fan numero uno di Indiana Jones?"

Eve e Scully, pilota e copilota, stavano parlando da una mezz'ora. Nessuna conversazione elaborata, solo frasi sciolte, annotazioni superficiali. E, allucinante ma vero, avevano scelto come tema principale di conversazione, divagare sui films. Sui protagonisti dei films in realtà. Protagonisti maschili, chiaramente. Tutto si svolgeva in quello strano codice delle donne e Krycek non riusciva a trovare un senso all'argomento. Tra una chiacchiera e l'altra, ascoltavano la radio e di tanto in tanto, Eve canticchiava. Molto, molto basso. Era impossibile capire ciò che diceva ma Krycek poteva osservare la cantilena delle sue labbra, che si muovevano senza pausa. Conosceva una spaventosa quantità di canzoni, per essere sinceri. Era abbastanza terribile riscontrare che non c'era una sola parola di nessuna delle aberrazioni perpetrate da Madonna che non conoscesse a memoria.
Non solo apparteneva ad una generazione diversa dalla sua. E' che era di un'altro pianeta. Direttamente. Madonna? Harrison Ford? Cazzo, non avrebbero potuto essere più diversi nemmeno volendolo. Anche nella sua anormalità era tanto normale che risultava spaventosa.
Che cazzo aveva visto in lui?
E come poteva smettere di guardare il suo canticchiare senza suono senza sentire brividi all'altezza del bacino? Impossibile. Erano un paio di labbra troppo ben disegnate, troppo affascinanti. Gli bruciava il ricordo di ciò che avevano fatto ore prima nel letto scompigliato del motel. In passato, aveva goduto del sesso orale con professioniste che avrebbero potuto ottenere un master a Harward sul tema se a Harward interessasse un accidente il maledetto tema. Ma nessuno, in tutta la sua miserabile vita l'aveva leccato così. Con un miscuglio di lenta e carezzevole sensualità, con questa curiosità appena scoperta, con questa maledetta ingenuità, cazzo e con questo calore asfissiante allo stesso tempo. Come poteva qualcosa di così profondo e così umido come la sua bocca canticchiare i grandi successi di Madonna, per l'amor di Dio? Che razza di sacrilegio. E come demonio poteva qualcuno che aveva avuto almeno duecento di quelle prestazioni durante la sua vita essere improvvisamente, ossessionato con una in particolare? perché aveva la sensazione che era la prima volta che qualcuno faceva l'amore con lui con la lingua?
E nuovamente, che cazzo aveva visto in lui quella ragazza?
Merda, merda, merda e merda. Non stava pensando a niente di utile. Perdendo i ruoli. Giocandosi la vita. Questo è ciò che stava facendo. Male, male e ancora male. Era fottuto se continuava così. Cercò di spegnere il motore dei suoi pensieri e si concentrò sull'assurda conversazione delle ragazze. Sulle parole di Eve e non sulle sue labbra.

"Ho sempre pensato che Magnum e Higgins avessero qualcosa di strano"

"Lui era il multimiliardario, non il maggiordomo"

"Ma non fu chiaro alla fine"

Magnum? Era la conversazione più surreale che aveva sentito da anni. E aveva sentito abbastanza cose assurde nella sua vita. Scully cercava con tutte le sue forze di mantenere una certa distanza da Eve. E lei, perché no, o ignorava i suoi sforzi o li disarmava con la sua travolgente personale onestà.
Onestà.
Aveva mai vissuto lui qualche volta in un mondo dove quello fosse importante? Non riusciva a ricordarsene. Ma aveva una strana intuizione che in parte, la ragione per cui Scully cercava di mantenere le distanze era la paura che Eve potesse leggerle dentro, come aveva letto i suoi stupidi sogni con Mulder. Era una paura ragionevole trattandosi della macchina della verità post-adolescenziale. Lui stesso aveva tutti i motivi del mondo per sentirla. Anche se curiosamente, non la sentiva. perché? Sempre aveva temuto l'esposizione. La sua informazione gli dava potere e il potere lo manteneva vivo. perché era diverso con Eve?
Un enorme cartello di color verde dette loro il benvenuto in Florida, passando vicino a loro come un fulmine. Tutti l'osservarono ma nessuno fece commenti finchè non passò un poco di tempo. Finchè Eve decise di sorprenderli. Per la milionesima volta dacchè l'aveva conosciuta, Quando era stata l'ultima volta che qualcuno era riuscito a sorprenderlo genuinamente? Mai?

"La Florida fu territorio francese per sette anni"

Lo disse così. Dal niente. Scully e lui la guardarono attoniti. Mulder continuava a stare mezzo addormentato o mezzo ipnotizzato da ciò che vedeva sul lato della strada. Vai a sapere che c'era lì fuori che era così interessante. Il genio del FBI era un mistero.

"Vinsero la guerra contro gli spagnoli che erano arrivati qua nel XV secolo, ma persero la penisola di nuovo alla firma del trattato di Versailles. Solo sette anni dopo". Era questo il genere di cose che studiava all'università? E che importanza aveva raccontarle?

Scully sembrava interessata. Per qualche misteriosa ragione. O forse si era messa una maschera di finto interesse.

"In tutti i modi, i coloni la invasero, nel 1820 o giù di lì e gli spagnoli dovettero venderla l'anno successivo". Fece una pausa e si dedicò al tentare di sintonizzare meglio la maledetta radio. "Mi è sempre piaciuto il nome. Trovò il punto esatto sul dial dove non c'erano interferenze, "Florida".

Era tanto tempo che Krycek non aveva una normale conversazione con qualcuno non coinvolto in morti, cospirazioni e colonizzazioni che si chiese se questo genere di chiacchiere era abituale tra la gente. Non poteva saperlo con certezza ma immaginò che probabilmente no. Non poteva essere.

"Lynus, invece ne era terrorizzato. La chiamava il cimitero degli elefanti. Dove tutti i pensionati vanno a morire, diceva".

Eve rise dolcemente e Krycek si morse una guancia per non fare lo stesso. Odiava troppo il nome di March per ridere ad una sua battuta anche se era morto. Odiava tutto ciò che cercava di proteggere la gente dalla verità. Come se questo fosse un atto d'eroismo, al posto di essere l'atto più volgare possibile di vigliaccheria. Come se la verità fosse qualcosa a cui a lungo termine, si potesse girare le spalle. Stupidi ingenui.

Di nuovo e dal niente, Eve tornò a cambiare tema. "Dove sta la cassetta?", disse, come se tutti seguissero il suo filo mentale. Guardava Scully, che inarcava le sopracciglia sul sedile del copilota. "C'era una cassetta, no? Dove io raccontavo uno dei tuoi sogni, dove sta?". Sembrava che la curiosità di saperlo fosse sgorgata improvvisamente dalla sua mente.

" In un motel della Carolina, se le nostre cose stanno ancora lì".C'era rimprovero nel suo tono di voce ma era diretto a Mulder, che fece un gesto di leggera mortificazione personale.

Pf, era praticamente un maledetto matrimonio. Che orrore.

"Mi piacerebbe poterla vedere", sospirò Eve. " Mi piacerebbe poterlo ricordare". Nemmeno quando diventava malinconica riusciva a far sì che sparisse tutto lo splendore fanciullesco del suo volto. "Dove l'avete trovata?"

La domanda, naturalmente, era diretta a lui.

"In Internet", rispose. Non perché godesse di essere deliberatamente misterioso ma perché non poteva permettersi di dare nessun altra informazione davanti a Mulder e Scully. Aveva una reputazione da mantenere.

E bene, forse si, ci godeva ad essere deliberatamente misterioso. Nella sua vita, l'informazione era potere e il potere, evidentemente, era la droga più potente del mondo. A Krycek non importava di riconoscere che era un dipendente. Inoltre, che importanza aveva quell'informazione? Quello che era sicuro era che Lynus March aveva inviato la cassetta per un sistema satellitare che qualcuno aveva intercettato e venduto al miglior offerente.
Alex Krycek era risultato il miglior offerente.

"Cospirazioni globali punto com", disse, mentre sentiva lo sguardo letale di Mulder e Scully e gioiva per il piacere di dar loro fastidio. "Dovresti visitarla, nella sezione dei saldi si può trovare la tua vita a capitoli, Mulder".

Va bene, Sì, forse era ridicolo cercare di dargli fastidio. Ma era così facile. E nello spazio chiuso di un furgoncino non si potevano fare molte altre cose. E d'altra parte, era vero che poteva ottenere qualsiasi tipo d'informazione audiovisiva su Fox Mulder nei circoli nei quali si muoveva.
Sorprendentemente, Mulder emise uno sbuffo stanco e si morse la mascella ma non replicò, non minacciò di ammazzarlo né tento di batterlo.
Che pena.
Che stesse maturando?

La conduttrice della radio mandò in onda una canzone di un gruppo che meritava la sedia elettrica più che ogni altro che Krycek avesse conosciuto, quando Eve tornò a rompere il silenzio con la sua voce. " Dopo tutto, sarebbe ironico che io andassi a morire in Florida, no? Il cimitero degli elefanti".

Scully girò la testa violentemente verso di lei, ma Eve non distolse la vista dalla strada. Non c'era pena nel suo tono, né compiacenza. Non c'era niente altro di ciò che c'era. Solo Eve. Intera, misteriosa nella sua trasparenza. A Krycek gli si strinse lo stomaco.
Non sarebbe morta in Florida. Non sarebbe morta e basta. E se doveva tirar fuori le viscere dal retto al compagno Nicholas perché non succedesse, non solo l'avrebbe fatto ma ne avrebbe goduto. Ma Eve non sarebbe morta.
Non faceva parte del piano e non era una possibilità.
Nel corso della sua esistenza, Alex Krycek aveva dovuto giocarsi la vita per molti motivi. Ma nessuna così preziosa come quella. La sua mente si attivò improvvisamente e incominciò ad elaborare la sua strategia. Analizzando, soppesando, valutando, controllando.
Eve non sarebbe morta. No mentre dipendeva da lui.

**


Macchina di Walter Shinner
03: 00 a.m.

La notte era sempre la battaglia più dura della guerra. Walter Shinner lo aveva scoperto a diciannove anni, mentre la sua pattuglia si addentrava nel fitto degli alberi in Vietnam. Dietro le ombre gli sembrava di vedere milioni di occhi che gli tendevano un agguato. Piccoli demoni della notte che prendevano corpo per effetto del LSD e la marihuana giamaicana che lo stesso capitano vendeva loro di tanto in tanto. E in quel calore umido la paura si appiccicava alla pelle e la notte asiatica sembrava un mostro gigante sul punto di ingoiare le sue vittime. Erano ovunque, quei bambini, quei giunchi selvaggi che uccidevano gli invasori anche se avessero dovuto morire nell'impresa. "Ho Chi Min è un figlio di puttana" ripeteva la mente in delirio di Shinner, ma dentro di lui, sapeva che il figlio di puttana aveva ragione quando avvertiva che non avrebbero perso quella guerra perché non consideravano l'eventualità di una sconfitta. Per quella gente, per quei figli dell'orrore e della giungla, perdere non era una possibilità. perché non avevano altro, né un altro focolare. perché era morire e uccidere e niente altro. Loro non volevano tornare in Ohio, né in Alabama, né in Wisconsin. Volevano sangue. Quello degli altri o il loro. Non importava troppo. Bevevano la guerra ed erano invincibili. Questo era la certezza che si mescolava con la droga nel flusso sanguigno di Shinner e gli faceva temere il buio della notte. La paranoia si era istallata dentro di lui come una malattia infettiva e tutto sembrava maligno e mortale. Anche gli alberi.

E specialmente la notte.
Erano passati decenni dalla giungla ma la paranoia non era diminuita d'intensità. O non doveva averlo fatto. Forse se fosse stato più attento, più sveglio, si sarebbe reso conto che qualcuno lo stava seguendo. perché lo stavano seguendo, ora ne aveva la certezza.
Lo stesso che gli aveva bucato le ruote.
Guardò le sue note, che stavano sul sedile del copilota, e ricordò la conversazione telefonica con Frohike. Il gracchiare della sua inconfondibile voce quando gli rendeva conto delle ricerche sull'estirpazione dei cervelli. E il tipo che l'aveva fatto.
Nicholas Korodenko, si chiamava. Per Skinner aveva il viso di un bambino vietnamita di tredici anni. Un fantasma della notte che era riuscito ad ingannarlo e ora aveva un vantaggio. Sufficiente per essere arrivato al hotel prima di lui. Sufficiente per aver incontrato Mulder e Scully prima di lui. Sufficiente per averlo piantato in asso.
E ora? Come li avrebbe seguiti ora? L'impiegato del hotel gli aveva detto che i quattro ospiti già erano andati via. Li aveva divorati la notte e non aveva una pista da seguire. Niente. Poteva solo aspettare e odiava aspettare. Aspettare era ricevere una pugnalata alla schiena quando un albero si trasformava in un guerriero vietcong.
Frohike si svegliò tre o quattro squilli più tardi.

"Dobbiamo investigare su March. Se stanno andando verso il sud, devono stare cercando qualcosa".

"Sono le tre del mattino". Non era nemmeno una protesta seria. Era chiaro che il piccolo troll dell'informatica avrebbe fatto qualsiasi cosa per Mulder e Scully, che lo meritassero o no.

"Esatto. Questa bestia è in vantaggio". Sentì un rumore all'altro capo della linea ma non seppe distinguere che cosa era.

"Potremmo riesaminare i dati che ci passò Krycek, credo."

Non era molto, ma era qualcosa. Qualcosa di meglio che aspettare

Quando Frohike gli chiese che cosa pensava di fare, la risposta venne fuori automaticamente.

"Continuo verso il sud".

Altrimenti dove?

**


Stazione di servizio Shell
03: 20 a.m.

Il serbatoio divorava la benzina e Mulder sorvegliava la pompa, ascoltando i sorsi rumorosi del veicolo e odorando l'aroma penetrante del combustibile. Eve aprì la porta e saltò a terra. I neons arancioni della Shell illuminavano l'asfalto e si ricordò di Tony Curtis in quel film dove si faceva passare per un dirigente della compagnia per sedurre Marilyn Monroe. Le piaceva quella pellicola. Accennò ad un sorriso casuale e quando alzò lo sguardo si incontrò con Krycek, che usciva anche lui dal veicolo, giusto dietro di lei.

"Vuoi dividerlo, Eve?". Pronunciò il suo nome con quel disprezzo altezzoso che gli impediva di essere familiare. "Così potrà ridere tutta la classe". Era curioso ma sembrava che stesse dicendo qualcosa con le parole e cose completamente diverse con i gesti. Come se avesse inventato con la sua mente un linguaggio segreto che Mulder e Scully non potessero decifrare. Per un secondo, Eve cercò entrare in connessione con la sua mente, come aveva fatto nel motel. Ma non seppe come farlo. Forse quello strano dono era troppo nuovo per controllarlo del tutto. Forse non funzionava così.

Impossibile saperlo.
Sperava di trovare una risposta in Florida. Lo sperava con maggior forza ad ogni chilometro che passava. Doveva andare.Era importante e poteva avvertire che era urgente.La peluria delle nuca la solleticava in modo speciale, come un presentimento che non sapeva definire. In ogni modo stare vicino a Krycek aumentava il desiderio per sapere tutta la verità su se stessa.

"Forse te lo racconterò". Guardò Krycek. Così alto. Così pieno di sé. Così elettrico. Così attento a tutto, come una tigre che osserva la foresta in cerca della sua successiva preda. Scully si dirigeva al negozio della stazione di servizio e Eve si rese conto che era aperta ventiquattro ore." Ma dovrai comprare i miei segreti".

Mordendo un sorriso, Krycek guardò in direzione di Mulder, che era stato chiuso in se stesso per tutto il tragitto. Quando si assicurò che non prestava loro attenzione, si avvicinò di più ad Eve e abbassò la voce ad un sussurro." E con che cosa speri che io ti paghi?"

Era così arrogante. Se solo non riuscisse al attanagliarle lo stomaco con quella voce resistere non sembrerebbe così difficile. "Cioccolato". Lo sguardo di Krycek era un'impagabile espressione di divertita frustrazione. "Comprami del cioccolato Alex, e penserò alla mia ricompensa".

"Se ti compro del cioccolato, io ti impongo una ricompensa, krassavitsa".

Il russo dovette attivare la coscienza di Mulder perché in quel momento, distolse la sua attenzione dalla manichetta e lanciò loro uno sguardo glaciale. Krycek sostenne lo sguardo per un secondo, come se pensasse di spararlo per aver messo fine al suo divertimento. Poi sbuffò tra i denti e se ne andò verso il negozio, mormorando, "cioccolato", mentre lo faceva.
Eve si trattenne a guardarlo mentre camminava. C'era qualcosa in lui troppo intossicante per essere umano. Qualcosa che invariabilmente le faceva ricordare le sensazioni fisiche che aveva provocato in lei. Quegli orgasmi furiosi che si avvolgevano dalle dita dei piedi e si contraevano tendendo i muscoli di tutto il corpo, emergendo in spirale da qualche posto nascosto tra le gambe per finire a mandare in corto circuito le terminazioni nervose dei capelli e mandando la sua mente verso una pianura bianca di piacere assoluto che dissolveva la realtà conosciuta e la trasportava in un posto nuovo.
Le veniva la pelle d'oca al solo pensarlo. Si sentiva sveglia al ricordarlo.

**


Stazione di servizio Shell
03: 25 a.m.

Scully cercava di decidere l'opzione più sana tra le patate disidratate e alcuni biscotti di fibra, quando vide Krycek vicino allo scaffale dei cioccolatini. Apparentemente cercava di decidere perché c'erano tanti modi diversi di creare fantasie di cioccolato perché la sua espressione era impagabile. Prese i biscotti e gli si avvicinò. Sapeva che Krycek poteva vederla ma non alzò lo sguardo.

"C'è qualche differenza tra un cioccolatino croccante con saporito biscotto e in biscotto con deliziosa copertura di cioccolato?"

Ah, ah. Sempre ingegnoso. Il tipico senso dell'humor dei mercenari internazionali. Quello che mancava.

"Credi che così la potrai manipolare meglio, Krycek?"

Mentre si decideva per un cioccolatino, sollevò lo sguardo e l'affrontò" Cosa?" Sembrava esasperato.

"Già mi hai sentito. Credi di manipolarla perché serva per i tuoi contorti scopi se ottieni che..." Che cosa? Che andasse a letto con lui? Che si innamorasse di lui? Non poteva pronunciarlo. Impossibile dire la parola "Krycek" e "innamorare" nella stessa frase. Nemmeno mettendo la parola "manipolazione" in mezzo.

"Ah, i consigli di un'esperta" I suoi occhi si trasformarono in un sorriso diabolico che rese più acuta la sua voce. " Scandiscilo, Scully. Di cosa stai parlando esattamente?"

Cercava sempre di avere voce in capitolo in una conversazione. E trasformava sempre tutto in un negoziato dal quale uscire vincitore. Bastardo. Era così facile odiarlo che non richiedeva nessuno sforzo speciale. Bastava guardare la sua arroganza.

"So che cosa c'è tra di voi"

Di tutte le risposte possibili, la più insolita fu la sua risata. Soffocata, bene, ma una risata, in fin dei conti. Che cosa succedeva?

"Vedo. Voglio ottenere qualcosa da lei e per poterla manipolare a mio piacere, devo convincerla che si infili nella mia stanza e poterla portare a letto. E' facile perché è solamente una bambina e Dio sa che sono il dio del sesso, no?"

Scully fu soffocata da una palla di rabbia che aveva l'aspetto di un tuono di fuoco, che cercava di uscirle dal petto. Poteva essere ironico quanto voleva, ma non era fondamentalmente questo ciò che stava succedendo? A parte "il dio del sesso", chiaramente.
Agh, che schifo.Si poteva essere orgogliosi e irritanti anche se incantatori, come Mulder in un giorno positivo. E si poteva essere Krycek. Insultante nella sua prepotenza.

"Anche tu devi renderti conto che non si merita che giochino con lei più di quello che hanno fatto". Contenne la voce per non rivelare la sua rabbia. In condizioni normali non avrebbe mai cercato di tirar fuori onestà da quel...soggetto, ma non erano condizioni normali. E comunque sia, Eve meritava qualcosa di meglio che essere oltraggiata. Tradita dal suo padrino, portata da un posto all'altro, manipolata dio solo sa in che modo. Si meritava qualcosa di diverso.

E solo in parte, Scully proiettava la sue paure su di lei. E forse per questo, manteneva le distanze con quella ragazza. Forse erano troppo simili. Troppo vittime. Le risultava sempre facile familiarizzare con le vittime, ma con Eve era tutto troppo vicino. Troppo familiare.

"E' molto divertente, Dana".Assaporò il nome come se fosse veleno. "pensavo che l'esperto a trarre conclusione senza averne idea fosse Mulder, ma vedo che mi odi abbastanza per imitarlo. Fai attenzione, o finirai col essere così inutile come lui prima di rendertene conto."

Le parlava troppo vicino al viso. perché tutti gli uomini facevano sempre così con lei? Doveva metterlo nel libro delle istruzioni di "Come far innervosire le vostre interlocutrici".

"Ha vent'anni, Krycek!"

"Vent'uno", corresse.

Imbecille.

"Dimmi la verità. Quali sono i tuoi veri piani, Krycek? Che cosa l'aspetta alla fine del viaggio? Altri tradimenti?, altre menzogne, altre cospirazioni? Che ruolo le hai riservato?" Una volta che aveva incominciato a parlare, le parole fuoriuscivano da lei con furia e le costava fatica respirare cercando al tempo stesso di controllare l'odio e il volume della sua sfuriata contro quel maiale." Cosa c'è Krycek? Che cosa ne sarà lei? Le sparerai quando avrai avuto quello che vuoi?"

Sfiancata dalla forza delle sue stesse emozioni, Scully smise di parlare improvvisamente e osservò il viso inespressivo del suo interlocutore. Una maschera di durezza gli aveva offuscato la vista. Qualcosa che faceva in modo che i suoi occhi smettessero di essere verdi per diventare intensamente neri. Non c'era nessuna risposta in quegli occhi e Krycek se ne andò verso il bancone ponendo fine alla conversazione.
Per un momento Scully sentì voglia di girarlo per tirargli fuori qualcosa, qualche reazione per sconveniente che fosse, ma la frenò il fatto che quell'uomo non era qualcuno a cui si potesse tirar fuori qualcosa di utile. Era solo Krycek e basta. perché era stata così stupida da parlare con lui? Forse aveva ragione, stava acquisendo i difetti di Mulder.
Al diavolo, aveva bisogno di un succo di frutta per potersi calmare. Quando si girò per andare al frigorifero delle bibite, sentì che qualcuno le si avvicinava da dietro e la voce di Krycek mormorò alle sue spalle.

"Il modo più facile per manipolare qualcuno, Scully, non è scopando. Ma lasciare nell'aria la promessa di farlo".

Si girò immediatamente. C'era un tono personale nella sua voce. Offensivamente personale.

"O è che tu hai bisogno di portarti Mulder a letto affinchè la smetta di manipolarti perché tu lo segua ovunque?"

Cercò di articolare una risposta ma le pungeva la gola. Che? CHE COSA?!

"Non essere stupida, Dana. Non ti si addice".

Stava così immobile che non si domandò nemmeno perché la stava chiamando con il suo nome per la seconda volta. Una seconda volta che non sembrava insultante, ma seria.

"Dovresti sapere che non si può prendere da una donna niente che non voglia darti". Il suo viso risultò improvvisamente molto giovane e allo stesso tempo, indurito dal dolore. Aveva un tono scuro, olivastro e i suoi occhi ardevano, verdi e fiammanti. Non aveva mai osservato il suo volto con attenzione perché era...bene, perché era Krycek. Ma era paralizzata e non poteva fare altro."Forse è per questo che Mulder è tanto fuori di testa". Fece una pausa, come se veramente avesse appena finito d'incastrare i pezzi di un puzzle. "Deve essere difficile sopportare il tuo modo di guardarlo e non poter avere nient'altro". La trapassò con lo sguardo con reverenza."Deve essere difficile" Respirava profondamente e buttò fuori una grande boccata d'aria. " E lasciami dire, che è patetico".

Si allontanò di alcuni passi, per pagare in moneta il cioccolatino e uscire dal negozio verso l'abbraccio della notte.
Stupendo. Era ufficiale. Tutti, incluso la bile del mondo poteva leggerle dentro. Eve con i suoi sogni. Mulder con le sue sveglie sessuali. Krycek con la sua improvvisa mania di psicanalista. Poteva la vita essere peggio? E perché se lo domandava, se poteva SEMPRE esserlo?
Cambiò i biscotti di fibra con un sacchetto gigante di patate non disidratate e non lights e uscì dal negozio. Al diavolo mantenere la linea. perché cercare di controllare il peso se tutto il resto era caotico e incontrollabile come Mulder in una giornata negativa?
All'esterno del negozio, Eve camminava verso Krycek. L'aria della notte si era rinfrescata ma Eve continuava a non mettere il maglione, portando in giro con indifferenza le sue braccia nude. Dal bancone, non poteva sentire la loro conversazione, ma poteva vedere il sorriso seduttore della ragazza. Osservò come Krycek nascondeva il cioccolatino nel taschino. Dopo essersi scambiati un paio di frasi, Eve mise la mano dentro e pescò fino a tirar fuori la sua ricompensa e esibirla come un trofeo di caccia. Alle loro spalle, Mulder metteva a posto la manichetta della benzina e si avvicinava al negozio passando vicino a loro. Scully poteva notare la sua rabbia ad incrociare Krycek. Forse per l'effetto del vetro che smorzava le loro parole e distorceva il mondo, Scully si sentì come se Eve e Krycek fossero una coppia in vacanza in Florida e Mulder e lei fossero due ridicoli guardiani di un collegio di monache.

 **


Macchina di Nicholas Korodenko
03: 35 a.m.

Le macchine gli passavano vicine come folate luminose, neons serpeggianti a centoventi chilometri all'ora. La piazzola era abbastanza ampia perché la sua macchina ci entrasse comodamente. Era troppo tempo che non dormiva e stavano iniziando a fargli male gli occhi, ma anche così, poteva scorgere il cartellone rosso e arancione della Shell a pochi metri. Con le luci spente, la macchina era solo un'ombra che non si distingueva tra le ombre. Solo un fantasma nero. Attraverso i suoi vetri, poteva osservare il gruppo, piccole figure all'orizzonte.

Krycek e la ragazza parlavano fiori del negozio.

"Non mi meraviglia che tu vada all'università, devotchka, bisogna avere un master per distinguere tra uno Snickers, un Mars, un Lion e un Kit Kat".

Era curioso ciò che accadeva con la rabbia. Come poteva essere un sentimento onnipresente, quasi dimenticato e trasformarsi di colpo in un fuoco intenso solo con uno stimolo come la voce di Krycek. Il radar captava la sua conversazione con la ragazza e a Nicholas incominciavano a fischiargli le orecchie con un sibilo sordo. Odio. Era una sensazione benvenuta.

"Hai cioccolato nella tasca, Alexander, o sei felice di vedermi?"

"Se vuoi qualcosa, devo prenderlo, Eve. Non lo sai ancora?"

Il tono delle loro voci era il combustibile ideale per la sua ira. Poteva annusare il sesso in quelle parole. E riconosceva la sfumatura nelle voce del suo vecchio compagno. Accidenti se la riconosceva. Era il suo brutale inganno di corteggiatore aggressivo. Il Krycek di sempre, che non si sentiva sicuro se non riusciva a dominare i suoi interlocutori non importa se con l'aggressione o la seduzione. Violenza, potere, sesso. Tutto era la stessa cosa per lui. E tutto gli si sarebbe rivoltato contro se aspettava ancora qualche ora.

"Quello che stai toccando non è un cioccolatino".

" Tu credi che io non lo sappia?"

Pogodi, tovarich. Aspetta.

**
Lone Gunmen
04:05 a.m.

Anni addietro un lettore del"Lone Gunmen" che secondo i contatti di Langly lavorava per la NSA, aveva regalato loro un enorme mappa del paese. Sulla frontiera del Nevada, si poteva vedere un grande X color arancio. E giusto sopra un alieno con gli occhi a mandorla che diceva, "Io sono stato nell'Area 51 e tutto ciò che mi hanno portato è stato uno stupido ufo". Frohike ne fu affascinato appena lo vide. Aveva convinto i ragazzi ad ingrandirlo e plastificarlo. Poi, gli aveva messo sopra un vetro e con un paio di cavalletti sotto, gli serviva come tavolo di lavoro. Strofinandosi ancora gli occhi cisposi, guardò la mappa attentamente e aspetto che bollisse il caffè. Nell'estremo sud-ovest, si potevano vedere le due Caroline, una sopra l'altra. Sotto, la Georgia, l'ultimo posto dove erano stati Mulder e Scully. Ancora più giù, la penisola della Florida. E dopo, i maledetti Caraibi.
Volesse il cielo che lui disponesse dell'incredibile intuizione di Mulder o della spaventosa capacità deduttiva dell'enigmatica dottoressa Scully e potesse indovinare solo osservando la mappa dove si sarebbero diretti quei due in compagnia, niente di meno, del maledetto Krycek.
E della misteriosa ragazza dei sogni, chiaramente.
Frohike tornò a guardare il suo dossier. Era strano ma a prescindere dalla interessante tesi del dottorato, il suo incartamento era pieno d'esami di letteratura medievale comparata e cose di questo genere. E bene, la sua fedina penale era un poema. Aveva affermato di leggere i sogni dei suoi compagni di classe quando era bambina. Secondo il documento, sua madre era morta di parto e non si conoscevano parenti vivi. La donna era apparsa nell'ospedale, pronta per il parto ed era morta per uno shock diabetico. I servizi sociali si occuparono della bambina.
E questo è tutto.
Il caffè incominciò a fischiare e Frohike lo tolse dal fuoco. Tirò fiori tre tazze e in due aggiunse lo zucchero. Due cucchiai per Langly e quattro per lui. A Byers piaceva amaro ma lui aveva bisogno del sapore extra-dolce e molto latte. Mentre il microonde lo riscaldava, la stampante fini di buttar fuori l'ultimo foglio che aveva ottenuto Byers dall'archivio del "Times" di New York. Era una vecchia notizia, del 1975.

"E' Lynus March, qui al centro della foto". Byers stava ancora in pigiama ma sembrava sveglio. Indicava il foglio appena stampato. Sotto il grande titolo della sezione Scienza e Tecnologia, c'era una foto. Un gruppo di medici che stavano ricevendo un qualche premio dalla Associazione Americana di Neurologia. Effettivamente, Lynus March era al centro.

Ma non era solo.
Vicino a lui, c'erano altri nove dottori i cui nomi erano molto familiari a Frohike.
Byers interruppe il suo processo mentale.

"Il resto degli uomini della foto erano suoi colleghi di Ricerca presso il Dipartimento della Difesa. Sono gli stessi che sono morti negli ultimi dieci anni".

Frohike ripassò il titolo della pagina. C'era solo qualcosa d'insolito in quella foto. I dottori guardavano soddisfatti verso la macchina fotografica e mostravano il premio. March era al centro. Sotto tutti i nomi. Secondo l'informazione che aveva passato loro Krycek e che loro stessi avevano verificato, tutti erano stati assassinati da mercenari negli ultimi dieci anni. Tranne due.

Yuri Guranov era morto in un incidente aereo poco dopo che gli avevano scattato quella foto. Il suo cadavere era affondato nei Caraibi e non era più ricomparso. Frohike ricordò uno dei lemma che aveva infilato nella rivista a partire dal caso di Jimmy Hoffa: " se non c'è il cadavere, forse non c'è il morto".

E l'ultimo dei dottori, seduto alla destra di March nella foto, era ancora vivo.
Il dottor Akira Takeshi.

"perché è ancora vivo?". Invece di rispondere, Byers bevve un sorso di caffè.

 
In qualche posto della Carolina
05: 00 a.m.

**

Ventiquattro ore di tempo. Questo era tutto ciò che aveva per trovare la ragazza e concludere. Verificare se lei poteva sopravvivere alla trasformazione finale. Erano giorni che non dormiva ma non gli importava. Gli importava solo aspettare notizie dal cacciatore. Un elicottero era pronto per quanto avrebbe incontrato la ragazza. Nel giro di qualche ora l'avrebbe avuta di fronte. Nel giro di alcune ore avrebbe sciolto l'enigma e avrebbe potuto smettere di guardare le vasche con preoccupazione.
Si stavano svegliando tutti. E tutti erano tenuti sotto chiave nelle vasche, mentre ricevevano narcotici per prolungare il loro sonno. I suoi prototipi. I loro dolci sogni.
Il Dottor Takeshi sbadigliò con forza. L'enorme respiro gli riempì la testa di ossigeno ma non riuscì a calmare il suo battito cardiaco. L'attesa non lo lasciava riposare. La fine era troppo vicina.

 

**

Furgoncino di Alex Krycek
05: 00 a.m.

Forse era la strada che permetteva di pensare a tutto e a niente nello stesso tempo. All'alba, l'asfalto poteva diventare un quaderno dalle pagine bianche dove far vagare idee sciolte e lasciare che le emozioni ballassero danze sconnesse. O forse era Springsteen. La cadenza monotona della sua voce e la sua maniera ipnotica di trascinare le parole in un fiume di musica senza fine. Il conduttore doveva essere il fan numero uno del boss perché era da mezz'ora che s'intratteneva con un greatest hits abbastanza particolare che includevano le grandi sinfonie rackettare degli anni settanta e le malinconiche cronache sociali degli anni novanta. Ad un certo punto di quella serenata così americana, Mulder aveva riconosciuto alcune parole" E' un sogno una bugia se non diventa realtà?" Era una domanda ostinata della canzone e Mulder ci pensava. I sogni, le bugie, la realtà. E ogni volta che se ne dimenticava per concentrarsi sul caso, la sua mente ci girava intorno, scivolava e tornava bruscamente verso l'unico cosa che sembrava che lo preoccupasse.

I suoi sogni. I suoi sogni su Scully, il realtà e il verso che avevano preso gli ultimi mesi. Era rivelatore. Lei aveva sempre fatto parte delle sue orge oniriche, tranne nei peggiori momenti del cancro. Non era qualcosa di cui Mulder si sentisse particolarmente orgoglioso, ma era ciò che accadeva. Lavorare dodici e a volte quindici ore al giorno con una donna che gli infiammava il sangue senza che facesse nessuno sforzo aveva le sue conseguenze all'ora di andare a letto. Logico. Sempre, in quelle fantasie umide che apparivano nella sua psiche di tanto in tanto per torturarlo, aveva immaginato le cose gli avrebbe fatto piacere fare alla sua compagna.
Un'ampia varietà di cose, in realtà. Un completo catalogo di mille modi diversi per compiacerla, soddisfarla, farla impazzire, sorprenderla e virtualmente, fare in modo che Scully si sentisse come la Dea che era. Non aveva bisogno della laurea in psicologia per sapere il perché di quelle fantasie orgiastiche. Evidentemente voleva ricompensare la sua compagna di tutte le volte che non si era sentito alla sua altezza. Ricompensarla fisicamente per tutto il danno spirituale e morale che aveva sofferto per sua patetica colpa.
E, invece, ad un certo punto dopo la sua avventura in Antartide, Mulder, aveva smesso di avere, persino nei sogni, il privilegio di toccare Scully. Niente più denudarla con sensuale pigrizia o bagnarla cospargendole il sapone sul corpo con le mani, niente più metterla seduta sul tavolo di cucina e mettersi tra le sue gambe fino a sentirla mugolare. Niente di niente. La cosa peggiore era avere sogni erotici e non poterla raggiungere nemmeno nel più umiliante stato d'eccitazione. Nemmeno c'era bisogno di un Sigmund Freud per trarre conclusioni da questo: la corazza di Scully si congelava continuamente e lui stava rimanendo fuori del suo guscio glaciale. La regina del rifiuto non voleva intendere ragione.
Krycek si mosse sul sedile posteriore e Mulder l'osservò dallo specchietto retrovisore. Non gli piaceva che stesse seduto vicino a Scully. Chiaro che, d'altra parte, era un buon segno che non stesse con Eve. Gli era sembrato vederli flirtare nella stazione di servizio e aveva sentito nausea. Non era sicuro di poter sopportare qualcosa di simile in un futuro prossimo. Né lontano. " Ora ci dici dove andiamo o continuo a guidare finché non vedo la barba di Castro?"

"Sud-ovest. Continua verso Tampa. Ti dirò io quando devi fermarti"

Questo significava due ore. Due ore e mezzo, al massimo. Si avvicinava la fine della strada.
Iperattivo e ogni volta più arrabbiato man mano che passavano i chilometri, Mulder era arrivato alla conclusione che la reazione di Scully a ciò che era accaduto tra di loro nel motel, aveva il suo lato offensivo. Rifiutare di parlarne, era come se schivasse le sue responsabilità. Come se volesse suggerire che lei non aveva partecipato attivamente a quella sveglia erotica e che tutto era accaduto per colpa di Mulder e dei suoi deliri megalomani. Offensivo.
Inoltre, tutto quello che era successo tra di loro l'aveva distratto dal "casino" tra Krycek e Eve, ma ora che tornava a pensarci, si riempiva di aggressività. Krycek la stava utilizzando. Nel peggior modo possibile. Ed era schifoso ed intollerabile. Eve era...bene, era...difficile da definire. Ma definitivamente, speciale.
E Krycek era speciale per chiunque considerasse che gli scarafaggi avessero carisma.
La guardava di tanto in tanto, cercando di decifrare sul suo viso la misteriosa ragione che l'aveva portata ad andare a letto con Krycek. Come se potesse scoprire nei suoi tratti la chiave che spiegasse l'inspiegabile. Non era questo che faceva sempre, in fin dei conti?

"Non fa caldo?". La domanda veniva precisamente da Eve e Mulder azionò l'aria condizionata senza stare a riflettere. Mentre lo faceva si rese conto che in realtà. Faceva più freddo che caldo e si girò per guardare Eve senza lasciare il volante.

Aveva le guance furiosamente rosse. Aveva chiuso le palpebre e aveva la testa buttata sul poggiatesta. Dava la sensazione che le costasse fatica respirare. L'aveva guardata due secondi prima e sembrava perfettamente normale, che stava succedendo?

"Scully"

La sua compagna non tardò a reagire. E quando si rese conto di ciò che succedeva, si affacciò alla parte anteriore della macchina e cercò di richiamare l'attenzione di Eve, ma la ragazza sembrava trasportata. Andata. Le portò le mani alla fronte.

"Sta bruciando". Si era messa nella posizione Dottoressa Scully immediatamente."Mulder, ferma la macchina".

** 


Lone Gunmen
05:00 a.m.

Frohyke aveva messo la foto del "Times" vicino al computer centrale dell'ufficio. Aveva davanti a lui tutti i professori implicati in quel progetto il cui obiettivo non era chiaro. Aveva annullato tutti i volti tranne due. Sotto a Yuri Guranov aveva scritto "forse è vivo". E sotto al dottor Takeshi aveva annotato "ancora vivo"

E poi si era dedicato a cercare di scoprire quello che poteva sopra di lui. Rimase sorpreso e non rimase sorpreso da quello che trovò.

"Biotecnologia Rousch", sussurrò Langly, guardando lo schermo da sopra le sue spalle. "Il dottore lavora per i bastardi bio-terroristi".

Durante anni di ricerche, questo era uno dei nomi più pieni di merda con cui un paranoico investigatore di cospirazioni poteva imbattersi. Dalla clonazione del tessuto alieno fino agli esperimenti con le vittime dei rapimenti all'ombra del pentagono. Rousch era il braccio medico dei rettili. La fogna scientifica delle cloache del sindacato.

"Credo che per questo sia vivo mentre i suoi colleghi sono morti uno per volta", mormorò Frohike. "Bastardo".

Byers entrò nella stanza, apparentemente emozionato, anche se nascondeva la sua eccitazione sotto la barba. Come sempre.

"Ho il risultato della combinazione alfa numerica che Skinner trovò nel motel del gestore assassinato".

Langly e Frohike gli prestarono tutta la loro attenzione. Se ne erano completamente dimenticati e Frohike stava incominciando a pensare che non aveva nessuna relazione con il caso. Skinner aveva trovato quel pezzo di carta nella stanza del motel dove erano stati in Carolina, ma sembrava che fossero passati millenni d'allora.

"E' una formula chimica. Ma non è nessun farmaco approvato negli Stati Uniti".

"E cos'è?"

"Un vaso- costrittore. Apparentemente, per diminuire il flusso sanguigno nel cervello".

Frohike si era perso. Che aveva da vedere quello con tutto il resto?

**

In qualche posto della Florida
Fuori del furgoncino di Alex Krycek
05: 05 a.m.

Eve poteva sentire come si espandeva la sua mente. Come si accelerava il suo flusso sanguigno e ogni terminazione nervosa del suo corpo si riempiva di un incredibile quantità di sangue ed energia. Era una furia di febbre intensa, un calore soffocante. Le costava fatica respirare, come se il corpo avesse bisogno di pulsare più rapidamente e i polmoni s'ingrandivano in un tentativo disperato di accumulare più forza. Si gonfiavano i pensieri, gli occhi diventavano vitrei e vacui. Le bruciavano le labbra e le ardevano le orecchie. Tra il fischio spaventoso del sua accelerato flusso sanguigno, poteva distinguere l'eco delle voci. E vedere più in là.

L'inizio aveva potuto mantenere una certa sensazione di realtà. Vide come Mulder fermava la macchina e come, tra tutti loro, la tiravano da dentro. Osservò il viso di Scully, un viso di preoccupazione che le prendeva il polso e le guardava le pupille. E distinse Krycek, con un'espressione ansiosa e indecifrabile, come tutte le sue. Ma presto la realtà dei sensi smise d'esistere e vide se stessa dall'esterno, scoppiando in una furia di gloria. Non era più lei, ma una forza magnetica. Di fronte a lei, le menti erano fiori carnivori e lei poteva estrarre i loro misteri, vagare dentro di loro. Sondare, volare.
Era come vivere un sogno e stare sveglia. La corrente elettrica delle menti senza freno stava lì, implacabile, come quando dormiva. Ma al contrario che nei sogni, anche lei stava lì, non rimaneva diluita nella mente degli altri. Non c'era il suo corpo, ma la sua volontà sì. Pura, forte e possente. Vedeva Scully di fronte a lei, che parlava, cercando d'aiutarla, muovendo le labbra senza emettere suoni. Ma Eve non poteva rispondere perché stava galleggiando e affondava nella corteccia cerebrale di Scully, precipitando in un vulcano di lava. Era facile capirla in questo modo. Poteva sentire i palpiti della sua paura di perdere il controllo, sentiva la passione repressa delle sue fantasie e osservare il suo coraggio, la sua rabbia ribelle, la sua sottomissione alla figura paterna. Stava tutto lì. Come uno schedario aperto che Eve poteva muovere a suo piacimento. Vide una casa in una zona militare. Vari uomini dalle spalle larghe, simili a lei. Sua madre, i suoi fratelli, suo padre. Si chiamava Achab, o lei lo chiamava così ed era morto e lei continuava a cercare la sua approvazione e a rispondere alle sue imposizioni.
Vicino a lei, intrecciata, trasparente e labirintica, in vista la mente di Mulder. Così triste, tutta colpevolezza e mancanze. Tutta illusioni infantili e dolore vecchio e antico nel tempo. Martha's Vineyard nell'infanzia. Boston, Oxford, tutti archivi aperti che Eve quasi non riusciva a fare suoi. Era una mente dolce, quasi ovattata e scriveva la sua storia con un tratto allungato e sensuale. Non aveva tempo di fare altre ricerche ma in quella immensità capiva tutto senza bisogno di sapere niente.
E lì nel mezzo, come un muro opaco e resistente, si ergeva la torre tortuosa della mente di Krycek, bloccata nelle sue emozioni e indistruttibile nei suoi propositi. Eve non ebbe il tempo d'immergersi, perché come una tormenta elettrica, la mente la rifiutava e l'attraeva.
Allora si rese conto che non stava respirando. E che se continuava senza respirare, sarebbe morta. Si domandò se doveva lasciarsi morire, cadere in quella sensazione di non avere corpo, ma allora sentì qualcosa di terreno, che la spingeva a vivere, anche se non ne capiva il motivo.
Obbedendo a quella forza, Eve prese aria, sentì un dolore intenso nel petto e respirò.

**

In qualche posto della Florida
Fuori del furgoncino di Alex Krycek
05: 05 a.m.

Alex Krycek era sempre stato un alleato ideale in una situazione critica. Da piccolo, non riusciva mai a portare a termine ciò che doveva fare. Compiti, lavori, ordini, niente. Se doveva obbedire ad un ordine la sua indisciplina fioriva con una ribellione ostinata. Ma quando c'era una lite, o c'era da prendere una rapida decisione nello spazio di un nono secondo, lì c'era lui. Pensando più veloce dell'adrenalina e muovendosi come un serpente. Forse per questa capacità era ancora vivo e forse per questo, prese il controllo quando Eve incominciò a smettere di respirare.

Capì immediatamente quello che stava succedendo. Semplicemente, se ne stava andando. Eve si stava allontanando da loro e volava lontano dal proprio corpo. Alex Krycek lo sapeva. Non poteva spiegare come ma lo sapeva. Quando Mulder e lui la tirarono fuori della macchina e Scully iniziò a praticarle le sue tecniche di primo soccorso, Krycek seppe che erano inutili perché lo sentì. Era una sensazione identica a quella che aveva sperimentato quando aveva lasciato che Eve entrasse nella sua mente nella stanza del hotel. Gli costava fatica spiegarlo, ma era simile ad un'invasione sibilante nel cervello. Era Eve che cercava di infiltrarsi dentro di lui e per riflesso, Krycek resistette a quella invasione.
Il suo potere cresceva. Si stava svegliando.

E le manovre di Scully erano completamente inefficaci. " Mulder, sta soffocando. Dobbiamo portarla in ospedale".

"No".

Scostò Scully bruscamente e si avvicinò ad Eve, mentre Mulder gli tagliava la strada, mosso dall'isteria. Sembrava sul punto di dire qualcosa, ma Scully si anticipò.

"Krycek, sta morendo!"

Non aveva il tempo per discuterne."Non sta morendo". Fulminò con lo sguardo Scully per ordinarle di lasciarla in pace. Non gli piaceva che si mettesse in discussione una sua opinione quando sapeva cosa fare."Sta rinascendo."

Forse furono le sue parole, deliberatamente enigmatiche, o forse la fermezza e la determinazione nel tono della sua voce. Forse fu quell'autorità che emanava nei momenti di crisi. Ma il fatto è che nessuno cercò di fermarlo e lasciarono che rianimasse Eve. Forse Mulder capì che non c'era altra alternativa che lasciarlo fare o sparargli.

Afferrò Eve per le spalle e la tirò su. "Dyshi, Eve" Usò un tono secco. Duro. Fermo. Qualcosa che lei non potesse fraintendere." Respira!" Non c'era risposta. Come una bambola che si sgonfia, Eve perdeva il controllo della realtà. Era così concentrata nella sua stessa mente e in quella di coloro che la circondavano che semplicemente, si era dimenticata del suo corpo. Quello di cui aveva bisogno era di staccarsi."Eve, ti sto dando un ordine!" Aveva i polpastrelli azzurri. Da quando non respirava? " Dyshi!!". Gli bruciò la gola quando gridò.

Per Dio. Forse non lo stava ascoltando? Allora si rese conto: gridare era stupido. Parlare era stupido perché Eve non stava nel suo corpo. Poteva scuoterla fino alla morte senza ottenere nessuna reazione. Quello che doveva fare era connettere la sua mente. Istintivamente, cercò di gridare con il pensiero. Ordinarle che tornasse in sé. Non era tempo di morire. Era tempo di vivere.Dyshi, devotchka , pensò. Respira, bambina.

L'immensa boccata d'aria di Eve lo prese alla sprovvista e gli diede un colpo al cuore. Eve aprì gli occhi improvvisamente e inspirò con tutte le sue forze. Doveva avere un dolore terribile nel petto dopo tanto tempo senza respirare. Sembrava un neonato, che nasceva alla vita dopo essere uscito dall'utero. Tardò un poco a tornare alla realtà, tra colpi di tosse che la fecero lacrimare e contrarre gemendo.
Dopo qualche secondo, cercò di parlare.

"Mi...io...".Krycek cercò di dirle che doveva stare zitta ma era maledettamente testarda e cercava di parlare senza pensare al dolore. "Mi ero dimenticata di respirare" Si guardò intorno con gli occhi enormi e posò lo sguardo su Mulder e Scully."Mi dispiace. Mi ero dimenticata di respirare" Quando finì la frase guardò Krycek negli occhi. Sembrava che stesse chiedendo perdono.

In quel paio d'occhi infantili c'era tutto. Come se Eve gli parlasse senza parlare. E gli dicesse, "sto bene".E sussurrasse, "ho visto le vostre menti" E aggiungesse " sto svegliandomi, Alex" Krycek sentì una specie di iniezione di orgoglio soddisfatto. Era forte, certamente sì. Più forte di quanto nessuno sospettava. March aveva cercato di proteggerla dalla realtà ma lei sarebbe stata capace di sviluppare tutto il suo potere. Era vitale che lo facesse senza morire nel tentativo. Vitale.
La sollevò da terra e l'aiutò a fare qualche passo. Anche se non era facile con una sola mano. I funzionari statali si guardavano, come se stessero assistendo ad un film bielorusso e non avessero messo i sottotitoli. Scully si avvicinò a Eve. Le mise una mano sulla fronte, le sentì il polso e finalmente le osservò le braccia. Erano piene di puntini rossi, minute macchie che indicavano la lieve rottura delle vene superficiali dell'epidermide.

"E' come se il suo corpo avesse avuto un accelerazione improvvisa, come un eccesso di sangue". Non parlava ad Eve, ma a Mulder. Perché no. Quando stavano insieme tutto il resto era superfluo, no?

"Che cosa è successo?" domandò lui.

Eve riuscì a camminare da sola, liberandosi dell'aiuto di Krycek. Sedette sul sedile del copilota, con le gambe da fuori e lo sguardo chino. Sembrava esaurita.

" E' stato come sognare da sveglia. Solo che potevo controllarlo". Il freddo della notte le faceva venire la pelle d'oca e si afferrava a se stessa per cercare di riscaldarsi. O consolarsi. A Krycek batteva il cuore a mille all'ora. Non era abituato e si ordinò di calmarsi. Non gli piaceva sentire tante emozioni." Era come se le vostre menti fossero aperte per me e che io stessa non avessi corpo. Per questo mi sono dimenticata di respirare". Parlava con un tono sonnolento, come se avessero scaricato su di lei mille tonnellate e si fosse arresa e non avesse muscoli.

Scully negò con la testa. Di che aveva bisogno quella donna per credere? Era insopportabile. Doveva Mulder combattere con quello scetticismo vigliacco in ogni momento? Normale che ogni tanto era fuori di testa.

"Andiamo, voi due l'avete sentito" Krycek si assicurò di parlare chiaro e guardare Mulder e Scully. Avevano la verità davanti a loro, che volevano? "Avete sentito il suo potere".

A differenza della sua compagna, Mulder non cercò di negare." Come una brezza affilata che soffiava nel mio cervello"

Esatto. Giusto questo. Era giusto questo ciò che lui non era riuscito a definire.
Egli stesso fu il primo ad essere sorpreso, ma davanti a quelle parole, sentì per Mulder un moto di strana simpatia che andava e veniva a tratti. Un grande rispetto che si ha per qualcuno che, a modo suo, cerca di lottare e sopravvivere.Di pensare e di fare. Ebbe l'impressione che negli occhi di Mulder, per un secondo, ci fosse qualcosa di simile verso di lui. Un poco meno di odio. Come se intravedesse un nuovo continente e non fosse capace di portare la sua ira fino a lui.

Scully guardò Eve. Triste. O rassegnata. O qualcosa di simile." Avresti potuto morire".

Invece di risponderle, Eve si rivolse a Krycek."Sono le pillole, no? Il dono sta crescendo da quando non le prendo. Per questo mi dicesti che la smettessi".

Le battevano i denti e stava incominciando a tremare. Passata la febbre il suo corpo incominciava a risentire dell'alba. Una parte di Krycek avrebbe voluto abbracciarla per riscaldarla. Da quanti anni non abbracciava nessuno o non incontrava qualcuno che lo meritasse?

"Non sono sicuro", mormorò Krycek. "Ma credo di sì. Non so perché ma March non voleva che sviluppassi il tuo potere".

Scully si avvicinò a lei, con il maglione azzurro che Eve non si metteva quasi mai, ma che l'aveva accompagnata per giorni. " Se è così dovresti prenderle, Eve. Se controllano questi attacchi, e mentre non scopriamo quello che succede, dovresti prenderle"

Krycek sbuffò per pura noia. perché tutti s'impegnavano a proteggere Eve dal suo stesso potere? Non vedevano così chiaramente come lui, che il destino di ognuno era affrontare la più dolorosa delle verità o morire nel tentativo? Forse in un altro mondo che non fosse minacciato dall'Armageddon le cose avrebbero potuto essere diverse, ma non c'era un altro mondo. Ce n'era solo uno e persone come Eve, erano la differenza tra la vita globale e la morte globale.

"No", disse Eve. "Mi dispiace non le prenderò". Krycek sentì un'intensa onda di sollievo per tutto il corpo. "Ho bisogno di arrivare alla fine di tutto questo".

Mulder le si avvicinò in silenzio. Forse perché capiva cosa significasse aver bisogno della verità anche se supponeva una dolorosa agonia personale. "Sei sicura di questo, Eve? L'agente Scully è medico ma nessuno ci assicura che potrà aiutarti la prossima volta se non sappiamo ciò che succede". Eccolo lì. Il tono del fratellino maggiore che a Krycek faceva rizzare tutti i peli e gli faceva venire la voglia di sbatterlo fino a metterlo in ginocchio e farlo supplicare.

A Eve non sembrava dare fastidio. E in verità, questo gli faceva venire la voglia di picchiare Mulder. Odiava questa specie di connessione mistico-magica-stupida che c'era tra di loro." Sono sicura":

"In questo caso, andiamo via quanto prima. Questo viaggio si sta allungando troppo". Fece qualche passo e tornò a sedersi sul sedile del conducente. Scully sembrò avere qualche dubbio ma si sedette indietro. Quando Krycek stava per seguirla, sentì che gli prendevano la mano e le dita fredde di Eve accarezzavano dolcemente l'unico suo palmo..

"Grazie per avermi riportato indietro"

Un contatto, breve, leggero, che svanì improvvisamente e Eve chiuse la porta della macchina mentre si accendeva il motore. Krycek mormorò quasi nella sua mente. "Pozhalusta", si disse.

Di niente, Eve.
Gli piaceva quella ragazza. Gli piacevano i sopravvissuti.
Molto.

**

 
Gaynesbourgh
Baia di Tampa
07: 20 a.m.

Erano un gruppo strano in quel paesaggio verde e disabitato. Capaci d'attrarre l'attenzione di chiunque passasse vicino a loro. Non solo viaggiavano in un furgoncino nero troppo simile a quello dell'" A-Team", ma anche perché contrastavano tra di loro e con il resto del mondo, in un modo stridente. Scully era una rossa, magnetica di bassa statura. I suoi gesti studiati, reprimevano la forza contestatrice che emergeva da lei, mentre il nervosismo intuitivo di Mulder fluttuava nelle sue falcate e nel movimento continuo delle sue labbra. La sua bellezza dagli occhi sognanti e gocce di sensualità quasi femminile, brillava in contrapposizione all'acutezza decisa di Krycek. Alto come lui, olivastro, teso e poderosamente maschile, la sua nemesi comminava guardando sempre dietro le sue spalle, prevedendo. E alla fine Eve, con l'integrità fragile di un giunco che si piega senza arrivare a spezzarsi chiudeva il gruppo e aggiungeva una nota di musicalità senza suono all'insieme.

Cavalieri di un'apocalisse, i quattro scendevano dal furgoncino e percorrevano a piedi gli ultimi metri verso la casa del dottor Yuri Guranov. Teoricamente, era morto quasi vent'anni prima e si era tenuto nascosto d'allora., lavorando con Lynus March nell'ombra, cercando di completare il suo programma.
Quando nessuno rispose al campanello, il gruppo entrò in casa e Nocholas Korodenko li osservò da lontano. Con il suo binocolo ad alta precisione poteva distinguerli perfettamente.
Si aggiustò la pistola nella fondina e fece il numero della Biotecnologia Rousch.

"Dottor Takeschi", disse, con una voce dolce e fredda, " sono arrivati ora dove volevano. Una casa in Florida. Sembra che non ci sia nessuno".

Dall'altro lato della strada, invece, qualcuno si avvicinava. Qualcuno il cui viso Nicholas già aveva visto prima.

"No, aspetti. Credo che già so quello che cercavano".

Sorrise dentro di lui. Dio, era meglio di quanto sperava. Molto meglio di quello che sperava. Sarebbe caduto un altro topo nella trappola.

"Sembra che il dottor Guranov sia vivo".

Takeshi non potè evitare di trasalire. Nicholas non stava con lui per vederlo ma poteva immaginarlo chiaramente. Gli costava fatica dominare la sua eccitazione. Ancora qualche minuto e Alex Krycek avrebbe smesso di respirare sotto le sue mani.
Era un presentimento quasi sessuale.

"Il mezzo di trasporto starà lì tra quindici minuti", ruggì Takeshi, non senza isteria.

Incubi

Quando incominci un viaggio non sai mai dove ti condurrà. Questo iniziò con l'istinto chiaroveggente che mi diceva come era vitale, necessario, urgente andare avanti. Fare un passo dopo l'altro per arrivare alla fine. In questa fine, se Alex non mente e so che non lo fa, la verità mi sarà rivelata. Si farà largo che io sia o non sia preparata. Temo quel momento e do il benvenuto alla paura perché ho bisogno di sapere chi sono. Tutto questo, questi tre giorni, sembrano, in realtà, l'unico momento vero della mia vita. Come se fin'ora fossi stata chiusa nell'incantesimo fantasma di un mondo di ombre e improvvisamente, mi avessero trasportato all'altro lato dello spettro della verità. Questo. Questa cosa brutale, angosciosa, piena di dubbi, incertezze, panico. Questo è reale. Il mio nodo nello stomaco è reale. La vita è reale.

I suoi occhi sono reali. Verdi, come il ghiaccio di una tormenta che si approssima fluttuando ad una nave in mezzo ad una tempesta. Lottano con mille emozioni che si possono bloccare con un battito di ciglia. La sua mente è un apparato elettrico blindato e basta attivare un interruttore per fermare tutte le emozioni e fare il passo successivo. Alex Krycek è un generale di se stesso, un soldato della vita che obbedisce solo ai suoi ordini e dipende da uno stravagante codice di vita. Sopravvivere, è la sua regola. E' l'eco che ripete la sua mente. Sacrificare. Dominare. Lottare. Questa è la sua natura.

Non so quale sia la mia. Forse la verità, la conoscenza che devo acquisire, illuminerà il mio spirito e mi darà le risposte e mi dirà, chi è Eve? Chi sono io? Uno ad uno, ripasso gli avvenimenti che mi hanno portato fino a quest'incrocio della mia vita. Lynus è morto assassinato. Il mercenario che lo ha ucciso è stato eliminato da Krycek per salvarmi. Ho preso le pillole e la ricetta che poi ho perso. Sono apparsi Mulder e Scully e siamo scappati. Krycek ha insistito per portarmi in Florida.

Che mi ha raccontato? Che Lynus mi aveva nascosto delle cose. Che formavano parte di un certo progetto "Prometeo" che aveva fatto ricerche sui disturbi del sonno nei militari esposti alla guerra chimica. Che i militari avevano sviluppato poteri paranormali e tendenze psicotiche. Che per evitare la loro aggressività, avevano incominciato a fare esperimenti con donne. Donne rapite, mi ha detto. Donne che si presume rapite da forze aliene. Il risultato di ciò che hanno scoperto con queste donne, riguarda me e quello che sono.

Non mi ha detto altro. Ma nei suoi sogni ho scoperto l'ultima verità che trasforma tutte le altre. Qualcosa che non posso arrivare ad accettare come un futuro inesorabile. Qualcosa che deve essere rifiutato e combattuto. Qualcosa di misterioso che, come la morte di Lynus, mi affanno a non affrontare. Questo è ciò che ho fatto sempre, in realtà. Trascinare in un angolo della mia mente tutto ciò che non mi permetteva di vivere nella mia tranquilla bolla ed ignorarlo. C'era un altro modo d'esistere? Avrei potuto vedere i sogni degli altri se non mi fossi scollegata da loro? E non ho perso la mia umanità in questo processo? Non è questo il sopravvivere? Perdere qualcosa di se stesso per continuare ad andare avanti? Non è questo ciò che Alex crede?

Il mondo sarà colonizzato da extraterresti e non è una cattiva trama per Hollywood. E' ciò che toglie il sonno ad Alex. Quello che Fox Mulder e Dana Scully sembrano conoscere. Queste persone, intelligenti, sveglie, veloci, lo accettano come una seconda pelle, così che deve essere la verità. Ma, quale è il nesso tra me stessa e quest'apocalisse annunciata? E' la risposta che non è stata formulata e la domanda a cui si deve rispondere. Sopporterò la risposta?

La mia mente si è convertita in una montagna russa che mi asfissia ad ogni momento come tubercolosi annunciata. Posso solo smettere di pensare quando Alex affonda il suo sguardo in me, come affondò il suo sesso nelle mie viscere. In questo momento, l'alone di potente energia che vibra intorno a lui mi avvolge e ferma il tempo. Il suo controllo è un abbraccio che mi circonda come una sensazione fisica e mi mantiene chiusa in un campo magnetico. In questa frazione di secondo mi sento attratta come una farfalla da una fiamma mortale. Mi sento terrena e non mentale. Fisica e non spirituale. Viva e non addormentata. La sublime rudezza della sua voce quando parla russo è il linguaggio primitivo del corpo e attiva tutta la mia umanità piena di contraddizioni. So, che è l'ultimo tratto del viaggio, lui avrà la crudeltà necessaria per mostrarmi la verità. La sua urgenza vitale mi collega al mio corpo a questo mondo e quando vivo sotto il suo controllo mi sento capace di essere me stessa.

Non so se è un bene o un male e non so se queste parole abbiano significato per lui e per me. So solo che la mia vita è stata nelle sue mani due volte. Due volte mi ha salvato e forse è questa la sua verità. Che non c'è bianco, né nero, né grigio. C'è solo vita, urgenza e necessità. Non c'è morale, solo istinto. In questo senso, Alex non è umano ma animale. E' crudele e bellissimo e vicino a lui puoi sperimentare il fascino che si sente quando vedi per la prima volta una pantera. E ti domandi se potrai accarezzarla e se la fiera che ha dentro morderà o si lascerà accarezzare. Ti domandi perché non hai paura e sei disposta a provare. E sai che la risposta è semplice. Corri i rischio perché sai che solo rischiando sperimenti l'intrigante sapore della vita.

Il resto, è solo un sogno.

Se qualcuno può trasformare un morso in qualcosa tanto o più piacevole di una carezza, questo è Alex Krycek.

**
Chili Street
Gaynesborough, Florida
07:20

Gaynesborough era praticamente lo scenario che uno si aspetta di trovare dopo l'inverno atomico e la guerra nucleare e il quartiere dove li portava Krycek, era esattamente, la fine del mondo civilizzato. A quanto sembrava la città era cresciuta molto intorno all'industria chimica ma quando questa fu chiusa a causa di una fuga, l'esodo precipitoso degli abitanti, l'aveva convertita praticamente in una città fantasma. La maggior parte delle case avevano giardini con l'erba alta e finestre sconquassate. Situato vicino alla palude, il quartiere aveva abbandonato il suo splendore ed era un'unica strada quasi senza asfalto, circondata da case vuote e fondamenta erette a metà. A pochi chilometri dai Caraibi, la salsedine poteva sentirsi nell'aria e il sudore si appiccicava alla pelle come una garza si attacca ad una bruciatura.

La casa era aperta e piccole molecole di polvere galleggiavano nell'aria del salone che funzionava da ingresso. Con Krycek in testa, i quattro entrarono mettendosi in fila automaticamente e senza scambiare parola. Come un organismo multicellulare che striscia in un rifugio. Scully chiudeva il gruppo, sorvegliando con attenzione alle spalle di Eve e cercando di lasciare la mente in bianco e svuotarsi delle emozioni per poter essere utile quando sarebbe stato il momento.

Era strano che Guranov avesse lasciato la porta aperta.

Sempre che realmente il maledetto dottore esistesse e Krycek non li avesse presi in giro fino ad allora, chiaro. Cosa che, in realtà, era poco probabile.

Mulder e lei si scambiarono un'occhiata silenziosa e si separarono andando uno a destra e l'altro a sinistra perlustrando i posti più nascosti con attenzione, controllando gli angoli e le finestre. La cucina, come il salone, era deserta. Piatti sporchi nel lavello, cartoni di pizza sul tavolo pieno di molliche e vari giornali vecchi sul frigorifero. Niente e nessun, come nel resto del pianterreno.

Tornò nel salone e il gesto di Mulder fu sufficiente per sapere che nemmeno lui aveva avuto fortuna.

"Non c'è nessuno", dichiarò Eve. Si era ripresa dall'improvviso attacco dell'alba ma le sue braccia mostravano ancora i segni di ciò che a Scully era sembrato un'accelerazione brutale del suo flusso sanguigno. Le piccole macchie rosse si erano trasformate in vistosi ematomi e gli avambracci sembravano l'opera d'arte di un lunatico. Quella ragazza aveva bisogno di una visita medica urgente.

E la casa era vuota.

Scully senti l'emergere irato della sua frustrazione e diresse uno sguardo, metà gelido e metà pungente, verso Krycek, che osservava la strada attraverso le finestre, senza mostrare eccessiva inquietudine. " E bene?"

Mulder sbuffò." Dove sta Krycek?" . Scully si consolò notando nella sua voce un grado di frustrazione simile a quello che sentiva lei, se non maggiore. Che Dio assistesse Krycek se li aveva ingannati per tutto quel tempo. Non voleva nemmeno fermarsi a pensare ciò che gli avrebbe fatto se fosse stato così.

Ma non sarebbe stato piacevole.

"Non lo so, comprando la colazione?" Che cercasse d'essere sarcastico in quella situazione poteva significare solamente, o che aveva il più patetico senso dell'umorismo della storia, o che stava supplicando Mulder che lo eliminasse. Una delle due.

Al suo compagno la seconda possibilità doveva tentarlo di più perché ancora una volta- e Scully aveva perso il conto-, si avvicinò a Krycek e lo prese per il bavero della giacca prima di dargli il tempo di reagire. C'era qualcosa di così fisico tra loro che a tratti Scully credeva di essere capace d'intravedere l'odio, come se fosse una terza persona che parlasse loro all'orecchio sempre. "Se ci hai ingannato, bastardo, ti strapperò le gambe per usarle per prenderti a calci in culo"

Krycek non resistette nemmeno.Pensandoci bene, c'era da riconoscere che non resisteva mai all'aggressività di Mulder. Come se credesse di meritare i suoi colpi e non immaginasse che vantaggio poteva trarre dal resistere. Sembrava avere una padronanza enorme sulla propria aggressività. Strano, per un criminale che si guadagnava la vita come mercenario e spia internazionale.

"Che grazioso, Mulder. Scrivimelo su una cartolina e firmalo. Lo metterò in cornice e lo appenderò nella stanza". Mulder lo sbatté con più forza contro il muro."Non ti sto ingannando!". Facendo una finta verso sinistra, Krycek riuscì a liberarsi. Il suo sguardo era un'agonia di emozioni e aveva acquisito una certa isteria urgente.

"Dio mio...", sentì Scully alle sue spalle. Girandosi immediatamente percorse il salone con gli occhi e cercò di trovare Eve. Tardò vari secondi ad incontrarla, perché si era accovacciata per terra, vicino ad un divano che copriva la sua persona. Seguendo la direzione dello sguardo, Scully distinse un grosso album fotografico e varie carte che, sembrava, erano cadute dall'interno. L'espressione di Eve, fece sì che il cuore le facesse una capriola.

Quando le si avvicinò, sentì lo sguardo di Krycek e Mulder alle sue spalle, ma sopratutto notò gli occhi pieni di terrore di Eve, che guardavano verso di lei, facendole domande senza parole. Si accovacciò con una certa apprensione che non poteva controllare e vide i documenti.

Nella prima pagina dell'album, Lynus March aveva tra le braccia un bambino appena nato, con un espressione trionfante e uno sguardo leggermente folle. L'annotazione sull'angolo inferiore destro diceva,"Eve, 1983" Più in basso nella pagine seguente, continuavano le annotazioni in ordine cronologico. Una rigorosa documentazione con un'unica protagonista."Eve, 1984,1985, marzo, agosto, dicembre, 1988". Cento fotografie. La maggior parte prese con il teleobiettivo. Eve in un giardino d'infanzia e un'espressione sorridente ma assente. Eve che camminava per la strada, che passeggiava, che faceva acquisti, che parlava in un bar, che studiava in biblioteca. Uno spionaggio silenzioso che era durato tutta la sua vita. Vicino al libro spia. Scully riconobbe immediatamente i documenti.

Cartelle cliniche.

Eve prese un foglio con mani tremanti. Mulder aveva fatto un passo verso di lei. Scambiò una domanda silenziosa con Scully. Ma lei non seppe cosa rispondergli. Krycek rimaneva immobile, un falco silenzioso che non toglieva gli occhi di dosso alla sua giovane preda.

In quelle pagine c'era un resoconto dell'entrate in ospedale di Eve dalla nascita. Più di venti ospedali diversi sparsi in tutto il paese. Virginia, Maryland, Texas, New Jersey. Scully non aveva il tempo di leggerlo tutto perché Eve passava le pagine in fretta. In alcune si potevano distinguere lunghe liste di numeri, come se si riferissero a dei documenti. La maggior parte avevano delle annotazioni a mano. C'erano ricette, prescrizioni, trascrizioni dettagliate di operazioni chirurgiche.

E tutte avevano un numero di serie che iniziava con tre lettere.

Eve.

Con gli occhi lucidi per le lacrime, la ragazza raccolse un nuovo album e lo rivoltò sul pavimento, facendo in modo che cadessero ancora e ancora fogli sciolti. Sembrava tutto fotocopiato. Gli originali sicuramente , dovevano essere conservati in un altro posto.

In una di quelle fotocopie, un foglio stampato di pessima qualità, Scully riconobbe un'enorme sala. Un hangar con pareti metalliche e luci fluorescenti. Sulla superficie fredda del pavimento, c'erano cento lettini. E su di essi, cento donne. Donne giovani e vecchie con enormi stomaci gonfi. Fecondati. Fertilizzati.

Panico. Scully sentì panico nello stomaco e quando Eve si girò verso di lei ancora una volta con la fotografia in mano, sentì in desiderio di schivare lo sguardo e uscire correndo da lì per evitare le emozioni che stavano incominciando ad asfissiarla. Le fischiavano le orecchie e un intenso attacco isterico minacciava di distruggere la sua integrità mentale da un momento all'altro.

Lei era stata lì. In quel posto. Con quelle donne.

In un angolo della foto vicino ai lettini della donne una bambina di tredici o quattordici anni era seduta su una sedia a rotelle, monitorata e con gli occhi chiusi.

"Sono io", riuscì ad articolare Eve "Che cosa significa questo?"

Scully era capace di ascoltarla ma si sentiva come se le sue parole non avessero significato. L'unica cosa che occupava la sua mente era la paura. E la sensazione, no, la certezza che una di quelle donne, in quelle barelle, fosse lei. Il resto, erano altre come lei. Cavie in mano ad uomini senza volto. Cavie violentate, manipolate, oltraggiate, malate.Marionette senza controllo sulla loro vita, né sui loro corpi, né sulle loro menti. Governate da selvaggi assassini delle ombre e signori della medicina e del caos.

Cosa poteva risponderle se lei stessa non capiva niente?

Fece di no debolmente con la testa, incapace di sopportare ancora per molto tempo la paura che l'attanagliava fischiandole nelle orecchie a mille decibel al secondo. Eve assentì varie volte e le caddero un paio di lacrime che resero lisce la dolcezza fruttata della sue guance. Si alzò e senza dire una parola, salì su per le scale.

Quando Krycek fece un cenno per salire dietro di lei, Mulder lo trattenne per un braccio con forza."Lasciala in pace, Krycek"

Senza preavviso, l'espressione di Krycek perdette la sua perfetta compostezza di autocontrollo esagerato e acquistò un tono tenebroso che a Scully fece venire la pelle d'oca e le ricordò fino a che punto quell'uomo si alimentava del sangue degli altri." Se hai bisogno di picchiarmi per sfogarti, Mulder fallo una buona volta", si liberò violentemente del suo braccio mentre una goccia di sudore gli scivolava dalla fronte,"ma smettila di rompermi le palle".

Lasciò il salone e salì le scale guardando una volta Scully prima di sparire dietro Eve. Le sembrò che i suoi occhi volevano dirle qualcosa che non sapevano pronunciare.

A Scully non reggevano le gambe.

**
Casa di Yuri Guranov
07:35 a.m.

Il bagno era una stanza piccola con una finestra minuscola che dava sulla strada. Uno dei rubinetti era chiuso male e gocciolava intermittentemente. Eve lo aprì tutto e si lavò il viso, strofinando con forza per togliere il sale delle lacrime. Mentre si asciugava osservò il terribile aspetto delle sue braccia. I capillari che si erano rotti all'alba si erano trasformati in esagerate lividure. Era come avere un quadro impressionista sugli avambracci. Blu, viola e giallo come un tramonto esplosivo di Van Gogh. Rosso e verde come un paesaggio folle di Ernst. Sembrava che l'avessero maltrattata e torturata quasi fino alla morte. Presa dal suo esame, non si rese conto che si era aperta la porta e Krycek la guardava attentamente.

"Le lividure andranno via in qualche giorno".

Eve annuì." Dovresti vedere il viso di chi me l'ha fatto".

Un sorriso lieve percorse il viso di Krycek per una frazione più breve di un secondo e poi, sparì come se no fosse mai stato lì. Mentre saliva le scale l'unica cosa che poteva pensare era alla voglia di sodomizzare Mulder con un ferro incandescente per insegnargli a non mettersi nella sua maledetta vita, ma con Eve davanti era difficile pensare a quello stupido. Krycek non riusciva a capire come qualcuno poteva essere così brillante e così inutile allo stesso tempo. Era un maledetto XFiles da solo. Per quanto tempo ancora poteva resistere la sua presunta superiorità morale?

Guardandosi ancora le braccia, Eve continuò a parlare. "Non ricordo niente di quello che c'è nei documenti. Tutti quegli ospedali e tutte quelle donne, non ricordo niente". Stava chiedendo a lui delle risposte. Le stava incominciando ad esigere. Non era salita in quel bagno perché voleva fuggire dalla realtà. Almeno non ancora.

"Guranov starà per arrivare", disse. Per qualche motivo sentiva la necessità di spiegarsi con Eve come non aveva fatto con Mulder e Scully. Non voleva che anche lei pensasse che li aveva ingannati. perché non le aveva detto tutta la verità, ma allo stesso tempo non l'aveva mai ingannata. Non è che avesse troppi scrupoli all'ora d'ingannare, né di fare qualsiasi altra cosa, in verità, però non gli piaceva assumersi la responsabilità dei delitti che non aveva commesso. Con quello che aveva fatto ne aveva già abbastanza per essere condannato ad una iniezione letale. "Credo che dovresti chiederlo a lui".

Eve annuì." Aspetteremo"

Continuava a piangere e le lacrime cadevano ad intervalli irregolari. Scivolavano per le sue guance né angolose né rotonde, e cadevano lungo i pantaloni stropicciati, senza che Eve prestasse loro la benchè minima attenzione.

Krycek ebbe un flashback. Un'immagine fugace passò per la sua mente senza preavviso. L'ultima volta che aveva visto piangere una donna aveva tredici anni e lei, una bruna di un paio di anni più grande, gli gridava a pieni polmoni che non voleva vederlo mai più in vita sua. Non ricordava il nome ma nemmeno era importante. Quello che ricordava è di essere andato a letto con lei quella stessa notte, quando le passò l'attacco di rabbia per averlo trovato a baciare la sua migliore amica.

Donne. Erano così piene d'emozioni che bastava grattare la superficie perché si mettessero a piangere.Odiava l'imprevedibilità delle emozioni. E le lacrime lo facevano sentire così fuori posto come un elefante in un negozio di porcellane. perché si era messa a piangere improvvisamente dopo tutto quello che aveva passato?

Non se lo poteva permettere. No a questo punto.

"Non puoi crollare ora, Eve Worthington".

Si asciugò il mento con un asciugamano e continuò a piangere senza angoscia. Placidamente come faceva tutto il resto.

Non tutto, corresse una voce nel suo cervello. Non c'era niente di placido nelle contrazioni vertiginose del suo orgasmo quando si tendeva intorno alla sua formidabile erezione.

Krycek fissò di nuovo le braccia. Gli portava ricordi vedere tante ecchimosi e non gli piacevano i ricordi. Specialmente questi. Alcune delle cose più sgradevoli che aveva visto in vita sua erano in relazione con donne livide e torturate. E la piccolezza del maledetto bagno lo faceva sentire come in carcere. Come odiava i luoghi stretti. Maledetto fottuto vecchio Spender.Uno di questi giorni avrebbe regolato i conti per averlo lasciato in quel silo di merda. Da quel giorno la claustrofobia correva nelle sue vene come sangue avvelenato.

"Non sto crollando, Alex".

Eve si alzò dal vaso sul quale si era seduta e asciugò il resto delle lacrime con la pelle nuda del braccio. Come una bambina piccola che si puliva il naso. I capelli lanosi le cadevano a ciocche sul viso, ma non sembrava particolarmente indifesa. Forse, sembrava una torta di compleanno, rossa in viso, fragile e disponibile. Guardandolo sempre come se stesse bene con lui. Tranquilla.

Non ti rendi conto con chi stai, Evie, o non t'importa?. La domanda non smetteva di perseguitarlo. perché non hai paura di me?

Era una sensazione stranissima. Non era abituato a non intimorire chi aveva vicino. Lo faceva sentire fuori luogo. Aveva trattato con spie triple, mercenari, agenti che facevano il doppio gioco, cospiratori, assassini e psicopatici criminali ma quella bambina di ventun'anni era uno strano gatto. Un animale senza furia. Durante la sua vita, tutte le sue relazioni erano state fondate, in un modo o nell'altro, sul potere. Ma non con lei.

"Allora, cosa succede?"

Senza rendersi conto di quello che stava facendo avvicinò la mano al suo viso e toccò parte del residuo salino che avevano lasciato le lacrime. Eve ripensò a lui come ad una pantera. Una tigre in gabbia che poteva leccarle tutto il viso fino a lasciarlo pulito. Una belva pericolosa che si aveva voglia d'accarezzare e che sembrava completamente fuori posto in quel bagno e che sarebbe sembrata fuori luogo in qualsiasi posto del mondo.

"Sto raccogliendo le forze".

Non poté evitarlo. Ad ascoltarla tornò a sentire orgoglio, un orgoglio che sfiorava il piacere sessuale. Gli piaceva che quella cosina dall'apparenza fragile non sarebbe crollata con la verità. Avrebbe sopportato la trasformazione che esigeva la verità. Avrebbe accettato le sue responsabilità come aveva fatto lui stesso in passato.

Senza pensarlo, si portò alla bocca il dito con cui l'aveva accarezzata. Sapeva intensamente di sale, e metallo, sudore e lacrime. Dell'essenza agrodolce della verità. Non ricordava con esattezza se era lo stesso sapore che aveva sentito leccandola tra le gambe ma si ripromise mentalmente di conservare un posto nella lista delle cose da fare per poter stabilire un paragone quando avrebbe avuto tempo. Pregò dentro di lui per avere l'opportunità di passare una notte intera a succhiare orgasmi da quel corpo e al pensarlo, sentì che il sangue pulsava una, due, tre volte tra le gambe. Senza osare mettere in questione i suoi istinti, si abbassò vicino alla tazza e fece scivolare la sua unica mano dietro la nuca di Eve per attrarla verso di lui. La sua stessa disperazione lo colse con le difese abbassate e gemette quando sentì la lingua di Eve che gli copriva tutta la bocca. Gli faceva solletico sul palato gli accarezzava i denti e la gola, sciogliendogli lo stomaco, le gambe, il corpo, la ragione. Dio, che aveva quella lingua che sembrava più dolce e più calda di un gelato bollito a fuoco lento.

Si separò prima che l'ossigeno smettesse d'irrorargli il cervello. Eve aveva le labbra rosse e l'ombra della sua barba le aveva lasciato un segno dolorante, mentre le pupille si erano sciolte , come cristalli liquidi. S'inumidì le labbra e a vedere la languidezza di quel gesto, Krycek fu sul punto di abbassarsi i pantaloni sul posto e svuotarsi dentro di lei.

" Sei come una malattia, bambina". Senza darle il tempo di rispondere, le afferrò la mano e la sollevò dalla tazza per tirarla fuori di lì.

Lei oppose resistenza. "Aspetta". Era un ordine dolce, ma era un ordine e Krycek per riflesso obbedì. Pensò che Eve voleva dirgli qualcosa e sperò che non fosse qualcosa che lo eccitasse ancora di più perché già era abbastanza difficile controllare la mezza erezione che aveva, figuriamoci una maggiore. Quello che accadde, invece, fu più inaspettato delle parole. Eve, semplicemente, cercò il suo corpo e si lasciò cadere su di esso con un gesto che a Krycek costò fatica riconoscere. Era troppo tempo che nessuno l'abbracciava e all'inizio, quando sentì come lo circondavano le braccia coperte di lividi di lei, non seppe cosa fare. Gli era difficile capire i gesti senza motivazioni. Poco a poco, le loro respirazione presero lo stesso ritmo e a Krycek gli venne in mente che si stava comportando come un imbecille e che non gli sarebbe costato niente restituire quel gesto anche solo con una mano. Eve si meritava tutto quello, no? E quando lo fece, poté sentire il profumo dei suoi capelli e del residuo del sapone dell'hotel su di essi. Allora desiderò avere due braccia di nuovo e si rese conto che quella strana creatura non cercava conforto in lui.

Ma al contrario.

Guardò intensamente dentro i suoi occhi nocciola e caffè." Queste donne delle foto erano state rapite?"

Krycek annuì.

"Come l'agente Scully". Non era una domanda, ma un'affermazione. " Per questo ho fatto i suoi sogni,no? Sono stata con lei durante il suo rapimento, in quel posto delle foto".

Non aveva molto da dire, e l'unica cosa che potè fare e assentire di nuovo.

Mentre comminava verso la scala, Eve mormorò quasi a se stessa." E' strano", disse, e si giro, con lo sguardo attento." Non ricordo niente ma sento che ho vissuto in un sogno o che ho sognato da sveglia".

Stava tanto, tanto vicina. Se il vecchio Guranov non appariva presto avrebbe finito col dirglielo lui.

**
Casa di Yuri Guranov
07:35 a.m.

Erano una scena sgradevolmente familiare. Le donne su quei lettini. In quelle foto, erano uguali a quelle che lui aveva visto in alcune istallazioni governative quando cercava di trovare la cura per il cancro di Scully. Erano decine di donne rapite, messe in fila come se fossero carne per un sinistro rituale. Al vederle, oltre il confuso arcobaleno d'emozioni provate, sentiva colpa. Il sentimento infettivo che gli avvelenava dal cuore alle viscere. Era colpa sua che Scully dovesse alzarsi in piedi con le gambe tremolanti davanti a quelle foto. Colpa sua che non ci fosse nessuno in quella casa. Colpa sua per aver seguito Krycek senza fermarsi a pensare alle conseguenze. Sua per voler scoprire la verità e non calcolare il dolore che questo poteva provocare. Non il suo dolore, chiaramente, Fox Mulder c'era abituato, gli dava il benvenuto come si accoglie una madre biologica. Il dolore, sotto un certo aspetto, lo manteneva vivo. Ma il dolore di Scully era un sapore completamente diverso.

E radicalmente insopportabile.

Se Skinner lo buttava fuori dal FBI per tutto il protocollo che non aveva seguito negli ultimi tre giorni, il suo castigo non sarebbe stato sufficiente. perché non ascoltava mai Scully quando sapeva con certezza che quello era la cosa più conveniente?

perché lui non faceva mai ciò che era più conveniente, ma ciò che era più grottesco. Per questo. perché era un maledetto figlio di puttana. Per questo.

La sua compagna era rimasta a guardare il buco delle scale per il quale se l'era svignata Eve come se nascondesse tutti i misteri dell'universo. Mulder sentiva la sua lotta per mantenere il controllo sulle emozioni come se Scully fosse una parte integrante del suo organismo. Come se la connessione con lei fosse un vincolo fisico. Dolorosamente reale.

"Mi assumo la responsabilità di tutto questo, Scully".

Lei si girò bruscamente. Il suo perfetto volto d'avorio era una maschera insondabile.

"Avevi ragione. Avevi ragione fin dal principio, come sempre. Tutto questo è una pazzia. Seguire Krycek è una pazzia. Dovremmo portare Eve all'ospedale quanto prima possibile".

Doveva maturare e questo era la cosa più matura da fare. Doveva maturare per il suo bene e per il bene di Scully o avrebbe finito col essere una marionetta per tutta la vita. Doveva togliersi la testa dal culo e pensare agli altri una maledetta volta.

La risposta di Scully lo lasciò pietrificato.

"Non credo che dovremmo andarcene ora, Mulder". Aveva superato lo shock iniziale al vedere le foto e il suo viso si era convertito in una incredibile maschera di autocontrollo. Era privo di emozioni, congelato nel tempo. Il ritratto perfetto del rifiuto come strada verso il controllo. " Non dovremmo andarcene senza sapere che ha fatto queste foto e ciò che significano. Dopo tutto, stanno cercando di ucciderla, Mulder".

Stupendo. Perfetto. Un altro dei suoi imprevedibili cambiamenti di personaggio. In altro movimento nell'eterno ballo senza fine. Un passo avanti, due indietro. Lui avanza, lei retrocede e viceversa. Tutto per non arrivare mai alla fine del cammino. E che cosa era questo di mettere Eve come scusa? Quelle foto l'avevano spaventata fino a farla tremare fisicamente. perché sentiva la necessità di rifiutarlo al tempo stesso non poteva evitare l'ansia di sapere?

"Per Dio, Scully, un'altra volta no".

Gli restituì uno dei suoi collaudati scettici inarcamenti di sopracciglio." Scusa?"

"Sono tre giorni che sei arrabbiata con me, facendo in modo che mi sentissi colpevole per cercare di arrivare qui, per cercare di trovare le risposte, e improvvisamente, quando ti do ragione, tu mi dici che io avevo ragione?"

A misura che parlava la sua stanchezza cedeva il passo all'ira e la frustrazione cambiava di colore, mutandosi in rabbia. "Dal momento che hai visto quel video, Scully, questo caso era anche su di te anche se non volevo riconoscerlo. Come queste foto che anche riguardano ciò che ti è successo. Ma t'impegni a continuare a rifiutarlo. Perfetto. E quando alla fine mi arrendo, allora mostri interesse. perché ?!"

Non sapeva nemmeno che cosa voleva dire. Sapeva solo che la comunicazione tra loro era un dialogo tra sordi e che erano mesi che parlavano lingue diverse. E sapeva che era stufo di vivere nell'oscurità e non sapere quale Scully avrebbe trovato in ufficio il mattino dopo. Lo faceva sentire instabile e infantile e goffo e immaturo e sì, bene, lo faceva sentire sulla difensiva. Forse per questo aveva voluto aver fiducia in Diana, dopo tutto. Forse aveva bisogno di qualcuno che non lo facesse sentire costantemente in errore.

Gli costava fatica anche respirare. " perché è sempre così, Scully? perché discuti quando cerco la verità e mi critichi quando smetto di farlo?"

Come il fuoco che pulsava all'interno di un diamante, il volto di Scully si era acceso dall'interno, contenendo una rabbia che Mulder era ansioso di sentire con tutte le forze. Era un'attrazione verso un abisso. Come quando sapeva che suo padre l'avrebbe castigato e non poteva evitare di cercare il castigo.

"Non sto nella tua vita per interpretare un personaggio che si adegui a te, Mulder. Non tutte le mie decisioni hanno a che vedere con te".

Il tatuaggio. Ed Jerse. E' la mia vita. Tutto tornava a ripetersi. Scully continuava a chiedere una scrivania e lui non sapeva che cos'era questa scrivania. perché non poteva essere chiara e dirgli in una volta quello che si aspettava da lui? Gli girava la testa. Forse era ora. Forse c'era da mettere tutte le carte in tavola e rischiare di perderla per sempre. Forse la pressione era così forte che qualcosa doveva cedere. Anche se era una rottura dolorosa.

"Ripeti questo continuamente ma quello che io sento è che ti schieri contro di me. Ti stai allontanando di proposito" La guardava negli occhi per poter osservare i tremendi cambi di colore delle sue enormi pupille, l'incredibile uragano d'emozioni represse. Quante Scully c'erano là dentro, nascoste sotto il gelo? perché lui non poteva toccarle?

Non poteva smettere di parlare.

"Lo stai facendo dall'estate scorsa, Scully. Ti ho aperto il mio cuore in quel corridoio e qualche settimana dopo ti sei adoperata per manipolare le mie parole e usarle contro di me. Ti ho detto quello che sentivo quando sono tornato dalle Bermuda e sei riuscita a burlarti della mia sincerità".

Sto cercando di darti il tavolo di cui hai bisogno, Scully, però non smetti di respingermi, pensò. Che cosa si supponeva che doveva fare per essere alla sua altezza e rompere la sua corazza?

Ciocche rosse le cadevano sul viso e il suo respiro, accelerato, corto, rapido, le muoveva in tutte le direzioni, dondole un aspetto insolito di mancanza di controllo. Un'apertura nella corazza. Mulder sospettava che c'erano molti rimproveri sotto quel guscio. E probabilmente tutti veri. Probabilmente lui non la meritava ma era stufo di vivere con il dubbio.

Aspettando in mezzo alla tormenta.

"L'unica cosa che vuoi è qualcuno che ti dia ragione e che possa giocare a fare Sancho Panza tutte le volte che vuoi essere Don Chisciotte", disse Scully, sputando le parole con una accelerazione improvvisa. Le sue labbra di frutta matura avevano intensificato il loro colore con l'aumento della temperatura della sua collera e stavano incominciando ad acquistare il rosso appassionato del sangue. Il bianco imperturbabile di Scully stava cambiando verso il bordeau della furia e delle emozioni. Mulder si sentiva come una farfalla che guarda una fiamma e che non può scostarsi a prescindere del calore. " Mi hai detto che ti mantenevo onesto ma nell'ora della verità, ti risultò più facile confidare in qualcuno che non ti contraddiceva invece di darmi il beneficio del dubbio quando ti ho avvertito su Diana".

Le parole uscirono dalla bocca di Mulder prima che si fermasse a pensare come sarebbero suonate.Non le disse con rancore, ma la sua sincerità suonò eccessivamente brutale. "L'unica ragione per cui non avesti fiducia in Diana è perché eri gelosa di lei". Non gli aveva confessato questo nell'hotel? Che Diana aveva svegliato la vene territoriale degli Scully?

La collera di Scully cambiò di nuovo tono. Girando verso un tono che attraversò il cuore di Mulder. Era un dolore intenso ma forse era l'unica strada verso la cura o la morte. perché il dolore è amaro, ma almeno dimostrava che Scully continuava ad essere capace di provare passioni. Mulder desiderava questa passione come desiderava l'aria per respirare."Stavo cercando di proteggerti!", gridò Scully, tirando fuori le parole tra i denti, dividendo la frase in una irrespirabile angoscia.

"Cercavi di proteggere te stessa"

Da lui. Da loro. Dall'intimità tra di loro. Dalla vera natura della loro relazione.

Stavano così vicini l'uno all'altro che l'alito di Scully entrava nella sua bocca e gli riscaldava il palato. Ancora ricordava la sensazione da capogiro di svegliarsi con lei all'hotel. Abbracciandola, sentendola consenziente. Lasciando che lui facesse scivolare la sua mano nel labirinto rosso e vulcanico del suo desiderio.

"Stai cercando di scostarti da me con tanta intensità che la stai facendo finita con me, Scully".

Doveva provare che sapore aveva il suo respiro. Doveva fare un passo, un movimento minimo verso di lei. Provare quelle labbra furiose e quegli occhi pieni d'emozioni e quella pelle brillante e gustare il sapore crudo dei sentimenti lacerati. Doveva farlo. Non doveva ma la necessità si presentò davanti a lui senza chiedere permesso alla sua mente e spinto da un istinto principale le afferrò il viso con le mani e affondò la lingua dentro di lei.

La prima cosa che sentì fu l'opporsi di una Scully di ghiaccio.

Resistendo, sopportando, cercando di chiudere le labbra per impedire il passaggio della sua lingua e dei suoi sentimenti. Rifiutando l'accesso ai suoi denti, per primo. E dopo, rompendosi la corazza, la Scully di acqua. Che si apriva, cercando permesso, lasciando che il suo respiro si mescolasse da una bocca all'altra con il respiro di Mulder. E finalmente, Scully di fuoco. Che partecipava attivamente a quella pazzia che le stava spezzando le ginocchia e annodandole lo stomaco.

Era una frenesia. Si scontravano e si schivavano. Mulder non poteva evitare il desiderio di invadere quella bocca vellutata e leccare con la lingua la superficie quasi spugnosa delle guance di lei. E non poteva far sua l'idea che Scully gli stava restituendo il bacio. Lei. Scully. Non con languore, né con affetto, né tenerezza, né con anni di solida amicizia. No. Lo baciava con una disperazione ribelle che gli stava infiammando il sangue continuamente. Aveva il sapore della vainilla, di frutta sciroppata, di carne salata. Non poteva essere. Era la cosa più impossibile di tutte le cose impossibili che aveva visto in vita sua. Scully faceva scivolare la lingua tra le sue labbra e tra un gemito e l'altro, dava morsi elettrici e selvaggi. E aveva il sapore della collera e dell'umidità, e profumava di shampoo e saliva e mare aperto e di un minerale sconosciuto chiamato Scully.

Il rumore dei passi s'infiltrò nella sua coscienza come un visitatore inopportuno. Senza sapere quello che succedeva, sentì che il suo corpo perdeva calore e pressione man mano che il pavimento tornava ad apparire sotto ai suoi piedi. Recuperò la sensazione di avere muscoli e ossa e andò solidificandosi, mentre, di fronte a lui, Scully lo guardava con un miscuglio insondabile di emozioni. Aveva le guance accese e rosse, come se il desiderio le avesse tinte e la barba mal rasata di Mulder le avesse graffiate fino al limite del dolore. Nei suoi occhi, in quegli espressivi occhi azzurri, fiammeggiavano ancora le ceneri di un incendio non ancora spento. Come lui, Scully era il ritratto vivente della sorpresa elevata alla categoria di arte. Lo shock fatto marmo.

Dal buco della scala un leggero femminile schiarimento della voce richiamò l'attenzione di Mulder e si girò immediatamente per trovarsi faccia a faccia con Eve. Se aveva dei dubbi se le aveva dato tempo o no di vedere qualcosa di quel bacio si dissolsero vedendo i suoi occhi. Una miscela di paternalismo complice e di timida vergogna per aver visto qualcosa di privato.

Stupendo.

Grazie a Dio, Krycek scendeva quattro o cinque scalini dietro e dalla sua angolazione non poteva aver visto niente. Anche se, per assicurarsi e cancellare qualsiasi accenno d'indiscrezione, Scully si ravviò i capelli e si sistemò i vestiti, allontanandosi dal suo compagno con due brevi ma decisi passi.

Sempre in guardia, l'efficiente Dottoressa Scully. Se non fosse stato sotto l'influsso di uno dei suoi baci, Mulder si sarebbe sentito leggermente irritato dal suo autocontrollo. Lui non poteva nemmeno muoversi senza che gli venissero meno le ginocchia e cadesse per terra.

Nell'attimo che Krycek arrivò nel salone, la porta sulla strada si aprì, lasciando che la luce del mattino illuminasse l'ambiente. Contro la cornice dell'uscio, la luce delineò una figura di un settantenne. Un uomo dai capelli bianchi con il viso segnato da rughe profonde osservò i quattro sconosciuti che stavano nel salone senza fare nessun gesto di sorpresa. Quando vide Eve i suoi occhi si addolcirono e abbozzò un leggero sorriso. Si fermò sulla sua persona come se stesse tenendo una conversazione silenziosa con lei o con se stesso.

Mentre tutti rimanevano in silenzio, Yuri Guranov lasciò la borsa che portava vicino alla porta e si avvicinò fino ai piedi della scala. Quando stava a due passi da un'immobilissima Eve Worthington, sussurrò con un forte accento straniero. "Sei venuta", e si girò verso Krycek con un rispetto reverenziale.

"Capitano Krycek", mormorò, a mo' di saluto. Poi abbracciò l'uomo più giovane e si dettero un rispettoso bacio sulle labbra.

Forse sto sognando, pensò Mulder. Forse non aveva baciato Scully, non l'avevano interrotto nel momento peggiore. Né quell'uomo aveva chiamato capitano un mercenario internazionale giusto prima di baciarlo.

L'uomo anziano si girò verso di loro. "Sono il dottor Yuri Guranov", annunciò." Qualcuno vuole prendere del tè?"

**
All'esterno della casa di Yuri Guranov
07: 50 a.m.

Una porta sul davanti. Una porta in cucina. Finestre chiuse al piano superiore. Erano cinque persone, ma poco probabile che il dottore fosse armato. Nemmeno la ragazza doveva avere qualche pistola. Gli agenti potevano avere una o due armi ciascuno. E Krycek, se non aveva cambiato abitudine, ne doveva avere tre addosso. Alla caviglia, al ginocchio e dietro la schiena.

Nicholas Korodengo si guardò nello specchietto retrovisore della macchina ed esaminò l'acciaio brillante dei suoi occhi mentre pigliava aria e ascoltava attentamente quello che succedeva all'interno della casa. Gli ordini del dottor Tokeshi erano chiari. Aveva bisogno della ragazza ora e il dottore doveva morire.

Come Alex.

Sette pistole- al massimo- contro la sua. Nicholas aveva solo una cosa a suo favore, ma era tutto ciò che gli bastava.

Mai sottovalutare il fattore sorpresa.

Aprì il portaoggetti e tirò fuori un barattolo.

**
Casa di Yuri Guranov
07: 50 a.m.

Sospesi nel vuoto come marionette senza burattinaio, sembravano quattro esauriti cavalieri dell'apocalisse. Yuri pensò che gli sarebbe scoppiato il cuore per l'emozione e cercò d'imporre il suo ordine nel gruppo quando si misero a parlare tutti insieme.

"Prima il tè". Ordinò, "poi le domande". Alla sua età aveva bisogno di prendere le cose con calma e vedere la bambina lo aveva già sottoposto ad una emozione troppo forte per aggiungerne altre più grandi." Gli americani sempre di fretta", mormorò tra i denti mentre camminava verso la cucina e accendeva il fornello per far bollire l'acqua.

Poteva sentire la presenza di Eve alle sue spalle, mentre lo seguiva come una animaletto di compagnia. La sua curiosità aveva una certa qualità musicale. Lynus diceva sempre che sembrava una gazzella con gli occhi contemplativi ma le foto non rendevano giustizia alla sua fragilità ballerina che emanava vista da vicino. Dietro alle sue pupille si affacciavano migliaia di domande.

"E' tè all'arancia. Spero che ti piaccia"

La ragazzina e la coppia del FBI entrò in cucina. Mentre riempiva la teiera, Yuri fece attenzione alle braccia coperte di lividi. Apparentemente, aveva avuto un attacco, ma, per fortuna, non sembrava avere lividi in nessun'altra parte. Quando volle esaminarla da vicino, lei non resistette e offrì le braccia come un sacrificio compiaciuto. In quel momento il capitano entrò in cucina e osservò la scena con occhi induriti. A Yuri gli facevano sempre paura quegli occhi nei quali era obbligato ad aver fiducia. Gli avevano dato sempre la sensazione che se fossero state altre le circostanze l'uomo non avrebbe battuto ciglio prima di sparargli a bruciapelo. Tolse gli occhiali dal taschino e esaminò i segni. Dominavano ancora i colori intensi e gli azzurri del sangue coagulato. L'attacco doveva essere recente. Lo sorprese la dolcezza di quelle braccia, sembrava al tatto pesca e pelle di neonato.

Quando le domandò se aveva smesso di prendere le pillole, Eve annuì. "Per questo hai avuto un attacco", spiegò Yuri, "le pillole contenevano il tuo flusso sanguigno per evitare che l'attività cerebrale sballasse. In condizione normali il tuo cervello funziona dieci volte più veloce del normale" Segnalò i lividi. " Però a volte, il corpo non lo sopporta". Si abbassò e tirò fuori le tazze dalla sua collezione di porcellane. "Lynus preferiva tenerti sotto formaci, anche se questo ti provocava l'ipoglicemia".

La meraviglia si disegnò sull'espressione del suo viso."Sono ipoglicemica per colpa di queste pillole?":

Era una domanda retorica, ma Yuri assentì. Gli sguardi degli altri occupanti delle casa era inchiodati su di lui ma si aveva la sensazione che sorvegliavano e aspettavano mentre lasciavano che la ragazza fosse protagonista dell'atto decisivo della sua vita. "Non hai avuto più nausee da quanto le hai lasciate, vero?"

Non rispose ma era evidente per il suo atteggiamento pensoso, che non ne aveva avute. La ragazzina si sedette sulla sedia e Yuri si concentro sull'ambiente. Voleva sentire se Lynus sta lì con loro e se lei sarebbe stata capace di sentirlo o se, semplicemente, lui se l'era immaginato per tutto quel tempo. Ma non sentì niente. "Lynus cercò di avvertirmi perché le smettessi di prendere". Non specificò che quel messaggio gli era arrivato dall'altro mondo. Non conveniva spaventarla più di quanto doveva già essere.

Avevano sempre temuto che non avrebbe avuto la forza necessaria per sopportare la sua verità.

La donna rossa fece un respiro lungo e sonoro e il dottore si girò verso di lei per vedere lo scetticismo profondo del suo sguardo e un certo tono di riprovazione. Quando si girò per guardare dalla finestra e controllare la sua irritazione. Yuri poté vedere un segno familiare sulla sua delicata nuca d'alabastro. Una cicatrice di due centimetri di lunghezza dove doveva esserci il microchip. Gli tremò la mano lievemente e cercò di controllarsi. Per questo gli era sembrata familiare. perché era una rapita. Sicuramente l'aveva vista prima.

"Sono venuta per sapere chi sono, dottore". La voce di Eve aveva il timbro di un giovane contralto.

Yuri sollevò gli occhi e cercò lo sguardo di Alex Krycek. Il capitano annuì impercettibilmente e i suoi occhi gli dettero il permesso di parlare.

"Sei..." Era difficile spiegarlo a parole, riassumerlo in modo chiaro. Lei era tante, tante cose. Era il risultato di una vita di esperimenti. Il frutto di enormi sforzi. Il prezzo di troppe morti. Ma sopratutto, era Eve, la prima donna. Il prometeo post moderno. " Sei la porta, Evie". L'emozione traboccava e non poteva dire molto di più. " La chiave per comunicare con loro".

L'uomo alto, che era rimasto zitto fino ad allora, immerso in una specie di curioso stato d'intuizione nervosa, gli diresse uno sguardo di arrabbiata curiosità. " Può essere più chiaro?"

Prima che Yuri potesse rispondere, il giovane capitano Krycek si rivolse all'agente con un certo sorriso arrogante e trionfale. " Con loro, Mulder. Con i tuoi piccoli omini grigi".

"Alieni", tagliò corto il dottore."Tutto iniziò con gli alieni".

**
Ospedale militare di Bethesda, Maryland
40 anni prima.

Yuri stava lavorando ai risultati della sua ultima autopsia quando, dalla finestra del quarto piano vide gli uomini che scendevano dal sedan nero. Uno do loro, l'avrebbe poi conosciuto come Lynus March. L'identità degli altri sarebbe sempre rimasta nell'anonimato. Alcuni avevano l'uniforme e parlavano a nome del Dipartimento della Difesa. Il resto, apparteneva alla Biotecnologie Rousch. Non gli dettero la scelta di rifiutare quando gli offrirono in viaggio ad un magazzino del Nord Carolina. Non gli dettero nessuna spiegazione del perché e come conoscevano tutti i dettagli del suo lavoro. Trascorse tutto il tempo del viaggio in macchina pregando perché non lo rimpatriassero in Unione Sovietica. Anche gli attraversò nella mente l'idea che l'avrebbero accusato di spionaggio e condannato alla sedia elettrica. Non aveva mai avuto niente a che vedere con simili cose ma durante quel viaggio cercò di pensare ad un modo poco doloroso di suicidarsi se alla fine lo avessero deportato. Tornare a Mosca per essere accusato di alto tradimento per aver abbandonato il paese, non era una possibilità.

"Speriamo, dottor Guranov, che il nostro paese l'abbia ricevuto con la generosità adeguata. E' un onore poter contare con un cervello come il suo dal lato giusto della cortina".

Da molto tempo Yuri Guranov non credeva che ci fosse un lato giusto della cortina ma ad ogni modo annuì. Aveva un panico intenso e continuava a non comprendere a cosa si doveva tutto ciò. Glielo chiarì uno dei militari.

"Stiamo formando un'equipe per un progetto che è abbastanza in relazione con le sue ricerche. Ci piacerebbe poter fare affidamento sulla sua esperienza e il suo talento".

Tanta solennità e la promessa nascosta di quelle parole lo confusero ma mentre lo portavano verso una buia sala di riunioni con un gran tavolo ovale nel centro, non poté dire niente. Subito, gli uomini incominciarono a parlare. Sapevano tutto delle sue ricerche come lui stesso. Certamente, Yuri era cosciente di avere tra le mani qualcosa di straordinario ma non credeva d'aver richiamato l'attenzione delle alte sfere. L'unica cosa che faceva era cercare di curare i soldati che tornavano dalla guerra. I poveri bambini che erano stati vittime degli agenti chimici. Da un punto di vista medico i suoi risultati erano favolosi, ma continuava a non capire il perché di tanto interesse.

"Sappiamo che sta curando vari pazienti che sono stati esposti alle armi chimiche nel sud est asiatico. I suoi pazienti hanno sviluppato stati di confusione mentale e sono incapaci di entrare nella fase REM. In altre parole, non possono dormire".

Non sapeva perché cercavano di riassumergli il suo stesso lavoro ma non poté evitare di rispondere a quell'uomo.

"Tecnicamente non stanno svegli, in realtà. Non è che non possono dormire, ma che il loro stato mentale costante si mantiene a mezza strada tra lo stare svegli e lo stare addormentati".

Lo sguardo inespressivo che gli diressero lo fece sentire un idiota e desiderare che la terra lo ingoiasse. Cercò di trovare un pò di cameratismo nell'uomo senza divisa che gli avevano presentato come il Dottor March, ma lui schivava lo sguardo e stava attento ai discorsi degli altri uomini. Sembrava intensamente concentrato.

"Sappiamo anche che alcuni di questi soggetti hanno sviluppato una certa sensibilità parapsicologica accompagnata da una tendenza alla instabilità mentale".

Se non fosse stato così spaventato, Yuri avrebbe riso di quella forma di definirlo. I suoi "soggetti", come li chiamavano quegli uomini, battevano la testa contro i muri mentre si contorcevano tra le urla fino a provocare la loro morte. Avevano assalito gli infermieri strappando loro la carne dal collo con i denti o piantando nel loro viso le forchette di plastica del pranzo. "Instabilità mentale" era un modo eccessivamente blando per spiegare quello che la guerra biologica aveva fatto loro.

Per questo li aveva in cura. Per eliminare tutti quei disturbi. Mettere fine a quelle anomalie cerebrali che permetteva loro di sviluppare poteri paranormali, ma che non li lasciavano dormire e finivano col ammazzarli o farli impazzire.

"Questo stato di confusione mentale su cui lei fa ricerche, non è solo apparso nei soldati. Il dottor March lavora con pazienti che hanno sintomi simili. Per fortuna ha ottenuto di ridurre visibilmente l'aggressività in questi soggetti".

Per la prima volta, Yuri sentì la voce di Lynus March. Non la avrebbe dimenticata mai, nemmeno nei momenti più oscuri di quel progetto, quella voce così piena di segreti. L'aspettativa che ne sgorgava con un'energia contagiosa, il profondo timore di quegli stessi uomini che l'accompagnavano e lo finanziavano, ma soprattutto la passione. L'incontrollabile necessità di sapere, conoscere e dominare. Tutto stava nella sua voce e in quelle parole che gli diresse in quel enorme studio impersonale.

"I miei pazienti sono donne, dottor Guranov. Arrivarono qui con sintomi simili a quelli dei soldati che lei ha in cura. Abbiamo attenuto che non siano più un pericolo per se stesse e per gli altri" A volte doveva prendere fiato perché lo dominava la sua stessa eccitazione. "E' straordinario, dottore, le cose che possono arrivare a fare. Le loro capacità mentali continuano ad aumentare ogni giorno. Telecinesi, telepatia, chiaroveggenza". Si alzò in piedi e camminò intorno al tavolo, ignorando completamente qualsiasi cosa, eccetto la sua divagazione. "Prevediamo che è solo la sponda di un nuovo continente, dottore. Questo stato, tra la veglia e il sonno, si sta rivelando la chiave per arrivare al limite delle nostra capacità cerebrale. Ottenere cose che nemmeno ci sogniamo".

In quel momento, Yuri sentì un brivido gelato. Il dottor March parlava al plurale ma per tutto il tempo stava parlando a se stesso. Era un esperimento. Il suo sogno egolatra. La sua mania di persecuzione. Non sembrava esserci niente altro nella sua mente.

"L'unico problema e che non riusciamo ad ottenere un soggetto con la forza fisica sufficiente per sopportare il processo. Arrivati ad un certo punto dell'attività mentale, le donne crollano". Lottava con il modo giusto per esprimerlo e finalmente si dette per vinto. "Semplicemente, crepano".

Crepano. Quella parola avrebbe perseguitato Yuri per il resto dei suoi giorni.

"Forse, con la sua collaborazione, otterremo il soggetto perfetto, dottore. L'uomo nuovo che possa sopravvivere alla sua mente. Qualcuno che possa sopportare di essere un superuomo".

Anni dopo, quando Yuri ci pensava, si convinceva ancora di più che quel giorno, quando disse di sì e divenne il decimo scienziato ad unirsi a quel progetto, l'aveva spinto il terrore. Non la profonda paura che quegli uomini potessero farlo, ma al terrore. Il panico intenso che gli aveva ispirato Lynus March con le sue teorie sul superuomo. Se qualcuno voleva fare qualcosa di simile, lui voleva stare presente. perché immaginare quello che poteva star succedendo dietro le sue spalle, gli sembrava una prospettiva molto più spaventosa. Di fatti, questa era stata la ragione principale per la quale aveva lasciato l'URSS. In America, o almeno questo aveva creduto, i delitti erano ugualmente abominevoli ma, se non altro, uno poteva criticarli alla luce del giorno.Si rese conto troppo tardi che in America, come in Russia, i delitti conosciuti erano solo la punta dell'iceberg dei grandi crimini.

"Quello che non capisco", disse mentre firmava con il suo nome il contratto che lo univa a quella gente, " è perché queste donne hanno gli stessi sintomi dei soldati. Sono state vittime della guerra biologica?"

Si fece un silenzio in quel momento che era ciò che più rassomigliava alla morte in vita. La stanza divenne una tomba e Lynus March ruppe quel santuario con la sua voce e una certa lontana colpevolezza negli occhi.

"Rapite recidive", mormorò, "donne che trattiamo sono state sottoposte a degli esperimenti di cui non conosciamo i dettagli".

Con un filo di voce, Yuri ebbe la forza per chiedere.

"Chi ha fatto gli esperimenti?".

E allora seppe tutta la verità nel suo insieme. E si rese conto che non aveva firmato quel contratto solo con l'inchiostro, ma con il sangue della sua anima.

"Forze extraterrestri", disse Lynus March, mentre gli uomini in nero stavano zitti." Queste donne sono state a contatto con esseri di un altro mondo, dottore e il loro stato mentale è il risultato di questo contatto".

**
Casa di Yuri Guranov
08:20 a.m.

Yuri viaggiava facilmente per i ricordi. In qualche modo, sentiva che aveva svolto il ruolo che doveva essere di Lynus ma sentiva anche che attraverso di lui, il suo vecchio collega stava parlando alla figlia della sua scienza. Forse il perdono per i peccati che avevano commesso in nome della conoscenza era quello di cui avevano bisogno Lynus e lui per riposare in pace. Forse avvertendolo, Eve ascoltava attenta, senza fare domande, assorbendo l'informazione tanto rapidamente come poteva senza comprenderne ancora la portata. Intuendola.

"Il cervello umano non si spegne mai", proseguì, "ma la sua attività diminuisce durante il sonno. Lynus voleva ottenere che quelle donne potessero dormire, riposare in qualche modo affinchè i loro cervelli non si spegnessero così presto"

"E ci riuscì?" La domanda venne dalla donna con gli occhi severi, ma il suo compagno sembrava dividere lo stesso dubbio.

"Solamente con la seconda generazione", si affrettò a rispondere Yuri, cercando lo sguardo della ragazza. Vedendo il riconoscimento nei suoi occhi.

"Una di quelle donne era mia madre", disse Eve. Presupponendolo, quasi terrorizzata.

"Biologicamente parlando, sì. Geneticamente parlando, le tue madri erano diverse di loro. Utilizzammo diverso materiale genetico per creare gli embrioni modificati". Usò il plurale a proposito e gli fece male vedere la speranza sul viso di Eve. Ansia per incontrare altri come lei. Qualcuno che potesse dividere la sua affascinante maniera di vedere il mondo attraverso quella mente soprannaturale di cui era dotata.

"C'è dell'altro?", domandò.

Yuri prese aria. Gli stava costando un grande sforzo parlare tanto. Si stancava ancora quando doveva discutere in un idioma diverso dal russo per molto tempo. " Come te , gli altri avevano bisogno di stare sotto farmaci". Si alzò e andò verso il lavello per lasciare la sua tazza e si servì di un sorso d'acqua.Aveva la bocca secca e lo faceva diventare nervoso l'esame severo di Krycek."C'era da ridurre il vostro metabolismo affinchè poteste riposare. Ma così non potevate controllare i vostri poteri, così che l'industria voleva che voi lasciaste i medicinali. Nessuno sopravisse al processo". Lasciò il bicchiere sul marmo della cucina e si portò la mano al petto. Il suo cuore stava lavorando a marce forzate. "Rimani solo tu".

"Per questo mi cercano".

Yuri assentì, senza smettere di sorvegliare con la coda dell'occhio gli agenti dell'FBI che si scambiavano occhiate come se tenessero un'eterna conversazione senza parole."Hanno molti piani per te quando potrai controllare tutti i tuoi poteri. Si aspettano risultati e per questo vogliono che ti svegli". La cucina era piccola e Yuri si appoggiò sul vetro della porta che dava sul giardino. Era troppo vecchio per tanta agitazione.

"Di nuovo con questo". Eve socchiuse gli occhi e Krycek la guardò con ancora più attenzione, valutando le sue reazioni. "Ora sono sveglia", disse alla fine.

Yuri prese aria così intensamente come poté. Aveva la sensazione che stesse correndo da decenni e ad un metro dalla meta incominciava a sentire la stanchezza.

"No, Evie. Non lo capisci". La luce del mattino gli riscaldava la schiena attraverso il vetro."Ora sei addormentata".

Prima che Eve potesse pronunciare uno spaventato"che?". Yuri sentì chiaramente come si rompeva il vetro con un rumore sorso e che l'invadeva, improvvisamente, una strana calma che gorgogliava nel suo cuore. Quando si guardò la mano e vide come si tingeva la camicia e il rosso colorava le sue dita, comprese che non era calma, ma sangue.

Sto morendo, pensò. E sentì pace, che si estese per il petto insieme come il sangue che gli bagnava il cuore e disegnava la sua figura sul vetro della porta. La pace più grande di quella che avesse sentito mai in tutta la sua vita.

Intorno a lui il mondo perdeva chiarezza e la cucina si riempiva di fumo.

**
Casa di Yuri Guranov
08:30 a.m.

Nello stesso istante che la prima pallottola si scontrò con il vetro e attraversò il petto del dottore, Alex Krycek sentì l'adrenalina. Che gli si estendeva nel sangue e mettendo in azione ogni parte della sua atletica figura. Riconobbe il primo e più nitido dei suoi effetti. Era qualcosa di curioso che gli succedeva sempre in momenti così. Il tempo si trasformava. Si fermava e si accelerava allo stesso tempo. Da un lato il suo corpo sembrava andare a mille all'ora e dall'altro, aveva la sensazione di stare vivendo tutto attraverso un vetro blindato che gli serviva da giubbotto per ammortizzare l'improvvisa accelerazione delle cose.

Fece tutto senza pensare. Slanciarsi su Eve per farla cadere per terra. Usare le gambe per buttare a terra il tavolino di plastica e creare difficoltà al cecchino. E quando iniziò a respirare fumo e sentire il bruciare nei polmoni, prendere la prima cosa che trovò a portata di mano- qualcosa di simile ad una teiera di metallo- e lanciarla sulla finestra per rompere il vetro.

Doveva smettere di respirare. O quella porcheria gli avrebbe distrutto il corpo. Non poteva vedere niente. Poteva solo ascoltare quello che sembravano vari colpo di tosse. Gli venne in mente che Eve stava troppo quieta sotto di lui e si concentrò di più per sentire se respirava. Il suo petto si manteneva quieto contro la sua schiena, ma emanava calore ed era tesa.

Non le avevano sparato, semplicemente stava cercando di non respirare quel veleno.

Ed era ogni volta più difficile.

L'unica possibilità era uscire strisciando dalla cucina verso il salone. La qual cosa, doveva essere il piano del tiratore dal principio. Trascinarli uno ad uno fin lì per poter farla finita con loro.

Si potevano dire molte cose del compagno Korodenko ma era un magnifico cacciatore.

Krycek chiuse gli occhi e disegnò mentalmente il percorso fino al salone. Non avrebbe retto ancora per molto senza aria pulita nei polmoni. Quello era un inferno e l'unica cosa sicura era che Nicholas non avrebbe messo in pericolo la vita di Eve.

Con l'ultima aria che gli rimaneva Krycek si avvicinò al suo orecchio e calcolò le possibilità che tutto riuscisse bene.

Poche. Veramente poche. Si trascinò verso la porta come un topo mentre il fuoco interno minacciava di fargli scoppiare il petto da un momento all'altro.

**

Topi. Che si trascinano nella melma delle fogne. Ce n'erano molte nel rione di Nicholas a Mosca e negli inverni precedenti alla perestroika li aveva osservati mentre aspettava il momento opportuno per dar loro il colpo di grazia. Vivi, erano immondizia serpeggiante, ma morti, erano la differenza tra il morire di fame o tirare avanti un poco in più in quell'inverno gelato senza riscaldamento.

Mai, nessuno di quei topi aveva avuto i meravigliosi occhi verdi di Alex Krycek che cambiavano di colore e diventavano più scuri per il piacere o per il dolore. Per questo farla finita con lui, sarebbe stato il colpo più appagante di tutta la sua vita. Nicholas lo aspettava con ansia ed evocava le urla acute degli animali quando morivano. Aveva sparato dal giardino e lanciato del gas per poi correre subito verso il salone. Attraverso la maschera antigas esaminò il terreno e guardò verso la porta della cucina con l'arma rivolta verso l'alto.

**

In una decina di secondi, l'atto più semplice di tutti, il gesto più lieve, poteva convertirsi nella tortura più angosciosa e la morte più letale. Respirare. Un atto incosciente, un movimento istintivo era, improvvisamente, un dolore insidioso che si estendeva per tutto il corpo come una fiammata corrosiva. Dana Scully sentiva che respirava liscivia e ammoniaca e il suo corpo risentiva ad ogni movimento come se fosse tornato il peggiore dei suoi incubo del periodo della chemioterapia. Si era buttata addosso al dottor Guranov nell'istante che aveva udito lo sparo e aveva visto il sangue sulla sua camicia, che si estendeva come una marea inarrestabile. Ma prima di potergli prendere il polso e verificare la traiettoria del proiettile, sentì un rumore secco sulla testa e la cucina si riempì di fumo in un istante. Quando si rese conto che non avrebbe dovuto respirare nemmeno una volta, già era troppo tardi e la sensazione acida le bruciava le vie respiratorie. Non poteva permettersi di aprire gli occhi e sotto le sue dita sentiva il corpo inerte di Yuri Guranov. Lo afferrò con forza e lo trascinò fino all'interno della cucina, in modo che la porta d'uscita restasse libera e si potesse uscire nel giardino posteriore.

Mentre perdeva conoscenza pensava a Mulder.

 

Non respirare, pensava e la sua agonia si moltiplicava per mille.

**

Eve si trascinava verso il salone e cercava di trovare un spazio respirabile in quell'inferno. L'odore le ricordava l'orfanotrofio. Le donne che pulivano le aule erano solite utilizzare un miscuglio schiumoso di saponi industriali per le pulizie trimestrali e una di quelle volte, mentre giocava a nascondiglio, Eve era rimasta chiusa in un armadio ed era svenuta a causa di quel veleno liquido. Ebbe fortuna che la trovarono in tempo. Forse per quel ricordo trattenne la respiro istintivamente prima che il fumo penetrasse nei suoi polmoni. Poteva sentire un sapore chimico nel palato e la superficie della lingua, ma il fuoco non aveva invaso i suoi polmoni e poteva continuare a muoversi.

"Nel salone" le aveva detto Krycek. E lei cercava di obbedire perché nelle sue parole la sopravvivenza diventava un ordine urgente e vitale che non si poteva ignorare.

Quando la mancanza d'aria divenne un dolore acuto, Eve si appoggiò contro il sofà e respirò un'enorme boccata. Mossa da un atto istintivo aprì gli occhi per vedere se avesse respirato aria limpida o avvelenata e allora vide l'uomo enorme con la maschera all'altro lato della stanza, che la guardava attentamente. Prima che potesse muoversi, la figura le si avvicinò e sentì l'abbraccio mortale del suo corpo. Più asfissiante di tutto il gas del mondo.

 

**

Situazioni estreme, creano alleanze estreme.Solo così si poteva spiegare che in quella camera a gas Fox Mulder fosse disposto ad aver fiducia nel piano di un parassita come Krycek. Anche se, nemmeno aveva avuto l'opportunità di dire di no. Tutto era successo troppo in fretta. Per primo lo sparo al dottore e Scully che si muoveva verso di lui. Eve che gridava e il vetro che si rompeva. E poi il fumo, troppo in fretta per dargli il tempo di reagire. Il tavolo che cadeva e un'altra rottura di vetri. E poi, il fuoco. Non nella cucina, ma nei polmoni. Allora trattenne l'aria e cercò di trovare Scully con lo sguardo ma era tutto troppo scuro e prima che avesse il tempo di decidere che fare o capire che stava succedendo, sentì una spinta.

Lo tiravano verso in giardino. Krycek lo tirava verso il giardino ed il suo primo impulso fu resistere. Non lo fece.

Situazioni estreme, richiedevano misure disperate.

Cercò di prendere in esame quella spinta e il suo significato e vide la porta del giardino, impregnata di sangue. Secondo i suoi calcoli doveva esserci Guranov che la bloccava ma, tra il fumo, non gli sembrava di vedere nessun ostacolo.

Nemmeno Scully, pensò, mentre l'adrenalina l'accendeva come una torcia.

Senza scambiare parola e con il suo ultimo respiro, si slanciò sulla porta allo stesso tempo di Krycek. Incapace di resistere alla forza di due uomini, la debole struttura di legno cedette e caddero nel giardino.

**

Solo un topo. Questo NON era quello che Nicholas aveva pianificato ma nemmeno poteva permettersi il lusso di lasciarla andare. Era la sua unica carta e doveva stringerla con forza per quanto lei si contraesse e lottasse contro di lui. Il gas, per fortuna, l'aveva debilitata e lui pesava quattro volte di più di quella magro rettile. Era così sicura stretta nel suo braccio, come poteva esserlo in prigione. Con l'arma rivolta verso l'alto, Nicholas avanzò verso la cucina con la schiena contro il muro. Nell'interno, vide il caos della sparatoria, la nuvola di fumo e il cadavere rosso di sangue del vecchio dottore. Vicino a lui l'agente del FBI aveva perso i sensi. Avrebbe avuto bisogno di dieci o quindici minuti almeno per riprendersi e questo lasciava a Nicholas con due tiratori che potevano essere in qualsiasi posto.

Attivò il detector del movimento della maschera affinché il lettore digitale potesse dargli un movimento preciso delle sue prede.

Doveva solo aspettare e sparare.

Con la forza caucasica delle sue enormi braccia, Nicholas legò le mani di Eve dietro la schiena e trascinò il corpo immobile di Scully verso il salone.

**

Mulder non sapeva cosa fosse peggio. Se tossire e richiamare l'attenzione dell'aggressore che era stato sul punto di asfissiarli o continuare a trattenere la voglia di farlo e finire di scoppiare d'agonia. Ingoiava saliva convulsamente e gli lacrimavano gli occhi fino al punto che gli era difficile mettere a fuoco. Tutto ciò che voleva era tornare indietro per Scully e togliersi Krycek dai piedi. Quel topo non smetteva di spingerlo lontano dal giardino e la sua capacità di movimento era così dimezzata a causa del gas che non poteva resistergli. Gli costava fatica anche capire i suoi ordini.

"Dobbiamo entrare per la porta principale. Sicuramente ha già preso Eve. Entro io, tu mi copri".

Maledetto colonnello delle tenebre, perché aveva deciso di prendere il comando? Schiarendosi la voce, Mulder riuschì ad articolare qualche suono.

"Devo tirare fuori Scully da lì".

Stava cercando di farlo, girandosi in direzione della cucina, quando sentì la pressione del braccio di Krycek su di lui. Trattenendolo.

"Poi", grugnì. Anche a lui gli lacrimavano gli occhi, ma sembrava aggressivamente pieno di forza.

Quando la sua vita era cambiata tanto da obbedire agli ordini dell'assassino di suo padre? Mulder fece forza contro il suo braccio. Non avrebbe lasciato Scully lì da sola. Ogni secondo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

"Merda, Mulder! Non morirà!" aveva un'arma in mano ma non lo teneva sotto tiro. "Questa merda è MX1577. E' tossico ma non letale. Non è lei quella che ora è in pericolo"

Non gli stava mentendo. Mulder non poteva spiegare come lo sapeva ma la sincerità sgorgava da lui come non l'aveva fatto in nessun momento della sua vita. La vita di Eve era in pericolo e per qualche motivo, sicuramente sinistro, Krycek considerava suo dovere proteggerla.

"Se accade qualcosa a Scully, Krycek, ti ammazzerò e lo sai" Mulder estrasse la sua pistola e tolse la sicura." Forse dopo mi farò saltare le cervella ma prima mi assicurerò che tu abbia una morte dolorosa". Non parlava per scherzo e Krycek avvertì la minaccia nella sua voce.

"Stupendo. Assicurati che questa bestia non ti ammazzi prima".

Con le pistole sfoderate, corsero verso la porta principale. Da lontano a Mulder sembrò di sentire il suono di enormi pale che si agitavano al vento. Vicino alla porta principale, la finestra del portico permetteva una vista laterale dell'interno. Scambiandosi un'occhiata d'approvazione con Krycek, Mulder guardò dentro e abbassò la testa meno di due secondi dopo.

Il cuore gli batteva a mille all'ora.

Quella cosa con maschera antigas e occhiali riflettenti non aveva solo Eve.

"Ha anche Scully", gemette."Le ha entrambe".

Krycek tardò un eterno secondo a rispondere. Quando lo fece ebbe la sensazione che il maremoto interno della sua mente si fosse fermato e cristallizzato in forma d'idea. Si portò una mano alla schiena e tirò fuori un'altra pistola che doveva essere stata lì durante gli ultimi tre giorni.

"Qualche volta bisogna perdere una battaglia perché gli altri vincano una guerra".

Gli tese la pistola e quando Mulder raggiunse la mano per prenderla, Krycek la ritirò e lo inchiodò con uno sguardo carico di serietà omicida." Scully non muore", disse "Ma nemmeno Eve", aggiunse.

**

Così come gli aveva detto il dottore, il trasporto stava arrivando. Nicholas poteva sentire le eliche dell'elicottero all'orizzonte. Ad entrambi i lati della porta principale , poteva anche osservare qualcosa di altrettanto o più interessante. Un paio di figure si erano collocate a sinistra e a destra e dalla lettura del monitor sembrava che tenessero un'arma in mano. E aspettavano. Il fumo si era dissolto e Nicholas si tolse la maschera con un movimento rapido, lasciandola cadere per terra. La caccia non aveva divertimento se il tuo nemico non poteva vedere l'espressione dei tuoi occhi un attimo prima della sua morte. La ragazza continuava a cercare di liberarsi, ma il braccio di Nicholas si strinse sulla curva del diaframma e dovette smettere o rischiare di finire di respirare. Aveva un giubbotto antiproiettile, ma anche così, si mise la ragazza giusto davanti a lui. Lei sì che era lo scudo perfetto. L'altra, la donna rossa del FBI, giaceva a terra a pochi centimetri da lui e la sua arma mirava con precisione la testa di lei.

La porta cadde con un calcio e le figure si affacciarono velocemente, pistola alla mano.Era la prima volta dopo vari anni che Nicholas aveva davanti l'unico uomo che era riuscito a tradirlo e vivere per raccontarlo.

Sudato per il panico e l'adrenalina, con i vestiti sciupati dall'uso e la strada e un braccio in meno dell'ultima volta che si videro, Alex continuava ad essere una deliziosa opera d'arte. Non era solo un topo, era il più attraente re dei topi. E lo guardava fisso, mirando al suo petto, che era protetto dalla ragazzina.

L'elicottero si sentiva sempre più vicino.

**

Quegli occhi d'acciaio grigio con quell'espressione di lasciva crudeltà e privi d'emozioni che Krycek conosceva così bene, gli penetravano l'anima e lo interrogavano in silenzio. C'era odio in quello sguardo, una rabbia tangibile che pretendeva di minacciarlo.

"Arrivi tardi alla festa, Alex".

Krycek non si disturbò a rispondere. Era occupato a valutare la situazione e calcolando l'espressione di panico che si era disegnata negli occhi iniettati di terrore di Eve. Due paia d'occhi che lo guardavano. Due minacce diverse. Due domande silenziose. E la pistola automatica del suo antico compagno che puntava direttamente un'incosciente Scully. Senza di lei, ovviamente, Mulder non era una possibilità sulla quale si potesse contare. Korodenko lo teneva stretto per le palle e la sua arrogante espressione bionda era la dimostrazione più ovvia della sua superiorità.

"La mancanza di puntualità è un vizio così americano..." Lasciò cadere le parole con studiata lentezza "Mi deludi".

Eve gli serviva da scudo. Era impossibile sparargli senza colpirla. Krycek era un buon tiratore ed era sicuro che Mulder nemmeno era cattivo, ma uno sparo era impossibile. Non c'era il bersaglio. E Nicholas sapeva bene che nessuno dei due avrebbe sparato contro Eve. Stavano nelle sue mani, nelle sue fottute, psicotiche mani.

Fermi nel tempo come marionette.

"Non puoi ammazzarla e lo sai" Quanto tempo ancora fino a che quell'elicottero che si sentiva distante fosse atterrato in qualche piazzola vicina o in mezzo alla strada deserta e truppe d'assalto dessero fuoco alla casa? Non molto a giudicare dal rumore delle eliche.

Korodenko fece ancora più pressione con il braccio su Eve. Ad alcuni centimetri sulla destra Krycek poteva sentire il respiro agitato di Mulder e la sua disperazione diretta a Scully.

"Nemmeno devo portarla intera, tovarich", suggerì, in un tono che cercava d'imitare i serial killers che doveva aver visto per televisione nella sua fottuta topaia a Mosca. "Vuoi tenerti un suo braccio? Ne avevi due l'ultima volta che ci siamo visti" Il suo sguardo si indurì e tolse la sicura all'arma con cui teneva sotto tiro Scully, coricata e immobile davanti a lui. Il respiro di Mulder divenne più intenso, simile all'alito di una bestia medievale." Ti ricordi di quella volta, Alexander?"

"Certo. Mi diventa duro se ci penso."

Korodenko cercò di simulare con una risatina nervosa l'odio intenso che sentiva. "Certamente si".
Il maledetto elicottero si sentiva praticamente sulle loro teste e gli occhi di Eve, i normalmente placidi, sorridenti, sereni e contemplativi occhi di Eve, gli stessi che osservavano il mondo da una confortevole illusione e perdonavano il male con l'assenza di morale che la convertiva nel più bello degli angeli, si erano tinti di un'angoscia estrema. Perforavano con insistenza lo sguardo di Alex come se supplicassero qualcosa che non sapevano identificare.

"Mi piacerebbe continuare a parlarne, ma credo che sia arrivato il mio taxi. Consideralo come il tuo carro funebre".

In quel momento Alex Krycek desiderò avere poteri psichici. Desiderò poter trasformare la sua mente in una radio cosmica e gridare a Eve quello che doveva fare. Era molto semplice, in realtà doveva mantenersi in vita. A qualsiasi prezzo. In qualsiasi modo.

**

Il tempo si stava allungando come una gomma gigante masticata per l'eternità da qualche regista celeste. Tutto era fermo e i minuti non avanzavano. Scully era per terra e non si muoveva e quell'enorme pezzo di carne russa mirava al suo cervello. Un movimento del suo dito. Questo era tutto ciò che mancava per un orizzonte che Mulder nemmeno poteva osare dipingere. Non poteva pensarlo, in realtà. Non era un'opzione. Quando qualcuno usava Scully come ostaggio, Mulder era virtualmente annullato. Era, disgraziatamente, un fatto di dominio pubblico se li convertiva nella migliore arma contro l'altro.

"Questo è l'accordo, Alex. Lascia la pistola e buttala a terra o l'agente Scully non si sveglierà mai più".

Se non lo faceva, Mulder giurò a se stesso una tortura senza limiti prima di ucciderlo. Per sua fortuna, lo fece senza pensarci troppo.

"Tutte le pistole, Alex".

Dalla sua gamba destra, Krycek tirò fuori un'altra pistola più piccola che mise vicino a lui.

"La schiena", ordinò il cacciatore

Senza dire parola, Krycek si portò la mano dietro e lasciò cadere al suolo la terza arma. Mulder continuò a pregare per Scully a qualsiasi dio nel quale lei credeva.

"Questo è l'accordo, agente Mulder" Gli inespressivi occhi metallici del cacciatore si girarono verso di lui " Non sono venuto per uccidere lei e la sua compagna. Quello che farò è uscire di qui con la ragazza e montare su quell'elicottero e voi potete andare via".Indicò Scully con la sua arma e con un certo disprezzo misogino." Lei si sveglierà tra dieci minuti ed io potrò ritirarmi in Polinesia". Quando disse l'ultima frase, i suoi occhi grigi si riempirono di un'emozione fiammeggiante. "Conoscendo la sua storia passata, suppongo che non le dispiacerà che io ammazzi il nostro comune nemico, vero?".

Mulder sentiva le gocce di sudore che gli cadevano dalla fronte. Stesa al suolo, Scully gli chiedeva in silenzio di fare la cosa più sensata. Ma, disgraziatamente, quando si trattava di salvare la sua vita, lui non faceva mai la cosa più sensata. Faceva pazzie.

"Ho solo una cosa da obbiettare al piano", gemette Mulder, cercando di controllare il proprio tremito.

Primo che il russo potesse reagire, si girò e guardò negli occhi carichi di profondità del suo vecchio nemico. Non soppesò le possibilità perché non c'erano possibilità da soppesare. Doveva fare qualcosa e questo era tutto. Con un solo movimento del dito premette il grilletto una volta. Non c'era bisogno d'altro per attraversare il cuore di qualcuno e ammazzarlo.

Krycek si portò la mano artificiale al petto e cadde quasi immediatamente dopo. Nell'istante che battè contro il pavimento, Mulder vide il sangue sulla sua mano e sentì il grido di Eve che gli graffiava l'anima come niente l'aveva fatto prima. Era il grido di una animale moribondo, di un'innocenza interrotta. Seppe che non avrebbe mai dimenticato quel grido finchè fosse vissuto.

"Dovrei ammazzarla per avermi rubato il piacere, agente Mulder" L'espressione del russo si era svuotata di sangue e si era convertita in una maschera gravata di strane emozioni. Tra le sue braccia Eve guardava impallidita il cadavere di Krycek. "Purtroppo, non ho tempo".

Con la ragazza tra le braccia, servendosene come uno scudo, uscì dalla casa verso l'elicottero senza contrassegno che aspettava in mezzo alla strada. Le eliche giravano come immensi uccelli preistorici, riempiendo la via deserta con il loro rumore assordante e facendo turbinare la polvere del suolo in spirali senza pietà.

Sogni

La morte non è un momento, ma un processo. La mia, la mia morte, iniziò nello stesso istante che il proiettile perforò il vetro della cucina e mi attraversò il cuore. Allora notai che stavo incominciando a morire, intossicato in una calma placida che mi avvolgeva per dormire. Mi accomiatai da me stesso con un semplice, "addio, Yuri" e aspettai che tutto terminasse. Ma ora che non respiro più e posso vedere il mio corpo sul pavimento di casa mia, so che continuo a morire, scivolando verso l'eterno nel quale ho smesso d'essere e divento una parte delle cose che non sono mai esistite.

Lynus mi aspetta. Non posso vederlo, almeno fisicamente, ma sento la sua presenza vicina, senza peso e assente. Sento anche le cose del mondo dei vivi ma, paradossalmente, non ho troppo interesse ad osservare la fine di questo dramma. Credo che questa sia la missione di Lynus perché Eve è stata sempre il suo progetto più personale. Io, semplicemente, sono stato lo sguattero della sua cucina tecnologica. Secondario nella ricerca della verità. Così che, alla mia morte, non penso a lui, né al progetto, né a niente. Curiosamente, penso solo alla Russia, amata, abbandonata, rimpianta casa della mia infanzia.

E come la morte non ha corpo, né tempo, né essenza, è lì dove scelgo di tornare nel mio ultimo istante. Andai via da Pietroburgo decenni fa e mi sembra ieri. La neve continua a posarsi sui tetti delle case e c'è un lago gelato sul quale ero solito pattinare pieno di bambini che pattinano ancora e non possono vedermi perché i fantasmi non si vedono, anche se si avvertono.

L'ultima volta che sono stato qui, andavo via in una macchina diplomatica con quaranta gradi sotto zero e documenti falsi. Io ero uno dei grandi cervelli della madre patria, che fuggivano dal ricordo di Stalin, copilota di un'avventura che mi allontanava per sempre dalla steppa gelata della mia memoria. La macchina per la fuga era di proprietà di un alto funzionario del Soviet Supremo che, come me, fuggiva all'altro lato della cortina invisibile che non è stata mai e ne tornerà ad essere invisibile per noi. Si chiamava Boris Karlovich Krycek e viaggiava con sua moglie, una bellezza glaciale dagli occhi verdi che contrastava violentemente con il colore olivastro del marito.

E' curioso che anni dopo, quando il rimorso e la paura mi portarono ad abbandonare il progetto, fosse lo stesso uomo che mi aiutò a fingere la mia morte. Boris era solo un altro rifugiato nell'America dei successi ma ci univa una sinistra fratellanza orfana di patria e lui aveva ancora i contatti per aiutarmi. Non fece domande e non dubitò nemmeno per un istante. Come suo figlio, era implacabile una volta che prendeva una decisione, anche se, al contrario del suo primogenito, non gli piaceva prendere decisioni.

Il giovane Alexander mi trovò solo qualche mese fa. Forse aveva saputo che ero vivo da suo padre o forse no..non l' ho mai domandato perché ho sentito cose di lui che m'indussero a pensare che non era il genere d'uomo che si senta a suo agio con un interrogatorio. Mi sorprese vederlo vestito da civile perché immaginavo che stesse nell'esercito, e mi sorprese ancora di più che sapesse della mia relazione con la Biotecnoligie Rousch ma continuai a non fare domande. Sapeva molto su Eve e il progetto ma non tutto. Mi avvertì che l'industria sospettava di Lynus e che tutto poteva crollare molto presto. Non so quali contatti abbia, né per chi lavora perché, come suo padre, Alex Krycek, è figlio perfetto della guerra fredda, che lavora per tutti e per nessuno tranne che per se stesso.

Solo so che nel momento della fine, tutto ha perso la sua importanza, tranne questa visione che si presenta davanti a me. Questa Russia della mia infanzia in cui pattino sulla superficie gelata del lago e Pietroburgo che mi aspetta da lontano, con i suoi tetti innevati. Che viaggio lungo per tornare a casa, penso. E continuo a morire e morire.

**

Luogo sconosciuto
09: 00 a.m.

Eve sorvolava il mondo e la sua solitudine. Il rumore delle pale era assordante e le martellava il cervello come un trapano gigante. Aveva perso completamente la nozione del tempo e non aveva più forze per continuare a scalpitare, né gridare, come aveva fatto nei primi momenti della sua cattura. Aveva le mani legate dietro le spalle con un paio di fredde manette metalliche, ma in realtà, i suoi sequestratori non avevano nessun motivo di prendersi il fastidio.

Una volta che la realtà di quello che era successo in casa del dottore passò per la sua testa, si rese conto che non aveva intenzione di fuggire.

Non aveva voglia di fuggire.

Né la volontà di farlo, se l'avesse voluto.

Non aveva niente.

Tranne che freddo. Un freddo apatico e intenso che l'aveva congelato nello stesso istante nel quale Alex Krycek era caduto al suolo morto davanti a lei. Man mano che passavano i minuti, quella sensazione congelante era diminuita senza sparire. Tutto quello che sentiva mentre l'elicottero continuava la sua rotta verso l'ignoto e quegli uomini vestiti di nero la guardavano era un intorpidimento vago che interessava tutte le sue funzioni vitali.

Non voleva pensare,

Non voleva sentire.

Voleva rimanere per sempre in quell'uccello di ferro, vedendo passare il tempo. Stava incominciando a capire quello che il dottor Guranov le aveva detto. Effettivamente, Eve aveva gli occhi aperti, ma non era ancora sveglia. Era addormentata. Quasi morta, in verità. Era l'unico modo di sopportare il dolore senza dolore.

Lynus era morto. E il dottor Guranov. E, specialmente, Alex Krycek, l'essenza stessa della vita e delle sue esigenze urgenti, era morto. E con lui erano morti la violenza e il sesso e tutte le cose che erano state vive dentro di Eve durante gli ultimi tre giorni. Aveva senso che anche lei presto sarebbe morta. Non era tanto. Non aveva paura. Si sentiva abbastanza bene perché bene era tutto quello che poteva permettersi.

Prima che Mulder gli sparasse nel petto, il cervello di Alex le aveva inviato un segnale, una specie di grido senza parole che Eve aveva compreso nitidamente. Le aveva ordinato di sopravvivere. A qualsiasi costo, le aveva gridato.

Ma, perché avrebbe dovuto voler sopravvivere? Quello che voleva era volare in quella macchina e continuare a volare fino a sfumare nell'eternità. E in quel viaggio finale, voleva pensare a degli occhi di smeraldo che guardavano con desiderio e le facevano rizzare la pelle del corpo. A un corpo teso e abbronzato, forte e muscoloso che colpiva il suo e l'avvolgeva in umidità e piacere mentre pregava in russo la sua affascinante collera. Questo. Questo sarebbe stato il suo ultimo pensiero. Lo aveva già deciso.

Gli occhi metallizzati di Nicholas Korodenko la osservavano continuamente. Eve chiuse le palpebre per evitare quel fastidioso esame e ad un certo punto, perse i sensi.

**
Casa di Yuri Guranov
09: 00 a.m.

Dana Scully stava sognando. Nel suo sogno, viaggiava in un furgoncino nero e Mulder era nel suo stesso letto. Poi, arrivavano ad una casa e lei incominciava a sentirsi arrabbiata, ma ad un certo punto della collera incominciava a bruciare e dalle sue fiamme nasceva un bacio che accendeva tutto. Un bacio con il quale Mulder la castigava, l'obbligava ad aprire per lui tutto il suo corpo, tutta la bocca, tutte le labbra, tutte le sue solitudini e i suoi timori. Crepitando, bruciando per estinguersi nelle sue stesse braci e riempirla di fumo. C'era fumo ovunque. E uno sparo, credeva di ricordare. E poi niente. Tutto che diventava irreale eccetto una voce. Una voce familiare che le attraversava la mente dall'interno e l'obbligava a svegliarsi, scuotendo le sue spalle con forza.

"Scully, sono io" sentiva."Svegliati, per favore" diceva la voce."Scully, svegliati", proseguiva, in una rituale litania. Non voleva obbedire e svegliarsi, voleva arrendersi al sonno e alla stanchezza e rimanere lì ovunque fosse, ma il timbro familiare di quegli ordini attivava un sistema nel suo corpo che non le dava la possibilità d'ignorarlo. Doveva prestare attenzione alla voce. Doveva svegliarsi.

Aprì gli occhi facendo uno sforzo enorme ma non riusciva a vedere chiaramente e la persona a cui apparteneva la voce appariva e scompariva davanti a lei, mettendosi a fuoco e dissolvendosi.

"Scully, sono io", le sembrò di udire."Stai bene?".

Preoccupazione. C'era un'intensa preoccupazione in quella voce familiare. Non le faceva piacere farlo preoccupare e si obbligò a fare uno sforzo per parlare ma tutto ciò che ottenne fu un agitare il capo su e giù. O questo fu ciò che cercò di fare. Il risultato fu un movimento abbastanza più esteso. Ogni centimetro della testa le pesava una tonnellata. Che le era successo? Facendo uno sforzo per mantenere gli occhi aperti, socchiuse le palpebre e guardò intorno, riconoscendo vagamente la moquette e il divano. Le sembrava di riconoscere quel salotto. Le sembrava di ricordare che Mulder l'aveva baciata in quel salotto.

O lo aveva sognato?

"Mulder..."mormorò, dal fondo della gola. Si pentì prima di finire la frase. Un frastuono le invase i polmoni e si lasciò trasportare da uno spasmo involontario di un attacco di tosse. Santa Maria di Dio. Le parole erano di fuoco, le bruciavano tutto il tratto tra la bocca e lo stomaco. Si appoggiò a Mulder e sentì come le accarezzava la schiena con il palmo delle mani mentre le sussurrava a voce bassa di stare tranquilla. Ma la tosse le bruciava la trachea e il bruciore le provocava la tosse. Era un circolo vizioso che non poteva fermare.

"Vado a prenderti un bicchiere d'acqua. Tranquilla".

Detto questo, Mulder si alzò immediatamente e andò sparato verso la cucina. Mentre sentiva il rumore del rubinetto attraverso il suono secco e roco della sua tosse, Scully si guardò intorno cercando disperatamente di ricordare tutto e orientarsi. Il fumo si era dissolto ma le finestre erano sporche e piene di polvere, come se un enorme ventilatore avesse sparso immondizia dappertutto. La porta sulla strada era mezza aperta e di fronte a lei, Alex Krycek giaceva morto.

L'attacco di tosse si fece più intenso quando Scully cercò di assimilarlo.

Krycek era morto?

Mulder arrivò con un bicchiere d'acqua e si accovacciò vicino a lei." Bevi piano", le ordinò con dolcezza." Sei stata cinque o dieci minuti svenuta. Credo che sia una specie di gas lacrimogeno".

Non voleva bere piano. Voleva sapere. Dove stava Eve? perché Krycek era morto? Chi aveva sparato al dottore? Ma era incapace di farlo capire a Mulder mentre lui continuava ad essere così preoccupato per lei. La irritava il suo paternalismo ma per potersi riprendere, doveva ingoiare poco a poco e sentire il sollievo dal bruciore ad ogni sorso di liquido. Quando stava per finire il contenuto del bicchiere le sembrò di poter parlare di nuovo, la spaventò un movimento nella stanza e si girò violentemente, procurandosi uno strappo nella nuca.

Chiuse gli occhi per il dolore acuto. Quel gas doveva aver interessato anche i muscoli. Era tesa come una corda di violino. Cercò di rilassarsi ma non poteva riuscirci senza sapere quello che stava succedendo.

"Non credere che non abbia visto il tuo viso mentre mi sparavi, Mulder" Aprì gli occhi immediatamente. In piedi vicino alla figura accovacciata di Mulder, c'era Krycek. Con la stessa espressione indomabile di sempre. Sanguinava dal petto. Vivo. " C'era piacere in quel viso".

"Non tentarmi. Krycek", grugnì Mulder vicino a lei. Continuava a massaggiarle la schiena, anche la tosse era completamente scomparsa. "Hai avuto abbastanza fortuna che il tuo piano abbia funzionato e Korodenko non ti abbia sparato prima di me".

Alla fine Scully riuscì a trovare la forza e articolare dei suoni. Continuava a sentire dolore ma poteva controllare il bruciore. "Che cosa è successo?"

Mulder le fece un riassunto, guardandola fisso negli occhi con quella dolcezza preoccupata che gli trasformava il viso in quello di un bambino ogni volta che lei era in pericolo. Era irritante e tenero in ugual misura. " Il dottore è morto. Questo tal...Korchrnko si è portato via Eve in un elicottero".

"Korodenko", corresse Krycek alle sue spalle.

"Aveva un interesse personale nell'uccidere Krycek", spiegò, girando gli occhi verso di lui, " sentimento che non pochi condividiamo, in realtà". Qualcosa era cambiato, pensò Scully, mentre Mulder le scostava una ciocca di capelli dal viso. Qualcosa era diverso nell'abituale aggressività di Mulder quando si rivolgeva a Krycek. La rabbia stava lì, sì, ma aveva acquisito una familiarità più dolce. Mulder continuava ad accarezzarla e s'intratteneva con una lieve carezza delle dita sulla schiena.

Così che avevano perduto Eve.

"Come?", domandò Scully, facendo segno con gli occhi verso la figura intristita di Krycek.

Mulder fece segno verso la pistola che stava vicino a lui per terra. Non era una pistola regolamentare del FBI. Di fatti, Scully non l'aveva mai vista. Dedusse che era di Krycek. " Proiettili a salve".sussurrò Mulder, troppo vicino al suo viso. " non domandare perché la portava addosso o te lo dirà". Gli brillava un leggero sorriso sulle labbra, che si spense quando fece una pausa e la guardò con un vago pentimento. Come se si aspetasse di essere rimproverato. "Gli ho sparato io", disse." Prima che lo facesse Korodenko e in cambio di lasciarti vivere". Era preso a continuare ad accarezzarle il viso con le dita tremanti, malgrado che la tosse era passata e non c'era nessun pericolo imminente. " Ringrazia Krycek per il piano".

Le costava ancora fatica formare il suono delle parole nella gola, ma le domande continuavano a formarsi nella sua mente. Odiava, odiava, odiava essere svenuta. perché doveva perdere sempre i sensi quando Mulder la baciava? E perché non riusciva a ricordare con chiarezza se realmente l'aveva baciata? Dio. Odiava rappresentare il ruolo della damigella in pericolo. Troppo Hollywood. E troppo poco simile alla realtà quando si trattava della sua relazione con Mulder. Era orribile. L'avevano usata di nuovo come un pedone per giocare con Mulder. E aveva funzionato di nuovo. Era così evidente che si erano trasformati l'uno nel punto debole dell'altro?

"Il sangue?"chiese, girando la testa con uno sforzo per rilassare i muscoli della cervicale. Dove avevano preso il sangue perché Krycek fingesse la sua morte?

Prima che Mulder rispondesse, Krycek si portò la mano con la protesi al petto e gliela mostrò. Non c'era un buco nei suoi vestiti e non c'era nemmeno tanto sangue. La maggior parte già si era seccato e stava incominciando ad acquistare tinte scure e secche sulla superficie di plastica dell'organo artificiale. "Guranov", grugnì Krycek." E suo".

Mulder seguiva attento le reazioni di Scully come un falco che sorveglia la sua preda. "Se Korodenko avesse fatto più attenzione avrebbe visto che il sangue stava lì prima che io gli sparassi. Per fortuna aveva fretta".

Così che Krycek si era lasciato sparare perché lei vivesse. Quel tal Korodenko non si era dovuto meravigliare troppo che Mulder gli sparasse se conosceva i loro precedenti. Di fatto, se Krycek non avesse avuto proiettili a salve, era possibile che Mulder gli avrebbe sparato veramente, o che avrebbe lasciato che lo ammazzassero. Ma Scully allontanò questa possibilità dalla sua mente. Non era successo e basta. Nell'ora della verità, Mulder finiva sempre di fare la cosa giusta, e non ciò che la sua aggressività gli dettava. Questa era la differenza tra lui e Krycek, no?

"Non ringraziarmi, Dana. Ora siamo pari".

Krycek guardava dalla finestra e per Scully fu impossibile indovinare quello che voleva dire dal tono opaco della sua voce. Allora ricordò una notte nella quale Mulder aveva voluto mettere fine alla vita di quell'uomo in un attacco d'ira e LSD. Lei aveva sparato al suo compagno per evitargli il carcere o la pena di morte. Salvare Krycek era stato un fatto secondario, ma anche così lui doveva sentire che aveva contratto un debito con lei che doveva essere saldato.

Era strano quell'uomo con quell'enigmatico codice d'onore. Di fatti, era strano pensare che potesse avere qualche codice d'onore. "Anche il nemico ha paura", era solito dire Achab, nelle poche occasioni in cui parlava della guerra. Voleva dire che a volte era più facile pensare all'avversario come a qualcuno senza sentimenti, che indagare sulle sue motivazioni. Anche i topi erano creature di Dio, per difficile che fosse applicare nella pratica questo credo.

"Che succede a Eve?", domandò Scully. Si appoggiò a Mulder e cerco d'alzarsi. Il suo corpo strideva come uno strumento rotto.

"L'avranno portata in qualcuno dei laboratori della Rousch. Stanno in tutto il paese". Krycek smise di guardare dalla finestra ma non smise di camminare nervosamente per il salone." Vorranno finire il processo, darle i medicinali per sviluppare tutta la sua capacità e svegliarla".

In conclusione, qualsiasi cosa pretendevano da lei, la più probabile visto il suo ultimo attacco era che le provocassero una morte annunciata.

"La domanda, invece", proseguì Krycek, "non è che faranno con lei, ma che farà il duo dinamico per impedirlo".

Mulder continuava ad accarezzarle la schiena. Nonostante il fatto che lei già si era messa in piedi. Stava incominciando ad essere strano. Avevano avuto sempre una certa tendenza ad un leggero e gratuito contatto fisico, ma mai così gratuito né tanto continuato. Forse era per il bacio che non riusciva a ricordare o forse per il gas, ma Scully si sentiva confusa. Tanto, che le sembrò di vedere una figura familiare avvicinarsi alla casa.

Sicuramente, delirava ancora.

A pochi metri dalla veranda, l'allucinazione visiva, iniziò a fare rumore e i suoi passi risuonarono per le scalini dell'ingresso, facendo sì che Mulder e Krycek si girassero e guardassero in quella direzione.

"Qualcuno mi può spiegare che cosa è successo qui?"

Dio mio, non era un'allucinazione. Il Vice Direttore Skinner apparve sulla scena. Gesù, giacché era svenuta nel peggior momento, non poteva essersi svegliata dopo la sfuriata che sarebbe caduta loro addosso?

**
Lone Gunmen
09:10 a.m.

Frohike guardava il telefono. Era sveglio da tante ore che aveva perso la nozione del tempo. Questo sì: aveva fatto quattro volte colazione nelle ultime sei ore. La colazione era il pasto più nutriente del giorno, no? Bene, lui era un obeso della nutrizione.

Anche se la gente preferiva semplicemente "obeso" e nient'altro.

"Credi che Skinner li avrà trovati?"

Byers aveva fatto già la doccia e si era vestito con uno di quegli abiti che sembravano cloni gli uni degli altri. A volte Frohike arrivava ad essere infastidito dalla perfezione del suo aspetto. Lo faceva sentire come un maiale. E lo era. Ma non in quel senso.

"Hanno comprato la colazione con la carta di credito di Mulder a Gaynesborough, Florida, meno di un'ora fa". Forse se si concentravano abbastanza, avrebbero potuto fare in modo che il telefono suonasse. La verità era che la metà del tempo adoravano stare in quell'ufficio dove un hacker aveva tutto quello che poteva sognare e anche di più, ma il resto del tempo, pesava loro non poter stare a fianco di Mulder o Skinner, squarciando i misteri della verità, invece di aspettare il risultato di ogni sfida come una maledetta vedova irlandese. Secondo la mappa questo posto ha settecento abitanti. Se stanno lì non credo che passino inosservati", concluse.

Di fatti, non credeva che Dana Scully potesse passare inosservata nemmeno nella convenzione annuale dei trekkers vestita da Spock.

Il telefono continuava a non suonare.

"Che ora è?"

Byers guardò l'orologio con i suoi placidi occhi azzurri e si diresse verso la vecchia linotipia sgangherata che non avevano ancora usato, ma che occupava un posto importante nell'ufficio.

"Le nove" rispose.

Forse era ora di fare di nuovo colazione. L'attesa lo innervosiva. E i nervi gli facevano venir fame, maledizione.

**
Casa di Yuri Guranov
09: 30 a.m.

Alla fine, per Skinner era stato relativamente facile incontrarli. Alle sette del mattino, si erano fermati in una stazione di servizio alla periferia di Gaynesbourgh, una piccola città vicino Tampa che era diventata famosa per una fuga di materiale chimico da un impianto all'inizio degli anni ottanta. Skinner non stava lontano dal posto e pensò che non avrebbe perso niente se avesse chiesto. In un paese così piccolo, non era stato difficile incontrarli. Il ragazzo dei giornali li aveva visti vicino alla casa del "dottore", come l'aveva chiamato.

Ora, il dottore, un certo Yuri Guraniv che viveva sotto falso nome, giaceva morto sul pavimento della cucina e stava incominciando ad accusare i sintomi del rigor mortis. E i suoi due agenti lo guardavano come se si aspettassero la peggiore lavata di capo della loro vita e stessero tremando di paura davanti a questa prospettiva.

Gli piaceva la sensazione. In altre occasioni, n'avrebbe goduto di più, ma la presenza di Krycek in tutto quello, gli ricordava con troppa intensità che egli stesso li aveva mandati nelle fauci del lupo seguendo le indicazioni di quell'uomo. Non era in condizioni di mettersi a fare il sermone della montagna quando lui era il primo ad avere bisogno di assoluzione per i suoi peccati. Così che sorvolò su tutte le spiegazioni che erano seguite alla sua irruzione nella casa. Sì, " abbiamo pensato di chiamarla, signore". Sì, "mi assumo tutta la responsabilità, signore e spero che non incolpi l'agente Scully, bla, bla, bla". Sì "avevamo un testimone da tenere sotto custodia e abbiamo creduto che potevamo mettere la sua vita in pericolo se l'avessimo informato della nostra posizione", ed ecc...ecc...Era così abituato a quelle discolpe di quei due che aveva elaborato una maschera molto utile di severa collera quando li ascoltava. Nel frattempo pensava a Krycek. E al telecomando che poteva mettere fine alla sua vita in qualsiasi momento.

Se l'avrebbe usato o no, continuava ad essere un mistero.

"Mettetemi al corrente della situazione nel modo più breve possibile, agenti".

Lo fecero. Era una variazione della trama"ragazza con poteri paranormali", che Mulder riassunse nel suo modo unico ed originale di raccontare la cosa più straordinaria e far i modo che sembrasse la lista della spesa di tutti i giorni.

"Vede, in verità, oscure forze del governo alleate con industrie biotecnologiche vogliono usarla per un progetto segreto di manipolazione genetica con fini che non abbiamo del tutto chiari, ma che includono lo sviluppo delle capacità extrasensoriali. Sappiamo che l'hanno portata in un laboratorio di alta tecnologia dove completare il loro procedimento, ma tenendo conto che i precedenti soggetti sono morti, le prospettive non sono molto rosee". Sentendo la sua litania monotona Skinner trasse la sua prima conclusione: Mulder poteva parlare senza respirare. "Signore", finì di dire. Come un punto e a capo che non voleva dimenticare. Come un bambino che dicesse" sì papà" continuamente per evitare il castigo.

I suoi due migliori agenti e i più tarati. perché gli avevano dato gli Xfiles all'inizio? Non riusciva più a ricordarlo.

"Mi duole interrompere la scena dell'incontro ma mentre discutete il regolamento del FBI, il tempo continua a scorrere contro Eve". Krycek, meravigliato o no, non sembrava interessato a lui. Non sembrava nemmeno infastidito che avesse fatto irruzione lì. Era una situazione così strana, che di fatto, nemmeno Mulder e Scully sembravano, almeno, sorpresi di vederlo lì.

Probabilmente, non avevano avuto il tempo di rendersene conto. Meglio così. Per tutti quelli che erano implicati.

"Abbiamo fatto un accordo, Mulder", continuò Krycek." Tutti sacrifichiamo qualcosa. Eve si è sacrificata perché Scully vivesse. Ora bisogna sacrificarsi per lei".

Suonava come un ricatto. A Skinner era troppo familiare quell'arroganza, letale nella sua serietà.

"Un accordo?", domandò Scully e il suo sguardo verso Mulder si riempì di severità. Ad un uomo normale gli si sarebbero congelati i testicoli con quell'occhiata di rimprovero quasi coniugale. Fortuna che Mulder era tutto fuorchè normale.

Forse per questo ignorò la domanda di Scully. O forse era solo retorica. Skinner non era mai riuscito a capire il misterioso modo non verbale di comunicare di quei due.

" perché devo seguirti in una missione di recupero suicida,Krycek?" Si avvicinò verso di lui e la luce della finestra li illuminò tutti e due. Il calore incominciava ad essere afoso. " perché credo che avere assassinato mio padre ed aver partecipato al rapimento di Scully, mi liberi da qualsiasi debito d'onore che abbia potuto contrarre con te".

Insieme erano un motore acceso che ruggiva con mille cavalli di rabbia che anelavano vendetta.

Inaspettatamente, Krycek prese la mano destra di Mulder e ci mise la sua pistola, che aveva custodito nella cintura. Mosso dall'istinto, Mulder chiuse la mano e Krycek la trascinò con forza verso di lui, in modo che la bocca dell'arma mirasse direttamente al cuore.

Si stava mettendo sotto tiro?

"Terza e ultima opportunità, Mulder". Respirava agitatamente e Skinner si rese conto, e non per la prima volta, che il suo respiro aveva una certa qualità animale." La prima forse non avesti tempo di reagire e la seconda era a salve. Pensaci ora perché non mi riavrai sotto tiro mai più".

Skinner avrebbe giurato che Mulder non era capace di sparare a sangue freddo e a bruciapelo, che il suo idealismo si manteneva abbastanza in alto per non farlo, ma lo sguardo di Scully aveva un certo luccichio di terrore per ciò che il suo compagno poteva fare in situazioni di stress. Non sarebbe stata la prima volta che Mulder perdeva la calma. E non sarebbe stata, nemmeno da lontano, la più ingiustificata.

Uno sparo e Skinner avrebbe vissuto libero dalla nanotecnologia.

Uno sparo e le sue possibilità di trovare Eve Worthington sarebbero svanite nell'aria.

Che cosa avrebbe fatto?

Krycek lo guardava attentamente negli occhi.

"Forse ho sparato io a tuo padre, Mulder, o forse no, ma non sono stato io chi lo condannò a morte e lo sai" La pistola rimaneva immobile ma Mulder aveva il dito sul grilletto e il sudore scendeva per il suo viso contratto dall'odio. L'idea di ricordargli così vivamente suo padre veramente a Krycek sembrava una buona idea o stava cercando uno scontro finale che provocasse la sua morte? "Quello che credo è che se fosse stato più simile al figlio, tuo padre si sarebbe suicidato molto tempo prima. Per quello che so, Fox", sputò il suo nome con disprezzo, "Bill Mulder consegnò sua figlia perché gli alieni giocassero con lei ai dottori e forse non era d'accordo, ma non ci pose rimedio". La mascella di Mulder si era stretta fino a quello che sembrava il limite del dolore e i respiri dei due uomini si univano a formavano una nuvola quasi fisica." Vuoi punire me per ciò che ha fatto lui e convincerti che merita la tua vendetta? Che possibilità ha Eve di sopravvivere se muoio, Mulder!" Il suo petto si agitava contro la pistola ad ogni frase. " Lascia che con tuo padre faccia i conti all'inferno".

Pfff, come se non ci fosse una coda per questo all'inferno.

"Mulder...", mormorò Scully, facendo in modo che il suo compagno la guardasse. Per un momento che si fece eterno, che si addensò e sfumò, ebbero una conversazione silenziosa. Una conversazione dei loro occhi, azzurro sereno contro azzurro irato. Skinner avrebbe giurato che nel tempo di quello scambio l'ira di Mulder si placò, cedendo alla supplica di Scully.

Straordinario, come tutto tra di loro.

Mulder abbassò la pistola e la butto a terra, cercando gli occhi di Krycek mentre lo faceva. " Sicuramente il tuo compagno sarà contento di ammazzarti lui stesso".

Scully fece un respiro profondo. Aveva il viso affinato per la fatica. "Signore", incominciò a dire, rivolgendosi a lui, " questa ragazza ha avuto un attacco questa mattina. Per quello che ci ha detto il Dottor Guranov prima di morire, Eve approfitta delle ore di veglia per riposare, mentre la sua attività mentale si sballa durante il sonno. Uno stato prolungato in questa situazione, indotto da narcotici o altre doghe, potrebbe provocarle un infarto e se non..."

Interruppe il suo discorso con voce di comando" Mi sta chiedendo che autorizzi una delle vostre avventure non ufficiali?"

Scully e Mulder di scambiarono uno sguardo nel quale valutarono l migliore risposta. Ma fu Krycek che rispose.

" In verità, sarebbe un peccato che perdesse l'ultima fermata dopo aver fatto un viaggio così lungo, no?"

Skinner represse qualsiasi espressione che lo rendesse chiaro. Krycek non gli stava facendo una domanda. Gli stava ordinando che li accompagnasse. Ed era evidente che, se avesse rifiutato, Skinner avrebbe dovuto assumersene le conseguenze nel suo stesso sangue. La scelta stava su una bilancia, e si muoveva a sinistra e a destra. Obbedire a Krycek e morire poco a poco rinunciando alla propria volontà? Rifiutare e continuare con i suoi ordini e andare incontro ad una sicura morte? Si sorprese al rendersi conto che, realmente, la scelta non dipendeva da lui. Lui era solo una pedina che Krycek utilizzava per arrivare a Mulder e Scully. Era giusto che decidessero loro.

Da tempo che Skinner concedeva loro maggior merito nell'ora di comportarsi con onore di quanto ne concedesse a se stesso.

Si girò verso Mulder.

"E' convito che sia una buona idea?"

Mulder, dopo un secondo d'attesa, si girò verso Scully.

"Tu sei il medico", disse. Con passione."Decidi tu"

Divertente. Lui confidava in Mulder per prendere una decisione vitale e Mulder delegava Scully perché si facesse la cosa più onesta.

Dando voce alla domanda che fluttuava nell'aria, Scully cercò lo sguardo di Krycek."Da dove iniziamo a cercarla?"indagò. Nei suoi occhi, Skinner vide qualcosa d'inaspettato. Fiducia forse. Sollievo e qualcosa simile ad una grata fermezza.

Di fronte a lui e senza che l'avesse avvertito, era accaduto di nuovo. Il vincolo, quella corrente elettrica che univa i suoi due migliori agenti con maggior intensità di niente che Skinner avesse mai visto prima, era riapparso e si cristallizzava tra di loro, come una forza invisibile che li teneva insieme e li avvolgeva in qualcosa che solo loro potevano capire. Stava sempre lì, chiaro, ma non sempre con quell'intensità luminosa che nessuno nel raggio di trenta chilometri poteva ignorare. Aveva notato l'assenza di quella presenza negli ultimi mesi.

Si rallegrò che era tornata.

Forse nessuno dei due se ne rendeva conto, ma la forza individuale di ognuno di loro dipendeva dalla forza di tutti e due insieme.

**
Ufficio dei Gunmen
10: 05 a.m.

Quando Frohike conobbe Ringo Langly sentì uno strano miscuglio di sentimenti. Da un lato, c'era la feroce competitività tra geni e dall'altra la profonda ammirazione che ogni pirata doveva sentire per un fratello informatico. Col tempo, la competitività era rimasta riservata al poker del venerdì e ai giochi di ruolo del sabato e l'ammirazione continuava a crescere giorno dopo giorno. L'invidia, se ne aveva, era priva di qualsiasi traccia di rancore. Quel tipo era un genio e basta. Era riuscito ad infilarsi nel computer di Guranov in meno di mezz'ora. Era bastato che Skinner connettesse il computer ad internet ed entrasse in una pagina che Langly aveva creato con un software dell'ultima generazione. Trasformava l'informazione dell'hard disk in linguaggio htlm e lo lasciava in rete il tempo necessario perché lui potesse scaricarlo.

Decisamente, e anche se Frohike non l'avrebbe mai riconosciuto in pubblico, il suo kung fu era il migliore.

"Che cosa stiamo cercando esattamente?" domandò Byers, guardando da sopra l'omero di Langly.

Frohike già gli aveva raccontato parola per parola e dettaglio per dettaglio il riassunto che Skinner gli aveva fatto ma la verità era che era una storia poco chiara.

"La cosa più probabile è che abbiano portato la ragazza in uno dei laboratori della Biotecnologie Rousch, ma primo, l'industria non era precisamente trasparente nella sua politica d'informazione, e secondo, doveva avere laboratori in tutto il paese".

L'idea di Skinner era che forse, Guranov avesse informazioni sull'industria da cui poter dedurre dove cavolo avevano portato la ragazza. Non era un piano perfetto ma era il migliore che avevano. E anche se l'hard disk di quel tipo faceva in modo che il cassetto dei calzini di Frohike sembrasse ordinato, si doveva tentare. Una ragazza di vent'un anni dipendeva da loro.

Che cavolo. Il Vice Direttore del FBI dipendeva da loro. E Mulder. E specialmente Scully, E più in fondo, la democrazia. Già era tanto che i fottuti fascisti corrompessero tutto il sistema nascondendo informazioni sistematicamente al tempo stesso che aumentavano le imposte.

Lui personalmente, erano anni che non pagava un centesimo ma l'idea di fondo era questa.

"E' come cercare un ago nel pagliaio", affermò Byers, l'eterno ottimista.

Frohike rimase in silenzio, lasciando che tutta l'informazione che aveva assimilato durante gli ultimi giorni trovasse una collocazione in qualche posto del suo cervello, mentre Langly apriva e chiudeva archivi pieni di cartelle cliniche e dati tecnici.

"Byers", gracchiò improvvisamente,"cerca Akira Takeski. E' l'unico medico vivo. Deve essere l'incaricato di portare a termine l'esperimento".

L'uomo con il vestito lo guardò senza sapere che fare." Dove lo cerco?"

"Dove può essere?", rispose Frohike."Sull'elenco telefonico".

Cinque minuti più tardi, Melvin Frohile era sicuro che, se fosse stata di fronte a lui, la stessa Dana Scully gli avrebbe dato un bacio. Il dottor Akira Tadeski viveva praticamente alle falde dei monti Apalachi, nella fottuta fine del mondo nel fottuto Nord Carolina. A scarsi dieci chilometri da uno dei laboratori più vecchi della Biotecnologie Rousch.

"Deve essere qui", mormorò. Mentre faceva in numero di telefono di Skinner.

Che diavolo. Forse il suo kung fu non era il migliore, o forse non sempre- bene, va bene, mai- portava giacca e cravatta, ma Frohike era indispensabile in quel gruppo. perché la verità non sempre richiedeva stravaganti arguzie tecniche o conoscenze enciclopediche su bio-genetica e fisica quantistica. A volte la verità richiedeva una certa immaginazione, un certo senso del humor per vedere ciò che stava davanti al tuo naso. Di un certo tocco speciale.

E forse non era nessun'altra cosa al mondo, ma, certamente, Melvin Frohike era un tipo speciale.

Skinner rispose al primo squillo.

"Carolina", grugnì Frohike," deve essere in Carolina".

Spiegò a Skinner i dettagli della sua ricerca facendo in modo che l'orgoglio non si notasse troppo. Quando il calvo disse che avrebbero avuto bisogno di un mezzo di trasporto per arrivare lì quanto prima, Frohike lascio l'auricolare da parte e guardò l'elemento biondo del gruppo editoriale.

"Langly, non c'è una sorella a Tampa con un'impresa di aeroplani da diporto o qualcosa di simile?"

Il più alto dei pistoleri, si aggiustò gli occhiali e si appoggiò al tavolo del computer con il suo aspetto sbrindellato." Angie Chung. E' un'attivista del MUFFON, scrive su "Omni" e ha fondato la NICAP della Florida. Va a caccia di luci per tutto il paese" Fece un silenzio lascivo cercando l'approvazione di Frohike."Ed è ben fatta".

Skinner non sembrò molto impressionato dalla raccomandazione ma nemmeno aveva molto da scegliere e si segnò l'indirizzo senza brontolare troppo, assicurando che avrebbe chiamato dopo mezz'ora per confermare il mezzo di trasporto. Prima dei venticinque minuti già era suonato il telefono e i pistoleri si erano incaricati di sistemare tutto. Gli dettero anche una parola d'ordine affinchè potessero riconoscere Angie e non ci fossero problemi di sicurezza.

"Si chiama Angie Chung", specificò Frohike. "Le ho detto che la dottoressa Scully è il suo contatto".

Finalmente. Sembrava che il lavoro era stato fatto, per il momento. Era ora di festeggiare con una buona colazione. Un'altra volta." Qualcuno vuole huevos rancheros?", domandò Frohike. E nemmeno Byers, il signore "non bisogna mangiare tra un pasto e l'altro", seppe dire di no.

**
Biotecnologie Rousch
11:00 a.m.

La grande sala ovale era occupata dal tavolo del consiglio. Un mobile pesante verniciato di rosso che brillava sotto la luce delle lampade. Intorno ad esso, riuniti n circolo, i consiglieri tacevano e ascoltavano le spiegazioni eccitate del dottor Takeshi. Di costituzione minuta e un certo atteggiamento melodrammatico, il dottore comminava da un lato all'altro della sala, facendo piccoli mulinelli con le braccia e spiegando, con un tono acuto di voce, quanto fosse trascendentale avere- finalmente- il soggetto di Lynus March per completare la fase finale del processo.

"Sono convinto", miagolava," convinto che questo soggetto sarà capace di controllare la trasformazione. March ne era convinto anche lui, per questo la nascose. Lei ci potrà informare, sicuramente".

Cavernosa, la voce del presidente si estendeva per la sala, senza lasciarsi contagiare dall'entusiasmo del piccolo scienziato. " Le abbiamo dato ventiquattr'ore, dottore. Il tempo scade stanotte". Il suo respiro era una presenza tangibile tra i delegato della Rousch."Non manterremo i prototipi vivi per altro tempo. Se la ragazza ottiene qualcosa per allora, li studieremo. In caso contrario, anche lei sarà cancellata".

Ci furono proteste da parte del dottor Takeshi, quasi suppliche disperate nascoste sotto la fredda apparenza del protocollo e della paura. Ma la decisione del consiglio non si poteva discutere. Si correvano troppi pericoli con il progetto aperto. C'erano state troppe fughe di notizie. Mancava il controllo necessario e i risultati non arrivavano mai. L'istallazione doveva essere chiusa e con essa, il progetto Prometeo. Troppo denaro e sforzi concentrati su un errore quando c'erano tanti progetti avviati, tanti fronti aperti.

La decisione era stata presa e il consiglio abbandonò la sala, dietro ai passi afflitti del dottor Takeshi, che continuava ad assicurare che aveva tra le mani il soggetto perfetto, il vero soggetto stabile.

Il presidente aveva sentito troppe volte la stessa storia per crederci. "Questo funzionerà" dicevano sempre gli scienziati. E alla fine, non funzionava niente e si dovevano eliminare anche gli scienziati per non lasciare traccia. Tutto troppo costoso.

Schiacciando il tasto dell'interfono. Il presidente fece passare il cacciatore, che si presentò davanti a lui attraverso un'enorme porta della sala ovale. In poche parole lo mise al corrente della situazione.

"E il traditore Krycek", domandò

"Morto", rispose il cacciatore.

"Anche Guranov?". Un gesto affermativo del cacciatore disse al presidente tutto ciò che era necessario sapere." Bene. Facemmo male a darlo per morto tempo fa. Non confidi in niente che non abbia fatto lei stesso".

Nicholas sentì una puntura nello stomaco alle sue parole. Gli piaceva sempre fare tutto personalmente e lo stupido agente del FBI gli aveva impedito di dare la più dolce di tutte le morti. Quando più ci pensava, più rabbia sentiva. E sopratutto, aveva il sospetto sempre più grande che fosse caduto in una trappola.

"Incaricati che tutto sia pronto per mezzanotte"ordinò il presidente.

"E il dottore?" Gli occhi del cacciatore brillavano d'aspettativa.

"Anche il dottore, naturalmente, gli abbiamo dato molto tempo in cambio di niente" Perche una pausa pensierosa." Se la ragazza ottiene qualcosa per allora, tirala fuori. In caso contrario lasciala e che anche lei bruci".

Nicholas Korodenko annuì e lasciò il presidente da solo nella sala. Mentre usciva osservò il grandissimo tavolo rosso di legno massiccio e lo immaginò che crepitava sotto al fuoco, immolato sull'altare del sacrificio notturno. Sarebbe bruciato bene tutto quel legno. E la ragazza, la ragazza che Krycek aveva sedotto, anche lei sarebbe stata incenerita. Non c'era bisogno di nessun risultato. Nicholas aveva già deciso che la ragazzina deboluccia doveva morire. Se non aveva avuto il piacere di uccidere Alex con le sue stesse mani, almeno avrebbe avuto quello di uccidere ciò che aveva desiderato nei suoi ultimi giorni.

Scese nel seminterrato e incominciò a preparare le cariche.

**
Voli da diporto Angie Chung
Saint Petersburg (Florida)

Basandosi sui propri pregiudizi sessisti e gli abituali e ripugnanti stereotipi sociali, tutti avevano sempre dato per scontato che Angie Chung fosse lesbica. Chiaro, perché non doveva esserlo? Capelli corti, fanatica della meccanica e di tutto ciò che avesse a che vedere con le moto, con piccoli aeroplani, camions e veicoli a motore in generale; non si era messa un vestito nemmeno nel giorno del matrimonio di sua sorella, si era azzuffata con i ragazzi finchè i ragazzi avevano avuto l'età sufficiente per temerla e i suoi films preferiti erano "La grande fuga" e "Trappola di cristallo"

L'avevano chiamata ragazzaccio, omosessuale, lesbica, maschiaccio e mille altre cose che non l'avevano per niente scomposta. Bene, forse le avevano dato il mal di testa alle superiori ma l'aveva già superato, non aveva fatto mai dei pregiudizi degli altri un problema.Quando le piaceva un ragazzo era sempre riuscita a fargli vedere che la ragione fondamentale per vedere " La grande fuga" era Steve McQueen in motocicletta e che adorava "Trappola di cristallo" perché si vedeva Bruce Willis sudato, sporco, scalzo e stracciato con le ascelle al vento. L'unica volta che Angie dubitava della sua inclinazione sessuale era vedendo la convenzione repubblicana per televisione o quando trasmettevano " Bay Watch" via cavo. In quelle occasioni, non solo si sentiva poco eterosessuale ma si rimproverava d'avere qualcosa simile alla libido. Invece, in poche mattine come quella, era ossessionata dalle parole di "It's rainning men" e ringraziava Madre natura per aver creato gli uomini. Senz'altro quelli che le portava quel mattino meritavano di essere esposti al Museo Nazionale degli Estrogeni.

Lesbica? Sì, certamente, per questo stava pensando a chi di quei tre avrebbe scelto per portarselo in un isola deserta. Anche se a pensarci bene, se era una fantasia, perché scegliere? Aveva sufficiente immaginazione per organizzare il modo di godere di tutti e tre insieme. O a turno.

Erano arrivati all'hangar mezz'ora prima. Angie stava coricata sul carrello di legno con le ruote che serviva per scivolare sotto al suo fuoristrada cercando di capire che cavolo succedeva al carburatore per essersi rotto di nuovo quando sentì la voce.

"Angie Chung?".Una voce femminile e delicata, educatamente cortese e deliberatamente distante.

Trascinò fuori il carrello con la forza delle gambe e si trovò di fronte ad una donna dai capelli rossi, alta un metro e sessanta, o qualcosa in meno. Aveva una capigliatura corta di un rosso brillante e begli occhi azzurri in un viso perfettamente immacolato. La minaccia di occhiaie non riusciva a diminuire il suo atteggiamento da reclame di Helena Rubinstein per pelli sensibili.

"In persona", rispose Angie.

Non ci fu bisogno che la donna si presentasse come "agente Dana Scully" perché Angie la conosceva abbondantemente. Fisicamente no, chiaro, ma Frohike le aveva parlato di lei attraverso dell'IRC qualcosa come un milione di volte. Si alzò in piedi mentre si strofinava le mani piene di grasso sulla tuta scambiata. L'enigmatica dottoressa Scully la guardava con una certa apprensione. Era più piccola di quanto Angie avesse immaginato ma certamente, aveva quell'indole intensa che spiegava perché si era convertita nella ragazza calendario per gli ufologi del mondo.

"Mi hanno detto che può portarci questa mattina in Carolina"

Angie affermò con la testa. "Mi hanno detto che ha una parola d'ordine da darmi".

Frohike era stato molto specifico per quello. A Angie sembrava abbastanza ridicolo ma che diavolo. Dopo aver letto l'articolo di Byers sul "Lone Gunmen: speciale dopplegangers", non si poteva essere sicuri di niente. Era meglio assicurarsi. Come si diceva nel "Le cinquanta maggiori cospirazioni della storia", molta paranoia, non è mai troppa paranoia.

L'agente Scully emise un'irritata boccata d'aria. "E veramente necessario?"

Angie si piegò nelle spalle e stava per rispondere, quando dalla porta dell'hangar che serviva da garage improvvisato, vide le tre sagome. La luce del giorno entrava giusto dalla porta ed era difficile distinguerne il profilo in quella luminosità, ma man mano che si avvicinarono e presero forma, Angie sentì che il suo flusso sanguineo accelerava. Frohike le aveva detto che c'erano tre uomini con la dottoressa, chiaro, ma non aveva specificato che genere di uomini. Istintivamente, Angie si era immaginata tre tipi simili ai pistoleri. Non al cast perduto dei "Magnifici sette"

Per la miseria, tre pezzi d'uomini favolosi.

"Che cosa?", domandò Angie. Non si ricordava più di quello che le aveva domandato Scully e non poteva nemmeno smettere di ammirare il modo di camminare sfrontatamente maschile di quei tre.Non sapeva quale le piaceva di più, se la corazzata Potenkin con gli occhiali, l'atleta con gli occhi verdi o la devastante miscela di "reclame di una colonia" e "professore di letteratura erotica" che stava con loro.

"E' veramente necessaria questa sciocchezza della parola d'ordine? Posso mostrarle i documenti d'identificazione del FBI" continuò Scully come se niente fosse e senza fare caso ai suoi compagni. Chi aveva deciso di battezzarla come "l'enigmatica dottoressa Scully"? Avrebbero dovuto chiamarla "la donna di titanio" se era insensibile ad un simile trio di uomini. Doveva avere ormoni di alluminio.

Angie fu implacabile." Se dico a Frohike che vi ho lasciato salire senza la parola d'ordine, cancellerà il mio abbonamento al "Lone Gunmen". Non se lo poteva permettere. Stava per completare il modellino della macchina in cui avevano sparato a JFK che davano con ogni esemplare.

"Su, Scully, non è importante"disse l'uomo che Angie aveva già identificato come Fox Spettrale Mulder. Ummm...le foto di "Omni" non gli rendevano giustizia. Era quattromila volte più attraente di persona. Si potevano fare poemi solo sul suo labbro inferiore. Per non parlare degli occhi, chiaro. Intellettuale e fisico. Sembrava perfetto. Il tipo di uomo che uno s'immagina a leggere poemi a letto tra lenzuola stropicciate e il petto nudo. "Digliela", disse, avvicinandosi più del normale al viso della sua compagna.

Lei sembrò arrendersi- per bacco, chi non si sarebbe arreso?- e abbassando lo sguardo, mormorò tra i denti" lo ammazzerò quel nano pervertito". La sua arrabbiatura sembrava mascherare una certa sensazione di ridicolo. Anche così guardò negli occhi Angie e disse, forte e chiaro." Il mio kung fu è il migliore".

Angie sorrise e si girò verso l'interno dell'hangar."Molto bene, ho un piccolo aereo preparato e vi ho procurato una macchina in Carolina. Allacciatevi le cinture e vomitate prima di salire"

Il primo a seguirla fu il più giovane dei tre uomini, un muscoloso bruno con gli occhi verdi e un'intensa espressione di furia contenuta e fretta mal dissimulata. Lo seguirono i due agenti del FBI e l'imponente uomo calvo con le spalle larghe.

"Dove atterreremo?", domandò il bruno. Aveva una voce sussurrante, con una cadenza sexy e un tocco di durezza.

"C'è una pista abbandonata ad una ventina di chilometri dagli uffici della Rousch. Resti di alcune installazioni militari smantellate. Non è molto lunga ma non è la prima volta che la uso".

Angie era sicura che lì, in qualche parte di ciò che aveva detto, pulsava una sicura insinuazione sessuale ma nemmeno poteva dire se era la presenza di tre uomini così ciò che stimolava la sua immaginazione in direzioni poco appropriate.

Mentre aspettava che l'equipaggio salisse in uno dei suoi piccoli aerei commerciali non poté evitare di osservare gli sguardi ostili e pieni di tensione che gli altri uomini rivolgevano a quello bruno arrabbiato con gli occhi verdi. Durante il viaggio, parlarono solo tra loro per cercare di organizzare quello che sembrava un piano d'attacco o qualcosa di simile. In qualsiasi altra circostanza, Angie non avrebbe perso l'opportunità d'ascoltare, ma ogni volta che buttava un occhio all'altimetro si trovava a cercare di decidere chi le piaceva di più. Se il re delle spalle larghe con la sua voce grave e maschia e con l'aspetto di esperto uomo di mondo, se lo spettrale agente Mulder e il suo sensuale modo di guardare la rossa con occhi ballerini o se, invece, preferiva l'apparentemente odiato elemento del gruppo, l'ultimo imperatore dei cattivi ragazzi del mondo.

Se avesse dovuto scartare qualcuno, in ogni modo, avrebbe dovuto essere il migliore giornalista del"Omni" e spettacolare agente del FBI. Era chiaro che non aveva occhi che per guardare la sua compagna. Di fatti, mentre sorvolavano la frontiera tra la Georgia e la Carolina, Angie si girò per cercare i suoi occhiali da sole e li vide che si prendevano per mano. Era un gesto difficile da classificare. Qualcosa di fraterno non privo di sessualità e qualcosa di sensuale non privo di fiducia.

Il cielo era sereno e impiegarono appena tre ore ad arrivare. Quando atterrarono nella Carolina, dette loro una carta geografica con le indicazioni e una macchina che le aveva procurato un amico del NICAP. Mentre gli Esemplari del Mese del National Geographic si dirigevano verso gli uffici abbandonati dell'antica torre di controllo, la rossa Scully si girò verso Angie e le tese la mano.

"Grazie di tutto".

Le costò fatica togliere gli occhi dalla carrozzeria posteriore delle sue tre fantasie, ma restituì il saluto con un " di niente" assolutamente sincero. " Se i pistoleri chiedono qualcosa, nel NICAP lo procuriamo", disse."Inoltre", aggiunse." La vista è stata splendida". Socchiuse gli occhi nella direzione dei tre che accompagnavano Scully ma il volto imperturbabile dell'agente del FBI non si scompose." Se un giorno si decide per qualcuno di loro, mi mandi gli altri due per posta celere".

Angie non era sicura di poter vedere sotto la maschera temprata della donna d'acciaio. Ma le sembrò che ci fosse una certa sorpresa in lei. Come se non le fosse mai venuto in mente di pensare che quegli uomini potessero essere più o meno attraenti.

L'aveva detto: ormoni d'acciaio.

**
Biotecnoligie Rousch
In qualche posto ad ovest della Carolina.
12.30 p.m.

Era una sala bianca con pareti che sembravano fluorescenti. Quando aprì gli occhi Eve si sentì momentaneamente cieca per bagliore intenso. Strofinandosi le palpebre tre o quattro volte riuscì ad adattarsi alle estreme condizioni della luce artificiale e si guardò intorno. Non ricordava di aver perso i sensi ad un certo punto, ma doveva averlo fatto, perché non aveva la più lontana idea di come, né quando, era arrivata dall'elicottero fin lì.

Apparentemente, era sola, ma non si sentiva sola. Si sentiva osservata e guardò verso il tetto per vedere gli occhi che la stavano scrutando. Sulla sua testa, la sala acquisiva una forma ovale. La cupola era di vetro e nel corridoio circolare c'era gente. Vari uomini anziani vestiti con eleganti abiti di seta italiana. E dietro di loro, altri più giovani con camici bianchi, che accudivano alcune macchine e parlavano tra loro.

In altre circostanze, forse tutto quello le sarebbe importato. O inquietato. Per fortuna, era completamente vuota. Anche così, si guardò intorno. Era sicura che quella sarebbe stata la sua tomba, quel luogo asettico e troppo bianco. Ma nemmeno questa certezza riusciva a svegliare il suo interesse, o il suo timore.

Scivolando dolcemente, le porte metalliche si aprirono e si tornarono a chiudere, permettendo l'ingresso all'interno della sala di un uomo minuto, di costituzione nervosa e marcati tratti orientali." Sembra che stai meglio", disse con voce roca e poi si presentò. "sono il dottor Akira Takeshi". Lo disse come se a lei potesse importare, come se fosse una grande rivelazione. "Credo che non ti ricordi di me, anche se ci conosciamo".

Eve fece spallucce. Non aveva molta voglia di parlare.

"Eri molto giovane. Entrasti in ospedale, nella primavera del '92, ricordi? Ti mettemmo in contatto con delle donne rapite". La sua voce era repellente, troppo acuta. Anche così Eve si sforzò di ascoltarlo un poco. Anche solo per farla finita quanto prima. Inoltre, le stava parlando dell'agente Scully. Un tempo questo l'avrebbe interessata. Prima della morte di Krycek, chiaro "Facesti molti dei loro sogni quella volta, Eve, non ricordi?".

Le parlava con un'irritante familiarità."Voi vi assicuraste che io non lo ricordassi".

Il dottore fece una sgradevole risata di bassa intensità. "Certo, che stupido. Bah, in ogni modo non erano esperimenti molto importati. Misuravamo solamente i tuoi progressi, Evelyn".

Evelyn? Nessuno l'aveva mai chiamata così in vita sua. Nemmeno ricordava che fosse questo il nome che compariva sul suo certificato di nascita. Per qualche motivo, il dettaglio la mandò in collera.

"Mi hanno sorvegliato tutta la vita come un animale". Lo disse con rancore. Le costava fatica mantenersi arrabbiata. Le costava fatica afferrarsi a qualsiasi emozione per remota che fosse.

"Lynus ti sorvegliava, ma temo che cercò di nascondere i tuoi progressi, addirittura fermarli, oso dire. Ti abbiamo trovato in tasca queste pillole", tirò fuori il piccola scatola di Eve mentre parlava, all'interno c'erano le medicine che aveva smesso di prendere."Credo che si affezionò troppo a te, no? Non è una buona cosa quando in un esperimento t'importa più del soggetto che del progresso".

Pensare a Lynus le faceva sentire un nodo alla bocca della stomaco e girò per non dover guardare quell'uomo. Alle sua spalle vide le vasche e si alzò dal lettino. La ipnotizzavano come una musica sconosciuta di uno strumento celestiale e camminò verso di loro.

All'interno della prima, c'era una figura nuda. Un uomo dai capelli rossi, bagnato in una specie di mare verdastro. Eve avvicinò la mano al vetro e in quell'istante, la figura aprì gli occhi, senza battere le palpebre per effetto del liquido. Semplicemente, la guardarono per un certo tempo. E poi il soggetto, appoggiò la mano al vetro, imitando la sagoma della mano di Eve.

E la salutò.

Messi in fila, nella stessa stanza, c'erano decine di altre vasche, decine di uomini con i capelli rossi e nudi, fotocopie bagnate in un mare verde.

"Cloni", disse il dottore alle sue spalle. "Li abbiamo clonati a partire da un embrione alieno. Li abbiamo tenuti narcotizzati fin'ora. Per disgrazia, è troppo pericoloso per noi mantenerli vivi per molto tempo ancora".

Eve continuava a stare appiccicata al vetro, come se stesse guardando attraverso una vetrina magica e fosse troppo presa dai colori delle giostre e delle altre attrazioni.

"Che Lynus lo volesse o no, Eve, è arrivato il momento di farti alcuni esami" Valutò il suo volto, guardandola fissamente, cercando una reazione. "Mi piacerebbe potere avere il tempo per andare piano, ma ho paura che dovremo rischiare tutto o fallire di colpo.

Eve scosse le spalle. Era curioso che quell'uomo dicesse "fallire" per riferirsi alla sua morte in maniera così clinica e priva di sentimenti. O forse non era così curioso. Nemmeno Eve si sentiva particolarmente inquieta per la prospettiva della sua morte. Chiaro, alcuni esami. Perché no?

**
Pista d'atterraggio abbandonata
In qualche posto ai piedi degli Apalachi
17: 30 p.m.

Mulder sentiva una strana inquietudine. Stavano facendo la strada al contrario. Salendo in aereo per gli stessi posti per i quali erano scesi nel sinistro furgoncino di Krycek. Sentiva un presentimento ribollire dentro di lui, come se si trattasse di un segnale che non sapeva identificare. Forse per questo aveva sentito l'impulso di afferrare dolcemente la mano di Scully durante il volo. Fu un atto istintivo. Le vide la mano sulle gambe, delicata, dolce e vicina. E ricordò l'immagine d'averla persa nel fumo e minacciata sotto il tiro di una assassino con una pistola. E allora decise che doveva toccarla.

perché? perché lui l'aveva baciata e lei gli aveva restituito il bacio. E ancora non sapeva cosa significasse. O sapeva cosa significava per lui-tutto, chiaramente- ma che significava per lei?

In mancanza di una risposta più elaborata, Scully si lasciò prendere la mano e strinse con ferma dolcezza il suo dito indice. E solamente con quello, Mulder sentì che gli si riconfortava il cuore e che gli abbracciavano l'anima.

Stavano bene. Sarebbero stati bene. Malgrado che fossero saltati improvvisamente in un territorio della loro relazione che era rimasto inesplorato e vergine per tanto tempo, non sarebbero sprofondati nell'umidità dei loro timori. Avrebbero risolto tutto insieme, come sempre. Quando tutto quello sarebbe finito, si promise Mulder. E gli sembrò che solamente col lasciarsi prendere per mano, Scully gli stava promettendo la stessa cosa. Gli sembrò che, per la prima volta da molto tempo nessuno trascinava nessuno, ma che ognuno sceglieva di viaggiare con l'altro.

In piedi intorno al tavolo malandato che avevano trovato negli uffici abbandonati dell'hangar, Mulder poteva ancora sentire il tocco delicato di quel contatto. Invece di distrarlo da ciò che avevano per le mani, l'aiutava a concentrarsi. Come sempre, sapere che Scully stava camminando vicino a lui, gli faceva prestare attenzione alla strada. Non era mai la distrazione, sempre la musa. Sperava di poter essere qualcosa di simile per lei.

"Come entriamo?" domandò Skinner.

Krycek guardava con attenzione la mappa." Si deve aspettare che faccia buio. Non ci sarà troppa sorveglianza di notte. Questa gente ha più fiducia nella tecnologia che nelle persone".

Scully lo guardava con apprensione. " La domanda continua ad essere come entriamo. Ci sarà un codice di sicurezza".

"Lettori dell'iride", specificò Krycek."Né tessere, nè codici segreti. Se quest'ufficio è simile agli altri che ho visto avranno lettori del iride per il personale autorizzato". Dalla sparizione di Eve, Mulder l'aveva osservato attentamente. In apparenza, sembrava molto più calmo dei giorni precedenti, ma il suo viso aveva guadagnato inespressività ed era più minaccioso. La sua serena calma aveva un filo intimidatorio, rapace quasi. Immobile e chiuso in se stesso sembrava completamente concentrato sulle sue parole.

Nemmeno Skinner non smetteva mai di guardarlo. Mulder sentiva una strana energia tra loro ma non aveva il tempo per esaminare cosa fosse. " Ossia abbiamo bisogno di qualcuno dall'interno per poter entrare".

Krycek fece di no con un gesto."Posso entrare io".

Mulder si sorprese due volte. Primo quando comprese che Krycek aveva lavorato per la Rousch e che visto quello che aveva visto, anche il suo interesse personale per Eve era un tradimento verso di loro. Ma sopratutto lo meravigliò la sua meraviglia. La cosa normale per Krycek era il doppio gioco, il tradimento del traditore. Per sorprendersi per quello?

"Lavori per loro".

Krycek sospirò, esasperato." Lasciai che lo credessero per un certo tempo".

Chiaro, perché offrire lealtà a qualcuno quando poteva conservarla per se stesso? Mulder incominciava a comprendere Krycek. Si era sempre chiesto da quale parte stava veramente, ma incominciava a sospettare che non stava da nessuna parte. Semplicemente era abbastanza abile per proporre ad ogni offerente, qualcosa che non potessero rifiutare. Per questo poteva strisciare da un posto all'altro, ottenendo nuova informazione che lo portasse ad un nuovo tradimento e ad una nuova e falsa alleanza. L'informazione era il suo sangue, il veleno che lo manteneva in piedi e gli procurava il potere per trasformarsi continuamente. E la cosa spaventosa era che mai, in nessuna delle sue slealtà si sentiva come un traditore, perché per lui non era mai questione di fiducia, ma potere. Mai personale. Sempre affari. Per questo non aveva nessun piano elaborato. Niente, se non trarre vantaggio da ogni situazione e sperare di uscirne vincitore dalla successiva battaglia. Con chi stare lo decideva giorno per giorno, secondo la sua convenienza.

"Come possiamo sapere che non ci pugnalerai alle spalle, Krycek?"

Glielo chiese guardandolo negli occhi. E lì li vide tutti. Non solo il nemico duro e enigmatico che non avrebbe mai conosciuto, ma anche l'agente inesperto, appassionato e ingenuo che aveva conosciuto nel FBI. E su di lui, distinse il mercenario sanguinario che gli aveva ammazzato il padre e il presunto patriota che l'aveva portato in Russia e che si era lasciato maltrattare fisicamente per finire col consegnarlo ad un esperimento mortale. E vide anche l'aggressore quasi filosofico che aveva voluto guadagnarsi la sua fiducia nell'oscurità con un bacio sulla guancia. Era Krycek qualcuna di quelle maschere o nascondeva il suo personaggio molto più giù?

Per risposta, lui sostenne lo sguardo, con la bocca semiaperta e le labbra dure.

"Non ti chiedo fiducia. Ti chiedo di trovarla viva. E' un accordo, non un matrimonio".

Non gli era mai successo prima, ma per una volta sentì un'intensa curiosità per Krycek, un desiderio quasi fisico per conoscere i suoi veri interessi, le sue vere motivazioni. perché questa disperazione per arrivare da Eve? Era personale o solo affari?

"Ho una cicatrice per ogni volta che ho fatto un accordo con te", dichiarò. Senza aspettare risposta e quasi tra i denti.

Stabilirono il resto del piano senza troppe discussioni. Avevano così poche possibilità che andasse tutto bene che, in realtà, era una sciocchezza fare il meticoloso con i dettagli. Dovevano solo aspettare la notte e pregare che Eve fosse viva una volta che l'avessero trovata.

"Che cosa speri di ricavare da lei?" quando si rivolgeva a lui, il viso di Scully acquisiva un'insolita gravità. Da un lato era evidente che sentiva curiosità per la risposta, dall'altro, era chiaro che l'irritava dover dipendere dall'affidabilità di quell'uomo.

Per una volta, Krycek non si disturbò ad usare nessun gioco mentale, né ad elaborare qualche messaggio che nessuno potesse capire. Semplicemente andò direttamente al nocciolo. La cattura di Eve aveva dato urgenza alle sue parole, ma anche gravità al suo tono, abitualmente più acuto." Si aspettano informazione, o come tu melodrammaticamente diresti" fece segno verso Mulder quando lo disse, " si aspettano La Verità ". Fece una pausa." Fin'ora tutto ciò che sappiamo su di loro è quello che ci hanno raccontato, quello che abbiamo potuto vedere, ma Eve può avere accesso alle loro menti. Informarci su i loro veri piani, le loro strategie. La colonizzazione, l'invasione, e ciò che hanno stabilito di fare con noi dopo".

Con meraviglia di Mulder, Scully nemmeno battè ciglio."Alieni", sospirò, inarcando le sopracciglia all'infinito. " Pretendi che ci crediamo? Che Eve sia una specie di linea telefonica con razze di altri pianeti?"

"Non ho tempo per preoccuparmi per ciò che qualcuno può credere o non credere". Si esasperava man mano che parlava e il sudore ballava sulla sua fronte con disperazione. "Quello che so che se sto per fare una guerra voglio sapere tutto sul mio nemico e lei può darcelo".

Qualche minuto dopo, Mulder seguì Skinner e Scully fuori dal piccolo locale asfissiante. Il sonno stava incominciando a lasciare tracce sui riflessi di tutti. Era preferibile riposare, anche se solo per poche ore prima di uscire. Krycek rimase dentro, assorto sulla mappa, con una concentrazione così intensa che gli ingranaggi della sua mente sembravano emettere un suono quasi udibile.

"Mulder!" lo chiamò, prima che questi uscisse.

Era un ordine aspro. Mulder si fermò sulla porta ma non si girò a guardarlo. Anche così, di spalle, sentì le sue parole.

"Tu non hai cicatrici". Le parole viaggiavano verso di lui come espulse da una tempesta."Hai solo ferite aperte che non smettono di sanguinare. Fai attenzione, o le utilizzeranno per distruggerti da dentro".

Mulder uscì e chiuse la porta dietro di sé. Non aveva energia per cercare d'analizzare un messaggio cifrato di qualcuno con delle motivazioni così complesse. Doveva dormire e riposare. Aveva bisogno di un sonno riparatore, che paradossalmente, gli desse forza per liberare Eve dai suoi stessi sogni.

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Biotecnologie Rousch
18: 45 p.m.

"Mettiamole un vaso- dilatatore"

Un catetere aveva graffiato la delicata pelle dei suoi polsi e scivolava all'interno delle vene, facendo gocciolare un liquido incolore. Eve osservava concentrata il processo. Stanca, era così profondamente stanca che non poteva resistere. Le cinghie la stringevano con una forza inusitata e intorno a lei, i medici avevano mascherine chirurgiche e parlavano tra loro, prestando una speciale attenzione alla figura eccitata del dottor Akira Takeshi, che non smetteva di parlare. Eve faceva fatica a seguire il filo del suo ragionamento, sembrava preso dalla sua stessa fierezza mentale.

"Chiamiamo veglia lo stato nel quale la mente comprende la realtà fino al limite delle sue possibilità, mentre il sonno è lo stato in cui la mente riposa quasi del tutto e si chiude nelle sue fantasie". Camminava da un lato all'altro, muovendosi continuamente e esaminando monitors che stavano registrando i segni vitali di Eve. Sembrava esaltato per aspettativa. "Ma nel tuo caso, il sonno è un vero svegliarsi, dove puoi conoscere non solo le persone così come si mostrano, ma come sono, comprendendo anche le loro menti" Verificò che il siero cadeva perfettamente e guardò il monitor, entusiasmato. "L'unica cosa che manca è che tu raggiunga la capacità sufficiente per controllare questo stato, Eve".

Sentiva una leggero schifo ad ascoltare il suo nome da quelle labbra che sporgevano troppo. Ma lo schifo la faceva uscire dal suo comodo stato di assenza e lo rifiutò immediatamente. No. Aveva deciso di non sentire niente. Nemmeno la minima emozione. Avrebbe atteso che le droghe facessero effetto in fretta.

"Questo è quello di cui abbiamo bisogno" disse il dottore raschiandosi la gola.

Malgrado se stessa, Eve non poté evitare una scintilla di leggera curiosità. Sarebbe morta, no? Meritava di sapere esattamente perché.

"Abbiamo bisogno per che cosa?" chiese, guardando tranquilla gli occhi a mandorla del dottore.

Dopo un secondo e dietro la maschera, l'espressione dello scienziato asiatico era di meraviglia." Pensavo che lo sapessi" La sua voce rivelava autentica sorpresa. " Per metterci in comunicazione, naturalmente" Abbassò di poco la voce e si avvicinò a lei. Il suo alitò odorava di disinfettante. "Abbiamo preparato la tua mente tutti questi anni, Eve, perché sia simile alla loro, non ti rendi conto?"

Eve fece di no debolmente. Conto? Incominciava ad avere troppo caldo per rendersi conto. Spostò il suo sguardo dal dottore e lo diresse verso le vasche che stavano all'altro lato della stanza. Gli esseri nel liquido verde si dondolavano dolcemente e formavano onde quasi ipnotiche nel loro color verde. Guardandoli a Eve sembrava di sentire un potente ronzio nelle orecchie, una sensazione non del tutto sconosciuta, che era accompagnata da un riscaldamento progressivo di tutto il corpo e un sopore insostenibile per le palpebre. Sentì che il cuore le batteva più svelto e la voce del dottore svaniva, nascondendosi dietro un vetro invisibile.

"Vogliamo sapere cose su di loro, Eve", sentì, tra la nebbiolina della sua mente e il fruscio incontenibile del suo sangue. "Vogliamo che tu comprenda quello che ci dicono e quello che non ci dicono".

In fondo, molto in fondo alla sua coscienza, Eve sentiva il mormorio con maggior intensità e mentre il catetere continuava a gocciolare, la invadeva una sensazione familiare di stare abbandonando il suo corpo e di star sognando da sveglia.

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Biotecnologie Rousch
20: 30 p.m.

L'edificio era relativamente piccolo. Niente da paragonare agli uffici che l'industria aveva in altri stati e che Krycek aveva visitato anteriormente. Dall'esterno, sembrava, in realtà un enorme ambulatorio abbandonato. Se la struttura era vagamente simile all'architettura d'altri posti simili, i laboratori e tutto il personale medico sarebbero stati sotto terra. La prima cosa che doveva fare era attraversare la rete metallica e passare per la porta di sicurezza. Non era probabile che ci fossero molti altri sorveglianti una volta dentro, anche se non poteva saperlo con certezza.

Lasciando dietro la macchina Krycek si avvicinò al controllo della sicurezza. Scully lo seguiva, accelerando i suoi piccoli passi per non perdere il ritmo. La piccola rossa l'aveva avvisato prima dì abbandonare il vecchio hangar. Guardandolo fissamente con i suoi intensi occhi azzurri gli aveva detto" non acconsentirò a nessuno spargimento di sangue, Krycek" E aveva osato dargli anche un ultimatum, " se questa è la tua intenzione dovrai andare da solo".

Gli era sembrato tenero. Tanta preoccupazione per il prossimo. Tanto idealismo. Tanta giustizia smisurata. Tanto onore. Sembrava che non si rendessero conto di ciò che c'era in gioco. Sembrava che non capissero che Eve era la chiave di in una battaglia per la sopravvivenza di tutto lo stramaledetto pianeta e che in confronto a questa guerra, qualsiasi sangue sparso in una battaglia era superficiale. Pensandoci bene, né Mulder, né Scully né il Vice Direttore, erano troppo diversi dai burocrati della Rousch, che erano disposti a chiudere il "Prometeo" solo per denaro e i mal di testa che causava, senza fermarsi a pensare in un beneficio a lungo termine.

Cazzo. Quanto più ci pensava, più attraente gli sembrava l'idea di collaborare con i fottuti omini grigi per fulminare questa stupida umanità. Chi non comprende il valore della sopravvivenza, pensava, non si merita di essere salvato. Era sempre stato un buon lemma.

Sperava che Eve lo comprendesse e che stesse cercando di sopravvivere. Dentro di lui, lo sperava con maggior ansia di quanto si riconosceva. Sapeva che stava solo a pochi metri da lui, interrata sotto il suolo del deserto. Immaginava il suo corpo, quel corpo così gracile, disteso sul tavolo operatorio. E la sua pelle di frutta matura, divisa in due dagli aghi chirurgici mentre i medici l'osservavano e valutavano i risultati.

Gli ardeva tutto il corpo al pensarci. Gli si obnubilava la mente.

E si ricordava di Lynus March, che aveva voluto nascondere i veri poteri di Eve, che aveva voluto fermarli con i farmaci. L'aveva sempre odiato per quello. Ma ora che Eve stava nelle mani di gente che l'avrebbero sacrificata prima di rimanere senza risultati, incominciava a capirlo. Anche Krycek voleva questi stessi risultati, ma voleva anche che gli occhi sereni di Eve lo guardassero dall'altro lato del letto e gli sorridessero con complicità. Voleva tornare ad assaporare il profumo della sua pelle quando era eccitata e sentire come mugolava il suo nome nella notte come solo lei poteva farlo. Voleva tutto. E se il cloni l'uccidevano non avrebbe avuto niente.

L'inquietava troppo pensarci, ma per la prima volta in vita sua, Alex Krycek, non era disposto a pagare qualsiasi prezzo per vincere la guerra. Eve era un prezzo troppo alto.

La guardia di sicurezza l'osservò mentre si avvicinava, Scully era rimasta fuori dalla guardiola, nascosta dietro una parete.

"Deve essere riconosciuto per entrare" disse una voce metallica puramente inespressiva.

Il lettore esaminò il colore, la grandezza, la struttura dell'iride. Li trasformò in una serie di zeri e uno e li comprovò con il computer centrale dell'industria. Non poté misurare l'emozione, l'ansia, l'urgente necessità che pulsava in quell'iride smeraldo che acquisiva una vuota oscurità nei momenti prima della battaglia.

"Autorizzazione concessa" informò la macchina. E mentre la guardia si avvicinava per aprire la porta, Scully scivolò all'interno. Il sorvegliante si girò e non vide nemmeno venire il colpo prima di cadere per terra sotto il pugno di Krycek.

A vari metri sotto il suolo i monitors registravano i segni vitali di Eve. La temperatura aveva raggiunto i quaranta gradi e non sembrava fermarsi. Il polso era impazzito e il catetere continuava a gocciolare per ordine dei medici, mentre la ragazzina sudava e si agitava con gli occhi semiaperti. Di fronte a lei, i prototipi alieni sentivano il suo potere e si agitavano nelle vasche. Sibilante, come una corrente d'aria all'interno di una ringhiera, la mente di Eve si avvicinava a loro e parlava loro nello stesso linguaggio.

Risvegli

Lynus March. Ogni volta mi costa di più ricordare il mio nome. Ho la sensazione che non sono giorni, ma un'eternità che fluttuo nell'anticamera della morte, e che sto rifiutando con l'ultima tenace volontà che mi rimane, di abbandonare questo stadio intermedio tra il vivo e il non-vivo. Ho lasciato troppe cose in sospeso e la preoccupazione non mi lascia riposare in pace. Specialmente ora che Eve corre un così grande pericolo. La sento morire ed avvicinarsi al mio fianco e non trovo il modo di fermarlo. Credo che questa mia impotenza è ciò che mi tiene in vita. Vedere tutta questa grottesca scena che ho cercato tanto d'evitare e non posso fare niente per te, Eve.

La tua mente viaggia per tutta la stanza. E sei fantasticamente poderosa, come io ho sognato che saresti stata quanto ho pianificato il tuo concepimento. Erano anni che studiavo, allora, la mia scienza era penetrata nella mia coscienza e mi aveva posseduto una lussuria cieca per sapere di più. Passarono anni finchè compresi la chiave per crearti. Anni in cui non ho mai pensato a te come un essere umano, ma come una serie di numeri e cifre. Le tue madri, tutte quelle donne devastate, erano state messe a contatto con gli alieni e fu quel contatto ciò che trasformò le loro menti. Al posto di combattere contro tutto questo, io approfittai di questa trasformazione e ti creai a loro immagine e somiglianza. Un corpo umano, una mente alterata da qualcosa d'inumano. Una chiave per connetterci con altre forme di pensiero.

I militari, l'industria, volevano solo informazioni concrete su invasioni e colonizzazioni. Sciocchezze. Guerre in cui tutti volevano utilizzarti per i loro propositi. Non ti creai per la guerra, Eve. Sei, semmai, una radio con altri mondi, un ponte tra continenti distanti, una forma di comunicazione e non un'arma. Meriti qualcosa di più, bambina mia. Non ho mai voluto che fossi uno strumento per una battaglia e per questo ho cercato di proteggerti. Mi spaventava quello che potevano fare con te. Loro non ti avrebbero mai visto come una persona, non si sarebbero mai importati della tua sicurezza, né della tua salute, né della tua felicità. Solo dei benefici che avrebbero potuto trarre da te. Lo so, perché una volta ero come loro. Ma poi, ti conobbi, Eve. All'inizio per sorvegliarti meglio e dopo perché incominciai a volerti bene malgrado me stesso. Avevi superato le mie aspettative più ambiziose, te lo assicuro. Mi catturò la tua umanità. Mi sentivo orgoglioso, Eve come un padre la cui progenie avesse superato i suoi sogni più intensi.

Sogni. Questa è stata sempre la chiave di tutto. Che ironico, vero?

Abbiamo lavorato anni sull'ipotesi che la mente extraterrestre era completamente diversa dalla nostra. E lo era. Eccetto negli intervalli della fase REM. Nei sogni, Eve, eravamo simili. Per questo, quelle donne dannate, le tue madri, rimanevano a metà strada tra il sonno e la veglia. Una volta a contatto con forze aliene, non potevano tornare a svegliarsi, né a dormire. Rimanevano pendenti sulla frontiera, in equilibrio su una linea, equilibriste sulla frontiera della realtà.

Quello che si vede su questa frontiera, Evie, solo tu puoi saperlo. Nè umana, né divina, nè aliena, né addormentata, né sveglia, tu sei la prima donna. E ora che sei vicino a me, lottando tra la vita e la morte, ti chiedo che tu scelga una riva. Scegli la vita, e lasciami morire in pace, amore mio, mia dolce creazione. Te lo dissi. Te lo ripeto. Nessuno è pronto a sentire ancora la tua musica.

Ti abbiamo studiato, ti abbiamo sorvegliato, ti abbiamo manipolato, abbiamo cancellato i tuoi ricordi, abbiamo fotografato la tua intimità, abbiamo diretto la tua vita dietro le quinte, abbiamo alterato i tuoi ricordi. Io sono stato colpevole di tutti questi peccati e non ho più il modo di pentirmi, perché sono morto e utilizzo le mie ultime energie per parlarti. Non farmi ancora il regalo di riunirti con me. Castigami e lasciami solo per l'eternità. Prendi la tua prima decisione liberamente, Eve e vivi. Non morire.

Se lo fai, troppe speranze moriranno con te. Tutti moriremmo un poco.

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Biotecnologie Rousch
10: 25 p.m.

Con studiati movimenti e un'intensa concentrazione, Nicholas collocava le cariche all'interno del dispositivo. Erano varie ore che sistemava tutto perché si compissero gli ordini del consiglio e che l'edificio saltasse in aria a mezzanotte. Seguendo il piano d'evacuazione si era incaricato di ridurre al minimo il personale del settore. Non rimaneva nessuno negli uffici dell'Amministrazione e Gestione, e gli agenti della sicurezza erano stati ridotti al minimo. Non c'era necessità che morissero molti e che ci fosse da indennizzare le famiglie e istruire altri agenti nuovi. E nemmeno si poteva evacuare tutti e destare sospetti. Poche vittime erano necessarie, chiaramente, come in qualsiasi guerra.

Era necessario, per esempio, che morissero gli scienziati. A quest'ora, lavoravano nel seminterrato, ignari del piano di pulizia. Continuavano quei sordidi esperimenti per i quali Nicholas non aveva mai sentito il minimo interesse. Lui non era come Alex, sempre pieno di dubbi e di domande, che curiosava dietro le porte e che spiava per preparare il suo prossimo tradimento.

perché questo era l'unica cosa che sapeva fare. Tradire. Durante il viaggio in elicottero se n'era convinto. Osservando quella maledetta ragazzina delicatuccia e sbrindellata, con un orribile taglio di capelli e un'espressione assente, aveva compreso senza dubbi che Krycek l'aveva sedotta come forma di potere. Come con lui, aveva comprato la lealtà con il piacere.

Con cura per non danneggiare l'apparato, Nicholas tirò fuori il timer dalla borsa e lo collegò al resto del dispositivo.

Le manovre erano meccaniche e gli risultava facile eseguirle senza impiagare in esse nessun'emozione. Niente eccetto la rabbia, che ribolliva nel suo stomaco con la stessa intensità di sempre. Per colpa dello stupido agente del FBI continuava ad essere sospeso nel suo stesso odio e non riusciva a vedere la spiaggia dietro il tormento di una vendetta non compiuta. In fondo, quello che sarebbe successo alla ragazza era responsabilità del maledetto Mulder. perché ora aveva bisogno di un'altra maniera per bruciare il suo odio ed era deciso ad avere il suo momento di piacere. Il rito della vendetta così esigeva.

Le istruzioni del presidente erano chiare. Doveva aspettare mezzanotte e vedere i progressi della ragazzina. Decidere la sua vita o la sua morte e solo dopo, dare fuoco al progetto. Ma, che consolazione c'era in questo? Nessuna né per lui né per la ragazzina. La povera bambina innocente che era stata sedotta da Krycek per i suoi scopi e che ora stava nelle mani dei medici. L'avrebbero spremuta fino alla morte. Non meritavano tutti e due qualcosa di meglio? Non meritava lui qualcosa di meglio? Forse non meritava un fuoco, un inferno fiammeggiante che purificasse il suo odio per Alex distruggendo l'ultima delle sue vittime? Con Eve che bruciava, sarebbe bruciata l'ultimo momento di piacere sessuale di Krycek, bruciava il Nicholas che si era lasciato sedurre da lui e quello che aveva sofferto per il suo tradimento. Solo la distruzione di quella memoria avrebbe potuto portarlo al culmine per rinascere.

Collocò l'ultima carica e attivò il timer. Il lettore digitale marcava i minuti fino alle undici andando a marcia indietro. Mezz'ora e avrebbe potuto vedere la sua opera completata da lontano. Sentire la sua vendetta infernale. Si mise in piedi e sentì il segnale del suo piccolo walkie talkie. L'informò la voce del sorvegliante del posto di controllo delle telecamere.

"Stanno cercando d'entrare nell'edificio, signore".

"Chi?", urlò.

La sorprendente risposta gli allargò il petto di un piacere nervoso che sfiorava la disperazione isterica di un orgasmo che non arriva al suo culmine.

"Credo che si tratti del capitano Krycek, signore".

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Laboratorio centrale
10: 30 p.m.

Con le placche della rianimazione in mano, il dottor Takeshi gridò l'ordine e tutti ritirarono le mani dal corpo di Eve.

"Libera!"

Al contatto con la scarica, il petto delicato della ragazzina si agitò in una piccola convulsione e il monitor cambio il suo acuto fischio per un suono intermittente.

"Abbiamo il battito", informò uno degli aiutanti attraverso la mascherina chirurgica che gli copriva la bocca e il naso.

Ancora agitato dalla sua stessa scarica di adrenalina, Akira Takeshi lasciò le placche sul carrello e si portò il polsino della manica del camice alla fronte per asciugarsi il sudore. Non era credente ma non poteva evitare di pregare dentro di sè. O otteneva che la ragazza tornasse dalla sua trance con dei risultati o l'industria l'avrebbe dato in pasto a pescecani. Il suo tempo, come quello dei suoi colleghi, era arrivato alla fine.

Osservò il petto che aveva di fronte a lui. Era disseminato qui e là di migliaia di puntini rossi.

"Diminuiamo la velocità della flebo, dottore?" Il suo aiutante più vicino lo guardava con preoccupazione mentre gli altri quattro medici che l'assistevano aspettavano i suoi ordini.

La cosa più sensata era farlo, immediatamente. Fermare il processo o al meno, ridurre la sua velocità. Dal punto di vista medico, era l'unica possibilità razionale. Ma Takeshi non aveva tempo per pensare come un medico. Doveva pensare come un burocrate, per una volta nella sua vita. Come scienziato. I prototipi, abitualmente immobili e inespressivi, si muovevano incessantemente nelle vasche, come se qualcosa li turbasse.

Erano come cani. Animali che presentivano l'arrivo di un terremoto o erano esposti ad un ultrasuono particolarmente acuto. Mai prima avevano reagito con tanta intensità. Sicuramente, Eve cercava di comunicare con loro.

Era un segno che dava speranza.

"No", ordinò."Continuiamo con il trattamento".

La ragazza sudava e i suoi occhi aprivano e chiudevano le palpebre intermittentemente. A tratti, il dottore poteva sentire un'affilata brezza nel cervello, una corrente d'aria che serpeggiava nella molle massa grigia all'interno del suo cranio.

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Entrata principale
10: 32 p.m.

Una volta che il lettore aveva dato loro accesso all'interno dell'edificio, il gruppo si divise in due seguendo le istruzioni di Krycek. Skinner non poteva evitare di notare il silenzio, presente nei corridoi metallici come un invitato di pietra, una presenza vigile e letale. Lo stesso ascensore aveva una presenza maligna. Le sue enormi porte, enormi coltelli di metallo, si aprirono senza rumore, accettando al suo interno Krycek e Scully. Il Vice Direttore guardò Mulder con la coda dell'occhio e vide il suo sguardo inchiodato sulla piccola figura della sua compagna. Erano tesi, come se la separazione fisica tra loro fosse un'estirpazione dolorosa. E continuarono a guardarsi finchè le porte non si chiusero completamente e l'ascensore incominciò a scendere.

Mentre aspettavano che salisse di nuovo, Skinner esaminò la sicura della sua pistola. "Fino a che punto possiamo essere sicuri che Krycek conosce quest'edificio così bene come crede?" Parlava in un sussurro profondo ma gli sembrò un grido in quell'enorme silenzio.

La risposta di Mulder non lo tranquillizzò troppo. "Non possiamo". L'ascensore arrivò con un suono di campanello." Ma non abbiamo alternativa".

Stupendo.

Montarono in ascensore e premettero il bottone che li avrebbe portati all'ultimo piano. Se l'edificio rispondeva alla disposizione che Krycek aveva indicato loro, il controllo delle telecamere doveva stare su, sorvegliando il complesso come un sinistro dio delle ombre.

"La terrò per mesi immerso nei rapporti per questo, Mulder".

L'uomo più giovane sembrava rassegnato."Sì, signore".

Le porte si chiusero e l'ascensore salì.

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Seminterrato zero
10: 33 p.m.

Scully seguiva Krycek e non smetteva di guardarsi intorno, incessantemente. Le risultava strana tanta quiete. Una cosa era che l'industria contasse su un sistema di sicurezza elettronico e un'altra molto diversa che i dirigenti della Rousch non avessero prestato più attenzione alle possibili fughe d'informazione e non avessero equipaggiato l'edificio con più guardie di sicurezza. Doveva stare all'erta. Aveva il cellulare in tasca e pregava perché Mulder e Skinner potessero arrivare quanto prima alla sala di controllo e che li guidassero da lì.

Per ora poteva solo aspettare e odiava aspettare. La faceva sentire impotente e non le piaceva l'impotenza. Inoltre, stare vicino a Krycek aggiungeva insicurezza alla sua insicurezza. Non le piaceva separarsi da Mulder e dover aver fiducia che un assassino confesso, un bugiardo compulsivo e un traditore recidivo le guardasse le spalle. Ma Krycek aveva ragione. E con un poco di sfortuna, Eve avrebbe avuto bisogno di un medico per poter uscire di lì

" Per chi sei preoccupata, Dana? Per Eve o per Mulder?"

Krycek le parlava senza guardarla in faccia, senza spostare gli occhi dal lungo corridoio che li aspettava e che si estendeva in tutte le direzioni.

"Mi preoccupa che tu voglia parlare con me, Krycek. Questo m'importa".

Era la verità. La rendeva inquieta la familiarità con cui la trattava. Con lei, Krycek era privo dell'intensa aura di territorialità e aggressività che acquistava vicino a Mulder. Sembrava più rilassato e più spaventoso. Sopratutto, quando sorrise per un attimo. Sembrava molto più giovane quando sorrideva e il cinismo della sua espressione si ammorbidiva troppo per i gusti di Scully.

"Sai una cosa? Ho sempre saputo che ti avevano sottovalutato, ma non ho mai immaginato fino a che punto".

Prima che Scully potesse valutare se quello era stato o no un complimento e come avrebbe dovuto prenderlo, suonò il cellulare e la voce di Mulder le accarezzò l'orecchio, placando il centro dei suoi nervi.

"Scully, vedo Eve. Dovete andare a destra".

Fece un gesto a Krycek e s'incamminarono per il corridoio senza riattaccare il telefono. Mulder li guidava e malgrado tutto, in quell'inferno igienico Scully sentiva la connessione con lui come qualcosa in più di un legame telefonico.

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Sala di controllo
10: 35 p.m.

Qualcosa andava male. Mulder poteva sentirne l'odore. Letteralmente. C'era toppo poca gente in quel posto. Era ridicolo. Che stava succedendo? Li avevano fatti entrare di proposito? Krycek aveva teso loro una trappola? Non riusciva a togliersi l'idea dalla mente e s'intratteneva con il piacere che avrebbe provato a strappargli le viscere se così fosse stato. Ma dentro di lui, il suo istinto gli diceva che Krycek era il più interessato a soccorrere Eve. La voleva viva. Di ciò, Mulder, non aveva dubbi. Sì, non ne aveva su i suoi motivi, ma non su i suoi obiettivi.

Chiaramente il suo istinto gli diceva forte e chiaro che qualcosa era fuori posto. Avevano trovato solo una guardia nella sala di controllo. Uno. Secondo Krycek, ce ne sarebbero dovuti essere almeno due. Skinner l'aveva messo fuori combattimento con facilità e il sorvegliante, un uomo mediamente corpulento, di una trentina e poco più di anni giaceva legato al suolo, ancora incosciente per l'effetto dei pugni del Vice Direttore del FBI. Era stato un destro potente. Mulder prese nota mentalmente di non irritare mai Skinner fino al punto estremo che dovesse allungargli un pugno. Forse non stava più nei marines ma senz'altro non aveva dimenticato l'addestramento.

La sala, invece, era piena di monitors. Piccoli televisori in bianco e nero che sorvegliavano ogni angolo dell'edificio. Lanciò un'occhiata a tutti mentre si agitava sempre di più. Dove stavano le guardie di sicurezza?

Skinner gli lesse nel pensiero.

"Troppo poca gente". La sua voce grave sembrava assordante in quella piccola stanza. "Non mi piace"

Mulder premette il tasto del numero uno sul suo telefono mentre localizzava l'unico monitor con attività di tutti quelli che aveva di fronte.

Eve si agitava sul lettino, legata con cinghie come un animale con le convulsioni. E cinque uomini, cinque medici con i camici erano appostati intorno a lei come divoratori di carogne.

"Scully, vedo Eve. Dovete andare a destra".

E quando lo disse, le figure di Krycek e Scully entrarono nel campo visivo di una delle telecamere e sparirono per un lungo corridoio, passando da un monitor all'altro mentre Mulder continuava a guardarli. Alle sue spalle il walkie talkie del sorvegliante emise un rumore soffocato e riconobbe, attraverso le interferenze una voce familiare.

"Controllo, rispondi" diceva la voce, mentre aspettava replica.

Non potè trovare il viso di quell'uomo sui monitors ma non ce ne fu bisogno. Il cacciatore che aveva sequestrato Eve aveva un melodico accento europeo impossibile da confondere.

Con un gesto che gli era proprio, Skinner si diresse verso il guardiano e spense la radio.

"Scully", Mulder le parlava mentre vedeva la sua immagine nei monitors e si sentiva vicino e lontano da lei allo stesso tempo, "Korodenko è nell'edificio. Credo che sia il responsabile dalle sicurezza. Fai attenzione, non lo vedo sui monitors".

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Laboratorio centrale
10: 40 p.m.

Volare. Cadere. Arrendersi al vuoto. Sognare. Per Eve tutto era la stessa cosa. Assente a se stessa in un prolungato stato di accelerazione che non le permetteva di comprendere niente, navigava in un mormorio sconnesso di voci, suoni e visioni che non avevano significato. Persa tra le onde di una tempesta, sorteggiava le onde con isteria, decidendo se doveva affogare o salvarsi.

Era tutto insolitamente intenso. A tratti, ascoltava una voce con chiarezza e una mente si apriva davanti a lei, penetrando i suoi misteri. In particolar modo chiara, poteva sentire la corrente mentale del dottor Takeshi. Uno stridio urgente, prodotto da una mente spaventata e piena di ossessioni, intrigatamente loquace, ma caotica. E quando cercava di concentrarsi sulla sua voce e capire qualcosa, si ritrovava distratta da un altro mormorio, un'altra mente, un'altra corrente elettrica. Quando distingueva qualcuno degli aiutanti del dottore e riconosceva sopratutto la paura e l'angoscia nei suoi processi cerebrali, perdeva la capacità per restare attenta e si sentiva al limite dell'asfissia.

Calore. Dolore. Sopratutto dolore quando ritornava nel suo corpo e sentiva il cuore che batteva nel petto con troppa intensità, come una bomba ad orologeria che la stesse distruggendo dall'interno, risuonando come un trombone supersonico.

perché non poteva lasciarsi cadere nel vuoto senza dolore? perché non poteva svanire tranquillamente?

E in mezzo a tutto questo, la visione. Una figura sfumata che cercava di comunicare con lei. Una voce mentale inconfondibile. Sciupata, vecchia e piena di paura e tenerezza verso di lei. Lynus. Lynus che era morto ma che non era completamente morto e cercava di mettersi in comunicazione con lei. Eve non poteva capirlo, ma poteva sentire la sua ansia. Quello che doveva fare era avvicinarsi di più a lui. Così che Lynus avrebbe potuto spiegarle tutto e lei avrebbe ricevuto il suo affetto e avrebbe potuto perdonarlo. Questa era un'altra ricompensa della morte, che sembrava sempre più attraente ad ogni istante.

Chiaro, doveva morire. Solo il dolore, l'intenso dolore del suo corpo la manteneva viva. E era l'angoscia per scappare da questo dolore ciò che, paradossalmente, non la lasciava morire in pace.

Sulla barriera tra la vita e la morte, sulla frontiera tra ciò che è mentale e ciò che è fisico, Eve sentì, senza sapere come o perché, un momento di pace in cui tutto si fermò e la sua volontà si mantenne ferma dall'alto di quel complesso di cose. Come una vedetta fiammeggiante, il suo cervello poteva dominare quel sogno caotico. Poteva vedere le menti di fronte a lei e sceglierne i suoni. Stanca, Eve si lasciò cadere nel mormorio più musicale di tutti e ascoltò le voci degli alieni, il loro affascinante mormorio mentale.

E il suo cuore, giovane, generoso e addolorato, si fermò per la seconda volta.

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Seminterrato zero
10: 40 p.m.

Nicholas sapeva strisciare quando era necessario. Muoversi in quell'edificio come se fosse una parte viva del proprio organismo. Cercò di mettersi in comunicazione con la guardia del controllo, ma capì che l'avevano catturato quando non rispose alla sua chiamata. Disattivò il walkie talkie e guardò il suo orologio da polso. Venti minuti per la detonazione. Poteva uscire per una delle numerose porte posteriori e vedere da lontano come tutto il maledetto edificio era avvolto dalle fiamme con Krycek dentro. Ma l'eccitazione era una droga troppo poderosa. Ora che il destino gli aveva dato l'opportunità di compiere la sua vendetta, non poteva rinunciarci. Doveva uccidere Alex con le proprie mani. Farlo lui per assicurarsi che era stato fatto.

Si diresse al laboratorio a cauti passi. Se Krycek era tornato per la ragazza, lì era dove sarebbe andato a cercarla.

E lì era dove Nicholas sarebbe andato a vederlo morire. E questa volta, non gli avrebbe sparato, no. Avrebbe conficcato le mani nel potente Krycek fino a poter assaporare il suo ultimo respiro.

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Sala di controllo
10: 46 p.m.

Angosciosamente recalcitrante, Mulder aveva appena avuto una sincera rivelazione sull'esistenza di Dio. In un momento di lucidità aveva compreso che Dio esisteva e che guardava al di fuori del mondo tutte le barbarie e i soprusi degli uomini. Come risultato di ciò e mosso dalla frustrazione e dall'angoscia, Dio era morto. perché se poteva vedere tutto, come lo stava vedendo lui da quei monitors, e non poteva fare niente, Dio aveva avuto un infarto.

Era insopportabile. Mentre vedeva come Krycek e Scully si dirigevano al laboratorio centrale, aveva potuto osservare i dottori che stavano lì dentro. Non poteva ascoltare le loro voci ma bastava vedere come avvicinavano al carrello della rianimazione al lettino per sapere cosa stava succedendo. Eve stava morendo. Se di per sè la recente informazione non era sufficiente ad accumulare punti per l'infarto, per di più, Mulder doveva vedere come Nicholas Korodenko, quel muro di Berlino di cento chili di peso si avvicinava alla posizione di Krycek e Scully.

Davanti alla porta del laboratorio, Krycek metteva il viso sulla macchina e aspettava l'autorizzazione.

"Scully, avete Korodenko dietro di voi. Va verso il laboratorio".

Senza pensarci su né aspettare la risposta, Mulder dette il cellulare a Skinner e si diresse verso la porta ignorando la voce del suo superiore.

"Si può sapere dove va?"

Dove? Andava da Scully, chiaramente. Dove se no? Non sarebbe rimasto lì, a guardare, ad essere inutile testimone di ciò che poteva accaderle. " Qui non ci sono guardie da sorvegliare", disse con urgenza, "scenderò".

Ebbe l'impressione che Skinner aveva una specie di replica preparata ma che si dava per vinto vista la sua determinazione.

Meglio.

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Laboratorio centrale
10: 45 p.m.

Aumentare la dose di epinefrina non stava dando risultati e il dottor Takeshi sudava per tutti i posti da dove era possibile sudare e da qualcuno sconosciuto. Tre scariche e niente. Non avevano polso. Il petto di Eve si era convertito in un'enorme macchia rossa. Con i capelli completamente bagnati per la traspirazione e gli occhi semiaperti, offriva uno immagine grottesca. La mancanza del battito cardiaco, stava incominciando ad essere evidente nelle estremità del corpo. Sotto le unghie, la pelle aveva acquisito un tono violaceo.

"Libera!"

La macchina emise un suono secco e Eve ricevette una scarica senza che il monitor mettesse in evidenza il battito. L'avevano persa. Due blocchi in così poco tempo erano definitivi. L'avevano persa. I suoi aiutanti aspettavano istruzioni e il dottore guardava le sue mani senza riuscire a capire ciò che stava accadendo né avere la capacità necessaria per reagire.

Dietro di lui, la porta del laboratorio si aprì e torno a chiudersi. Assorto in uno stato di shock, non si preoccupò di chi potesse essere entrato. Ma vide il panico sui visi dei suoi collaboratori, che alzarono le braccia come se ci fosse qualcuno che li tenesse sotto tiro con un'arma. Allora si girò molto piano e di fronte alla porta vide una donna con i capelli rossi e un uomo alto dai tratti induriti, ognuno con un revolver di grosso calibro in mano. Parlavano loro e davano ordini ma Takeshi era incapace di reagire.

Aveva perduto la ragazza. Il tempo era finito. E non aveva niente. Tutte le sue ricerche, i suoi sogni, la sua intera vita perduta. Se non lo uccidevano quei due, l'avrebbe ucciso l'industria. Lasciò le placche sul carrello e obbedì agli ordini degli intrusi mentre si avvicinavano alla ragazzina e parlavano tra di loro.

Nella vasche i prototipi rimanevano quieti, tranquilli, riposando in quel mare verde come tutte le speranze distrutte del dottore.

**
Laboratorio principale
10: 47 p.m.

Mantenere la calma in una situazione nella quale tutti la perdevano era la migliore garanzia per sopravvivere. Krycek lo sapeva bene perché quella calma al centro dei più tenebrosi uragani l'aveva tenuto in vita fino ad allora. Per questo, quando entrò nel laboratorio e vide Eve, ebbe il tempo necessario per girarsi e sparare una sola volta al lettore dell'iride che permetteva l'ingresso al laboratorio. Se Nicholas voleva entrare, avrebbe avuto bisogno di cercare un altro modo. Non l'avrebbe fermato, ma l'avrebbe distratto.

In una frazione di secondo ebbe il tempo necessario per valutare la situazione. C'erano cinque dottori dentro. Uno di loro, minuto, abbattuto e coperto di sudore, sembrava il responsabile di tutto. Era, senz'altro, il più vecchio. Il resto sembravano ragazzini di scuola, spaventati e lividi di paura davanti alla canna del revolver. Krycek sentì l'impulso sparare a tutti tra gli occhi. Lo fermò solo l'avvertimento che gli aveva fatto Scully di non fare nessuna mattanza. Di fronte a ciò che sembrava un macabro lettino per le operazioni, c'era una mezza dozzina di vasche, tutte piene di liquido verde. Tutti erano contenitori per cloni alieni come quelli che Krycek aveva visto decine di volte, in decine di posti differenti. Scully fu enormemente sorpresa al vederli ma non lasciò che la distraessero.

Come lui, era più attenta da un'altra visione. In mezzo alla sala ovale, senza la parte superiore dei vestiti, tranne per il reggiseno blu scuro che risaltava sul tono della sua pelle, Eve era diafana. La pelle del suo viso aveva il tono opaco della cere e gli occhi, erano vitrei e semiaperti. Piena di cateteri e piccole ventose bianche rimaneva immobile ed estranea a tutto.

Morta.

No, morta no. Decise Krycek. Non mentre lui poteva fare ancora qualcosa. Con la coda dell'occhio, vide come uno degli spaventati aiutanti del dottore, avanzava a marcia indietro verso un banco con cassetti semiaperti e metteva la mano tremante in uno di essi. Non ebbe tempo di tirar fuori la pistola e difendersi prima che Krycek gli sparasse nella gamba destra e il suo grido di dolore risuonasse nella stanza. Ignorando lo sguardo di rimprovero di Scully, Alex parlò in direzione del dottore senza spostare lo sguardo dal suo aiutante, che si contraeva al suolo tra spasimi di dolore.

Che soffrisse. Non aveva avuto pietà della sofferenza di Eve e nemmeno ne avrebbe avuta lui.

Il dottore lo guardava isterico.

"Mi dia una ragione per fare lo stesso con lei. Posso spararle finchè non mi supplichi per una morte rapida".

Aveva una voce stridente, come una gallina disperata." Non si può fare niente. E' morta", chiocciò.

Krycek mirò allo stomaco. "Non finchè non lo dico io".

Scully si mise la pistola nella porte posteriore dei pantaloni e corse verso Eve, sostenendo le placche della rianimazione tra le mani. La sua voce era tesa ma decisa nel dare ordini.

" Che cosa le state somministrando?"

Il dottore la guardò senza rispondere.

"Che cosa le state dando!", ripeté, mentre preparava il carrello della rianimazione.

Quando Krycek vide che non aveva intenzione di rispondere, si avvicinò al dottore e tirò dolcemente il grilletto. Quando il proiettile stava per uscire il dottore gemette con una vocina acuta.

"Vasodilatatori"

Piena d'energia e completamente presa da Eve, Scully fermò la flebo e applicò una scarica. Il petto della ragazza si agitò. Krycek non poteva fare a meno di guardare. Presentiva, come non aveva presentito niente prima, che Eve stava ancora li, con loro. Le indirizzò un messaggio molto chiaro e lo fece con l'autorità che le circostanze esigevano, come al solito. Le ordinò di affrontare la vita e d'impegnarsi a sopravvivere. Conosceva perfettamente la lotta che si stava scatenando dentro di lei perché lui aveva affrontato la stessa decisione in una notte funesta.

A Krasnoiarsk mentre gli amputavano il braccio senza anestesia e a fuoco vivo e lo lasciavano per giorni sul terreno umido del bosco, quasi dissanguato e senza forze, Alex Krycek aveva preso in considerazione l'idea di morire come unico modo per non sentire il dolore e aveva evitato la tentazione, ostinato a continuare ad andare avanti per lottare in tutte le battaglie possibili. Eve doveva fare la stessa cosa. Doveva scegliere la riva della sofferenza e della vita.

**

Qualcosa stava succedendo. Qualcosa non andava bene. Qualcosa si stava intromettendo nella mente di Eve giusto quando la pace si era impadronita di lei e galleggiava libera. Giusto quando aveva smesso di sentire le sensazioni dolorose del suo corpo e vedeva se stessa dall'esterno, sollevandosi al di sopra di tutte le cose terribili che lasciava dietro. Qualcosa l'obbligava a retrocedere dal suo cammino verso la gloria. Da diverse direzioni sentiva due forze opposte che, invece, le inviavano lo stesso messaggio.

La pregavano, le ordinavano, l'imploravano. La supplicavano con due calligrafie mentali completamente differenti che non morisse, Distingueva facilmente una di quelle forze. Era Lynus. Sbiadito e sempre più vicino, il suo antico maestro era una volontà colpevole e supplicante che le chiedeva, per favore, di non riunirsi a lui.

"La tua musica, Evie", ripeteva incessantemente, " lascia che la tua musica continui a suonare".

E poi c'era l'altra, questa forza fisica che la tirava verso la sponda apposta di un fiume con una forza spaventosa. Solo per curiosità, Eve cercò di scoprire chi fosse e si concentrò su quella presenza. Non del tutto sconosciuta, era intensa, pressante e bisognosa. Era un cavo elettrico diviso in due che emetteva scintille di pensiero in tutte le direzioni e la cercava nel vuoto.

Era Alex. Vivo. Era Alex ed era vivo.

E la stava chiamando. Chiedendole di sopravvivere. Esigendo che affrontasse il dolore e assumesse la vita come una responsabilità.

Alex era vivo.

E la sua elettricità mentale, si trasformava nell'elettricità che emetteva il carrello della rianimazione, che faceva contatto con il petto di Eve e le bombardava il cuore. Sospesa sulla frontiera della morte, vide come si sfumava l'immagine di Lynus e si dissolveva nel vuoto delle domande senza risposta. Cercando la sua volontà perduta, Evie tentò di tornare nel suo corpo seguendo la scia del dolore. Un dolore intenso che colpiva a scariche intermittenti.

Nel momento in cui il cuore tornò a pulsare nel suo petto, l'agonia si fece praticamente insopportabile. Eve pensò alla vita, alla strada, alle albe del sud, alla vodka e ai cioccolatini rubati. Alla televisione via cavo, ai baci con la lingua e alle attrazioni da fiera. Alla vita e al suo enorme arcobaleno di emozioni. E dette il benvenuto al dolore, svegliandosi alla coscienza come un essere rinnovato. Non sarebbe morta, sarebbe stata forte, perché il mondo le imponeva di essere forte e non poteva continuare a voltargli le spalle. La sua vita era stata un inganno però dipendeva da lei convertirla in qualcosa di diverso. Morta non era niente. La pace eterna non era un'alternativa degna di essere presa in considerazione.

Alex era vivo. Doveva vivere.

Piena di lividi e senza forza aprì le palpebre con sforzo e gli occhi azzurri di Scully la ricevettero con sollievo.

Tirò fuori un filo di voce da dove non l'aveva."Sono morta?"

Krycek comparve nel suo campo visivo."Ti fa male qualcosa?" domandò. Nascondeva il suo sollievo nella durezza della sua espressione.

Con la gola secca, Eve riuscì a tirar fuori le parole. "Tutto".

Sul viso di Alex c'era un mezzo sorriso. "Allora sei viva".

Avrebbe voluto, ma non aveva forze per restituirgli il sorriso. Ne aveva solo per guardarlo e verificare che, effettivamente, il verde dei suoi occhi non si era spento. Continuava a risplendere, come il liquido amniotico che accoglieva i prototipi. I cloni alieni nella cui mente Eve aveva visto, solo per un istante, nuove porte dell'universo, nuovi territori della mente. Li guardò girando gli occhi verso di loro e ricevette i loro sguardi pacifici che si accomiatavano da lei nel loro affascinante silenzio mesmerico.

Vinta dalla stanchezza, chiuse gli occhi e perse i sensi. Sul monitor, il suo polso si manteneva stabile. Si congedò da Lynus March, pregando che potesse ascoltarla dalla morte. Aveva molte domande da fare e molti rimproveri, ma in quel momento si sentì grata. Non le importavano i molteplici tradimenti e preferì lasciare che sopravvivesse l'amore. In fin dei conti, Lynus l'aveva fatta sentire amata in vita e l'aveva riscattata dalla morte. E a paragone con quello, tutto il resto era privo d'importanza. Si sforzò di dirglielo e gli inviò un prolungato " ti amo " che l'accompagnasse per l'eternità.

Dal suo stato d'incoscienza Eve non poté vedere il momento in cui Nicholas Korodenko entrò nel laboratorio e si slanciò su Krycek.

**
Sala controllo
10: 55 p.m.

Walter Shinner guardava attraverso i monitors che controllavano l'edificio, sempre più nervoso. Capiva perfettamente perché Mulder era sceso. Essere un guardone nemmeno per lui era un piatto di suo gusto. Aveva dovuto vedere in uno di quei televisori come Scully, con l'aiuto non precisamente altruista dei medici dell'inferno, salvava la ragazza. Però, contemporaneamente, era stato anche testimone dei tentativi di quel tale "Korodenko" o come diavolo si chiamava di entrare in laboratorio. Quando la prima delle porte non aveva dato risultati, si mosse di monitor in monitor e cercò di entrare dalla seconda. Ci riuscì dopo pochi secondi che Eve Worthington era tornata nel mondo dei vivi.

Saltò su Krycek quando a Mulder rimanevano una ventina di metri per arrivare al laboratorio.

In quest'istante Skinner smise di preoccuparsi per la scena e centrò tutta la sua angosciosa attenzione sugli altri monitors. Collocato in un angolo male illuminato, Skinner non gli aveva prestato attenzione fino ad allora. Era stato attento a cercare passibili addetti alla sicurezza e in quel monitor non era apparso nessuno. Chiaro che, guardando più attentamente, mostrava qualcosa di sicuramente preoccupante. Qualcosa che spiegava perché non c'era gente nell'edificio.

Prese il telefono e sentì la voce di Scully tra un rumore confuso di cose che cadevano, gente che lottava e dottori che fuggivano.

"Agente Scully!", gridò, " o qui gli orologi vanno a marcia indietro o abbiamo cinque minuti prima di saltare in aria. C'è una bomba nell'edificio".

Nel monitor vide come Mulder si avvicinava a Krycek e cercava d'intervenire a suo favore nella lotta tra lui e Korodenko. Era una lotta impari, il biondo aveva a suo vantaggio una struttura fisica formidabile e due braccia.

Quattro minuti e trenta prima della detonazione.

Skinner uscì dalla sala controllo senza guardarsi indietro.

**
Laboratorio centrale
10: 56 p.m.

Scully pensava in direzioni opposte e tutto con la stessa intensità. Accadevano troppe cose nello stesso tempo. Eve si riprendeva ma perdeva i sensi qualche secondo dopo. Il cacciatore russo si lanciava sulla schiena di Krycek. Mulder entrava nel laboratorio. E Skinner l'informava che c'era una bomba. Questo, senz'altro, acquistava priorità e toglieva importanza a tutto il resto. Rapidamente e mentre parlava, cercò di togliere i cateteri a Eve e liberarla dalle macchine. Erano venuti per lei e sarebbero andati via di lì con lei.

Come topi gasati, gli aiutanti del dottore uscivano dalla stanza. Uno di loro, quello che Krycek aveva ferito alla gamba, zoppicava con sforzo, strisciando verso l'esterno. Sorprendentemente, il vecchio Takeshi rimaneva immobile in mezzo a quel caos. I tavoli cadevano, gli strumenti ruzzolavano sotto il peso di Krycek e del suo avversario, avvinti in quella lotta in cui il primo riceveva la maggior parte dei colpi ma si rifiutava di perdere. Mulder tentava di fare fuoco sul cacciatore, ma non aveva la sicurezza di centrare Korodenko con un colpo di pistola. Lui e Krycek lottavano con troppa fretta, con troppa forza.

Scully si avvicinò al suo compagno e gridò sul caos per farsi sentire."Mulder c'è una bomba nell'edificio! Dobbiamo portare Eve fuori di qui!"

Il suo compagno diresse uno sguardo contrariato a Krycek. Korodenko aveva le mani intorno al collo e stringeva con forza. E Krycek, mentre resisteva e perdeva il colore del viso, sembrava attento a pescare qualcosa all'interno della sua giacca.

Tempo dopo, questo sarebbe stato l'ultimo dettaglio che Scully avrebbe ricordato con chiarezza della sua rapida fuga. Un Krycek, asfissiato, che lottava per la propria vita, mettendo la sua unica mano organica nel petto, vinto dal peso di un uomo due volte più forte di lui. E l'espressione selvaggia di quell'uomo mentre gli stringeva il collo e godeva del piacere dello strangolamento come di un rituale di crudele erotismo.

Sarebbe stata l'ultima cosa che avrebbe visto perché un secondo dopo per lei il tempo si fermò e si accelerò e in un certo modo, perse la nozione della realtà per colpa dell'adrenalina. Sentiva che vedeva se stessa dall'esterno e che eseguiva i suoi movimenti senza l'aiuto del suo pensiero razionale. Era tutto puro istinto. Sentiva di fatti che non era lei quella che aiutava Mulder a prendere in braccio Eve. E nemmeno era lei quella che usciva dal laboratorio mentre sentiva uno sparo alle sue spalle senza avere il tempo di fermarsi a vedere ciò che accadeva. Nè era lei quella che correva per il corridoio fino all'ascensore e saliva in quella macchina veloce e precisa fino alla reception. Era qualche altra che usciva dall'edificio e continuava a correre, a correre senza guardare indietro, accelerando il passo dietro Mulder che correva davanti a lei con Eve in braccio. A correre per la garitta di sicurezza mentre la figura di Skinner diventava visibile a qualche metro di distanza e il suo respiro le bruciava le viscere a causa dello sforzo. A correre e a correre mentre l'edificio, quell'enorme struttura tecnologica, scoppiava alle sue spalle con un rumore assordante e la lanciava a terra mentre nella sua mente correva e correva verso l'infinito, come correva palpitante e pieno di vita il sangue nelle sue vene.

Alle sue spalle, in una cottura selvaggia, bruciava il laboratorio principale de progetto Prometeo. Bruciavano insieme tredici prototipi alieni, tredici cavie clonate.Si piegava su se stessa, si carbonizzava la struttura ossea del dottor Akira Takeshi, ultimo degli scienziati che decenni prima erano stati selezionati dalle forze nell'ombra. Moriva sconfitto, convinto che il suo sogno era stato una menzogna e che tutte le morti erano state vane, come sarebbe stata la sua. Si fusero gli strumenti, i corpi dei pochi membri del personale che era rimasto dentro e degli aiutanti del laboratorio che non erano potuti scappare. E la purificazione crudele di quell'esplosione di nitroglicerina e titadine finiva in un secondo il corpo già morto di Nicholas Korodenko, che aveva ricevuto uno sparo mortale al petto mentre lottava contro il tempo per uccidere l'unico uomo che l'avesse mai tradito.

Lontano dalle fiamme, solo nella notte, ancora incapace di capire come era riuscito a trovare in tempo l'uscita, Alex Krycek giaceva steso al suolo nel deserto. Affannato, inalava e esalava velocemente, respirando il freddo della notte, riprendendo fiato. Tinto di rosso, il suo petto si muoveva su e giù. Quando si portò la mano al cuore, il sangue di Nicholas era ancora caldo e aderiva ai suoi vestiti e al suo corpo, seccandosi man mano, lasciando impresso sulla sua pelle il ricordo lacerante degli occhi del suo compagno nel momento della morte. Quella sarebbe stata la sua vendetta eterna, quegli occhi che erano rimasti stampati nella memoria di Alex per sempre. Tormentati dal dolore, bruciando per il desiderio insoddisfatto di vendetta, cercando redenzione.

Di fronte a lui, le fiamme illuminavano l'orizzonte e il cielo si riempiva di luci folgoranti. L'incendio trasformò la notte in una cavalcata allucinante che andava verso le stelle, galoppando contro il profilo sfaccettato degli Apalaches, lasciando cadere sulle spalle del mondo la sua chioma di fuoco. Presto tutto sarebbe stato brace e il mondo si sarebbe svegliato dal suo sogno come l'araba fenice che rinasce dalle sue ceneri.

Conclusioni

Palazzo J.Edgar Hoover
sede centrale del FBI
11: 21 a.m.

Avvolto in una scarpa nera dal tacco alto, il piede di Scully si dondolava dolcemente. Delle calze leggere estive quasi trasparenti accarezzavano la delicatezza della caviglia che attraeva senza rimedio l'attenzione di Mulder. La gamba si muoveva su e giù e marcava il succedersi del suo pensiero come un metronomo. Gli piaceva specialmente il contrasto tra l'avorio madreperlaceo della pelle e il colore nero della calzatura. S'immaginò la sensazione di baciare il contorno sensuale della caviglia con il lato più umido della lingua e si domandò se il pensarlo lo convertiva ufficialmente in un depravato.

Skinner che si raschiava la gola lo strappò dalla sua fantasia.

Né si sentì colpevole per non aver prestato attenzione. Sommerso nelle scartoffie per due giorni, quella era la prima volta che vedeva Scully dal suo ritorno a Washington. Faceva fatica a riadattarsi alla sua presenza. Era convito che il rosso delle sue labbra fosse più intenso del solito e che aveva trovato un modo miracoloso perchè i suoi capelli avessero un aspetto ancora più morbido del consueto. Dovevano essere gli effetti del bacio del quale, oh sorpresa, non avevano riparlato.

Tipico.

Patetico. Ma tipico.

"Deduco dall'appassionata prosa del suo rapporto, agente Mulder, che non ha prove di niente di ciò che dice in questo dossier". Anche senza occhiali Skinner aveva uno sguardo da trapano a percussione.

"Signore, ho fiducia che i fatti, così come la dichiarazione di testimoni come lei stesso, corroboreranno punto per punto tutto ciò che così appassionatamente ho descritto". Bene. Aveva esagerato con la sfumatura ironica. Sentì il rimprovero di Scully come una pugnalata fisica. Cercò di fare ammenda, ma gli venne in mente solo di aggiungere un educato, "signore". A volte Skinner lo faceva sentire come un caporale che faceva il militare nelle trincee.

Si rese conto che avrebbe ascoltato cattive notizie quando il Vice Direttore fece un lungo sospiro ed evitò i suoi occhi. Era una legge fissa dell'universo che quando un marine abbassa lo sguardo, qualcosa va male. Nemmeno l'inizio del suo discorso lasciava presagire niente di buono. " Mi piacerebbe dire che possiamo fare affidamento su qualcuno di questi fatti, ma sono sicuro che non potremo farlo".

Mulder intuì quello che sarebbe venuto dopo la scoraggiante introduzione ma non seppe prepararsi per sentirlo e man mano che ascoltava si sentì sempre più pesante. Le parole del Vice Direttore erano gocce di granito che cadevano sul suo animo e pietrificavano le sue speranze, aspirando il suo spirito.

Non c'erano prove. Né fatti che corroborassero che gli ultimi tre giorni erano stati qualcosa in più di un sogno di un ubriaco. Qualcuno aveva messo il timbro ufficiale ad una menzogna che puzzava a chilometri di distanza. Già aveva sentito prima le scuse di Skinner in altre voci, in altri casi. Raccontavano sempre una storia diversa, ma in fondo, era sempre la stessa storia. Cambiavano i dettagli ma lo schema degli argomenti si ripeteva. Nell'opera teatrale della disinformazione, Scully e lui erano gli idioti che gridavano nel deserto mentre qualcuno li osservava sempre un passo avanti e rideva alle loro spalle.

L'esplosione della facoltà di medicina del Nord Carolina era stata spiegata come uno sfortunato incidente dovuto ad una fuga di gas. Il francotiratore che aveva cercato di uccidere Eve che Krycek aveva eliminato, era morto a causa dell'esplosione. Si trattava, secondo i cinici che avevano redatto il rapporto, di uno sfortunato incidente. Il cadavere non era stato identificato né reclamato. Solo un numero, in attesa nella morgue di una tomba del governo.

La polizia di Gaynesborough, Florida, aveva ispezionato la casa del dottor Yuri Guranov e l'aveva trovata vuota. Dopo una perquisizione non si trovarono fotografie, cartelle cliniche né prove di nessun progetto scientifico. Il padrone della casa, John Martin Kubiak, un pensionato di settantacinque anni era stato interrogato dalla polizia nella casa di riposo di Bocarraton, Florida. Secondo la sua testimonianza, la casa era disabitata da dieci anni. Dato che il dottor Yuri Andreovich Guranov era morto in un incidente aereo nel 1975, la polizia non aveva nessun motivo di credere che c'era un cadavere da cercare.

Il cadavere calcinato del capitano Nicholas Karlovich Korodenko, membro del personale della Biotecnologie Rousch era stato rimpatriato in Russia dove sarebbe stato ricevuto con gli onori per rispetto alle sue alte decorazioni e i suoi servizi verso la patria durante la sua permanenza nell'esercito dell'antica Unione Sovietica.

Lo Squirrel's Inn rimaneva chiuso a causa della morte in strane circostanze del gestore. Il corpo mutilato di Moose Squirrel era stato cremato su richiesta della sua vedova, che era in cura psichiatrica dopo il brutale omicidio del marito.

La Biotecnologie Rousch aveva ammesso in un comunicato ufficiale alla stampa che l'esplosione di uno dei suoi laboratori nel Nord Carolina era dovuto ad un incidente con dei prodotti chimici. L'industria pensava d'indennizzare generosamente le famiglie del personale medico e di sicurezza che era morto nell'esplosione. Il consiglio esecutivo annunciava anche la chiusura del progetto "Prometeo". Una linea di ricerche promettente però poco produttiva che si era sviluppata con l'aiuto del Dipartimento della Difesa. L'industria, naturalmente rifiutava di dare dettagli sul progetto in base alla legge della Sicurezza Nazionale che proteggeva le informazioni riservate.

Un nome ufficiale per una menzogna ufficiale.

Mentire, Ingannare. Nascondere.Oscurare Sotterrare la verità dove nessuno potesse raggiungerla. Chiedere scusa per una menzogna. E lasciare chi voleva sapere a girare in circolo, mordendosi il culo. Mulder non aveva nemmeno la consolazione di guardare Scully negli occhi. Lei aveva la stessa espressione di rabbia repressa ed era incapace di distogliere lo sguardo da un punto all'infinito.

"Eve è la prova!", strillò Mulder. Non poté evitare che la sua voce sembrasse un grido. La frustrazione lo affogava di rabbia. Dopo tanti anni ancora non si era abituato al suo sapore.

Se un secondo prima aveva desiderato che Scully lo guardasse, Mulder cambiò opinione quando lo fece. L'apprensione dei suoi occhi pareva voler dire solo che anche lei aveva brutte notizie.

"Ho parlato con il medico di Eve, Mulder". Avrebbe voluto chiederle che tacesse ma come un moribondo che vede cadere la ghigliottina, Mulder aspettava il colpo di grazia. "Sono due giorni che le stanno facendo tutte le prove immaginabili e non c'è niente. La sua TAC è normale, la sua attività cerebrale è normale, i suoi test d'intelligenza normali anche se abbastanza sopra la media. Non c'è traccia di questi poteri o che li abbia avuti". Il suo linguaggio era freddo ma lei lo tingeva di tenerezza. Mulder non sapeva se la compassione era per lui o per Eve. " Non c'è niente di particolarmente anormale nei suoi livelli metabolici e se si esclude una lieve ipoglicemia e un quadro d'anemia abbastanza acuto, Eve è perfettamente sana e la dimetteranno da un momento all'altro".

Come se fosse un libro letto molte volte, Mulder poteva sentire i più lievi cambi del tono di voce della sua compagna. Per questo sapeva, che sotto la sua serenità, Scully era così disturbata come lui ma non si permetteva di dare sfogo alla sua rabbia perchè lasciava il privilegio a Mulder di essere l'immaturo di quella relazione. Seduta in quel posto formale, Scully si sentiva ugualmente frustrata. Ugualmente impotente. Ugualmente angosciata per non capire quello che stava succedendo. Ugualmente arrabbiata perchè ancora una volta le prove non le permettevano di credere quello che aveva visto con i propri occhi. Senza l'evidenza scientifica Scully si tormentava nelle sue contraddizioni ma manteneva la serenità per il bene di tutti e due e rifiutava il privilegio di un'arrabbiatura che non avrebbe portato a niente.

Non se la meritava. Non se l'era mai meritata.

Placò l'ira della sua voce e senza muoversi dal suo posto, abbassò di un'ottava il tono, guardandola con attenzione. Forse aveva diritto ad essere in collera, ma era troppo ingiusto che fosse Scully dovesse sentire le sue grida.

"Qualcuno ha dovuto cambiare tutti questi risultati, Scully". In un angolo sperduto della sua volontà già aveva dato per persa la guerra ma non voleva cedere."Noi abbiamo visto ciò Eve è capace di fare".

"Se è così, Mulder", Scully lo guardava fissamente, penetrando nella sua irritazione con la sua razionalità da bisturi, con la sua logica chirurgica." Forse è meglio per lei. Quanta più gente crede che sia normale, meno pericolo correrà".

Le sue parole gli fecero venire un idea." Forse è per questo". Skinner li guardava con attenzione ma per Mulder esisteva sola la donna dai capelli rossi che aveva vicino. Il suo punto di vista, la sua forza intelligente. " Forse stanno cercando di proteggerla o di nasconderla per i loro scopi".

Il Vice Direttore interruppe la conversazione dei suoi agenti. Come sempre, erano riusciti ad ignorare il mondo esterno e chiudersi l'uno nell'altro in quel duello di scherma con la quale si allenavano costantemente."Se si riferisce a Krycek, agente Mulder, nemmeno abbiamo prove che sia sopravvissuto all'incedio. La temperatura era così alta che potrebbe essersi calcinato completamente senza lasciare traccia. ".

In un'altra situazione, Mulder avrebbe sorriso. Krycek? Sparire completamente? Aveva sentito cose più ridicole, ma non ne ricordava nessuna. Chiaro che, per fortuna o per disgrazia, avrebbe avuto molto, moltissimo tempo per cercare di ricordarsi. La sgradevole ciliegina sulla torta di quella riunione era una settimana di riposo forzato senza lavoro e senza paga.

"Forse, in questo modo, la prossima volta che decidete di fare una gita mi informerete prima", dichiarò Skinner, considerando chiusa la riunione. Il suo atteggiamento gridava forte e chiaro che non erano ammesse proteste. Prima che attraversassero la porta, il Vice Direttore diresse loro un'ultima frase. "Approfittatene per dormire un poco".

Già.

Inutile cercare di capire se quella era o no un curiosa manifestazione del più inopportuno senso dell'umorismo. Tanti anni e Skinner continuava ad essere un indecifrabile XFiles che cambiava faccia con le fasi della luna. Abbattuto, Mulder rispose l'unica cosa che gli venne in mente. Incominciava a suonare come una litania ripetitiva.

"Sì, signore".

Chiuse la porta dietro di sé e uscì dall'ufficio. Scully camminava qualche passo avanti. Il piccolo spacco della gonna lasciava scoperto lo sfiorarsi delle gambe all'altezza delle ginocchia. Uno strofinio delizioso che Mulder osservò andando verso l'ascensore. A volte la tentazione di scoprire i suoi piccoli misteri, come per esempio di che cosa sapeva la pelle in quel punto di contatto era ugualmente o più frustrante delle scoraggianti riunioni con Skinner.

Senza prove, senza niente di tangibile a cui afferrarsi, i tre giorni che avevano passato nel furgoncino di Alex Krycek incominciavano a sembrare un sogno confuso. Una fantasia terribile nella quale lui e Scully erano stati sul punto di attraversare il limite senza parole della loro relazione. Forse, anche quello, come tutto il resto era una verità inafferrabile che aspettava alla metà di un cerchio che si poteva completare solo dall'esterno. Irraggiungibile, a due palmi di distanza.

**
Ospedale Trinity
00: 20 p.m.

Il sole attraversava gli ampi finestroni dell'ospedale e vagava tra le tende della stanza, estendendo i suoi raggi giocosi in ogni angolo e facendo un curioso puzzle di luci ed ombre. Le palpebre delicate di Eve batterono un attimo come ali di farfalla cercando di comprendere dove stava e finalmente aprì gli occhi per dare il benvenuto a quello scenario familiare degli ultimi giorni. Aveva un camice di color azzurro chiaro e le lenzuola odoravano di detergente senza profumo degli ospedali. Si era addormentata vedendo un programma alla televisione che continuava ancora nell'apparecchio che aveva di fronte. Le margherite sul tavolino stavano incominciando ad appassire. Seduta vicino, l'agente Scully la guardava attentamente e le dedicava uno dei suoi rari sorrisi beati.

"Non volevo svegliarti".

Quello che era venuto a raccontarle, Eve l'aveva presentito molto prima ma prestò attenzione a tutti i dettagli medici che l'agente del FBI sgranava con una precisione che sfiorava la dolcezza. Aveva un aspetto ancora stanco ma più luminoso di quello che Eve aveva conosciuto durante il viaggio. Trasmetteva serenità come non l'aveva mai fatto. Qualcosa si era riconciliato dentro di lei. Eve sentiva la cicatrizzazione di una ferita particolarmente dolorosa. Sapeva che riguardava Mulder perchè aveva sentito lo stesso cambiamento in lui.

"Così che, in fin dei conti", disse quando lei finì", i medici dicono che sono normale".

Scully assentì.

"Non so perchè ho la sensazione che è una notizia deludente, sopratutto per l'agente Mulder". La mancanza di risposta di Scully fu una risposta sufficiente." Tutti e due avete fatto molto per me in cambio di niente". Non lasciò che Scully l'interrompesse con una protesta."Mi piacerebbe potervi dare le risposte, ma non so se le ho"Le si allargò il petto con un respiro particolarmente difficile."Mi piacerebbe potervi dare qualcosa".

"Credo che ci hai dato qualcosa, Eve". Reverenziale, il suo tono aveva un calore appena acquisito. Gradualmente, durante la sua degenza in ospedale e le sue ripetute visite, Scully, aveva cambiato atteggiamento verso di lei. Da prudente distanza e velata sfiducia, era passata ad una cordiale dolcezza. Non guardava più attraverso di lei, Eve lo sentiva. Guardava lei ed era confortante. Le piaceva il cambiamento e si rese conto che le sarebbe mancata quando avrebbe lasciato l'ospedale. Si concentrò per ascoltarla per ricordare questa sua immagine, così calma, così ispiratrice. "Non sono il genere di persona a cui risulta facile guardarsi dentro. Credo che ti devo che mi hai obbligato a farlo".

Le scappò un sorriso. Le costava fatica capire perchè qualcuno con un cuore così generoso aveva paura di vedere tutti i suoi paesaggi interiori. Era così assurdo come rifiutare di vedere il mare avendolo davanti. "Ho incominciato a ricordare alcune cose di quei giorni, Dana". Una volta che incominciò a parlare, quello che volle dire fiorì tra di loro con una meravigliosa facilità.

Voleva raccontarle che aveva iniziato ad accedere ai ricordi che non credeva nemmeno di avere. Incominciava a ricordarsi delle cose che le avevano fatto per anni, Lynus e altri come lui. Ospedali, sopratutto ricordava moltissimi ospedali e moltissime esami diversi. E specialmente, si affannava a recuperare la memoria degli incontri con le donne rapite. Donne come l'agente Scully che la guardava fisso contenendo l'emozione nei suoi immensi occhi d'oceano in calma. Donne violentate nei loro corpi e nelle loro menti e nelle loro anime che avevano orribili incubi che Eve incominciava a ricordare. Qualcosa si ripeteva in tutti quei sogni che nel loro orrore, nella loro selvaggia intensità, sembravano un unico incubo. Si ripeteva la paura. Il panico di ciò che potevano fare con loro senza esserne a conoscenza e senza il loro consenso. Era lo stesso panico che Eve aveva notato a volte in Scully. Continuava a essere ancorato dentro di lei, anni dopo del suo rapimento, un terrore notturno che l'aveva segnata anche nella routine dei giorni.

"Ricordo che ero seduta in una stanza enorme con tutte voi e sentivo la paura che c'era nei vostri sogni". Le tramava la voce man mano che parlava e riviveva la crudele agonia degli incubi." Volevo aiutarvi ma non sapevo se mi stavate ascoltando. Volevo dire qualcosa a tutte" Eve voleva chiedere perdono, per non aver fatto niente, anche sapendo che pure lei era una vittima e che non c'era niente che avrebbe potuto fare.

Minacciavano di venir fuori dal ciglio dei suoi occhi ma Scully conteneva le lacrime con studiata attenzione."Puoi dirmelo ora"

Succedeva poche volte, Eve lo sapeva. Dana conservava la sua vulnerabilità dove nessuno potesse raggiungerla e per questo la scarna onestà delle sue parole, che la facevano sembrare una bambina a prescindere dal suo coraggio e dalla sua interezza, era un tesoro d'incalcolabile valore. Come se stesse di nuovo con lei, anni addietro, in quell'incubo che avevano vissuto insieme senza conoscersi, Eve alzò la voce chiara e con la mente evocò una frase che suonò cristallina nella stanza asettica dell'ospedale.

"Non aver paura". Lo disse con tutto il coraggio che seppe esprimere." Non aver paura", ripeté, " perché possono ferire il tuo spirito ma non potranno possederlo".

Sapeva che le parole, specialmente così scarse, così inappropriate, non potevano riuscire ad esprimere l'enormità di tutto quello che voleva dirle. Le parole poche volte potevano catturare la connessione profonda tra le cose e le verità del cuore. Eve lo sapeva perchè aveva sperimentato lo stato nel quale le menti potevano comunicare senza voce e ascoltarsi nel silenzio senza la necessità di esse.

Scully manteneva lo sguardo fermo, anche se emozionato."Mi piace pensare che non sono mai stata sola in quel posto, sai?"

Lo sapeva.

Qualcuno era stato sempre con lei, anche se solo nei suoi sogni rincuoranti. Qualcuno che l'abbracciava nei suoi incubi e le offriva un'oasi effimera in un mondo di torture. Lo stesso qualcuno che si avvicinava per il corridoio con un brillante senso dell'opportunità. Eve poteva vederlo attraverso il vetro. La sua presenza era inconfondibile, il suo comminare un pò languido, un pò triste, un pò curioso.

"Credo che a lui piacerebbe pensare lo stesso". Scully capì senza domande di chi si trattava. "Credo che gli piacerebbe pensare che può darti qualcosa di cui tu hai bisogno, così come lui ha bisogno di te".

Non c'era bisogno di vedere i sogni di Mulder o la sua mente per sapere quello che era scritto nel suo palpitante cuore, che lui portava in petto trafitto da aghi dolorosi. Bastava guardare l'orizzonte cangiante delle sue pupille e vedere lì tutte le sue paure e tutte le sue speranze. Chiedeva che lo perdonassero, che lo accettassero, che avessero bisogno di lui. Sapeva che Scully l'amava ma lo tormentava che non dipendesse da lui così come lui da lei.

Ironico. Dolorosamente crudele.

Scully lo valutò con fermezza e prima che il suo compagno entrasse dalla porta abbassò la voce per parlare vicino al letto" Credo che Mulder sia come il fuoco", confessò." Ne hai bisogno per riscaldarti, ma hai paura di bruciarti".

Forse sì. Forse la lotta primordiale che prendeva forma tra di loro era un dialogo tra mare e fuoco e uno doveva retrocedere dove iniziava l'altro. Dove Mulder aveva bisogno, Scully era forte. E la sua forza la chiudeva nella sua stessa solitudine. Dove Scully amava, Mulder esigeva una resa totale. E i suoi complessi l'allontanavano verso la colpa. Erano un affascinante enigma che Eve non si stancava di guardare mentre chiacchierava con loro in quella mattina rinata. Mentre Mulder faceva battute e Scully socchiudeva gli occhi, trattenendo un sorriso.

"E che pensi di fare ora?". Mulder si era rilassato progressivamente man mano che passava il tempo. Eve desiderò che la frustrazione di non aver ottenuto niente di tangibile da quella ricerca non lo tormentasse troppo.

"Non lo so", ammise." Pesca subacquea, lezioni di pittura, condurre un aliante, ho sentito che vogliano astronauti alla NASA e se non mi prendono, ho pensato di mettermi a leggere i tarocchi"

L'affascinava fare in modo che Mulder sorridesse. Particolarmente quest'attraente sorriso che mostrava tutti i denti e faceva vibrare il petto. Eve riuscì a strappargliene tre o quattro prima che annunciasse che doveva tornare al lavoro. Furtivamente, sfiorò il braccio di Scully mentre si alzava.

Quando si avvicinò al letto, Eve sentì il profumo del suo after shave e l'aroma di sale di ciò che sembravano semi di girasole.

"Chiamaci se hai bisogno di qualcosa." Quello che voleva dire e che stava desiderando conoscere qualsiasi traccia della verità che tanto cercava e sperava che lei potesse riuscirci. Voleva farle milioni di domande, sul dottor Takeshi e su ciò che le avevano fatto, su Krycek, sul progetto e gli alieni e voleva studiare le sue spiegazioni fino al dettaglio più ossessivo. Ma non fece niente di tutto questo e la gratitudine avvolse Eve come un bagno caldo. Non era preparata per un interrogatorio, come nemmeno lo era per altri esami medici. Si era stancata di essere osservata. Era ansiosa di vivere. Fu dispiaciuta di non poter dare risposte quell'uomo triste e appassionato.

"Grazie per avermi salvato". Lo disse con tutta la sua onestà

"Qualsiasi cosa dicano i medici, non lasciarti ingannare, Eve". La velata ironia delle parole faceva sì che a Mulder ballassero gli occhi." Io direi che tu sei tutto fuorchè normale".

Gli scappò un sorriso quasi da bambino.

Sì, bene, anche lui era abbastanza speciale."Anche lei".

Quando uscì dalla stanza, Scully lo seguì con lo sguardo, sorvegliandogli le spalle, come al solito. Quasi quaranta minuti dopo, anche lei si accomiatava, allungando quell'addio con consigli medici e avvertimenti quasi materni sulla sua salute.

"Starò bene", le assicurò Eve. Presentiva che lo sarebbe stata. "Credo che anch'io ho appreso qualcosa". La natura riservata dell'agente Scully le impediva di chiedere cosa, ma la curiosità si era disegnata negli occhi." Stavo a mio agio mentre osservavo la vita degli altri come sogni sfumati, ma non ho mai osato sognare la mia vita. Paura di vivere, anche se non lo sapevo".

" E ora?".

"Bene, se la vita è un sogno, spero d'essere sveglia per godermelo".

Scully le tese la mano perchè Eve potesse stringerla. Aveva le dita fredde e molto morbide. Prima che andasse via, Eve non poté resistere alla tentazione di dirle un'ultima cosa.

"Credo che la cosa migliore sarebbe chiederglielo, Dana".

L'agente del FBI le rivolse uno scettico inarcamento di sopracciglia. Lo faceva molto spesso.

"I sogni di Mulder", chiarì Eve. "So che è ingiusto che io abbia svelato i tuoi sogni e tu non sappia niente dei suoi". Per impossibile che potesse sembrare, il sopracciglio di Scully continuava a salire verso l'alto." Se sei curiosa, io opterei per chiederglielo. Anche se credo che lo porta scritto in faccia. Solo guardandoti, già si sa che sta sognando te".

Se dicevano che il sorriso di Monna Lisa era enigmatico, è perchè non avevano mai visto la smorfia ambigua che potevano disegnare le labbra di Dana Scully. Non si dissero addio, ma arrivederci in quel commiato di due donne che avrebbero avuto molto da dirsi e sceglievano di non dirsi niente.

I tacchi seri di Scully risuonavano sul pavimento uno dopo l'altro, mentre si allontanava. Erano la percussione perfetta per la sinfonia che componeva con Mulder. Quella suonata per pianoforte, dove Scully suonava con la destra una partitura aerea che sfiorava il divino e Mulder eseguiva con la sinistra le note appassionate di un genio ribelle.

Durante la maggior parte del viaggio, avevano suonato un requiem furioso che stonava sulle note più acute e sulle più gravi. Ma anche allora, Eve aveva intuito che Mulder e Scully erano un cantico glorioso e che le loro voci si sovrapponevano per raggiungere insieme la bellezza. Nella magica combinazione della destra e della sinistra componevano una melodia armoniosa che si elevava all'infinito cercando la verità che avrebbe svelato i misteri del cosmo. Non sapevano o forse sapevano ma continuavano a non sapere, che le leggi che governavano la luce e l'ombra nell'universo, erano le stesse che spiegavano l'abietto e il sublime nella natura umana e che insieme erano la perfetta metafora ma anche la personificazione della loro verità più universale e più profonda.

Forse avevano cercato la verità o forse qualche volta, l'avevano sognata insieme e in questo sogno che li manteneva uniti, già l'avevano raggiunta.

**
Appartamenti Watergate
10: 00 p.m.

La fine montatura degli occhiali stava sulla mensola del lavabo e i vetri si inumidivano con il vapore della doccia. Senza, Skinner non era capace di vedere a più di due palmi di distanza ma nelle notti come quella, quando l'acqua non riusciva a lavare tutta la cappa di sudiciume del suo spirito, lo consolava vedere un mondo di brume e figura sfocate. Le visioni fantasma della sua miopia si adattavano meglio all'immensa realtà delle cose.

Tutto si cancellava. Come le impronte dei suoi piedi sul marmo freddo del bagno. Ciò che stava lì un minuto prima svaniva per effetto del calore. Le prove sfumavano nel vapore della cospirazione e lui non era altro che un testimone incriminato dal silenzio. Non doveva essere così, Walter Skinner poteva fare in modo che tutto fosse diverso. O probabilmente non poteva. Ma non tentandolo stava perdendo il possesso della sua anima. Era un carico che pesava. La sua unica consolazione questa volta era intuire che la sua complicità nel occultare, nella disinformare, nel confondere serviva a proteggere una giovane innocente. Desiderava crederlo. Desiderava crederlo con disperata intensità.

L'appartamento gli trasmetteva la solitudine di un locale con lussi che non meritava. Arredato in uno stile impersonale, gli sembrava che il suo silenzio fosse una tacita accusa.Sul tavolo le cartelle cliniche segnalavano il suo peccato. Le raccolse senza osare guardarle di nuovo. Non poteva riconoscere il gergo dei medici e ne era grato intensamente perchè se l'avesse capito si sarebbe sentito ancora più colpevole. Sapeva solo che lì, spiegato con precisione, c'era la vera cartella clinica di Eve, gli autentici risultati delle sue analisi.

E niente era normale. Tutto provava la storia fantastica di Mulder e le sue inverosimili conseguenze.

Il telefono suonò una volta e riattaccarono. Skinner si avvicinò e aspettò quindici secondi. Suonava sempre di nuovo. Dall'altro lato, la voce era familiare, come l'inquietudine che causava.

Un giorno, pensò. Un giorno sarebbe riuscito a liberarsi dal suo dominio e lavare i suoi peccati. Un giorno avrebbe potuto essere l'alleato che Mulder e Scully meritavano e di cui avevano bisogno. Un giorno sarebbe tornato a dirigere la sua vita e a prendere le sue decisioni nella battaglia anche se si sarebbe condannato in questo modo ad un fuoco incrociato ed ad una morte sicura. Un giorno sarebbe tornato padrone della sua anima. Lui e non le macchine striscianti delle sue vene.

La voce era perentoria. "Distrugga i rapporti. L'industria deve credere che Eve sia normale, mi ha capito?"

Gli pesava la voce. "Sarà dimessa domani mattina".

Nella mano aveva la cassetta. Aveva visto le immagini. Una Eve adolescente che raccontava un sogno di Scully. Tirò il nastro dall'interno e lo strappò dal suo contenitore. Ufficialmente, il video non era stato mai trovato.

"C'è un ultima cosa", ci fu un pesante silenzio.

Quando Walter Shinner ebbe ascoltato tutto, la voce riattaccò e lui annuì alla notte. Non c'era nessuno per vedere l'espressione del suo viso e anche se portava gli occhiali il mondo continuava a sembrargli un tenebroso ballo di ombre.

**
Appartamento di Fox Mulder
Alexandria, Virginia
10: 30 p.m.

Stava facendo la stupida e avrebbe fatto la figura più ridicola di tutta la sua vita. O forse voleva pensarlo per poter trovare una scusa e andar via. Che cosa stava facendo lì? Mulder poteva ritornare tra ore. Ore? Conoscendolo, poteva tornare tra giorni. Poteva stare su un aereo diretto nella Cina meridionale cercando cerchi nel grano solo per compensare la frustrazione del caso. Poteva stare bevendo in un bar mentre la metà delle donne e una parte non del tutto insignificante degli uomini lo guardavano da su a giù senza che lui nemmeno se ne rendesse conto. Una minuscola ma temibile particella del cervello di Scully sospettava che poteva stare anche con Diana Fowley ascoltando quello che voleva sentire, consolandosi con qualcuno che gli avrebbe dato ragione a tutti i costi.

Si rifiutò di pensarlo e si censurò per lasciarsi trasportare sul sentiero tenebroso della gelosia. Mulder non stava con Diana. Malgrado che questa gli avesse fatto capire chiaramente la sua disponibilità a stare con lui. Questo era importante. Che Mulder aveva scelto lei. Qualcuno che credeva in lui anche se poteva avere un'opinione propria. Qualcuno che lo manteneva onesto precisamente perchè aveva un'opinione propria. Non aveva dormito con Diana nella stanza dell'hotel. Era a lei che aveva chiesto niente di meno che il favore di lasciarsi toccare. Ed era lei che aveva baciato a casa di Guranov con la forza soporifera di un tsunami. Lei e non Diana

Guardò l'orologio. Dieci e mezzo passate. Aveva superato la frontiera dei nervi e stava incominciando a sentirsi ridicola. La cosa migliore era andare via. Per primo non sarebbe dovuta andare e senza dubbio, doveva andare via ora che ancora poteva. Quello che aveva lasciato in camera da letto la chiamava con un grido sordo e accentuava i suoi timori.

Sicuramente, Mulder stava giocando a "Dungeons & Dragons" con Langly. O stava navigando in internet con Byers. O facendo va a sapere cosa con Frohike. O facendo qualche tiro nel campo di palla a canestro del FBI con quegli inutili dei Crimini Violenti.Peggio ancora. Poteva stare in un bar, rendendosi perfettamente conto che molte donne( e alcuni uomini) lo stavano guardando mentre beveva un whisky. Poteva stare prendendo misure in merito. Poteva tornare a casa con una di quelle brune dalle gambe lunghe che lo facevano impazzire.

O Scully poteva stare, ancora una volta, cercando di mettere distanza tra di loro, immaginando uno scenario dove non avrebbero dovuto affrontare la verità sui loro sentimenti e su ciò che era accaduto tra di loro negli ultimi tre giorni. E i precedenti sei anni.

Ci aveva pensato molto dal suo ritorno e specialmente dalla sua conversazione con Eve. Il ballo doveva arrivare alla fine e rifiutare di affrontarlo era salire di corsa verso il treno della pazzia. In quel viaggio assurdo la strada era servita come specchio dei suoi timori e si era resa conto di una verità inesorabile. Se aveva avuto problemi per dormire nelle ultime settimane, era stato per paura di affrontare le risposte che illuminavano i suoi sogni. Non temeva solo gli incubi, ma temeva anche il conforto che Mulder le dava in questi incubi. Perdere il controllo in quest'intimità. Cedere alla pressione che gli XFiles e sopratutto Mulder, imponevano al mondo delle sue credenze e alla sua persona

Ma che avesse paura non significava che avesse ragione. Perchè se qualcosa aveva scoperto era che solo nel vincolo che divideva con Mulder poteva trovare il modo per salvarsi. La risposta non era cercare di mantenere il controllo malgrado tutto. Erano anni che cercava il punto dove la pressione non l'avrebbe uccisa, che cercava stabilità sulla cresta dell'onda, tenendosi in equilibrio su un maremoto.

Era ora di saltare, Dana. Vedere i mostri. Vivere. Bruciarsi. Morire di paura. Essere giudicata. Condannarsi.

Con un ding! dolce l'ascensore arrivò al quarto piano e Scully avvertì l'accelerazione improvvisa del cuore mentre sentiva i passi nel corridoio e udiva la chiave nella serratura. Se Mulder entrava da quella porta con un'aspirante Diana Fowley dalla gonna corta e le labbra sensuali si sarebbe buttata nell'acquario con un asciugacapelli acceso per giustiziarsi con l'elettricità. La porta si aprì con uno stridio e Mulder si trovò faccia a faccia con lei, facendo un sobbalzo per la sorpresa.

Solo.

"Scully", mormorò. A mezza strada tra la sorpresa e qualcosa simile alla speranza. "Succede qualcosa?"

Fece di no con la testa e osservò i suoi vestiti. Portava i pantaloni della tuta e una felpa dell'università di Oxford. Avrebbe dovuto pensare che il suo ritardo era la conseguenza di una sessione notturna di jogging. Mulder era un accumulatore di energia nervosa che aveva bisogno di esercizio per liberarsi della frustrazione. Bene, l'esercizio e una vastissima collezione di materiale pornografico.

Merda, perchè le era venuto in mente questo? Pensare all'esuberante energia sessuale di Mulder rendeva tutto più difficile e aumentava la sensazione di essere una collegiale che ha sogni virginali su un dio del sesso irraggiungibile

Guardando al di sopra della sua spalla, Mulder vede i contenitori del Giardino Celeste che stavano in cucina. Era il ristorante cinese preferito da tutti e due. Facevano un pollo con le verdure da sfidare gli dei. I suoi occhi espressero una domanda.

"Ho pensato che avresti avuto fame", rispose.

Evidentemente Mulder non capiva il perchè di tutto questo, ma lontano dal chiedere, finse che portare la cena a casa dell'altro faceva parte della routine che avevano stabilito e si sfilò la felpa, mentre si toglieva le scarpe con i piedi. Lasciò alla scoperto una parte della sua tornita spalla di nuotatore. Il contorno dei muscoli era lieve e promettente.

"Hai portato ku-bak?"

"E riso indonesiano".

Eccitato come un bambino con le scarpe nuove, Mulder annunciò che avrebbe fatto una rapida doccia e continuò a togliersi i vestiti andando verso la camera da letto. Lasciando tracce di ferormoni al suo passaggio. Stranamente, l'esercizio fisico non cambiava il suo odore, solo saliva d'intensità mascolina. Scully sentì un brivido e si girò verso la cucina per mescolare la salsa agrodolce per gli involtini primavera. Forse fu la prospettiva della cena o l'aumento di adrenalina a causa dello jogging ma Mulder percorse il salone lanciandosi in un discorso appassionato contro la Biotecnologia Rousch, la Sicurezza nazionale e la Grande Cospirazione Per Nascondere La Verità. Finì col parlare anche di Skinner.

"Non credo che ci stia dicendo tutta la verità, Scully. Qualcosa mi puzza".

"Sicuro che non siano i tuoi calzini?".

Le lanciò un sorriso ironico prima di entrare nella camera da letto e sparire nel bagno.

L'avrebbe vista o non l'avrebbe vista? Sembrava di no. Era troppo preso dai suoi discorsi.

Scully non sapeva se sentirsi sollevata per avere un poco più di tempo o disperarsi per la stessa cosa. Quanto più ci pensava meno coraggio aveva. Chiaro che ascoltare il rumore dell'acqua e immaginare quel corpo sensualmente atletico avvolto in un leggero strato di sapone calmava le sue ansie. Le ricordava il bacio, la dolcezza del suo labbro inferiore, il tocco ruvido e spugnoso della lingua nella sua bocca, il suono della sua voce quando si svegliava al mattino insieme a lei nel letto.

Avrebbe avuto coraggio. Non invano era la figlia del capitano Scully.

Quando Mulder uscì dalla doccia, i suoi piedi scalzi risuonarono umidi sul pavimento della stanza. I secondi risuonavano nel petto di Scully. Mille cuori accelerati, mille momenti prima del momento.

"Scully, puoi venire qui un secondo?".

Ecco. L'aveva vista. Non si poteva più tornare indietro.

Si sorprese che non le tremassero le gambe mentre andava verso la camera da letto. Mulder si era messo dei pantaloni che erano simili ad un pigiama senza esserlo. Gocce d'acqua dondolavano nei suoi capelli, ferme sull'abisso. Erano come Mulder, fragili gazzelle che osservavano la luce delle macchine senza osare fare il passo successivo. Solo che invece di guardare i fari, Mulder guardava una piccola borsa da viaggio che Scully aveva lasciato sul letto. Se avesse saputo che era così facile sorprenderlo, l'avrebbe fatto prima. Era ipnotizzato.

"Mi hai portato una borsa?" Profumava di sapone. Peccato perchè il detergente alterava il suo vero odore e Scully iniziava ad averne nostalgia.

"Non è per te, è per me".

La guardò come se un paio di enormi antenne verdi le fossero cresciute in testa. Se non fosse stata così nervosa, Scully avrebbe riso a crepapelle.

"Ho un appuntamento con mia madre alle otto e mezzo per andare a messa. Se vado a casa a cambiarmi devo alzarmi alle cinque". Lo disse a mò di spiegazione e le suonò abbastanza ragionevole.

Abitualmente piccole, le pupille di Mulder si dilatarono fino a coprire tutta la superficie dell'iride. Ingoiò saliva varie volte senza riuscire ad articolare nessun suono. Disperato per credere? Desideroso di non farlo? Scully sentiva un insetto ansioso nello stomaco, in solletico che sfiorava la speranza e la paura e un'ansia quasi crudele. Mulder continuava ad aspettare una spiegazione. Ma non c'era ancora molto da spiegare. Insonne per settimane, Scully era riuscita a dormire per la prima volta tra le braccia di Mulder. E non le veniva in mente nessuna ragione convincente per non continuare a farlo.

"Scully, se stai cercando di dirmi qualcosa vagamente simile a ciò che sembra che stai cercando di dirmi, probabilmente, cioè, sicuramente...-" forse era la prima volta in vita sua che stava vedendo Mulder balbettare"-... forse devi scandirlo perchè è di dominio pubblico che ho un'immaginazione molto sviluppata e non vorrei trarre conclusioni affrettate".

Dio, per di più glielo doveva anche dire? Lo scopo di lasciare la borsa era stato, precisamente, quello di risparmiarsi il discorso.

Passando vicino a Mulder, entrò nella stanza e si sedette sul bordo del letto. La sorpresero le dolci onde dell'acqua all'interno. Non riusciva ancora a realizzare che Mulder aveva comprato un letto ad acqua. Era sempre stato abbastanza eccentrico, ma un letto ad acqua? Uno che aveva avuto nausea sul ferry di Staten Island?

Si stava distraendo. Vai al dunque, Dana.

" Ricordi la cassetta che Krycek lasciò nell'hotel, nella quale Eve raccontava uno dei miei sogni?"

Incapace di parlare, Mulder si limitò ad annuire.

"Faccio molti sogni come quello. Molti incubi dove mi sequestrano, mi maltrattano, mi fanno esami dolorosi e mi torturano finchè non ricordo perchè devo continuare a lottare". Tirò fuori le forze per continuare a parlare delle parole di Eve. Non era stata sola durante il suo rapimento e nemmeno lo era in quel momento. Lei era l'unica che si obbligava alla solitudine. " Hai detto che un sogno era una risposta ad una domanda che non abbiamo imparato a formulare". Prese aria e sentì l'impulso di abbassare la testa. Si trattenne. Aveva bisogno di guardare Mulder negli occhi. Gli doveva onestà tanto per cambiare. " La domanda che io mi faccio in quest'incubo e se sarò capace di sopravvivere a tutti gli orrori della mia vita e la risposta sta alla fine. In te".

Quasi una settimana prima, Mulder e lei avevano visto insieme quella casetta e Scully si era atterrita al vedere che ancora una volta qualcuno aveva violato la sua intimità senza permesso.Fino a quando? Si era domandata. E aveva continuato ad isolarsi nel suo castello inespugnabile per proteggersi. Ma in nessun momento aveva affrontato la verità delle sue stesse parole, la risposta che già conosceva il suo subcosciente. Tutti i suoi sogni, i suoi più orribili incubi, finivano sempre con una voce maschile, con una presenza forte che la cullava, che l'accarezzava. Che la baciava a volte con tenerezza fraterna e a volte con passione traboccante di vitalità

"Non voglio continuare a rifiutare la risposta".

Voleva sognare. E vivere. E credere nel suo sogno. Mulder assimilava le sue parole in piena tranquillità. Non aveva finito di vestirsi e aveva una maglietta tra le mani. Decine di gocce correvano per le spalle e scendevano in picchiata verso lo stomaco. Anche Scully precipitava nel vuoto delle sue insicurezze e faceva un triplo salto mortale senza rete, cadendo nel precipizio della vita e delle sue incertezze. Con un pò di fortuna la sua ricompensa sarebbe stata leccare quelle gocce che scivolavano nella cintura del pantalone quasi giallo di Mulder.

"La verità è che sogno te". Non poteva credere che lo stesse dicendo. Si sentiva quasi orgogliosa. Stupida, infantile ridicola e minuta nell'immensità di quel letto, ma vagamente orgogliosa. " L'unica cosa che resta da sapere è cosa sogni tu".

Ci fu silenzio. Non solo assenza del rumore ma un silenzio creatore nel quale lo spazio e il tempo si trasformarono in un solo punto del cosmo che si estese e divorò l'appartamento come un buco nero. Ingoiati dal suo vuoto, sospesi nel nulla, erano prigionieri di quel silenzio rituale e aspettavano l'inizio della vita nel l'universo mentre si guardavano e assimilavano il miracolo della nascita che sarebbe avvenuto. Non era solo Scully, era il mondo intero che tratteneva il respiro e aspettava una risposta. Un suono. Un movimento, un segno di vita.

Bruscamente, Mulder lanciò in aria la maglietta che aveva tra le mani e mentre quell'indumento meraviglioso volava sparato verso qualche posto remoto della stanza che nemmeno si scomodò a guardare, la bolla che l'avvolgeva si ruppe in mille pezzi. Mulder era vivo di nuovo e improvvisamente, un uomo diverso. Camminò verso il bordo del letto e nei suoi occhi c'era un anticipazione animale. Sete.

"Vuoi che te lo racconti?" domandò con una voce cupa che Scully non aveva mai sentito. "O vuoi che te lo mostri?"

Si inginocchiò davanti a lei e a Scully si rizzarono i peli sulla nuca. Forse Mulder l'adorava come la personificazione della verità ma quel gesto non aveva niente di divino né religioso. Il fuoco che emanava da lui e che bruciava le gambe di Scully quando Mulder ci metteva su le mani, non era la fiamma dell'inferno, ma di un cuore sacro. Solo che non stavano in una chiesa, ma in una camera da letto e Scully sentiva l'asfissiate desiderio di scappare e la tentazione di rimanere. Il viso di Mulder stava giusto di fronte al suo. La sua espressione ferita di cagnolino abbandonato, quella cosa infantile era sparita insieme con lo stupore e rimaneva solamente un vero pericolo, qualcosa di decisamente più carnivoro. Più lussurioso.

Ricordava vagamente di dover rispondere ad una domanda e niente da dire. Aveva la gola troppo secca per cercare di farlo. Per qualche motivo, probabilmente per riflesso o perchè le pesava troppo il collo, mosse la testa su e giù per finire col rendersi conto che stava annuendo e non sapeva perchè. O sì?

Mulder interpretò il segnale muovendosi con scioltezza verso di lei e schivando la sua bocca giusto quando aveva gli occhi semichiusi e stava incominciando ad assaporare il bacio che non arrivava mai. Sentì una lieve sfioramento della guancia e l'ombra della sua barba che saliva verso l'orecchio. Lì, nella complicata geografia delle sue orecchie, le parole di Mulder si precipitarono per i labirinto del padiglione e si avvolgevano a spirale all'interno del suo corpo insieme al suo caldo respiro.

"Faccio molto sogni". Brandy ardente, cioccolato liquido, alito fumante. La voce si mescolava con la lingua e facevano insieme la coreografia di un tango sinuoso. Scully chiuse gli occhi per non avere vertigini. Il miscuglio la stava facendo impazzire. Sarebbe stata la stessa cosa se fossero stati nudi e facendo l'amore perchè la sensazione di quella lingua sibillina e i morsi leggeri di Mulder, si era estesa a tutto il corpo. Era metallo liquido. Vapore. Non aveva ossa. Non capiva come Mulder potesse continuare a parlare, raccontando la sua dolce tortura.Da dove la pigliava la lucidità mentale? " Mi porto a letto tutto ciò che facciamo di giorno, Scully. Tutto ciò che sogno da sveglio".

Santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori.

Non poteva respirare e il suo cuore aveva deciso di trasferirsi molto più giù dello stomaco e palpitare tra le gambe, dove Mulder si era definitivamente messo, avvicinandosi al letto per quanto lo permettesse la posizione. Continuava a parlare, lasciando che le parole scivolassero giù dalla lingua mentre le sosteneva il collo con una mano e mordeva dolcemente la giugulare.

Nello stomaco di Scully, una tempesta elettrica annunciava un uragano che avrebbe travolto tutto al suo passaggio.

Avrebbe dovuto saperlo. L'aveva sospettato ma avrebbe dovuto saperlo. Quell'uomo con la sua stravagante passione e la sua minuziosa seduzione, l'avrebbe annientata."Se mi lascerai fare tutto quello che ho sognato non uscirai mai più da qui".

Stava iperventilando? Sarebbe svenuta? Perchè lui sembrava così maledettamente sereno se era lei che aveva pianificato tutto? Dio. Mulder la sognava. Di fare cose. Cose. A lei. Quali cose!?

In qualche punto tra la clavicola, la spalla e i primi accenni rotondi del petto, Mulder la baciò da sopra ai vestiti e sentire la stoffa tra la sua lingua e la pelle fece sì che la sensazione si moltiplicasse per mille. Le bruciavano gli occhi" Lascerai che ti tocchi questa volta, Scully? Perchè nei sogni non lasci chi io ti tocchi"

Nei sogni? Nei sogni doveva essere matta da legare! Il suo corpo era una bomba d'umidità sul punto di scoppiare.

No. Non gli avrebbe concesso di toccarla. Lo avrebbe preteso con tutte le sue forze. Mulder doveva sentire il grido primitivo di una donna. Che reprimeva le sue fantasie sotto la superficie non significava che non le avesse. Certanmente che le aveva anche se pensare di metterle in atto era solo questione di tempo la riempiva di pudore ed eccitazione.

Veramente Mulder credeva che gli era proibito toccarla nei sogni?

Cercò di parlare con la sua migliore voce di vampiressa."Questo è perchè non hai visto i miei".

Mosse le gambe e catturò Mulder per i fianchi, facendo pressione con la a forza del suo corpo. Era stata così quieta che al muovere le mani ed accarezzargli i petto fu sorpresa di scoprire che aveva ancora muscoli e volontà, che poteva prendere parte attiva a tutto quello perchè Mulder non sarebbe svanito e lei non si sarebbe svegliata frustrata e con le lenzuola sotto sopra.

Stavano lì. Mulder e lei. Era reale. Quasi impossibile da sopportare nella sua intensità tossica, ma reale. Lei e Mulder. Fox Mulder che mordeva i lapis e succhiava i gusci ovali dei semi di girasole poteva essere anche baciato e accarezzato. Incredibile.

Stanca di aspettare, si avvicinò alla sua bocca e non si disturbò ad inventare un preludio. Violò la carnosa sensualità delle sue labbra e attraversò languidamente un paradiso di marmellata calda. E si perse lì. Nella dolcezza spugnosa di un bacio che le liquefece il cervello e si estese per le estremità del suo corpo. Non c'era sogno che potesse reggere il paragone con quella sensazione. Separati, nessuno dei due sarebbe stato capace di immaginare che sapore avessero insieme.

Sapevano di sangue quando si mordevano. Di sale quando si toccavano le lingue con una frenesia erratica. Di terra quando Scully gli afferrava i capelli con forza e lo guidava giù per il collo, perchè le baciasse anche il petto. Insieme avevano il sapore delle forze della natura e mescolavano i loro colori mentre Mulder le toglieva la camicia e giocava a leccare la pelle sul bordo del reggiseno.

In un arazzo notturno, disegnavano paesaggi interni con i loro corpi e il letto che ondulava, li cullava in alto mare.

Sforzandosi perchè non gli tremassero le gambe, Mulder si alzò da terra e con lui sollevò anche Scully che continuava ad abbracciarlo con le gambe intorno alla vita. Tra di loro si era formato un pozzo di umidità che minacciava di affogarli. Mentre si muovevano, Scully approfittò per ancorasi con le unghie nella schiena di lui e bagnargli con la lingua il petto nudo. Mulder aveva lo sguardo impazzito di un fanatico in terra santa. La sanità mentale gli era così estranea che non sapeva dove aveva lasciato il senno né se una volta l'aveva avuto.

Senz'altro, non sembrava sentirne la mancanza.

Quando le gambe di Scully persero parte della loro forza, ne approfittò per scostarla con le braccia e lasciarla cadere sul letto. Accese ciocche rosse caddero in tutte le direzioni.

"Ho un sogno che si ripete, Scully". La sua voce non era brandy, ma alcool puro, carezza rugosa e notturna. Era roca, aspra, brutale. Come i suoi gesti.

Scully sentì che le tirava i vestiti e i pantaloni scivolavano lontano, molto lontano da lei. Accennò ad una protesta ma la decisione di Mulder era improrogabile e i pantaloni di tutti e due cadevano insieme e dimenticati. Nuda, infiammata e quasi isterica Scully si lasciava trasportare. Girasoli, le dita di Mulder accarezzavano i suoi seni e dolci parti interne delle braccia. Giralune, le sue labbra davano baci aperti sullo stomaco. E Scully girava in un labirinto pregando che non finisse mai e i baci continuassero a cucinare il suo elettrico desiderio.

Giù, più giù, molto più giù.

Aprì le gambe e l'ultima cosa che vide fu il sorriso furbo negli occhi di Mulder mentre la sua testa si immergeva tra di esse. Dopo, tutto il suo paesaggio divenne bianco. Una pianura gelata con scintille di colore ancora più bianche.

Per anni, lunghissimi anni, la bocca di Mulder e quel paio di labbra l'avevano tentata con le sue teorie, l'avevano irritata con le suoi deliri monocordi, l'avevano fatta arrabbiare con le sue esigenze. Ma quella notte, la bocca che tanto aveva guardato sapeva parlare solo di piacere. Parlava con parole senza suono e scriveva un alfabeto sensuale, la pigra litania dell'amore. Sembrava non avere fretta ed esplorare il delirio con una distrazione sensuale. Ora con la superficie della lingua leccava gli angoli più nascosti delle labbra interne. Ora con le labbra umide succhiava l'erezione sanguigna di Scully, il bottone minuscolo dove si incontravano tutti i nervi del suo corpo. Ora con la lingua e la labbra faceva circoli grandi e piccoli e si lasciava cadere da un pozzo insondabile dove Scully si perdeva verso l'infinito.

E ora e sempre la bocca diceva la stessa cosa. Quello era il loro viaggio, quella era l'unica verità tangibile,

Quando Scully esplose lo fece in mille direzioni diverse e il suo culmine non nacque in punto esatto, ma in una galassia divisa per tutto il suo corpo. Sentì il piacere nelle cavità dove Mulder l'aveva toccata con le dita e il vertice del triangolo che aveva leccato e in altri posti diversi e più profondi che non avrebbe saputo definire.

"Non era tuo", disse con il suo primo respiro. Mulder sollevò la testa dal letto e la guardò sorpreso. Aveva la bocca umida e gli occhi impossibilmente piccoli, scuri come grani di caffè. "Credo che questo sogno era mio".

Accolsero l'alba facendo l'amore. In piedi. Seduti. Quasi addormentati. La prima volta, lo fecero disperati. Partirono da una penetrazione quasi dolorosa e un delirio agonico che non sembrava avere fine e Mulder esplose gemendo, gridando la sua condizione di padrone del mondo.La seconda, bruciarono più piano, seduti l'uno sull'altro, scivolando nella frizione sensuale e sentendo ogni parte dei loro corpi, guardandosi. Lo allungarono tanto quanto poterono e vennero insieme, i muscoli di Scully che si contraevano sul sesso palpitante di Mulder.

Ognuna di quelle volte, il sogno che prendeva corpo e forma non era dell'uno, né dell'altro. Era il sogno d'entrambi.

Per tre giorni avevano viaggiato per la strada del subcosciente notturno. Annidati in quell'appartamento, continuavano ad andare, pregando perchè quel viaggio fosse lungo e potessero farlo sempre l'uno verso l'altro, sempre insieme senza svegliarsi mai.

**

Tre settimane dopo
Releigh, Nord Carolina
09: 00 p.m.

Parcheggiò la macchina vari isolati più là e camminò in silenzio verso l'edificio di mattoni rossi. Settembre già sfiorava ottobre e le notti incominciavano a rinfrescare. Un paio di bambine giocavano e litigavano a pochi metri dal portone, indifferenti alle grida ansiose delle loro madri alla finestra. Approfittando che una di loro saliva, Krycek la fece passare rapidamente ed entrò. La cassetta della posta era piena di quelli che sembravano volantini pubblicitari e pensò che lei l'avrebbe aperta prima di salire. Per fortuna la fessura era abbastanza larga e il suo regalo cadde con un suono sordo.

Si sentì come una versione alternativa di Santa Claus. Una versione leggermente più sinistra e senz'altro, con più gusto nel vestire. Lui non si sarebbe messo i pantaloni rossi e la cintura di cuoio nero con quelle maniche bordate di pelliccia nemmeno nei suoi peggiori incubi.

Non gli costò fatica aprire la porta con il grimaldello ed entrare. Le casse d'imballaggio riempivano l'appartamento, per il resto quasi vuoto. I mobili più pesanti stavano ancora lì. Il divano senza cuscini. Il letto in mezzo alla stanza. La cucina pulita. Mentre aspettava, salì su una sedia e tolse il lungo cavo a fibre ottiche che gli aveva permesso di spiarla per settimane senza essere visto. Il resto delle apparecchiature poteva smontarlo più tardi. Non era probabile che ne avrebbe avuto bisogno una volta che Eve Worthington avesse lasciato l'appartamento e un altro inquilino avesse riempito la casa che, per Krycek sarebbe sempre stata la casa nella quale l'aveva vista dalla finestra per la prima volta. Allora e sempre, qualcosa in lei gli era sembrato genuino e irraggiungibile.

E dove se ne sarebbe andata? Era più curioso di quanto era disposto ad ammettere immaginarlo. New York, forse? Sarebbe stata una scelta logica per un'altra ragazza della sua età, ma con la maledetta bambina non si poteva mai sapere. Faceva parte di un'esigua lista di persone che potevano ancora sorprendere un addestrato assassino internazionale come lui. La sua integrità nascondeva troppi angoli bui, indicibili misteri ognuno dei quali più femminile dell'altro. Non aveva parlato durante il viaggio di un posto in Irlanda dove le sarebbe piaciuto ritornare? Forse era questo.

Nel silenzio residenziale del quartiere, sentì l'attimo in cui si aprì il portone. Che fosse possibile o no, seppe senza ombra di dubbi che era lei. Avrebbe aperto la cassetta delle lettere? In condizioni normali ci volevano due minuti per salire fino al quarto piano, ma forse, se avesse aperto la cassetta e visto il regalo, avrebbe accorciato il tempo per salire.

Dio. Che cazzo gli era successo con quella ragazza per desiderare immaginarla che correva su per le scale, eccitata all'idea di vederlo? Sarebbe stato meglio che nessuno delle persone con cui aveva contatto venisse a conoscenza di una tale debolezza. Per il suo bene e quello di Eve.

Frugò con le chiavi nella serratura e quando la porta si aprì come un fulmine, Eve fece il suo ingresso trionfale. L'ultima volta che l'aveva vista, giaceva su un lettino, con il corpo livido, sudata e con il viso del colore della cera fredda. Ventidue giorni dopo, con i capelli raccolti in uno nodo stile anni sessanta, con i jeans e una maglietta nera che si legava dietro al collo e lasciava le spalle nude, sembrava uscita da una maledetta rivista di moda francese. Aveva le guance accese e aveva in mano il piccolo cioccolatino che Krycek aveva lasciato nella cassetta delle lettere. Quando i suoi occhi brillanti lo trovarono nella penombra, uno spettacolare sorriso scolpì un suo viso d'angelo

Forse era prima volta in tutta la sua vita che qualcuno si rallegrava genuinamente di vederlo. Non solo era la prima volta che gli facevano un simile sorriso, ma dubitava che qualcun'altro, in tutto il maledetto pianeta, potesse sorridere in maniera vagamente simile.

" Ho l'impressione che tutti incominciavano a dimenticarsi di me". Le costo un enorme sforzo dirlo senza sorridere.

Eve chiuse la porta dietro di lei e fece alcuni passi verso di lui. Avevano ancora tutta la stanza tra loro ma già gli sembrava che potesse sentire il suo profumo. Né pesante, né fiorito, ma qualcosa d'intermedio. Sicuramente ne aveva messo un paio di gocce sulla delicata curva del collo. Lì dove le sottili bretelle della sua maglietta salivano e si intrecciavano in un nodo che cadeva sulla schiena. Tre secondi con lei e la voglia di tirare il nodo con i denti stava già risultando difficile da sopportare.

"Alexander Krycek", disse Eve, come se ripassasse a voce alta la lezione della scuola, "vediamo se mi ricordo...". Nell'oscurità che bagnava l'appartamento si portò la lingua tra le labbra e leccò con la punta il labbro superiore. Se lo stava facendo di proposito per provocare il suo desiderio o no, era un maledetto mistero. "Credo già di sapere chi sei. Assassino internazionale, bugiardo e traditore recidivo e mercenario senza scrupoli che dovrebbe essere morto in un incendio, non è così?".

Si poteva essere dipendenti da molte cose nella vita ma niente di così facile come legarsi alla Eve rinata che aveva davanti. Come aveva potuto maturare e riempire la sua bontà di saggezza senza perdere lungo la strada la sua benedetta santità era qualcosa d'incomprensibile. Forse era questo che l'attraeva verso di lei come una farfalla attratta dalla fiamma che la brucerà.

"Pensavi che ero morto?"

Eve disse di no e fece un altro paio di passi.

"Non commetto lo stesso errore due volte".

Lui continuava a stare fermo vicino alla finestra e ancora non sapeva il perchè. Forse aveva bisogno d'aspettare prima di toccarla. Perchè se metteva solo un dito su di lei, non si sarebbe fermato prima di lasciarla affannata sul pavimento freddo dell'appartamento. Man mano che si avvicinava era più facile sentire il suo profumo e sotto di esso, l'aroma della sua pelle nuda.

Dio, avrebbe bagnato di saliva quell'odore e l'avrebbe leccata come un cane affamato.

"Mi domandavo quanto tempo avresti tardato a venire". Forse era la sua immaginazione ma era sicuro che Eve aveva messo su qualche chilo dall'ultima volta, e che si erano accentuate le sue curve e c'era un turgore appena acquisito sulle sue labbra di bambola di porcellana.

"Sono stato occupato".

Stava facendo il duro e lo sapeva. Ma una volta, non tanto tempo prima, era stato veramente duro, senza necessità di fingere. Era abituato al personaggio.

"Stai facendo il prezioso", dichiarò Eve, leggendogli dentro con troppa abilità.

Senza che gli desse tempo di resistere sentì, improvvisamente, una sensazione tanto familiare quanto inquietante. Dentro le tempie, dietro le orbite, una brezza fredda penetrava nei recessi spugnosi del suo cervello e svolazzava in qualche posto tra l'orecchio interno e la spina dorsale.

Maledetta creatura costola del demonio. Lo stava facendo per impressionarlo. Fortuna per lei, ci era riuscita. Evidentemente, il trattamento a quale l'avevano sottoposta alla Rousch aveva dato risultati.

"Fallo di nuovo e uscirò da questa casa prima che tu possa dire Alex".

La sensazione sparì, così bruscamente come era apparsa. Eve disse, "Alex", con un sospiro. Facendo in modo che la x rimbalzasse sulla lingua e si precipitasse sotto forma di brivido caldo nei pantaloni di Krycek. Portava Eve uno di quei reggiseni senza bretelle sotto la sua maglietta? Se le comandava di tacere e le copriva con la bocca il contorno di un seno, avrebbe mugolato il suo nome come aveva fatto in passato? "So già cosa sei venuto a chiedere, Alex". Lascio il cioccolatino su una cassa vicina. "La risposta è no", sospirò. " non ho avuto tempo di vedere le loro menti e ottenere quello che vuoi sapere".

I cloni alieni, chiaro. Si, si supponeva che stava lì per questo. O al meno, anche per questo. Dentro di lui, invece, sapeva che erano stati la scusa perfetta per venire a trovarla.

"Li ho sentiti parlare, come se comunicassero in sogno, Alex". Lo sguardo era diventato assente mentre ci ripensava. "Non sono sicura che vogliano distruggerci, sai? Mi hanno detto che questa era sempre stata la loro casa, che noi non avevamo fatto abbastanza per meritarla". Tornò dalla trance e lo guardò negli occhi." Mi dispiace di non poterti dare di più".

Bene, aveva tutta l'intenzione che gli desse di più. Molto di più. Nelle ore successive e prima che dovesse prendere sparato un aereo e percorrere mezzo mondo per un affare pendente a Hong Kong, avrebbe ottenuto da Eve tutto quello che voleva. In più di venti giorni aveva avuto tempo d'immaginare tante fantasie che doveva soddisfare.

"Ci saranno altre occasioni". La voce gli suonava ruvida. Forse perchè stava incominciando a sentire la gola secca. Due passi e sarebbero stati praticamente appiccicati. Faceva fatica a farli.

"Vuoi dire che un giorno busserai alla mia porta con un marziano perchè io faccia da macchina della verità e gli tiri fuori quello che vuoi sapere?". Come poteva fare battute presumibilmente ironiche senza mettere nella sua voce nessuna ironia era un mistero. "Per questo mi hai protetto?".

Fece finta di non capire. Forse l'aveva protetta per usarla in futuro come l'arma formidabile che era. Forse c'era un'altra ragione a cui non aveva opportunità di pensare.

"So che sei stato tu a cambiare le cartelle cliniche, Alex". Ancora un passo. Poteva afferrarla senza sforzo, farla tacere con un bacio spietato e mettere fine alla tortura.Stava incominciando ad avere vertigini per la sensazione del suo sangue che bombardava tutte le cellule nervose del suo corpo

Era ora di prendere le redini.

"In realtà, sono venuto per sapere un'altra cosa, krassavitsa". La notte era appena caduta e l'oscurità era quasi completa. Presto li avrebbe bagnati la luce tenue della luna e le stelle avrebbero potuto vederli nudi. Guardò verso la vita di Eve. A fianco delle costole, invisibile dietro i vestiti, c'era la fantastica cicatrice. "Voglio sapere come te la sei fatta".

Prima che potesse rispondere, tirò la fibbia della cinta e l'attrasse a sé. Quasi non si sentiva più il profumo. Solo la traccia femminile di un'umidità salata. Stava incominciando a sentirlo duro solo avvertendone l'odore e la durezza si scontrava tra di loro, aumentava l'incredibile sensazione di frizione.

"Per questo mi hai portato cioccolato? Per carpirmi il segreto?" Volesse o no, Eve non poteva giocare a mantenere il controllo. Aveva gli occhi vitrei e socchiusi, come se le palpebre producessero un calore che non potesse sopportare. Lo faceva diventar pazzo vederla che si arrendeva a lui.

Pazzo.

"Non mi hai risposto, devotchka".

La liberò e con la perizia che gli davano anni di pratica, incominciò a sbottonare la fibbia e i bottoni del jeans con una sola mano. Come la maglietta, anche la sua biancheria era nera e al tatto sembrava seta fredda.

"Io anche ho i miei segreti, tovarich".

Fu incapace di reprimere il mezzo sorriso sentendo il suo russo imperfetto. Cavolo se aveva segreti. Questa era la cosa più affascinante di Eve Worthington. Aveva una saggia maturità in una splendida gioventù. C'era un'innocenza genuina nel suo modo di avvicinarsi al dolore. Che la sua mancanza di giudizio era piena di giudizio. Che a suo modo e in un modo radicalmente diverso da quello di Krycek, lei era la sopravvissuta ideale.

Lasciò che le sue dita gli accarezzassero i capelli e che il loro primo bacio dopo tanto tempo, ardesse tra di loro senza concessioni alla tenerezza, aspro e febbrile.

Per Alex il mondo aveva avuto sempre i giorni contati. Non solo perchè la sua stessa esistenza aveva un valore relativo, ma perchè aveva saputo troppo presto per comprenderlo completamente, che gli omini grigi avrebbero arrostito l'umanità senza darle una seconda opportunità per comportarsi meglio. Era sopravvissuto alla guerra silenziosa alleandosi con se stesso e aveva fatto i sacrifici necessari, cauterizzando tutte le ferite per affrontare la successiva battaglia. Non gli era mai venuto in mente se l'umanità meritasse o no la pena. Perchè quello che lo muoveva era l'istinto della vita e non il generoso altruismo di qualcuno come Eve. Mentre il nodo dei capelli di Eve si scioglieva e ciocche di capelli le sfioravano il collo, tirò le bretelle della sua maglietta e la vide fiorire nuda. E pensò che quello doveva meritare la pena.

Forse quei maledetti alieni avevano ragione e il mondo poteva stare in mani migliori con abitanti diversi. O forse non c'era un mondo migliore di quello dove poter continuare a lottare per la vita, fatti male o no. Ma una razza che aveva creato qualcuno come Eve non poteva essere completamente cattiva e meritava un destino migliore della schiavitù, un futuro più promettente che la morte istantanea di cinque miliardi di esseri viventi.

"Alex", diceva Eve tra un bacio e l'altro mentre accarezzava con la sua calda mano l'ardente durezza maschile che l'aspettava."Alex", ripeteva, come un mantra che non rassomigliava a nessuna parola al mondo. Questo era lui. Chiunque fosse colui che Eva stava vedendo e baciando e chiamando, chiunque fosse colui a cui Eve aveva dato il permesso di penetrare in lei come nessuno l'aveva mai fatto, quello era lui. Tutti gli altri Alex erano le coperture che aveva creato la vita. Quello, era la vera essenza della notte che travolgeva il piacere fiammeggiante di una donna. L'Alex di Eve.

Ore dopo, lui sarebbe uscito dall'appartamento senza fermarsi a guardare indietro. Preferiva non domandarle quale sarebbe stato il suo destino. Dopo tutto, scoprirlo sarebbe stato molto più eccitante. Quando avrebbe abbandonato Raleigh, mattino dopo, Eve si sarebbe svegliata sola con un cioccolatino ancora da mordere e sarebbe uscita da casa per il suo appuntamento col avvocato di Lynus Marc

Lei, che gemeva e si contraeva contro il muro, colpo su colpo, spinta dopo spinta, non poteva saperlo ma il vecchio professore le aveva fatto un regalo. O in realtà, non l'aveva fatto ma avrebbe dovuto farlo e Alex era disposto a rimediare all'errore. Per anni, March aveva ricevuto cospicue somme di danaro dalla Rousch per i suoi esperimenti su Eve. Che il grande cornuto fosse morto senza testamento, era un'ingiustizia a cui lui aveva posto rimedio. Quel denaro era sempre appartenuto a lei e mentre il mondo seguiva il suo corso, Alex voleva pensare che Eve ne avrebbe tratto profitto.

Tre milioni quattrocentomila dollari. Aveva predisposto tutto perchè lei li ereditasse.

Eve gli mordeva il collo bagnato di sudore e leccava la pelle che c'era sotto, mescolando dolore e piacere. Presto, avrebbe potuto decidere di fare della sua vita ciò che veramente voleva. Alle sue spalle si combatteva una guerra crudele che non aveva pietà né compassione. Alex ci era obbligato ma nel fuoco incrociato delle trincee, un assassino monco aveva diritto di sognare che c'era qualcuno che poteva godere del fottuto mondo. Qualcuno doveva dare un senso alla guerra.

Aveva bisogno d'immaginarla che prendeva il sole a Bali, alzandosi dalla sua amaca con un pareo e dondolandosi in una barca mentre gli uomini la guardavano. Tutti quei maledetti guardoni avrebbero capito, solo guardandola, che Eve era troppo speciale perchè qualcuno di loro, stupidi villani, potessero toccarla come lui la stava toccando. Nessuno aveva diritto a stringere quelle natiche così morbide tra le dita di una mano come faceva lui mentre Eve scivolava sue e giù. Perchè aveva ricevuto l'invito per desiderarla, era impossibile indovinare e Krycek non era così stupido da contraddirla.

No, signore. Lui avrebbe goduto del piacere assoluto di stare con lei e in lei. In posti diversi del mondo quel momento sarebbe sempre appartenuto a loro. E sempre, in un angolo del suo cuore indurito, Alex Krycek, temuto e duro signore della guerra, avrebbe saputo che in qualche posto nel mondo, fossero i Campi Elisi o le isole greche o le dolci colline dello Zaire, qualcuno meritava di essere salvato. E avrebbe saputo che lui, alla sua maniera sinistra, aveva contribuito a che la sua bellezza facesse della terra un luogo per cui valesse la pena di sacrificarsi.

Epilogo

Mi domando se sono addormentata o sveglia? Che cosa sono? Chi vive?

C’è un mondo dei sensi che sembra reale. E quando lo osserviamo sentiamo che siamo svegli. Ma sospetto che ci sia una verità più in là dei nostri sensi, un continente che non possiamo raggiungere. Sospetto che questo mondo sia solo ombra sfigurata di tutti quei mondi che stanno in questo. E quando dormiamo, viaggiamo verso di lui, scivoliamo lentamente, accarezzando con pazienza, senza scoraggiarsi. Forse è allora quando siamo veramente svegli.

Perché in sogno, l’umanità non è molte persone diverse. La legge della notte è uguale per tutti e ci affratella. Lì, su quell’ampia sponda, l’umanità è solo un animale che agonizza e cambia forma. Eterna. Circolare. E’ un essere che ha paura e vuole amare ed essere amato. Non c’è altro. Nei sogni, non c’è altro che quest’uomo universale.

Così che il vero sogno degli uomini è distinguersi tra di loro, dividersi tra buoni e cattivi. Se c’è un Dio, penso, questo non può osservarci dall’esterno del mondo. Deve essere parte di questo sogno comune. O forse, sospetto, siamo il sogno dimenticato di un Dio che non riesce a ricordare quello che ha sognato e ci cerca alla cieca, come noi facciamo con lui.

Cosa importa che sono Eve, la prima donna. O se sono Eve, l’ultima delle donne? Forse non sono la stessa?

Può essere che il sogno sia l’unica certezza. Questo posto in cui siamo un linguaggio di base e senza parole. Istinto, dolore e acqua. La luce del giorno ci acceca ma mentre transitiamo verso l’oscurità, ci sentiamo illuminati e viaggiamo verso la notte incosciente dove tutte le anime sono una stessa anima umana.

Tutto ciò che ci separa è apparenza. La nostra origine è una palla di materia densa che scoppiò milioni di anni fa e partorì il cosmo. Lì nacque la materia che avrebbe dato origine alle stelle e agli uomini. Lì nascemmo tutti e questo è il nostro destino fisico. Questa è la nostra verità. E le leggi che governano i pianeti, sono le stesse che governano la nostra marea interna e le pulsazioni del cuore. Gravità, attrazione, rifiuto.

Di giorno siamo animali, minerali o vegetali. Dolore, timore o amore. Ma la notte, siamo cellula, atomo, elettrone. Svegli, addormentati, Vivi, morti. Atomo o universo, vita o sogno. La differenza tra le due è solo un’illusione. Tutti siamo materia di sogni e polvere di stelle.

Dormiamo, poi siamo. Sogniamo e crediamo di esistere. Ci svegliamo e chiamiamo vivere questo sogno che precede ciò che eterno. E crediamo in lui come se fosse reale perché solo sognando siamo liberi e la vita è l’unico sogno che ci appartiene.

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