Chi ****o è questo tipo? E' David Duchovny

Dopo averlo seguito nella leggendaria serie X-Files e nella controversa Californication, lo abbiamo ben identificato. Di seguito, una intervista esclusiva per Esquire.

Questa intervista è stata una specie di appuntamento con accompagnatore. Appuntamento professionale e a lunga distanza, è chiaro. Ma si può conoscere molto di più di una persona anche se lo si conosce sotto sorveglianza. Ed il carisma di David Duchovny supera di gran lunga la fragile connessione telefonica e la supervisione del suo agente, che, prima di cominciare, mi ha avvertito che l’attore di X-Files e Californication non avrebbe risposto a nessuna domanda sulla sua vita privata, sulla sua ex moglie, né a niente del genere.
Dopo avergli assicurato che l’intervista si sarebbe basata su progetti personali dell’attore newyorkese, mi ha messo in linea con lui. E la caratteristica voce dolce e mascolina di Duchovny, un po’ rauca – dato che si era svegliato per un impegno di lavoro, come mi ha spiegato - ha iniziato ad esercitare il suo fascino. I 15 minuti assegnati sono volati e la conversazione è continuata. La sua versatilità e capacità come interprete è fuori dubbio. E' l’unico attore nella storia dei Golden Globes ad aver vinto come protagonista, sia nel drammatico che nella commedia, nel 1997 e nel 2007, ma devo dire che, mezz’ora dopo, sebbene non fossi una fan accanita della serie che lo ha portato alla fama, avrei voluto realmente credere in lui.
Questo è ciò che ci ha portato a parlare della quinta stagione di Californication, ciò che manca da dare al suo personaggio Hank Moody è il suo punto di vista sulle “capre” (ndt: capre si riferisce ad un film indipendente di cui David è uno dei protagonisti, il titolo è appunto “Goats”).

ESQ: Deve essere stato frenetico, stancante.
DD: Sì. Un lavoro che dava molta soddisfazione, ma non lasciava tempo ed energia per fare altro. Per questo dissi che non me ne potevo andare di nuovo. Ma il panorama ormai è cambiato in questi anni, con le produzioni di HBO e Showtime, una maniera più rischiosa di fare la TV.
ESQ: E' una nuova era. Gli spettatori ringraziano.
DD: E gli attori anche! Sono belle storie, ma come lavoro è più ragionevole. Facciamo 12 episodi all’anno e ciascuno di essi ci toglie una settimana. E' come se girassimo un film, 3 mesi e mezzo di lavoro. E dopo puoi accettare altre proposte, fino al ciclo seguente. Fin quando ci va bene, chiaro.
ESQ: Le è andato tutto meravigliosamente. Un Golden Globe e la terza stagione ha avuto finalmente tanto successo da ritardare il debutto della quarta.
DD: Grazie mille. Sono contento di aver accettato il ruolo, ma quando abbiamo iniziato non sapevamo ciò che poi sarebbe successo. La mia decisione è scaturita dal fatto che per me era possibile fare una serie senza compromettere la tua vita e la tua carriera. Quando il mio agente mi mandò il copione dell’episodio pilota, sapeva che non avevo intenzione di fare serie TV, ma che c’era una storia per cui valeva la pena, ed era quella di Hank Moody. Fu insistente e per questo lo ringrazio. In più, in quel momento andava in onda Weeds, questo indicava che Showtime iniziava a rischiare e ad assumere gente realmente talentuosa per fare ottimi show.
ESQ: Come ci si sente ad essere stato in una serie importante, come X-Files, e passare ad una serie con un target meno ampio, ma forse con spettatori più esigenti e sofisticati?
DD: E' proprio così. Già avevo vissuto l’esperienza del personaggio di culto con X-Files. E' sorprendente e gratificante avere tanta fortuna, tanti fans accaniti, un pubblico ampio e diverso. Ha un qualcosa di meraviglioso, ma è anche difficile, ti lascia esausto. Credo che sia uno di quei progetti che ti arrivano solo una volta nella vita, con fortuna. Ho tanti ricordi, ma la verità è che mi sentii sollevato di poter frenare questa valanga di aspettative di un grande pubblico e dei mezzi di tendenza. E nessuno riduce di proposito l’audience di un prodotto TV, vogliono sempre tenersi stretti gli spettatori, ma la natura di uno show come Californication, con temi più forti, più adulti impedisce il raggiungimento dell’approvazione generale. Non è per tutti i tipi di pubblico, ma quella che abbiamo è geniale. Mi rallegra il fatto che capiscano lo humor della serie e che lo apprezzino.
ESQ: A prima vista, sembra che Californication sia una serie quasi di commedia, dove tutto è pura baldoria e che Hank se la passa bene. Ma in realtà è un personaggio con molti tratti ed un lato molto oscuro. E' il mix, il contrasto tra la luce e l’oscurità ciò che lo rende attraente. Come lavori su questi due aspetti del tuo personaggio?
DD: Assolutamente. Credo sia così e credo lo sia anche per coloro che seguono la serie. Le parti oscure risaltano quando le metti in scene divertenti e viceversa.
In quanto al mio lavoro, mi focalizzo di più sul fatto che la commedia funzioni. Mi sembra che il lato drammatico della storia si risolva da solo. La commedia è una sfida. La cosa buona è che abbiamo copioni ben scritti e una distribuzione meravigliosa. Non solo i protagonisti fissi della serie, ma anche le “guest-stars” invitate in ogni stagione. Sono geniali. Rob Lowe, Carla Gugino, tutti ed è un lusso averli.
ESQ: Carla Gugino, che interpreta Abby, l’avvocato di Hank, è talmente bella e di carattere che preoccupa coloro che seguono ed appoggiano la tua eterna fidanzata/ex fidanzata Karen, e vogliamo che lei e Hank tornino insieme.
DD: Non preoccuparti di Abby. Tutti siamo fan di Karen. Io sono fan di Karen. Karen ad Hank come coppia sono coloro che trasformano la serie in una storia d’amore. E' un’altra delle ragioni per cui ho accettato questo lavoro. Quando lessi il copione dell’episodio pilota, mi sembrò molto divertente, un personaggio interessante e con molti tratti, ma non avevo idea di come apparisse sullo schermo. Così, in un incontro con Tom Kapinos gli chiesi: “Senti, questa serie non sarà solo di questo tizio che ha tantissimi flirt e dialoghi divertenti, vero?”. E Tom mi disse no, che era una storia d’amore, complicata ma autentica, che si sarebbe sempre incentrata su Hank e Karen. E gli dissi che avrei accettato, perché così aveva un senso.
ESQ: E nemmeno poteva focalizzarsi solo su un tipo che vuole fare lo scrittore, no? Teoricamente non intrattiene molto.
DD: Esatto. Anche questo mi preoccupava. Non c’è niente di più noioso che veder qualcuno scrivere. Non era molto “televisivo”. Ma è talmente fatta bene questa parte della storia che funziona, è un innesco per molte altre parti della trama.
ESQ: Cosa c’è di nuovo nella quinta stagione che avete appena finito di girare? Cosa è stato più divertente?
DD: In ogni stagione Hank si trova in un diverso ambiente, e quest’anno c’è un cambiamento, perché inizia 2 anni e mezzo dopo la fine della quarta. C’è un lasso di tempo che non viene raccontato, a differenza delle stagioni precedenti, che iniziavano quasi il giorno seguente dal finale precedente. Credo che sia stata una buona trovata quella di Tom per mantenere fresca la storia. Quando comincia la quinta, Hank vive già da più di due anni a New York, ma ritorna a Los Angeles per girare un altro film, si vede di nuovo circondato nel meccanismo hollywoodiano, e questo è sempre divertente per noi, prendere in giro tutto ciò che ha a che vedere con il fare i film.
ESQ: E sembra che, oltre ad essere una storia d’amore tra Hank e Karen, la serie mostri una relazione d’amore e di odio tra New York e Los Aangeles, un contrasto tra due città.
DD: Sì. Hank si vede come un newyorkese, ha voluto sempre ritornarci, ma per questioni di denaro, famiglia ed amore finisce per tornare a Los Angeles. Sono città molto diverse, entrambe con un grande fascino. Non sono mai andato a Città del Messico, ma me la immagino come una combinazione delle due.
ESQ: C’è qualcosa di questo, ma è più contrastante e folle, credo. Ha incanto, ma non molto convenzionale.
DD: Non è la secondo città più grande del mondo? Già questo è abbastanza folle.

ESQ: In questa stagione hai scritto o diretto qualche episodio? Come facevi per X-Files?
DD: No, non ho scritto copioni, ho abbandonato l’idea di farlo! (ride).
L'ho fatto per X-Files, ma in Californication quello che faccio è dirigere alcuni dei primi episodi di ogni stagione. Il primo, o il secondo, perché dopo non c’è più tempo per prepararli.
ESQ: In questi episodi ti piace che il tuo personaggio faccia sempre quello che vuole?
DD: Ho sempre voluto che Hank ballasse in qualche scena e non ho potuto. Tom è convinto che Hank non sia un tipo che balla. Vorrei arrivare ad una scena nella quale Hank si trova in un club con una ragazza che cerca di farlo ballare, e lui risponde “Hank non balla”. Forse nella sesta stagione, se si farà, potrò togliermi lo sfizio.
ESQ: Parlando di ballare e togliersi gli sfizi, come ti senti tu, come attore dopo cinque stagioni ad interpretare Hank, il re degli edonisti?
DD: Io ballo. Un pochino. E non credo che interpretare un personaggio così mi abbia compromesso in nessun modo nella vita quotidiana. Quando incontro gente per strada e c’è qualcuno che mi dice che Hank è il suo eroe, mi impressiona.
Mai smetterà di sorprendermi che qualcuno possa volere per sè stesso questo stile di vita. Per me, è sempre stato chiaro che Hank soffre, non sta sempre bene tutto il tempo, vive abbastanza tormentato. A queste persone mi verrebbe da rispondere: “Mi dispiace tanto”.
ESQ: E tu, cosa fai lontano dal lavoro per non sentirti tormentato, per porti in maniera positiva?
DD: I giorni soleggiati mi mettono di buon umore. E avere del tempo per uscire e sfruttare questi momenti con i miei figli. Mi piace stare all’aria aperta. Sebbene sia cresciuto a New York, adesso sento che sfrutto di più gli spazi aperti. Mi piace la spiaggia. Essere circondato dalla mia famiglia e andare al mare sono cose che mettono di buon umore.
ESQ: Questa sarebbe la tua attività preferita per l’estate?
DD: Non solo per le vacanze estive. Potrei vivere su una spiaggia ed essere molto felice.
ESQ: Io non potrei. Sarebbe difficile lavorare.
DD: Va bene. In qualche momento bisognerebbe pur farlo. Per poi tornare a lavorare un po’.
ESQ: Hai avuto anni di lavoro molto intensi..
DD: Sì, è così. Ma è ottimo fare una pausa e scegliere bene il seguente progetto. In questo modo li sfrutti di più.
ESQ: Lo decidi mentre prendi il sole, mangiando un gelato al cioccolato.
DD: Credo mi piaccia di più quello alla vaniglia. In realtà, non sono un tipo da dolci, neanche se mi chiedessi qual è il mio piatto preferito. Non sono per nulla un tipo da cibo. Non so cucinare. Adesso mangio di tutto e sì, mi piace, ma non penso al cibo.
ESQ: E con la moda? Non lo dico in maniera negativa, al contrario, ma non credo sia il tuo campo, vero?
DD: No, certo, non sono un tipo fashion, sono felice con jeans, maglietta, scarpe da ginnastica, di quelle che si ammorbidiscono dopo averle usate un po’. Non ho un gran senso dello stile. Mia figlia ride di me per questo, ma sono come sono e non c’è molto da fare. Quando c’è da aggiustarsi, mi piace vestirmi classico. Un buon vestito è come una t-shirt, in un altro senso: è ben fatto, ben cucito, ti senti bene e ti riflette. E provo vari vestiti per scegliere quello che va meglio. Non mi affido nemmeno ad uno stilista se mi deve vestire come una Barbie.
ESQ: Un Ken?
DD: (ride) Esatto, grazie per la precisazione.
ESQ: Quando hai iniziato la carriera, non hai fatto il modello?
DD: Ho fatto un po’ di affari, ma non credo conti molto. O sì? Sebbene ricordi che qualche volta feci una sessione di prova per essere un modello di Calvin Klein. Bruce Weber prese le foto e non so dove siano finite.
ESQ: Sicuramente appariranno su e-bay.
DD: La cosa è che non superai la prova. Non mi diedero il lavoro.
ESQ: Mi fa piacere che tu non sia diventato un modello.
DD: Anche a me. In più la competizione era difficile, credo che alla fine abbiano dato il lavoro a Mark Wahlberg.

ESQ: Puoi raccontarci la tua esperienza di debutto a teatro dello scorso anno con "The Break of Noon", quando avevi già una carriera consolidata al cinema e in tv? Vorresti farne di più?
DD: E' stato molto interessante, ma avevo i nervi a fior di pelle. Non lo avrei mai fatto, e quest’opera in particolare era complicata. Avevo monologhi lunghi, che aprivano e chiudevano l’opera. Mi sentivo abbastanza sotto pressione. Spero non sia stato un debutto e un congedo. Vivo a New York, dove c’è tanto buon teatro, così spero che mi arrivino più copioni, più opzioni, lo prenderei in considerazione.
ESQ: Cosa prova ad essere stato allievo di Harold Bloom? (David ha studiato letteratura inglese a Princeton e dopo a Yale, dove il celebre critico e autore fu suo insegnante). Continua ad avere contatti con lui? Legge i suoi libri?
DD: No, non siamo in contatto non era una relazione personale. Sono stato solo ad un piccolo seminario con lui, eravamo 10-12 persone. Le sue lezioni erano interessanti ed il suo lavoro mi ha sempre affascinato. Adesso leggo i suoi libri, ma niente di più.
ESQ: Mi domando cosa direbbe Bloom di uno show come Californication.
DD: Che direbbe. Non so. Se lo vedesse, credo che lo prenderebbe a zappate!
ESQ: Leggi ancora su carta o su lettore elettronico?
DD: Quando sono in viaggio o fuori casa uso il lettore elettronico, è più pratico. E' un lusso incredibile poter portare la tua biblioteca con te, ma sia chiaro che preferisco leggere su carta.
ESQ: Dopo la tua prima opera, "House of D", desideri scrivere o dirigere più film nel futuro?
DD: Sì, da molto tempo, spero che non mi contattino come attore, credo che noi attori siamo così. Speri sempre che la tua carriera finisca in qualche modo, per poter fare altre cose.
ESQ: Non è il contrario? Mi sembra che il più comune è temere che arrivi questo momento e cercare di evitarlo in tutti i modi.
DD: Hai ragione. Forse è la mia personalità. Ma mi piace l’idea. Mi sono trovato bene alla regia e ho alcuni copioni che ho scritto negli ultimi anni, in modo che quando capiterà l’opportunità e accumulerò denaro sufficiente. Che nemmeno è molto, perché sono storie che si riflettono sempre in film corti, indipendenti e di basso costo. Mi piacerebbe fare commedie romantiche interessanti, del tipo di quelle di Woody Allen.
ESQ: Il tuo ultimo film è così, indipendente (“Goats”, nel quale interpreta un pastore di capre). Come ti sei relazionato con le tue compagne di scena, le capre? No, sul serio, come è stato lavorare con Christopher Neil al suo debutto come regista? Gli hai dato qualche dritta?
DD: Praticamente l’unica dritta che posso dare è “non andare in panico”. Come regista, ogni giorno qualcosa va male, fino al punto di pensare che l’intero film sia un disastro. E' normale, succede sicuramente, è necessario abituarsi all’idea e non “sclerare”. Più o meno questo gli ho detto. E non avevo avuto nessuna relazione precedente con le capre prima di questo film, ma mi sono trovato bene con loro, mi è piaciuto conoscerle, almeno qualcuna.
ESQ: Grande, puoi aggiungere una nuova abilità nel tuo curriculm vitae.
DD: (ride) Lo farò. Le capre non sono come i cavalli o i cani. Gli esseri umani non gli interessano molto. Se la passano bene e mi piace questo aspetto.
ESQ: Hanno una personalità più felina?
DD: Decisamente. Sono più simili ai gatti.
ESQ: E tu, preferisci i cani o i gatti?
DD: Più i cani. Ora ne ho solo uno. Erano due, ma uno di loro è morto di vecchiaia un anno e mezzo fa. Aveva 17 anni. Un veterano.
ESQ: Come padre di adolescenti, ti è servito interpretare il padre di Becca per tanto tempo, accompagnarla nel suo processo di crescita, anche solo nel lavoro?
DD: Spero di sì. Mi piace pensare ad Hank Moody come un buon padre, sebbene non sia molto affidabile e prende decisioni sbagliate, mi sembra che ci provi sempre. E credo che come padre quasto sia importante, perché commetti molti errori. E' un dato di fatto. Però l’importante è tornare sui propri passi e cercare di migliorare, perché i figli si accorgono degli sforzi che fai.
ESQ: Come quando rifai un esame e ti va a meraviglia. Chiaro, dopo aver fatto la tua tesi di laurea su Backett.. come hai scelto il tema della tua tesi, sulla magia e tecnologia nella prosa e nella poesia contemporanea?
DD: Non la finii, e fu molto tempo fa. Non ricordo come arrivai a questo tema, ma aveva a che fare con l’idea che la magia possiede un aspetto morale: per questo c’è la magia bianca, che è buona, e magia nera, che fa male. E la tecnologia non ha morale: se c’è qualcosa che si può fare, si fa, non si discute, forse solo nel caso delle armi nucleari.
Per questo, la mia idea era parlare della tecnologia presente nella letteratura, come una specie di magia che ci può cambiare la vita, ma infondendole un senso morale.
ESQ: La fusione di magia e tecnologia può servire anche per spiegare il teatro, il cinema e la tv, no?
DD: Certamente, è così. E' tecnologia con magia.

 
 

Traduzione di Emilia | Trascrizione di MariAnto86

 


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